Archivi del mese: marzo 2012

Alla Fame per la Fama

Come molti ricorderanno, dopo la cessione dell’«Huffington Post» ad AOL per la straordinaria cifra di 315 milioni di dollari, una parte dei blogger che scrivevano gratuitamente per la testata all digital più famosa al mondo intentarono una class action pretendendo una parte dei ricavi ottenuti dalla cessione d’azienda sostenendo che aveva raggiunto quel valore, anche, grazie al loro lavoro mai pagato, e reclamandone un terzo.

Il «The New York Times» all’epoca aveva prodotto un’analisi esaustiva che quantificava concretamente il valore economico dei blog dell’«Huffington Post». Nell’articolo, prodotto allora, viene identificato specificatamente il peso dei blog, analizzando il numero di pagine viste sul totale ed i commenti [e dunque la partecipazione dei lettori] per arrivare a quello che potrebbe essere il valore in termini di ricavi pubblicitari. Ne emerge un rapporto di 1 a 20 tra gli articoli retribuiti e quelli gratuiti di blogger che darebbero luogo a revenues pubblicitarie nell’ordine di poco più di 6 US $ ogni mille pagine viste. Un  rapporto decisamente inferiore alla quota di revenues pretesa dalla class action.

A meno di un anno di distanza è arrivata ieri la sentenza, favorevole ad AOL.

Nelle motivazioni il giudice afferma che nulla è dovuto poichè non è mai stato stipulato un contratto oneroso tra «Huffington Post» ed i blogger che sin dall’inizio sapevano che il loro lavoro non sarebbe stato remunerato ed avendo accettato ugualmente nulla è loro dovuto. Il caso è stato licenziato con “prejudice”, dunque non potrà essere impugnata la sentenza o riproposta la causa in altra forma.

Ovviamente positiva la reazione della testata statunitense che esprime soddisfazione per la sentenza e rinnovato impegno nella collaborazione futura con tutti i blogger.

Con lo sbarco in Europa, appoggiandosi ai quotidiani nazionali, dell’HuffPo, già attiva, con buoni risultati, per quanto riguarda la Francia, e attesa imminente per le versioni spagnole, inizialmente previsto a marzo e poi riviato a giugno, ed italiane, per le quali sono già stati scelti i direttori, sarà interessante verificare il peso di blog e blogger nell’impostazione editoriale. Se infatti, a parità di mantenimento della medesima gabbia grafica in entrambe le versioni europee, nell’edizione britannica si nota un largo impiego di blogger, mentre in quella francese pare di gran lunga inferiore. Una differenza probabilmente dovuta sia alla cultura, alla mentalità delle persone che alle differenze nella legislazione nazionale.

Con la legge sull’equo compenso per i giornalisti in dirittura d’arrivo nel nostro Paese, la definizione di blogger, altra “parola scatolone” senza significato che, come noto, non apprezzo a prescindere dal caso specifico,  potrebbe divenire sinonimo di produttore di contenuti non pagato. Un bel tema da affrontare insieme al Festival Internazionale del Giornalismo il mese prossimo.

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Il Futuro dell’Informazione e’ Racchiuso in 8 m²?

Giuseppe Granieri negli ultimi giorni ha scritto di futuro, utilizzando la metafora davvero efficace della differenza tra guidare l’automobile e guidare la moto della quale mi sono già abusivamente appropriato, e dell’industria delle notizie vecchie, quella dei giornali di carta non in grado di personalizzare l’informazione. Articoli tutti da leggere per gli spunti e gli approfondimenti che consentono.

Anche Arianna Ciccone, prendendo spunto dai dati sui quotidiani online e superblog pubblicati in questi spazi ieri, con sapiente humor fa riflessioni molto serie a tutto campo sul futuro dell’informazione. Dati, che seppure non vengano citati esplicitamente, sono fonte di riflessione anche per Luca Conti che sostiene che la causa del calo sia una questione legata al calo di interesse verso il tipo di notizie pubblicate e verso le fonti, i quotidiani online, che le pubblicano.

Interesse ed attenzione sono elementi chiave sui quali si gioca la partita, in termini di proposta di contenuti, del futuro dell’industria dell’informazione, non vi è dubbio davvero.

Da un lato gran parte dell’informazione è light, snack e gran parte degli utenti va sui portali per seguire l’attualità come dimostrano i dati relativi a Vigilio che da solo vale come tutti i quotidiani online in termini di utenti unici e il calo di pagine viste e di tempo di permanenza per le edizioni online dei giornali. Dall’altro lato tutte le evidenze sin ora raccolte confermano che la lettura sulla carta facilita attenzione e memorabilità delle informazioni, questione di grande valore sia a livello giornalistico che altrettanto per quanto riguarda la capacità di attirare investimenti pubblicitari.

