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Murati Vivi

Che il Times avesse perso una ampissima fetta di utenti in seguito al passaggio ai contenuti a pagamento della propria edizione on line è noto.

Ora, oltre ad avere, dopo circa tre mesi, una tendenza consolidata che registra un calo di visitatori del 42%, vengono rilasciate le stime economiche dell’impatto di questa scelta.

In buona sostanza, risulta che pur raddoppiando le cifre attuali di sottoscrizione all’edizione on line, il valore degli abbonamenti on line non supererebbe il 25% di quello che è il ritorno economico dall’edizione cartacea.

Sono gli effetti collaterali di profezie che dimenticano il significato di percezione del valore da parte dell’utente, nei quali molti editori rischiano di restare intrappolati, murati vivi.

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Micropagamenti e Deperibilità della Notizia

Quando ho iniziato a prendermi cura di questa zona temporaneamente autonoma, che convenzionalmente chiamiamo blog, una delle ipotesi che andava per la maggiore era legata all’idea che attraverso un sistema di micropagamenti simile a quello di iTunes si sarebbe riuscito ad ottenere il pagamento delle notizie.

E’ trascorso poco più di un anno da allora e mi pare che l’ipotesi di lavoro sia decisamente meno quotata.

Il motivo è semplice: le notizie sono un bene deperibile non sono come una canzone, un brano, da scaricare da iTunes per goderne più volte anche a distanza di tempo.

Update: Pur non risolvendo il problema di fondo legato ai contenuti, questa pare una soluzione decisamente più interessante.

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MangaNews

Manga No Shimbun è un quotidiano, un vero e proprio giornale [digitale] che utilizza i fumetti, manga, per raccontare le notizie di ogni giorno.

L’ equipe di lavoro è composta da circa un centinaio di disegnatori che collabora in maniera più o meno continuativa. Il sito web d’informazione viene attualizzato tra le 10 e le 15 volte al giorno.

Vengono trattati tutti i temi di attualità: cronaca, sport, gossip, internazionale e, persino, economia.

Formula per attrarre i giovani giapponesi, rappresenta un interessante esempio di adattamento alle necessità del pubblico.

Da imitare!

L’immagine esemplifica come viene raccontato una notizia di tecnologia; nello specifico l’alleanza tra Sony, Intel, Logitech e Google per lo sviluppo della Google TV.

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Volare, oh oh

Su Forbes si traccia un parallelo, tanto interessante quanto stimolante, tra i problemi affrontati dalle compagnie aeree e le attuali difficoltà, relative alla possibilità di ottenere dei ricavi dal web, che l’editoria si trova a combattere.

Nell’articolo di qualche giorno fa, viene analizzato come le le compagnie aeree siano riuscite a far pagare ai viaggiatori quel che erano abituati ad avere gratuitamente, specificatamente il trasporto del bagaglio.

Il paragone con la necessità di far pagare i contenuti on line all’utenza prosegue citando la famosa teoria dei giochi, affermando che si tratta del ben noto problema di coordinamento che si verifica quando due parti potrebbero ottenere un vantaggio facendo la sequenza giusta di scelte che se, al contrario, non effettuate portano ad un peggioramento della situazione.

Secondo l’autore, le edizioni on line possono riuscire a convincere l’utenza a pagare per i contenuti passando dapprima per un modelloibrido” fatto di una parte gratuita ed una a pagamento per successivamente far pagare tutti i contenuti. Ruolo chiave giocherebbero in questo processo quotidiani leader quali il New York Times in grado di traghettare anche i giornali di minore importanza verso il traguardo del paid content.

Lo spunto offerto, come detto, è sicuramente di valore e rappresenta una interessante integrazione rispetto a quanto proposto sin ora sul tema.

Mi pare, però, che sia la prospettiva di partenza da dover essere riconsiderata in questa come in altre ipotesi che sono state formulate sin ora. Fondamentalmente si continua a partire dall’assunto che il problema sia come far pagare le notizie [on line]. Ritengo che la vera domanda debba, invece, essere quali debbano essere i contenuti a pagamento e, soprattutto, su quali basi vi possa essere disponibilità da parte dell’utenza a pagare.

