Archivi del mese: giugno 2013

Il Fact Checking del Fact Checker

Le tre “bufale”, una delle quali strumentalmente creata ad hoc, inanellate in rapida successione dai quotidiani italiani hanno riaperto il dibattito su velocità versus affidabilità del giornalismo al tempo, e secondo i tempi, dell’online.

Sul tema, se ve li foste persi, valgono la lettura il “botta e risposta” tra Giuseppe Smorto, co-direttore di Repubblica.it, e la redazione di di «Valigia Blu» ed anche il contributo di Filippo Sensi dalle colonne di «Europa», nonchè lo scambio di battute che segue su Twitter a partire dai due tweet sotto riportati.

Dell’argomento scrive anche Davide De Luca, giornalista del «Il Post» che, a quanto capisco scorrendo il suo spazio all’interno del quotidiano all digital diretto da Luca Sofri, ha una spiccata attenzione verso il fact checking, in un articolo in cui parla di quello che definisce “Il giovedì nero della stampa italiana”.

Nell’articolo, dopo aver sinteticamente descritto le diverse sfaccettature dei tre casi, l’autore si addentra in un’analisi che partendo dall’inseguimento dell’audience da parte dei giornali online analizza quelli che a suo avviso sono i tre modelli del giornalismo online. Analisi durante la quale si afferma che il «The New York Times» avrebbe il doppio dei visitatori unici del «Mail Online».

A dicembre comScore aveva diffuso i dati degli utenti unici dei siti dei primi dieci quotidiani nel Mondo. Dato ripreso anche all’interno di “The State of The News Media 2013” del marzo di quest’anno, che ripropongo qui di seguito per facilità di lettura, dal quale emerge chiaramente come il «Mail Online» sia, ahimè, il giornale online con la maggior audience; un audience superiore anche a quella del «The New York Times».

Top 10 most-read-online-newspapers-in-the-world

Aspetto non trascurabile, al di là della leggerezza complessiva con la quale viene effettuata l’analisi di mercato, che viene prontamente segnalato su Twitter dall’amico Nicola Bruno all’autore ma che, al momento della redazione di questo articolo, non sortisce effetto alcuno né in termini di risposta [e ringraziamento?] alla segnalazione e neppure di correzione del testo dell’articolo che resta invariato in home page.

Paradossalmente l’articolo di De Luca si conclude affermando che:

Ma il giovedì nero della stampa ha aperto (anzi: riaperto) un dibattito sul rigore e sulla precisione, che, come abbiamo già scritto tante volte, sono alcuni dei problemi più grossi che affliggono la stampa in Italia.

Appunto! Il fact checking del fact checker.

Update h 17:15 – L’articolo è stato aggiornato e corretto alle 10:30 di stamane da Davide De Luca che rimedia all’errore e scrive:

Correzioni
Prima Nicola Bruno (@nicolabruno), con un tweet che purtroppo ci è sfuggito (scusaci Nicola), e poi Pier Luca Santoro (@pedroelrey), che ci ha dedicato un paragrafo in questo suo articolo, ci hanno segnalato un errore nel pezzo. Avevamo scritto che il numero di visitatori del sito del New York Times era superiore rispetto al sito del Daily Mail. Si trattava di dati vecchi: attualmente il Daily Mail ha più visitatori del New York Times. Ci scusiamo per l’imprecisione.

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News Snacking

Mobiles Republic, società internazionale di syndication delle notizie, ha recentemente pubblicato i risultati della sua indagine 2013 sulle abitudini di lettura delle notizie.

Lo studio, basato sulle risposte di oltre 8.000 dei suoi utenti dell’applicazione “News Republic” negli Stati Uniti ed in Europa, Italia inclusa, indica, o meglio conferma che il consumo di notizie complessivamente è in aumento.

L’infografica sottostante ne riassume i risultati principali. I punti salienti emergenti sono:

1) Le persone stanno controllando le notizie più frequentemente ma per tempi limitati.

Per quanto riguarda l’online, dimenticate la lettura approfondita di notizie. Oggi prevale lo “news snacking”, cioè persone che stanno controllando le notizie più spesso, più volte al giorno e sempre più da dispositivi mobili.

2) Il trionfo degli aggregatori.

Secondo lo studio, il 73% degli intervistati ha dichiarato di utilizzare aggregatori intensamente, rispetto al 33% di un anno fa. L’uso di applicazioni di notizie di marca [quelle “proprietarie” dei principali quotidiani nazionali], invece, è diminuita dal 60 al 40% nello stesso periodo.  Elemento che emergeva anche dai risultati del “Digital News Report2013” condotto dal Reuters Institute for the Study of Journalism sulla pericolosa minor rilevanza del brand della testata.

3) Crescita dei social media  per controllare le notizie.

La relazione indica inoltre che le persone usano sempre più siti come Facebook e Twitter per il controllo degli aggiornamenti di notizie. Il 43% dei lettori ora utilizzare Facebook per controllare le notizie, con un aumento del sette per cento rispetto allo scorso anno.