Personalmente ritengo che le attese, i proclami apocalittici di scomparsa della carta si confermano essere eccessivi ed enormemente amplificati rispetto alla realtà [da “guru pour cause”?] con stampa e digitale, media tradizionali e digitali, a costituire le due facce della stessa medaglia, entrambi importanti nell’attualità e per il futuro; se dovessi sbilanciarmi direi per almeno i prossimi 50 anni nel nostro Paese.

Un futuro fatto dunque di sperimentazione, in una logica di medio  – lungo periodo, per quanto riguarda l’ambiente digitale nel suo complesso, e di miglioramenti e razionalizzazioni progressive in riferimento alla carta.

Interessante sotto questo profilo quanto pubblicato dal «The Wall Street Journal» che riporta dell’installazione all’interno della Brooklyn Public Library di una macchina in grado di stampare on demand, in pochi minuti, un  intero libro sulla base delle preferenze del lettore. La stampante, della quale allo stato attuale sono state realizzate 70 installazioni, misura poco più di 8 m², e permette alle persone di scegliere da un database di 8 milioni di volumi quale sia il proprio preferito.

La possibilità di effettuare in edicola il servizio di print on demand, consentirebbe la quadra tra desiderio di personalizzazione da parte del lettore e mancanza di redditività che questo ottiene online nella sua declinazione all digital. Grazie alla tanto auspicata, quanto sin ora disattesa, informatizzazione delle edicole il lettore potrebbe, ad esempio, come succede oggi con i preferiti, i bookmark del browser, o con applicazioni dedicate,  salvare le informazioni che trova di proprio interesse e trovarle stampate nel suo quotidiano.

Scriveva Hermann Hesse “Se tracci una riga sul pavimento, è altrettanto difficile camminarci sopra che avanzare sulla più sottile delle funi. Eppure chiunque ci riesce tranquillamente perchè non è pericoloso. Se fai finta che la fune non è altro che un disegno fatto col gesso e l’aria intorno è il pavimento, riesci a procedere sicuro su tutte le funi del mondo”.

Almeno una parte del futuro dell’industria dell’informazione potrebbe essere racchiusa in 8m².

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Disastri Quotidiani

Sono stati diffusi ieri i dati Audiweb relativi all’ audience online del mese di febbraio 2012.

Complessivamente l’audience online nel giorno medio registra una crescita del 7,3%, con 13,8 milioni di utenti attivi. Calano però sia il tempo speso, che passa da 1 ora e 37 minuti a 1 ora e 26 minuti, che le pagine viste, che si riducono a 166 da 202; il tempo per pagina si riduce altrettanto del 7,2%. Dunque, a parità di condizione, vi sono più persone che accedono ad Internet ma, pare davvero, vi dedicano meno tempo, minor attenzione ed interesse.

Allertato da questo campanello d’allarme, ho voluto verificare la situazione di quotidiani e “superblog”, quotidiani all digital, elaborando i dati forniti da Audiweb.

Per le edizioni online dei principali quotidiani nazionali emerge un panorama davvero desolante sia in termini di utenti unici che di pagine viste e tempo per utente. Vi sono cali di utenti unici che raggiungono picchi del – 63,5%, com’è il caso dell’ «Unità», e crollo di pagine viste sino al – 68,7% forte discesa delle pagine viste, – 30,3%, per «Il Fatto Quotidiano» [#], una situazione che nel complesso vede una riduzione degli utenti unici, dei soli quotidiani, dell 1,5% e una debacle per le pagine viste che raggiunge ben il – 20,1%. Riduzione che colpisce anche «Repubblica» e «Corriere della Sera», che da soli valgono oltre il 50% degli utenti.

In controtendenza, vuoi per la nuova linea editoriale apportata dal nuovo Direttore, vuoi per interesse generale verso i temi prevalentemente trattati, confermato anche dal buon andamento dell’edizione cartacea, «Il Sole24Ore» con quasi il 40% in più di utenti unici ed un incremento del 27,8% delle pagine viste.

Buona altrettanto la performance del «Post» di Luca Sofri e di «Lettera43» che confermano la tendenza positiva del mese scorso. Finalmente disponibili rispetto alle rilevazioni precedenti i dati dell’ «Linkiesta» che ha numeri davvero modesti rispetto agli altri due superblog e di «Varese News» che, per avere una connotazione locale rispetto agli altri, merita una menzione d’onore per il numero di utenti che riesce ad attrarre. Si tratta, comunque, nel complesso di valori ancora decisamente modesti sia per numerosità di utenti che per tempo speso per pagina. Gli all digital restano con un peso specifico molto ridotto allo stato attuale.

