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Il Muro del Pianto

Il futuro del giornalismo, e dei giornali è online.

Adesso lo dice anche l’ultimo album di Superman che lascia il suo lavoro al Daily Planet per fondare, si dice, un nuovo «Huffington Post» o «Drudge Report» e c’è anche chi gli spiega, giustamente, le differenze tra lavorare in un giornale tradizionale ed in una redazione liquida.  Storia che in questa settimana ha fatto il giro del mondo presa ad esempio delle evoluzioni in corso.

Se Superman in passato qualche problema di lavoro l’aveva già avuto, un paio di giorni fa la Asociación de la Prensa de Madrid ha aperto “El Muro de las Lamentaciones de los Periodistas” [il muro delle lamentele dei giornalisti]. Muro virtuale in cui si possono inserire video, foto o testi, spazio di denuncia sulla situazione professionale e lavorativa dei giornalisti spagnoli.

Uno dei primi messaggi ad apparire sulla bacheca richiama l’hastag #gratisnotrabajo [non lavoro gratis] popolarissimo su Twitter da mesi.

Le due facce della stessa medaglia della difficile transizione al digitale dei giornali e del dilemma del prigioniero, richiamato nell’articolo di ieri, che come avviene in ogni comparto industriale impatta direttamente sulle condizioni di chi vi lavora[va].

Ad integrazione, si suggerice la lettura di: “What’s Really Killing Print Journalism”, bella analisi sul tema ricca di approfondimenti possibili.

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Il Valore delle Opinioni

Le dichiarazioni di Lucia Annunziata nell’intervista rilasciata a «Prima Comunicazione» di questo mese:

I blogger sono una parte essenziale del nuovo progetto.[…] I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati

hanno fatto il giro d’Italia sollevando un vespaio sia tra i giornalisti, già sul piede di guerra per la tanto attesa normativa sull’equo compenso, che ovviamente tra “i blogger”. Gli amici di LSDI/Dig.it hanno raccolto buona parte degli interventi più significativi sul tema.

Al tempo stesso il «The New York Times» nell’ obituary, nell’articolo di commemorazione per la morte di Arthur Ochs Sulzberger, a lungo [1963-1992] editore del quotidiano statunitense che sotto la sua guida, tra l’altro, ha ottenuto 31 dei 108 Premi Pulitzer, la più prestigiosa onorificenza nazionale per il giornalismo, si chiude con una citazione di Sulzberger:

I think that paper and ink are here to stay for the kind of newspapers we print. There’s no shortage of news in this world. If you want news, you can go to cyberspace and grab out all this junk. […] You’re not buying news when you buy The New York Times. You’re buying judgment. [Non state comprando notizie quando acquistate il NYTimes. State comprando giudizi, opinioni]

Credo che questo sia ancora più vero nella fase attuale dove molto spesso, pur con tutte le limitazioni del caso, il giornalismo partecipativo ed in particolare il video/foto citizen journalism, arriva inevitabilmente prima di giornali e giornalisti sulla notizia il più delle volte.

Come ho avuto modo di dire, il bisogno è di capire non di vedere, l’informazione deve spiegare non mostrare o riportare. Se questo, come credo, è un punto cardine per la qualità dell’informazione, sarà bene riconsiderare il valore delle opinioni.

Sempre in tema, si segnala, ad integrazione delle segnalazioni di LSDI, l’articolo: “Il McHuffingtonPost e i blogger non retribuiti”.

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Alla Fame per la Fama

Come molti ricorderanno, dopo la cessione dell’«Huffington Post» ad AOL per la straordinaria cifra di 315 milioni di dollari, una parte dei blogger che scrivevano gratuitamente per la testata all digital più famosa al mondo intentarono una class action pretendendo una parte dei ricavi ottenuti dalla cessione d’azienda sostenendo che aveva raggiunto quel valore, anche, grazie al loro lavoro mai pagato, e reclamandone un terzo.

Il «The New York Times» all’epoca aveva prodotto un’analisi esaustiva che quantificava concretamente il valore economico dei blog dell’«Huffington Post». Nell’articolo, prodotto allora, viene identificato specificatamente il peso dei blog, analizzando il numero di pagine viste sul totale ed i commenti [e dunque la partecipazione dei lettori] per arrivare a quello che potrebbe essere il valore in termini di ricavi pubblicitari. Ne emerge un rapporto di 1 a 20 tra gli articoli retribuiti e quelli gratuiti di blogger che darebbero luogo a revenues pubblicitarie nell’ordine di poco più di 6 US $ ogni mille pagine viste. Un  rapporto decisamente inferiore alla quota di revenues pretesa dalla class action.

A meno di un anno di distanza è arrivata ieri la sentenza, favorevole ad AOL.

Nelle motivazioni il giudice afferma che nulla è dovuto poichè non è mai stato stipulato un contratto oneroso tra «Huffington Post» ed i blogger che sin dall’inizio sapevano che il loro lavoro non sarebbe stato remunerato ed avendo accettato ugualmente nulla è loro dovuto. Il caso è stato licenziato con “prejudice”, dunque non potrà essere impugnata la sentenza o riproposta la causa in altra forma.

Ovviamente positiva la reazione della testata statunitense che esprime soddisfazione per la sentenza e rinnovato impegno nella collaborazione futura con tutti i blogger.

Con lo sbarco in Europa, appoggiandosi ai quotidiani nazionali, dell’HuffPo, già attiva, con buoni risultati, per quanto riguarda la Francia, e attesa imminente per le versioni spagnole, inizialmente previsto a marzo e poi riviato a giugno, ed italiane, per le quali sono già stati scelti i direttori, sarà interessante verificare il peso di blog e blogger nell’impostazione editoriale. Se infatti, a parità di mantenimento della medesima gabbia grafica in entrambe le versioni europee, nell’edizione britannica si nota un largo impiego di blogger, mentre in quella francese pare di gran lunga inferiore. Una differenza probabilmente dovuta sia alla cultura, alla mentalità delle persone che alle differenze nella legislazione nazionale.

Con la legge sull’equo compenso per i giornalisti in dirittura d’arrivo nel nostro Paese, la definizione di blogger, altra “parola scatolone” senza significato che, come noto, non apprezzo a prescindere dal caso specifico,  potrebbe divenire sinonimo di produttore di contenuti non pagato. Un bel tema da affrontare insieme al Festival Internazionale del Giornalismo il mese prossimo.

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