Archivi del mese: luglio 2009

I giornali tradizionali continuano a dominare

Nonostante il nuovo che avanza, la versione cartacea dei giornali continua a prevalere nettamente su quella on line.

Secondo la simulazione effettuata da un giornalista del Wall Street Journal, sia in termini di tempo che a livello di readership la versione cartacea dei principali quotidiani statunitensi prevale abbondantemente su quella on line.

reading char usa newspapers

E’ sempre della medesima fonte una precedente stima che confermerebbe come anche negli Stati Uniti la redditività dei quotidiani on line, nel caso passassero – come parrebbe – ad una versione a pagamento, sarebbe tendenzialmente ininfluente.

I dati e le stime degli USA confermano dunque le simulazioni effettuate dal sottoscritto poco più di un mese fa; la prossima volta che potrò prendermi una mezza giornata filata per farlo proverò ad effettuare la medesima tabella con riferimento ai quotidiani italiani per avere una ulteriore conferma [o smentita, se del caso] delle ipotesi di lavoro sin qui sviluppate.

Oltre alla bufala del tutto gratis su internet, i quotidiani potrebbero essere vittime di un abbaglio altrettanto importante che li sta portando a cannibalizzarsi.

Non vi è dubbio su quale sia il nuovo ecosistema delle notizie, ma non di meno è assolutamente necessario non esserne distratti eccessivamente sviluppando ipotesi fuorvianti di redditività. Il modello di business futuro continuerà a passare ancora per almeno i prossimi venti anni attraverso la diffusione cartacea e il canale edicole; dimenticarsene potrebbe essere fatale.

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No media, no news, no business model per Chris Anderson

Chris Anderson è stato intervistato recentissimamente da Spiegel International sul futuro delle notizie, la sfida posta dal web ai media tradizionali e sui possibili modelli di business.

Nell’ intervista Anderson esordisce provocatoriamente rispondendo che non utilizza le parole media e news poiché prive di significato chiarendo fin da subito la sua posizione relativamente ai mainstream media.

Tralasciando che Anderson stesso, come noto, sia editore tradizionale con Wired, è interessante rilevare come non venga di fatto fornita una alternativa né di termini né di contenuti e prospettive.

Alla domanda dell’ intervistatore di conoscere i termini alternativi a news e media, la risposta è: “There are no other words”.

Ancora più interessante è il passaggio in cui afferma che i giornali non sono più importanti, ma che resta rilevante il processo di raccolta ed analisi delle informazioni [Newspapers are not important. It may be that their physical, printed form no longer works. But the process of compiling information and analyzing it, and adding value to it and distributing it, still works].

Sollecitato dunque sul modello di business web based, Anderson risponde testualmente: “We’re still figuring that out”.

Pare insomma che  il miglior impacchettatore di idee in circolazione non sia in grado di argomentare alternative credibili né in termini semantici né, tanto meno, a a livello di business model.

Good luck Mr. Anderson!

Wired

A margine si segnala che:

  1. La raccolta pubblicitaria di Wired negli Stati Uniti è crollata del 40% come riportato da Spiegel a latere dell’articolo sopraccitato.

  2. Free non esiste. C’è sempre qualcuno che paga, a titolo esemplificativo si veda il funzionamento dei finanziamenti definiti “a tasso zero”.

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ConversActions Failure

Il futuro del giornalismo e delle notizie è appeso al filo della collaborazione allargata e delle conversazioni.

Twitter ed il twitter-giornalismo sono indubbiamente parte integrante del percorso.

Pare che i giornalisti professionisti [o quantomeno retribuiti] continuino a restare prevalentemente al margine del processo con risultati evidenti.

Twitter and Journalist

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Ignoranti quem portum petat nullus ventus suus est

Escludendo alcuni soggetti assolutamente marginali per conclamata incompetenza, inizia ad esserci coesione ed accordo su quale sia il modello futuribile di costruzione delle notizie.

Anche il sottostante diagramma di ishikawa sintetizza come alla costruzione della notizia compartecipino elementi fino a poco fa considerati alieni [o quantomeno marginali] alla stessa relativi all’area del giornalismo non professionale.

mediachartprocess

Jeff Jarvis ieri, dalle pagine [web] del Guardian, integra egregiamente questa visione parlando non solo dell’ecosistema delle notizie ma di quello che continua ad essere l’anello debole del dibattito attualmente in corso sul tema, i key pillars sui quali possa realisticamente basarsi la redditività dell’editoria.

Sono due, a mio avviso, i passaggi chiave dell’articolo.

L’ecosistema delle notizie è cambiato ed i giornali [ed i mainstream media più in generale] non ne sono più né gli attori esclusivi né tantomeno centrali: “[….] the newspaper produces, owns and controls the asset that is the news. If, instead, we define news as the province of a larger ecosystem of which a newspaper – or its successor news organisation – is merely a member, then help no longer looks like charity. It looks like collaboration”.

