Archivi del mese: dicembre 2011

Etica della Narrazione

Sono stati gli smartphones, i “cameraphones”, il mezzo di narrazione istantanea della realtà da trasmettere in tutto il mondo che ha rivoluzionato il fotogiornalismo e rappresentato elemento di supporto straordinario per il giornalismo partecipativo, per il citizen journalism.

Se, da un lato, questo ha permesso di rendere pubbliche storie che un tempo sarebbero rimaste solo negli occhi di chi le aveva vissute, dall’altro lato ha incrementato in maniera esponenziale la naturale predisposizione dell’essere umano a mostrarsi, a raccontarsi, sino ad arrivare agli eccessi documentati dalla foto delle foto dell’uccisione di Gheddafi che mostra come le persone siano concentrate sulla raccolta di immagini del fatto, forse più che sul fatto di per sè stesso.

Nell’era dell’eccesso informativo, dell’infobesità, un riflessione sul tema dovrebbe essere una delle priorità per il 2012.

Credo sia necessario anche sotto questo profilo stabilire un principio etico, un criterio di determinazione di cosa sia “buon giornalismo”, buona informazione, sia per chi svolge per lavoro, per professione questa attività, che da parte di coloro che sempre più, per occasione o per passione, sono coinvolti.

Speriamo che non resti nell’elenco dei buoni propositi di fine anno. AUGURI!

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Le Buone Regole delle Mamme

Mi sarei dato, sperando possa essere condiviso, l’obiettivo di stilare una prima bozza del codice di autodisciplina per chi fa informazione  attraverso blog e social network entro la seconda settimana di Gennaio 2012. Una base di confronto e di raffinamento grazie alla quale arrivare ad una definizione definitiva dei criteri di autoregolamentazione da mettere a disposizione di chi crede che fiducia e responsabilità siano principi cardine dai quali non possono esimersi i blog e, più in generale, l’informazione in Rete.

Come ho già detto, in base a questa timetable, sto procedendo alla raccolta di materiali, dei pro ed anche dei contro, relativi all’ipotesi di lavoro. Un opera nella quale, oltre a tutti coloro che hanno già fornito la loro adesione e disponibilità [grazie!], gradirei, a loro piacendo, coinvolgere anche Ernesto Bellisario & Guido Scorza che con il loro expertise sono certo potrebbere essere di grande aiuto.

Un riferimento prezioso è stata stilato da tempo dalla WOMMA [Word of Mouth Marketing Association] che fornisce un codice di condotta etica i cui punti chiave, no a caso, si fondano su fiducia, integrità, rispetto, onestà e responsabilità.  Riferimenti per i professionisti della comunicazione che, a mio avviso, ben si integrano con i quattro principi per l’informazione di qualità proposti da Timu.

Se il concetto del diritto romano di diligenza del buon padre di famiglia è noto ed applicato come criterio di correttezza e buona fede, di responsabilità, grazie ad una segnalazione, apprendo che un folto gruppo di blogger-donne-mamme si sono date un codice delle buone pratiche dei blogger che è a disposizione di tutti, e che propone un’autoregolamentazione in merito alla gestione della pubblicità sui propri blog.

Il Codice è valido per tutti, mi pare davvero, e cerca di raccogliere vari aspetti legati alle caratteristiche, ed alla eventuale monetizzazione, dei blog, definendo, anche, tre livelli di blogging [ADV free, light, pro]. Si tratta di criteri, che, comunque sia, personalmente integrerò nella mia blog policy. Parametri ben stilati, condivisibili, e che rappresentano ulteriore elemento di arricchimento verso il raggiungimento della stesura dell’autoregolamentazione, dell’autodisciplina.

Le buone regole delle mamme sono un contributo importante, un altro passo partecipattivo [non è un refuso] verso l’obiettivo.

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Fare Luce sui Blog

Da un paio di giorni è in corso un dibattito trasversale [l’ennesimo?] su morte e resurrezione dei blog, che forse sono colpevole di aver stimolato. Confronto che ha per principali protagonisti persone che seguo sempre con attenzione per la stima che ho nei loro confronti. Tra tutti la posizione che maggiormente condivido è quella espressa da Giuseppe Granieri.

Personalmente ritengo che il termine blog sia ormai una “parola scatolone”, troppo ampia di significati per poter dare un senso unico ed univoco al dibattito che pure continuo a seguire con attenzione ed i cui sviluppi mi piacerebbe affrontassero la questione del blog come format editoriale adottato anche da quotidiani e, appunto, superblog. Confido in Giovanni Boccia Artieri [e in tutti gli altri che verranno] per approfondire quest’aspetto. Nel frattempo continuo a privilegiare il termine TAZ per la definizione di questo spazio.

Far luce sui blog, anche se da una prospettiva diversa, è anche l’obiettivo di una proposta che ho lanciato un paio di settimane rispetto alla quale sto procedendo alla silenziosa raccolta di contributi e disponibilità per poi procedere all’elaborazione condivisa di un codice di autodisciplina per chi fa informazione  attraverso blog e social network.