Vale inoltre la pena di considerare che il modello di business dell’editoria si fonda su un mix di ricavi generato sia dal pagamento dei contenuti che dagli introiti; questa peculiarità rende difficile oggettivamente il confronto con altri settori che si tratti di musica, acqua minerale o, appunto, ultimo in ordine di apparizione, linee di aerotrasporto. I paragoni un tanto al chilo sono curiosità che lasciano il tempo che trovano.

Diceva Emil Cioran “sperare significa smentire l’avvenire”, appunto!

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Play Paywall!, The new web game sweeping the newspaper industry

Nieman Journalism Lab ha creato uno strumento, un simulatore, che consente di calcolare l’impatto economico generato dalle barriere all’accesso eventualmente erette dal New York Times, e dai quotidiani più in generale, per far pagare l’accesso ai contenuti on line delle loro versioni digitali.

Il simulatore è settato sui dati raccolti da Neiman Lab con specifico riferimento al quotidiano newyorkino ma è possibile variare i dati ed effettuare una elaborazione a proprio piacimento, variando i cpm per view [settati per default sui livelli alti del mercato], la percentuale di adesioni scomponendola in 5 sottogruppi di utenti e numerosi altri elementi che impatteranno sul risultato finale.

Lo strumento è funzionale e funzionante per lo scopo per il quale è stato creato, ma in realtà rappresenta una modalità geniale di illustrare l’enigma che molti editori, perlopiù senza arrivare ad una decisione, stanno affrontando attualmente.

L’autore, non a caso ironizza, a partire dal titolo dell’articolo, sul dilemma che divide l’industria editoriale per la difficoltà delle prese decisionali che, se favorevoli alla creazione di paywalls, fino a questo momento hanno decisamente portato più insuccessi che altro.

Praticamente tutte le ricerche, in qualsiasi nazione del mondo, hanno confermato che l’utenza non è attualmente disponibile a pagare i contenuti dei quotidiani on line. Talvolta, è proprio il caso di dirlo, si vuole sbattere la testa contro il muro a tutti i costi.

How do you play? First, hit “Turn Paywall On!” From there, “Views before paywall” is the most fun slider, and the number that many paywall discussions focus on. This sets the number of free pageviews (not the same as stories) that are allowed for each reader before requiring them to subscribe. As the number of free views decreases, the net revenue jumps as each audience segment hits the paywall, then falls from lost ad impressions. Somewhere, there’s a sweet spot.  The key to paywall revenue projections is to understand how different portions of the audience are affected differently. The model used in this calculator breaks the audience into five distinct segments. These can be given names such as “Fly-By” and “Daily,” but for accounting purposes each segment is completely described the number of unique visitors (readers), the number of pageviews per month, and the fraction of readers who will subscribe when they hit the paywall. (Of course, in the real world, people aren’t so neatly divisible into segments.)  The main graph shows these five segments as five bars. The height of each bar is the number of pageviews per month for that segment, and the width is the number of readers. Each pixel on this graph corresponds to a fixed number of pageviews times users, and therefore the same amount of advertising revenue. Ads shown to unsubscribed readers are in blue, ads shown to paid subscribers are in red, and ad sales lost due to non-subscribers stopping at the paywall are in gray.  The scroll bar at bottom of the graph zooms the display for better viewing. The calculator starts zoomed in for clarity, but by zooming all the way out you can see that only a very small fraction of readers will be affected by most paywalls. The crux of the paywall issue is that these are also the most valuable readers, the ones that a publisher can least afford to turn away. In terms of ad revenue, one Loyal may be worth a hundred Fly-Bys.  Ad revenue is captured in the “CPM per view” slider, measured in dollars per 1000 pageviews; it can be thought of as the per-ad CPM times the number of ads on each page. Some pages have higher CPM than others, so this value is an average across all pages actually served.  When a reader hits the paywall, several different things can happen. They may subscribe; they may come back next month when they have free views again; or they may never come back. The “Subscribed” and “Never came back” sliders model this.  “Subscribed” is the fraction of the most loyal readers who subscribe when they hit the paywall — that’s the width of those red “paid” bars on the graph. This figure is necessarily a guess, and the real world subscription rate will also vary by segment, with loyal readers far more likely to subscribe. That’s why there are segment-specific subscription rates in the boxes at bottom. The slider up top sets the maximum possible subscription rate, the rate for a segment with a relative subscription rate of 100 percent. Paywall revenue is very sensitive to subscription rate, because every non-subscriber also represents lost advertising impressions.  “Never came back” represents the fraction of the audience that simply disappears when the paywall goes up. Some regular readers will hit the paywall and switch to a source of free news — but even readers who wouldn’t hit the paywall may be lost, because the existence of a paywall can discourage linking. In the Times’ case, they’ve said that articles arrived at via links from other sites won’t count towards paywall metering — but that might just encourage people to browse Times content through an aggregator instead of the front page, which still amounts to a loss of casual readers. In any case, this slider subtracts readers from all segments in the same proportion.  Below the graph are the audience segment definitions. Each of five segments is described by the number of unique readers in that segment, the number of monthly pageviews of each of those readers, and the subscription conversion rate relative to the most loyal readers. The subscription rate slider and the relative subscription rate are multiplied to get the final subscription rate for each segment. A bit tricky, I know, but I wanted to make it possible to visualize global changes in subscription rate with one slider.  The number of pageviews for each segment is also calculated; note that the Loyal and Fly-By readers both represent a large fraction of pageviews. Again, this is the difficulty with a paywall.