Tra i portali, infine, spicca Virgilio che stacca decisamente Yahoo e si avvicina minacciosamente ad intaccare la leadership di MSN di Microsoft, entrambi in calo netto.

Quotidiani & Superblog Feb 2012 vs Feb 2011

- Clicca per Ingrandire -

Insomma, nel complesso un mese di febbraio a tinte fosche per l’informazione online del nostro Paese. Se per alcuni la causa potrebbe essere nella fine dell’effetto traino dell’anti berlusconismo, per altri le ragioni sono evidentemente distinte. Vedendo il numero di pagine viste ed il tempo medio per utente, direi, pare essere la conferma degli effetti della “snack information”.

L’evidenza ulteriore di come necessariamente i giornali debbano tornare ad essere  perno centrale degli interessi delle persone, delle loro conversazioni e dei diversi gruppi, delle distinte comunità, sia in Rete che fisicamente. O così o morte, non è un problema di supporto, di piattaforma di offerta, ma di approccio ancora una volta.

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[#] Update: Peter Gomez, mi segnala un errore da me commesso nel riportare i dati 2011 relativamente al «Il Fatto Quotidiano»; alle ore 11.00 l’articolo è stato aggiornato e doverosamente corretta la tebella dell’elaborazione. I dati sono certamente migliori di quelli riportati in precedenza ma non drammaticamente diversi nella sostanza, direi.

Il file di calcolo dell’elaborazione è disponibile, a chi interessasse, su richiesta, mandando una mail all’indirzzo di posta elettronica riportato nell’about.

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Il Decalogo del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Come scrivevo lunedì, «The Guardian», sulla falsariga di quanto già adottato da «El Pais», da un lato, prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori  e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quotidiano la centralità di “luogo” che favorisce il contatto e la relazione  con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi, dimostrando concretamente la fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete.

I giornali devono tornare ad essere  perno centrale degli interessi delle persone, delle loro conversazioni e dei diversi gruppi, delle distinte comunità, sia in Rete che fisicamente come il caso diffuso dei cafè come punto d’incontro con le redazioni esemplifica e come l’open weekend realizzato proprio dal «The Guardian», che ha visto la partecipazione di ben 5mila persone, concretizza ulteriormente e magnifica.

Weekend a porte aperte, come direbbero i ladri di cavalli, i concessionari d’auto, al quale è stato immediatamente dato seguito in ambiente digitale con Alan Rusbridger, editor-in-chief del quotidiano anglosassone, che, ancora una volta, sul sito del giornale e su Twitter, dialogava con i lettori, con le persone interessate a confrontarsi relativamente al giornalismo partecipativo.

Tra le diverse risposte fornite, tutte da leggere con attenzione,  Rusbridger ha diffuso il decalogo del giornalismo partecipativo così come definito, dice, un anno fa dallo staff, dal gruppo di lavoro del giornale.  Decalogo, che poi ha ulteriormente diffuso su Twitter nella giornata di ieri, che per facilitare la lettura ho tradotto:

  1. Stimola la partecipazione. Invita a fornire e/o permette una risposta [#]
  2. Non è una forma inerte di pubblicazione da noi a loro [#]
  3. Stimola gli altri alla partecipazione al dibattito. Possiamo essere followers o leaders. Coinvolge l’altro nella pre-pubblicazione [#]
  4. Aiuta a costruire comunità d’interesse su temi comuni, istante o persone [#]
  5. E’ aperto al Web. Linka e collabora con altri materiali e fonti in Rete [#]
  6. Aggrega e/o edita [“cura”] il lavoro di altri [#]
  7. Riconosce che i giornalisti non sono l’unica voce autorevole, esperta e rilevante [#]
  8. Aspira ad ottenere ed a riflettere la diversità, così come a promuovere valori condivisi [#]
  9. Riconosce che la pubblicazione può essere l’inizio e non la fine del processo giornalistico/informativo [#]
  10. E’ trasparente e aperto alle sfide. Include la correzione, il chiarimento e l’integrazione, l’aggiunta [#]

C’è un undicesimo punto che Rusbridger omette e che invece deve entrare a far parte del dibattito: permette un saving economico grazie alla collaborazione gratuita, non remunerata, del “reporter-lettore”.

Se non prima, ne parleremo sicuramente al Festival Internazionale del Giornalismo il mese prossimo.