Una necessità che risulta ancora più pressante dopo alcune verifiche che ho fatto su campagne promozionali, di “buzz”, svolte sui blog.

Avevo già segnalato come esistano proposte che circolano per la Rete che stanno al content marketing come le tecniche di black hat stanno al SEO, scorciatoie utilizzate da persone senza scrupoli che rapidamente si ritorcono contro chi ne fa uso e abuso.

Scopro ora di un’operazione lanciata da Enel, un concorso che premierebbe i migliori blogger, a sostegno della quale un’agenzia [non vi sarà difficile scoprire quale] ha lanciato una campagna di “sponsored conversation”, di blog che parlano del concorso.

Pare che stia funzionando visto che Google restituisce quasi un milione di risultati per “enel+concorso blogger” e addirittura oltre due milioni di risultati per “concorso blogger awards”.  Un successo che, da informazioni raccolte dal sottoscritto, sarebbe dovuto al compenso di alcune decine di euro [pare si tratti di 60€]  che vengono dati dall’agenzia che opera in nome e per conto della nota impresa di energia; un elargizione davvero generosa che supera i compensi che spesso i giornalisti di professione ricevono per un pezzo originale che, by the way, lascia immaginare quanto costi al committente.

Approfondendo si viene a scoprire che non tutti segnalano la dicitura “articolo sponsorizzato”, come dovrebbe essere, al termine del post e da una verifica a campione ne ho trovati almeno tre che non si curano di avvertire il lettore che in buona sostanza si tratta di comunicazione pubblicitaria [123].

C’è una questione di correttezza e di trasparenza, che è poi alla base dell’idea di codice di autodisciplina precitato, verso le persone che leggono i nostri blog, le nostre segnalazioni sui diversi social network, [quasi sempre] in buona fede condividono ulteriormente quanto proposto poichè hanno fiducia in noi. E’ ora di assumersi la giusta responsabilità personale che la concessione di fiducia da sempre implica.

C’è in questo caso, anche, una questione di efficacia. Sia perchè, come spiega oggi «The Economist», l’eccesso di rumore annulla il valore dell’informazione, che di merito rispetto ad apparire in spazi che, letteralmente, fanno due palle quadre ai lettori, se ve ne sono, e all’azienda sponsor.

Come dice l’amico Vittorio Pasteris: un problema di fiducia & responsabilità, le marchette lasciamole ad altri. E’ davvero giunto il momento di fare luce sui blog.

Update: Via Twitter Enel risponde così ad una domanda di Vincenzo Cosenza: “L’accordo prevede la dicitura “sponsorizzato”, gli altri potrebbero non rispettare l’accordo o essere spontanei, ma controlleremo”

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Giornalista & Cameriere

Il cortometraggio, “El Periodista & El Camarero” [il giornalista e il cameriere], sapientemente realizzato dal giornalista spagnolo Charlie Nelson Moreno,  in poco più di cinque minuti tratteggia egregiamente le difficoltà di una professione sempre più precaria e frammentata.

Perdita di posti di lavoro e, per chi resta, condizioni sempre più difficili di precarietà basata su ritmi lavorativi crescenti e compensi calanti sono la norma anche per quella che nell’immaginario collettivo continua ad essere una professione privilegiata.

Effetti collaterali del dilemma del prigioniero.

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Occupy Facebook: Una Lezione per la Socialità dell’Informazione

La ricerca di socialità della notizia e di nuovi spazi di espressione giornalistica, in cui sia possibile affermare ciò che si deve dire, non può essere messo a rischio da regole e desideri arbitrari.  E’questa la motivazione di fondo che mi lascia ancora oggi estremamente scettico relativamente all’utilizzo massivo di Facebook da parte dei giornali.

A questa prima fondamentale considerazione si sommano anche altri aspetti che mi fanno ritenere non idonee le diverse iniziative che l’industria dell’informazione, il marketing editoriale, propone all’interno del celebre social network, tentando , in realtà, di costruire l’ennesimo walled garden rinchiudendosi al suo interno.  E’ un errore sia tattico che strategico.

Preoccupazioni e considerazioni che ho avuto modo di esternare a più riprese, che le strategie ed i mezzi di comunicazione utilizzati dal movimento occupy e dagli omologhi europei indignados mi danno modo di qualificare meglio.

Si apprende infatti che il movimento che si richiama allo slogan “we are 99%” sta lavorando alla costruzione di una piattaforma di condivisione sociale alternativa a Facebook con l’obiettivo, da un lato, di superare il controllo e la censura del popoloso social network e, dall’altro lato, di costruire un ambiente collaborativo tra le diverse anime e le diverse nazioni che lo animano. Una piazza globale che serva da collante a livello internazionale per un modello di leadership decentralizzato.

Dopo aver lanciato la proposta, ed averne definito le caratteristiche salienti, di quella che, appunto, dovrebbe chiamarsi “The Global Square”, il lavoro è in corso per rendere effettivo il progetto.

