Archivi del mese: giugno 2009

Spunti e commenti sull’ utilizzo corporate dei social media

L’articolo redatto qualche giorno fa da Stefania Riccio, oltre ad essere ricco di spunti di riflessione e confronto ha innescato un dibattito meritevole di essere approfondito.

In “Dal blog al book” viene sostanzialmente fatta una critica dei social media, con particolare riferimento ai blog, sia in termini di autoreferenzialità quando riconducibili ad una persona, che di utilizzo scorretto o quantomeno fuorviante quando riferibili ad una impresa.

Tesi sposata e rinforzata quasi all’unisono nei commenti e sintetizzata da quelli espressi da Ferruccio Biraghi che afferma: I blog padronali, allo stesso modo di tutto quello che è finalizzato al profitto, sono costituzionalmente rivolti a persuadere. La comunicazione aperta e la costruzione di conoscenza sono aldilà della loro logica d’azione. La degradazione in book è legata agli utili e il modello redattore-lettore ripetono le strutture verticistiche dell’organizzazione di fabbrica, formaggini, servizi, notizie, inserzioni che siano. Seguito subito da Simona Avitabile con: L’abuso della parola community vorrebbe alleggerire la subordinazione delle audience e la primazia delle formule redazionali adottate, copia conforme dei modelli gerarchici delle aziende patrocinatrici, un trucco troppo evidente per convincere sugli obiettivi dichiarati.

Come dicevo, l’argomento è talmente vasto ed articolato che difficilmente può esaurirsi in spazi così ridotti. Tentiamo comunque di ampliare il dibattito e di raccoglierne, spero, gli spunti che verranno approfondendo alcuni aspetti citati in sintesi.

In generale, se da un lato Manuel Castells ricorda che La logica di rete induce una determinazione sociale di livello superiore rispetto a quello degli interessi sociali specifici espressi nelle reti; il potere dei flussi afferma la sua priorità sui flussi del potere , dall’altro Andrea Fumagalli afferma come “Siamo di fronte a un paradosso o meglio ad una potenziale contraddizione: il general intellect consente la creazione di un valore che trae linfa dalla cooperazione sociale, ma che viene distribuito tramite processi di espropriazione sociale”.

Se pensiamo al twitter-giornalismo, per citare non solo un argomento di attualità ma anche un settore economico storicamente al servizio del potere costituito, non possiamo che concordare con la frase citata di Castells. Dall’altro lato, rimanendo nello stesso ambito/settore, è di questi giorni, altrettanto, l’espropriazione effettuata da “La Repubblica” a danno di blogger ed utenti relativamente all’annosa questione delle dieci domande; coinvolti solo per essere sfruttati come amplificatori del messaggio del quotidiano senza coinvolgimento e riconoscimento alcuno da parte degli ideatori della campagna sociale, avvallando così la tesi di Fumagalli.

future-of-social-web

In ambito corporate l’utilizzo dei social media è stato inficiato fondamentalmente – nel nostro paese più che altrove, forse – da sedicenti esperti che pour cause ne hanno declamato e promosso per anni l’adozione presso le aziende, senza che fosse valutato l’impatto da nessun punto di vista. Molto spesso i social media sono stati descritti come la panacea low cost di tutti mali, senza che vi fosse una valutazione di coerenza rispetto al mix di comunicazione e, soprattutto, senza considerare l‘impatto sull’organizzazione interna e la coerenza tra questa e lo stile comunicazione effettuata all’interno dell’ impresa. E’ in questi casi, ahimè diffusi, che devo assolutamente concordare con Stefania Riccio quando afferma che: “Il blog diventa una raccolta di immagini e osanna, simile ai book di presentazione di oggetti, macchine o persone e la modernizzazione apparente finisce con il mostrare la vera identità”.

La storia della comunicazione via internet è lastricata di errori, spesso pagati a caro prezzo. Dalla creazione dei primi siti web alla presenza all’interno dei più noti social network, passando per second life e, appunto, i corporate blog abbiamo compreso, mi auguro, come l’importante non sia esserci ma saperci stare.

I modelli culturali e di comunicazione vanno rivisti e adattati, se necessario rivoluzionati, per uscire dalla logica top down [notare il linguaggio non verbale: quando parla di quanto è importante la rete per Fiat, incrocia le braccia e non guarda nella telecamera, ma divaga con gli occhi da una parte all’altra. Qualcuno potrebbe sostenere che non è molto sincero] ed ingaggiare la conversazione con le persone sul web e fuori da esso.