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Come Coinvolgere i Giornalisti Attraverso i Social Media

L’influenza dei social media e delle reti sociali non attiene solo a nuove forme di comunicazione e di relazione ma è ormai parte integrante dell’ecosistema dell’informazione. I Blog, Facebook e Twitter, per citare solo i più noti, sono mezzi di ampissima diffusione che selezionano, rielaborano e aggregano notizie, informazioni, costituendo così elemento di integrazione ormai imprescindibile del sistema informativo pur con tutte le distorsioni del caso. Dinamica che vede i giornalisti nel complesso zigzagare tra divieti e socialità della notizia.

Cosa avviene invece quando si ribalta la prospettiva cercando di coinvolgere i professionisti dell’informazione, sfruttando la loro presenza all’interno dei social media per finalizzare azioni di comunicazione d’impresa tipiche delle public relations?

E’ questa la domanda di fondo alla quale ha cercato di dare una risposta la ricerca sviluppata nel corso di questo mese da Text100, agenzia internazionale di pubbliche relazioni, che ha intervistato 72 giornalisti inglesi con l’obiettivo di comprendere appunto come e con quali mezzi sia possibile utilizzare i social media in tal senso.

I risultati, pubblicati ieri, evidenziano la tendenza a privilegiare ancora oggi canali più tradizionali con e-mail, comunicati stampa e consultazione del sito aziendale in testa alle preferenze. Tra i social media i corporate blog sono il mezzo preferito come fonte dalla quale attingere informazioni, elemento che conferma la necessità di investire nella prouzione, raccolta e sistematizzazione di contenuti anche sotto questo profilo.

Nonostante tutti gli sforzi compiuti nel tempo da Facebook resta a Twitter il primato di giornalisti con un account attivato. E’ sempre Twitter, seguito da Linkedin, il media attraverso il quale si preferisce essere contattati, confermando, pur con livelli diversi di maturità e consapevolezza, il ruolo prioritario assunto dalla piattaforma dei 140 caratteri in ambito informativo.

Come scrivono nelle conclusioni gli autori della ricerca, il fatto che i giornalisti non riconoscano nei social media la stessa utilità attribuita a comunicati stampa ed al sito aziendale [che ovviamente dovrà avere un’area dedicata], suggerisce di verificare l’efficacia di utilizzo di tali mezzi da parte delle imprese che forse anche da questo punto di vista dimostrano la loro social media inability.

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Applicare i Meccanismi del Gioco all’Informazione

Proseguono gli appunti, gli spunti, in vista del panel al Festival Internazionale del Giornalismo su “Gamification: Il Coinvolgimento del Lettore è un Gioco.

La gamification nel giornalismo rappresenta non solo una modalità nuova di narrazione ma un modo di coinvolgere il lettore facendogli vivere, facendolo partecipare interattivamente alle notizie e più in generale all’informazione. Personalmente sono convinto che possa, anche, essere un cavallo di troia per riuscire a far pagare l’informazione in ambito digitale vista la propensione esistente ad effettuare un esborso per acquistare i giochi da parte delle persone.

Dopo le mie riflessioni di sabato sul tema, il video di una recente lecture sull’argomento con Bobby Schweizer, co-autore di “Newsgames: Journalism at Play”, ed altri esperti del settore, che analizzano i diversi format  ed i vantaggi che l’utilizzo dei videogiochi possono apportare come elemento di innovazione nella narrazione giornalistica, nella trasmissione di notizie.

Il video dura circa un’ora e, ovviamente, mi permetto di consigliarne la visione integrale. Se proprio non ce la fate almeno i primi 9 minuti sono davvero un must. Se invece l’argomento, come al sottoscritto, vi appassiona e vi coinvolge, potete dare un’occhiata anche a questa mia presentazione effettuata all’ultimo Salone del Libro di Torino, sempre in tema.

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SociAbile

Dalle colonne di «Monday Note» Frédéric Filloux prende spunto dal successo nei numeri dell’applicazione del «The Guardian» su Facebook per sostenere il pericolo di essere dipendenti da altri e parla di sharing mirage.

Aspetto che, partendo dalla partnership con le principali organizzazioni ed istituzioni del mondo dell’arte britannico annunciata dal quotidiano anglosassone, è al centro quest’oggi della mia colonna settimanale per conto dell’ Osservatorio europeo di giornalismo – European Journalism Observatory [EJO].

«The Guardian» infatti, sulla falsariga di quanto già adottato da «El Pais», riporta all’edizione online, al sito web del quotidiano, la centralità di “luogo” che favorisce il contatto e la relazione  con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi dimostrando concretamente la sottile ma fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete, la capacità di vedere oltre.

Buona lettura.

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