Se il campione dell’indagine non è certamente rappresentativo della popolazione in Rete, certamente rafforza comunque i segnali emergenti da altre indagini. Meglio tenerne conto.

Newssnacking Infographic2013

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Innovazione nei Periodici

Crowdstar, start-up di social e mobile gaming, già nota per la creazione di giochi fashion-oriented dedicati alle giovani donne, si appresta ad ampliare  la propria offerta ludica allontanandosi dal gaming puro con una nuova applicazione che è più simile a un catalogo di abbigliamento interattivo.

Covet Fashion, è come una rivista interattiva dove le donne possono abbigliare virtualmente strato dopo strato il personaggio scelto. Le persone possono prendere abbigliamento e accessori di stilisti come Rebecca Minkoff, Halston Heritage e Cynthia Rowley. Essi possono competere per vincere prodotti reali e vedere consigli di stile da stilisti come la stylist di personaggi famosi Rachel Zoe, che ha vestito attrici come Anne Hathaway e Jennifer Lawrence. Complessivamente si possono acquistare capi ed accessori di 60 marchi della moda e scegliere tra oltre 1000 varietà di vestiti e altro.

Se già alcune riviste hanno scelto di rendersi “shoppable“, integrando attraverso applicazioni di realtà aumentata la possibilità di effettuare degli acquisti direttamente dalla versione cartacea, il titolo di Crowdstar apre nuove possibilità di ricavo per gli editori che, volendo, potrebbero applicare logiche di game design, di gamification, alla versione digitale delle loro testate realizzando un e-commerce non convenzionale sicuramente più coinvolgente [e redditizio?].

Visto che la maggioranza dei periodici italiani non ha ancora realizzato la propria versione per tablet ci penserei seriamente allo spunto offerto da Covet Fashion.

Covet_AppStoreiPad_01

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Giornalisti Digitali & Dintorni

Il Comune di Firenze, in collaborazione con Associazione Stampa ToscanaLSDI, Libertà di Stampa e d’Informazione e Di.gi.ti, presenta “Giornalisti Digitali e Dintorni”, 4 incontri 2.0 per parlare di libri, eventi, storia, e quotidianità del web e per il web.

Gli incontri si terranno tutti i mercoledì dal 26 giugno al 17 luglio dalle 18:30 alle 20:30 presso il Caffè Letterario delle Murate – Piazza delle Murate – Firenze.

Locandina Giornalisti digitali

Come mostra la locandina sopra riportata tocca al sottoscritto inaugurare la serie di incontri con l’arduo compito di provare a dare una risposta all’interrogativo: Riusciranno le edicole ad evitare la fine delle cabine telefoniche? Tema che verrà affrontato partendo dal mio libro: “L’edicola del futuro, il futuro delle edicole. Ovvero che fine farà la carta stampata” del quale Marco Renzi, che presenta ed introduce ciascun incontro, ha pubblicato  un ampio stralcio non più tardi di ieri.

Se riuscite a presenziare all’incontro ci vediamo, con grande piacere lì. In caso contrario potete dare un’occhiata alla presentazione che ho preparato per l’occasione, tenendo presente, come sempre, che le slide sono semplicemente un punto di appoggio al ragionamento.

Infine, se vi garba, come si dice giust’appunto in toscana, potete fare delle domande, o seguire le opinioni di chi sarà presente, utilizzando l’hashtag #giornalaio su Twitter.

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Modelli di Business & “New” Media

Che i mercati siano conversazioni ed il business sia sempre più fatto attraverso le relazioni, la capacità di ingaggiare, coinvolgere le persone, è una cosa apparentemente tanto risaputa che c’è quasi da vergognarsi a tornare sull’argomento.

Hugh MacLeod, come sempre con genialità, ne sintetizza le implicazioni in un’immagine con un’efficacia straordinaria.

Biz_Is_The_Art

La vignetta mi ha fatto tornare in mente l’articolo letto qualche giorno fa: “Consumer Attention – the ‘New’ Media Currency”. Ne riprendo, traducendoli, i passaggi salienti per facilità di lettura.

Oggi molti nel settore della pubblicità ancora non riescono a riconoscere la causalità della frammentazione dei media e la necessità di mezzi automatizzati. Non dobbiamo esigere dai nuovi format di contenuti la possibilità di fornire il tradizionale numero di audience aggregata del passato, ma piuttosto capire che in un mondo di scelte senza limiti e crescente consumo di contenuti, un pubblico di gran lunga superiore attende una comunicazione molto più rilevante e personalizzata da parte degli inserzionisti.

Il passaggio al personal media porta inevitabilmente drammatici cambiamenti e grande opportunità. I personal media permettono ai contenuti di spostarsi, diversificarsi, in bundle, disaggregati, modificati, conservati, aggregati, filtrati, e generalmente ottimizzati per proprio gusto individuale del consumatore. La plasticità del contenuto guida un esplosione significativa nella quantità dei supporti ai mezzi ma riduce anche la dimensione media delle “merci” multimediali. Il cocktail unico di personal media significa che la fornitura di mezzi sorpassa di gran lunga la domanda. Una verità lapalissiana economica è che quando l’offerta supera la domanda i prezzi di equilibrio cadono, e qui sta il problema per l’industria della pubblicità, siamo ossessionati dal prezzo e tuttavia travisiamo la moneta. Siamo fissati sui CPM e ignoriamo qualcosa di molto più prezioso, l’attenzione dei consumatori. Stiamo annegando in un mare di spazi disponibili e nell’insieme incentiviamo la creazione di pubblicità basata sul volume piuttosto che la pubblicità di fondata sull’attenzione.