L’impresa va umanizzata e l’organizzazione interna dell’azienda adattata sia in termini di struttura che di coinvolgimento dei dipendenti. Più forte è il coinvolgimento, maggiore è la flessibilità, che serve alle performance collettive.

Troppo spesso ci si concentra sul mezzo non sul contenuto e le sue implicazioni. E’ ora che la cosiddetta visione olistica venga effettivamente applicata e non solamente declamata come avviene prevalentemente.

Il passaggio al web 2.0 è conclamato, la frattura causata dall’assenza della realizzazione effettiva di << modelli enterprise 2.0 >>, passato – auguriamoci – l’attuale – momento congiunturale potrebbe causare dicotomie e scompensi altrettanto gravi.

Buona parte della mappa è disponibile, non resta che utilizzarla adeguatamente mantenendo la rotta.

Social media specialist

Nota: Sul tema si segnalano due interessanti conversazioni: una innescata dal sottoscritto che ha riportato uno dei commenti all’articolo ed un altra che verte sulla domanda se social media e fatturato siano compatibili.

Articolo originariamente redatto per Iriospark

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La proposta

La crisi conclamata dell’editoria non è più ormai argomento di discussione, mentre bisogna evidentemente centrare l’attenzione sulle modalità per risollevarsi dalla stessa. I margini di miglioramento sono complessivamente talmente elevati che davvero talvolta si fatica a comprendere perchè ad oggi, al di là di ritagli doverosi, non siano state intraprese azioni di miglioramento degne di questo nome.

Da questo percorso non possono essere esclusi ovviamente coloro che sono deputati alla distribuzione ed alla commercializzazione dei prodotti editoriali e, in tal senso, ci auguriamo che l’incontro tra FIEG e le rappresentanze dei giornalai scadenzato per metà luglio sia il meno “politico” ed il più operativo/concreto possibile.

Una rassicurazione sul processo da intraprendere e sui tempi ristretti in cui attuarlo è stata espressa recentemente dal Capo Dipartimento “Media e Editoria” Elisa Grande che ha affermato come: “la riforma, che sara’ condivisa, vedra’ il coinvolgimento “di tutti gli operatori: editori, giornalisti, distributori, edicolanti.

Coerentemente con la “mission” di questi spazi – da giornalaio – alcune proposte dal mio punto di vista al riguardo:

  • Contributi sino ad un massimale di 2000 euro per punto vendita/ragione sociale per l’informatizzazione della rete di edicole. Contributo statale del 70% a fondo perduto e dal 10 al 15% a carico degli editori in ragione del volume d’affari del singolo punto vendita.

  • Censimento e stratificazione dei 35mila punti vendita al dettaglio che coprono il territorio nazionale. A tale riguardo produrrò una specifica proposta dettagliata nei prossimi giorni.

  • Abrogazione della parità di trattamento ed introduzione di un fee [quotidiani esclusi] per l’introduzione di nuovi prodotti editoriali nel canale edicole.

  • Introduzione di incontri mensili a livello provinciale tra giornalai, distributore locale e un editore a rotazione.

  • Creazione di circuiti di comunicazione nazionali, regionali e provinciali che affittino spazi di comunicazione in vetrina e sul banco delle edicole.

  • Riconoscimento di un fee per inserimento campioni di prodotto nelle riviste settimanali e mensili.

  • Creazione di un osservatorio permanente su il futuro dell’edicola e l’edicola del futuro composto da rappresentanti di tutta la filiera.

  • ………………………..le vostre proposte nell’apposito spazio dei commenti [se altrove si prega gentilmente di segnalare, grazie]

the-letter

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Commenti ed indicazioni per il futuro dell’editoria

Nel corso della settimana ho provato a fornire il mio contributo relativamente al futuro dei giornali e dell’editoria più in generale, ponendo l’accento in particolare su due argomenti di attualità quali il twitter-giornalismo ed il pagamento delle notizie on line.