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The opposite of open is theirs

Il New York Times risponde ai dubbi, alle domande, dei suoi lettori relativamente alla decisione [che dalla primavera 2010 viene spostata al 2011] di far pagare i contenuti dell’edizione on line del quotidiano.

Visti i risultati di chi ha effettivamente intrapreso la strada del pagamento, non limitandosi alle dichiarazioni d’intenti, non ci sarebbe da stupirsi se nella realtà dei fatti l’idea di far pagare i contenuti non venisse realizzata.

Personalmente ritengo che, al di là di ogni altra possibile considerazione sul tema, le barriere siano concepite nell’ipotesi di non avere una crescita di audience.  Le barriere per definizione costituiscono un limite, un freno.

Sotto questo profilo è di una lucidità straordinaria la sintesi effettuata da David Weinberger che afferma:  << the opposite of “open” is “theirs.” >>. Non credo sia possibile miglior risposta all’idea dei quotidiani di far pagare i contenuti on line.

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Paywalls

Ieri ampio spazio è stato dedicato alle indiscrezioni secondo le quali il New York Times sarebbe in procinto di far pagare i contenuti della propria edizione on line. Ne hanno parlato, tra gli altri, Massimo Mantellini, Vittorio Pasteris, Stefano Bonilli e Massimo Russo che ha effettuato l’analisi di maggior profondità sull’argomento entrando nei dettagli di probabili prezzi e contenuti erogati.

Come rileva The NYTPicker [la versione statunitense di Pazzo per Repubblica dedicata al NYT], la notizia è tutto fuorché uno scoop poiché è da questa primavera che circolano indiscrezioni sul tema rispetto al quale spazio è stato dato anche all’interno del Giornalaio tempo fa.

Già The Economist, in una recente analisi relativa alle prospettive del mercato editoriale, ha definito il 2010 come “The year of the paywall” analizzando le motivazioni degli editori a far pagare i contenuti on line.

Allo stesso tempo vengono divulgati i risultati della ricerca svolta da Harris Interactive per conto di AdWeek che, ancora una volta, come sintetizza la tavola sottostante, mostra come la stragrande maggioranza dei lettori non abbia intenzione di pagare per i contenuti on line.

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Seppure Mediashift abbia pubblicato un interessante resoconto su come il Wall Street Journal utilizzi i social media al di là dei paywall per l’accesso al proprio sito, personalmente ritengo che, al di là di ogni altra possibile considerazione sul tema, le barriere siano concepite nell’ipotesi di non avere una crescita di audience; è anche questa una indicazione non trascurabile sul futuro dell’informazione.

L’ unico vantaggio dell’approccio protezionistico eventualmente adottato da alcuni editori, come enunciato nel precitato articolo di The Economist, è che costringe finalmente a pensare a cosa i lettori davvero vogliano. Un sottoprodotto davvero interessante per il quale è stata creata una check list.

Quale che sia, o meno, l’effettiva opportunità di far pagare i contenuti on line, certamente non riguarda il nostro paese anche per la dimensione del mercato di riferimento.

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