I personal media suggeriscono che dovremmo riconsiderare ogni nozione circa la tradizionale idea di pianificazione, acquisto, e di misurazione dei media. Le basi di portata e la frequenza devono essere completamente rivalutate. La misurazione dei media deve anche essere revisionata ed i concetti di valutazione delle prestazioni riconsiderati. Se il compito di catturare l’attenzione del consumatore e comunicare la proposizione di un marchio è diventato sempre più difficile, le ricompense per i brand che risolvono il problema sono estremamente alte.

E’ finita, da un pezzo, la “new economy”, benvenuti nella “attention economy”.

coccodrillo megafono

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Italia 2.0

Lo sappiamo, una larga fetta della popolazione italiana non usa Internet ed anche tra chi invece utilizza la Rete vi è un ampio divario in termini di frequenza con poco più di 14 milioni di italiani che navigano quotidianamente. Si tratta di un numero di persone che comunque, anche se inferiore a quello in altre nazioni “evolute”, è di assoluto interesse e che può essere contatta, ingaggiata con quello che viene riassunto nella definizione di digital marketing.

Italia 2.0 è una ricerca condotta da Duepuntozero Research dal 2009 su un campione di 3.000 interviste annue su 2 wave semestrali, di cui l’ultima è stata effettuata a marzo 2013.  Fornisce un enorme numero di stimoli e insight su comportamenti, atteggiamenti e desiderata degli utenti Internet in Italia, rispetto alla presenza e alle iniziative dei brand in ambito Social Media. Nello specifico, approfondisce il rapporto tra utente-web-marche intervistando un campione di 1.500 casi a wave, rappresentativo degli utenti internet italiani, segmentabile per variabili socio-demografiche, di responsabilità negli acquisti e interesse per diverse categorie merceologiche.  I risultati dell’indagine di marzo ed il confronto con quelle dei due semestri precedenti sono stati resi disponibili di recente.

italia20-infografica-marzo13

Si conferma come la navigazione avvenga sempre di più da dispositivi mobili. Informazione, multimedialità e storytelling sono i fattori del successo online. Per gli utenti non è importante il singolo post trovato, ma l’opinione viene formata da un insieme di fattori in grado di far emergere gli orientamenti dell’intera community.

Al di là degli aspetti quantitativi, per i quali si rimanda alla visione della presentazione sotto riportata, quello che mi appare di maggior interesse e la classificazione dei “Social Consumers”. I ricercatori infatti identificano 5 profili con differenti attese e volontà di relazione con le attività di comunicazione social media delle aziende:

• Social Fun (33%): il brand come meeting point

• Brand Peer (21%): il brand come interlocutore

• Practical (17%): il brand come supporto

• Egomaniac (15%): il brand come trampolino

• Emotional (14%): il brand come stimolo

Come sintetizza Federico Capeci, fondatore di Duepuntozero DOXA, l’American Marketing Association sta trasformando e rivedendo la definizione di marketing: TO MARKET > MARKETING TO > MARKETING WITH. Il marketing digitale pone il consumatore al centro come risorsa endogena al processo di creazione del valore. Si abbandona il “tell and sell” del marketing tradizionale e si utilizza un approccio “experience & engagement”.

I processi chiave e gli strumenti del marketing digitale sono ben fotografati dalla mappa realizzata da Gartner che è progettata per identificare le fonti migliori per le specifiche esigenze aziendali al fine di dotarsi di sistemi integrati, che funzionano bene insieme. Buon  lavoro.

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Lezioni dai Blog per il NYTimes

Da alcuni mesi il «The New York Times» sta rivedendo i blog all’interno del proprio sito e molti sono stati eliminati o sono comunque prossimi ad esserlo.

Le ragioni sono state pubblicate in questi giorni da Margaret Sullivan, Public Editor del quotidiano statunitense, figura professionale che, per inciso, non pare esistere in Italia nonostante non vi sia certamente carenza di bisogno in tal senso, che ha chiesto al suo collega Dean Baquet, Managing Editor, Caporedattore del giornale, i motivi di tale decisione.

Spiega Baquet che:

Stiamo ripensando i blog – in realtà li stiamo sempre ripensando. I blog hanno proliferato tempo fa perché sono stati visti come un modo per i desk editor e gli  altri soggetti delle redazioni per entrare nella logica del Web. Ci hanno insegnato un modo diverso di scrivere e di pensare, hanno creato un modo per velocizzare, per snellire la copertura informativa. Ma direi che per come ci siamo evoluti, le sezioni ora si comportano come i blog.

L’evoluzione della specie. Finalmente!

doonesbury unpaid

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