Relativamente al secondo tema proposto, interessante e condivisibile il commento di Gaspar Torriero che sintetizza le ulteriori possibili “derivate” argomentando che: Credo che da quei sei milioni e rotti ricavati dalla vendita dei contenuti online al 10% dei visitatori, occorra sottrarre il mancato guadagno per l’altro 90% che non si becca più la pubblicità. Meno facilmente quantificabile ma altrettanto importante è la perdita di rilevanza nelle ricerche su Google.

L’articolo pubblicato mercoledì sul “Corsera” consente di riprendere ed ampliare il discorso.

Massimo Gaggi in “La rivoluzione di Twitter manda in affanno i media” partendo dall’ hype del momento, parla di come le reti sociali impongano una ridefinizione del giornalismo sia in termini di skills richiesti ai giornalisti, che di attendibilità delle fonti.

Più che il pezzo stesso – senza nulla togliere al diligente giornalista – sono i commenti che sono di vero interesse.

La fotografia che tracciano sullo stato del giornalismo e sul futuro dei giornali è davvero puntuale. Credo che valga davvero la pena di riprenderne la maggior parte per poter – al pari di una ricerca qualitativa – comprendere desiderata dei lettori di quotidiani e aree di miglioramento per l’editoria nostrana. Per semplicità di lettura ho evidenziato i passaggi che mi appaiono più interessanti.

  • Il problema e’ l’ignoranza tecnologica di molti giornalisti. Finche’ non ci sara’ un ricambio generazionale i media inseguiranno. Oggi e’ twitter domani saranno altre tecnologie che sono gia’ qui ma sconosciute ai molti. Twitter e’ nato nel 2006 ed io lo uso da allora, possibile che i giornali lo scoprano solo adesso? Ci vogliono giornalisti competenti o i giornali moriranno, e’ inutile parlare di giornali a pagamento quando ci sono altre opzioni, l’informazione deve essere gratuita, cercate altri modi per far soldi. Non illudetevi, gli utenti di internet abbandoneranno immediatamente tecnologie non gratuite. Vedrete che l’idea di Murdoch per i giornali a pagamento fallira’. FraDolcino

  • Se voglio la notizia nuda e cruda in tempo reale vado su internet, se voglio approfondirla il giorno dopo compro il quotidiano (oppure -meglio- pago per un accesso premium ad internet). Ovvio che se l’approfondimento non approfondisce mi irrito (leggasi non pago). Iuruiuri

  • Come al solito ci si concentra sul mezzo mai sul contenuto. Twitter è sicuramente uno strumento rivoluzionario per la sua semplicità e per il legame che stabilisce tra chi scrive e chi legge ma non è questo a mandare in crisi gli editori. La loro crisi nasce dalla mancanza di generare contenuti interessanti per i lettori. Sentire dalla viva voce di chi è nella notizia più di chi fa da intermediario è la sfida degli editori. Forse il pubblico giovane non vuole più intermediari, non si fida o peggio non ci sono. I giornali, i telegiornali sono un copia e incolla di notizie di agenzie. I vecchi media sono diventati aggregatori di feed. Per raccontare le cose bisogna scendere in strada tra la gente. Lettore_727580

  • Al giornalismo tradizionale sono richieste delle caratteristiche differenti rispetto a un messaggio di 180 caratteri. Ormai non compro o leggo un giornale per avere notizie dell’ultimo minuto ma perché mi aspetto che una redazione con esperienza nel giornalismo mi fornisca pezzi articolati (prendendosi tempo per verificare le fonti, non facendo il copia-e-incolla da Wikipedia), approfondimenti, inchieste di un certo livello. Secondo me cercare di scimmiottare questi nuovi media farà solo peggiorare le condizione in cui si trova oggi la stampa. Batracos

  • Con i Nuovi Media i Vecchi Giornali e Giornalisti potrebbero iniziare a dirci la Verità sui fatti e non a nasconderli come è sempre stato fatto. I Vecchi giornali non sono più credibili ne tanto meno I Vecchi giornalisti. Con i Nuovi Media si rischia un po di confusione ma qualche pezzettino di Verità Vera da qualche parte si trova. Quindi Iniziate a dire la Verità e batterete il Citizen Jounalism. “Questa è la Stampa, Bellezza !” disse Humprey Bogart nel film “L’ultima minaccia”. Andate a rivedervlo è sulle reti P2P. MisterMister