L’idea lanciata al riguardo da Planetary, organizzazione dedicata allo sviluppo della comunicazione digitale e della cooperazione, contiene a mio avviso un modello che risulta di assoluto interesse per la distribuzione dei contenuti e l’industria dell’informazione che va ben al di là delle specificità, per le quali pure è stata concepito, del movimento globale di protesta.

L’architettura informativa concepita, consigliata, da Planetary, permette un’effettiva socialità della notizia, delle informazioni, senza però rinunciare ad una corretta supervisione dei contenuti.

Sia l’ipotesi di uscire da “Casa Zuck” che le modalità di raccordo e condivisione rappresentano, credo davvero, un esempio concreto di come un editore, una impresa dedicata alla raccolta, selezione e distribuzione di contenuti e informazioni, possa effettivamente ed efficacemente interagire con le persone in Rete. C’è da studiarla con attenzione.

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L’Impatto di Internet sul Giornalismo & l’Industria dell’Informazione

Durante l’estate «The Economist» ha realizzato uno speciale dell’evoluzione degli ultimi anni sia sotto il profilo concettuale di sviluppo di nuovi giornalismi, in termini di mezzi e format, che di analisi delle dinamiche economiche offrendo al lettore un panorama davvero esauriente dello stato dell’arte.

Il video sottostante realizzato dal settimanale britannico, oltre ad essere un ottimo esempio di storytelling, riprende le argomentazioni di Jay Rosen, favorevole alle evoluzioni in corso, e di Nicolas Carr che invece evidenzia i lati negativi sia in termini di impatto economico che, a suo dire, di qualità dell’informazione.

Sul tema da leggere con attenzione l’articolo pubblicato da Slate sulle evoluzioni del giornalismo digitale, ancora una volta sia in riferimento alla produzione di contenuti che economico.

Personalmente, in sintesi, ritengo che i vantaggi apportati nel complesso all’ecosistema dell’informazione dalla Rete siano superiori agli svantaggi, che pure esistono. Certamente il binomio vendite + pubblicità che ha sostenuto sin ora l’industria dell’informazione non appare più essere un modello perseguibile e dovrà, in tempi e modalità distinte a seconda delle diverse nazioni e delle caratteristiche di ciascuna testata [o di quelle che sopravviveranno, almeno], essere sostituito da un approccio che fondi il modello di business su criteri transmediatici e multipiattaforma.

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Letture & Rappresentazioni dell’ Informazione

Inevitabilmente ad ogni fine anno si assiste ad un’interminabile sequenza di proposte relative al bilancio dell’anno che volge al termine e a previsioni sul quello che verrà. Dinamica alla quale non si è sottratto neppure il sottoscritto.

Per quanto riguarda il comparto dell’informazione emergono aspetti interessanti che ritengo opportuno riprendere.

Sembra emergere una differenza tra quelli che sono i temi più menzionati, più discussi, su Twitter e quanto proposto dai mainstream media online.  Tendenza che pare confermata anche per quanto riguarda le notizie maggiormente condivise su Facebook che  nella loro totalità [40] si rifanno esclusivamente a solo 6 fonti d’informazione.  Divergenze e concentrazioni che evidenziano le differenze di interessi tra i distinti utenti delle due piattaforme di condivisione sociale ulteriormente confermate anche per quanto riguarda Linkedin che ha fonti e notizie a sua volta distinte.

Aspetti che nel loro complesso sono un richiamo ad uscire dalle generalizzazioni in cui spesso si ricade per osservare e definire le dinamiche in atto nell’ecosistema dell’informazione con maggior attenzione ed una più puntuale focalizzazione.

Altrettanto interessanti alcune iniziative di ricerca e rappresentazione delle notizie.

Si segnala in particolare il lavoro svolto da PEJ che permette di crearsi un archivio personalizzato e interattivo delle notizie di proprio interesse per tipologia di mezzo ed argomento d’interesse. Sicuramente il miglior connubio tra rappresentazione e servizio al lettore.

Strada seguita anche dal «Guardian» che, rivolgendosi ad un  pubblico più ampio, si affida maggiormente all’impatto grafico – emozionale consentendo di selezionare “solo” 10 notizie tra tutte quelle visualizzate.  Iniziativa che come sottoprodotto offre in prospettiva la possibilità di indagare le preferenze dei propri lettori. Sempre dal quotidiano anglosassone arriva un riepilogo delle 10 notizie principali dell’anno realizzato con i famosi mattoncini del Lego.

«The Economist» si affida invece ad una più tradizionale rappresentazione ad albero che più che per la grafica sorprende ed interessa per i contenuti. Si viene infatti così ad apprendere che la notizia che maggiormente ha coinvolto ed interessato i lettori del prestigioso settimanale britannico è relativa a lui: “The man who screwed an entire country” che surclassa la crisi dell’eurozona e la morte di Bin Laden.

Variegato elenco di segnalazioni i cui spunti di riflessione saranno oggetto di approfondimento a breve. Contateci.

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