Il modello di business delle notizie non può basarsi sulle sovvenzioni o, peggio, sulle prebende. Le imprese editoriali non possossono affidarsi al volontariato ed alle offerte caritatevoli: “[…] Charity is likely to be a contributor to the future of news. So will volunteer labour in the form of bloggers and crowdsourcing. But we still need a business model for news. News still needs to be profitable to survive. It’s not a church”.

Le imprese editoriali non hanno, sin ora, effettuato le dolorose, ma necessarie, riorganizzazioni già avvenute da tempo in altri settori, garantite da un modello di business fondato sulla crescita all’infinito degli investimenti promo-pubblicitari e sui ritorni generati perlopiù dall’ossequiare servizievolmente il potente di turno accumulando e mantenendo costi non sostenibili.

Già in tempi remoti era chiaro, come diceva Seneca, che: ignoranti quem portum petat nullus ventus suus est [il vento non soffia mai dalla parte giusta per chi non sa dove andare]. Ormai è adeguatamente definito il futuro del giornalismo e delle notizie, è adesso necessario lavorare sul modello sostenibile di business delle stesse.

Se credete, provate a chiedere al vostro giornalaio, secondo me ha delle idee in proposito.

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Crisi e letture

Bucci - "Il Venerdì" del 24.07.2009

Bucchi - "Il Venerdì" del 24.07.2009

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Titoli editoriali

var. seduta

var. ultimi 6 mesi

var. ultimo anno

FTSE ALL SHARE

-0.43%

Buongiorno

-1.29%

+78,25%

-1,48%

Cairo Communication

+ 0.31%

-1,65%

-20,39%

Caltagirone Editore

+ 2.06%

-9,00%

-49,19%

Class Editori

-2.14%

+8,90%

-25,11%

Espresso

-0.48%

+32,45%

-22,19%

Il Sole 24Ore

-1.45%

-5,77%

-37,00%

Mediaset

+ 0.42%

+14,50%

-6,77%

Mondadori

-1.20%

-16,52%

-33,84%

Monrif

-2.90%

-10,67%

-12,61%

Poligrafici Edit.

+ 0.42%

-0,82%

-28,25%

Rcs Mediagroup

-0.88%

+15,26%

-40,31%

Seat Pagine Gialle

+ 2.64%

-57,36%

-70,76%

Telecom Italia Media

-0.57%

+43,17%

+31,47%

Tiscali

-0.17%

-35,18%

-81,82%

Aggiornato: Venerdí 24.07.2009 [Via]

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Focus sul prodotto

Quasi quattro mesi fa sono state riprese le dichiarazioni di Roberto Briglia relativamente al riassetto organizzativo e lo sviluppo strategico futuro della Mondadori Periodici.

Il Direttore Generale della divisione che vale quasi il 50% della casa editrice in sintesi affermava la necessità di tornare a concentrarsi sul core business e sulle principali competenze evitando le fuorvianti distrazioni del passato. In particolare diceva: “Dobbiamo agire subito e riportare al centro l’attenzione alla qualità dei giornali.[…….] bisogna reinvestire, e molto, sui brand chiave. Il marketing deve tornare a valorizzare l’identità e la capacità attrattiva delle testate, non la vendita dei collaterali……..”.

In questi mesi i segnali che tra il dichiarato ed il realizzato vi fosse un gap significativo sono stati davvero numerosi, dalle svendite di Grazia a Chi “banded” con altre due [talvolta addirittura tre] pubblicazioni.

Adesso abbiamo raggiunto il massimo della svendita con l’operazione lanciata di recente con Dailies che prevede che prevede che il cliente che acquista quattro confezioni delle precitate lenti a contatto abbia in regalo un abbonamento ad una delle riviste Mondadori di sua scelta.

Che si tratti di una svendita è confermato non solo dalla dinamica dell’operazione promozionale ma anche dal valore assegnato ad ogni abbonamento, come è possibile verificare. Ad esempio, l’abbonamento semestrale a Panorama viene valorizzato a 11,94 €.

Non si dica che il tempo trascorso non è stato sufficiente ad imprimere il cambio di direzione annunciato, poiché le nomine ed il lavoro di Calabresi e di De Bortoli, per citare i primi due che mi giungono alla mente, dimostrano il contrario.

Con diffusioni che ad aprile 2009 [ultimo dato disponibile] vanno dal -13% di Chi al -3,1% di Grazia, passando per i – 7% di Sorrisi e Canzoni Tv ed il – 8,9% di Donna Moderna, è chiaro come la divisione periodici della Mondadori viaggi ormai “a briglia sciolta”.

Il focus è passato certamente sul prodotto e sul brand, degli altri.

Dailies + Mondadori

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