  • È chiaro che le due cose debbano essere integrate. Un messaggino da 140 caratteri è poco più di un avviso. Ad un giornale ‘decente’ si richiede di analizzare le fonti, ampliarle, spiegarle, analizzarle, approfondirle. Le due cose non sono necessariamente in opposizione. Max Paine

  • Mi sembra che si stia paragonando cose completamente diverse tra loro. Un messaggio da 140 caratteri non è una notizia, è un’avviso. “Un’ansa”. Non vuol dire essere informati, vuol dire accontentarsi. Se un ragazzino con il cellulare riprende la morte in diretta di una donna è perchè ha avuto fortuna. Ed ha fregato un bel po’ di soldi a qualche reporter di carriera, che giustamente si sente messo in pericolo (monetario) dalle mini-tecnologie. Poi il problema dell’attendibilità della notizia viene relegato in un trafiletto in fondo al’articolo. Ci credo che questo giornalista ha paura di Twitter. Per FraDolcino: la tendenza va nella direzione opposta; la gente pagherà sempre per ciò che gli interessa. Ale081

open your eyes

I commenti sopra riportati forniscono chiare indicazioni su quali siano i temi e le aree di miglioramento che i lettori si attendono per continuare a fornire loro un [buon] motivo per acquistare informazione degna di questo nome.

Il cosiddetto web 2.0 è fatto di interazione che, come noto, in termini di comunicazione è fatta di erogazione ma anche, se non soprattutto, di ascolto, di scambio. [#]

Gli elementi che i mezzi di comunicazione digitale forniscono quotidianamente sono chiari e puntuali sulla direzione che il pubblico di riferimento, i lettori, si attende. E’ ora che editori e addetti ai lavori ascoltino. Adesso o mai più.

[#] Quasi due anni fa scrissi un articolo dal titolo “Questo blog non è mio” magari prossimamente lo riproporrò vista la morte digitale degli archivi che mi ospitavano al tempo.

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Newsmaking & Troian Marketing

Le notizie sono un prodotto come qualsiasi altro la cui materia prima è la massa infinita e informe di accadimenti che caratterizzano la vita sociale e i cui consumatori sono un insieme di persone diverse che vogliono sia soddisfatta un’esigenza i cui contorni non sono chiaramente definiti. Secondo le teorie più accreditate i media rispondono a uno strano mix di bisogni (informazione, identità personale, integrazione sociale e intrattenimento) diversamente declinati e miscelati nella moltitudine eterogenea dei consumatori. Per questa ragione e per ragioni economiche il giornalismo è improntato a una prospettiva principalmente pratica sugli eventi, finalizzata a riassemblarli rapidamente e darne valutazioni semplici in maniera capace di intrattenere il pubblico e di fidelizzarlo.

"La Repubblica" - 24.02.2009 -

"La Repubblica" - 24.02.2009 -

Per continuare a leggere il seguito, se d’interesse, click on image.

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La simulazione

Nell’ inserto di lunedì 22 giugno il “Corriere della Sera” dedica sia la copertina che le successive due pagine interne all’annosa questione relativa alle news on line a pagamento.

Complessivamente la linea del Corsera appare propendere per una positività rispetto alla effettiva possibilità che vi sia adesione da parte di un numero sufficiente di persone a pagare le notizie dei quotidiani on line. A sostegno dell’ipotesi viene citato, in particolare, uno studio di Boston Consulting Group che dimostrerebbe [il condizionale è d’ obbligo poiché nell’articolo – sigh! – non vi è il link allo studio e neppure sul sito della società di consulenza vi si trova traccia] come la metà dei navigatori sia disposta a comprare un quotidiano in rete anche se a prezzi decisamente ridotti rispetto alla versione cartacea.

Ho dunque immaginato, per amor di ragionamento e per apportare concretezza al dibattito su questo tema, di sviluppare una ipotesi, una simulazione, su quanto complessivamente possa portare alle affamate casse degli editori questa ipotetica area di business.

Per semplicità e sintesi concentriamo il ragionamento sul sito del quotidiano in questione.

Sulla base dei dati disponibili relativi al sito del Corsera che riportano 850mila [853mila per l’esattezza] visitatori unici giornalieri, ed apportando le opportune tarature al 43% di disponibili a pagare i contenuti riportati dallo studio precitato, azzarderemo una simulazione su quale potrebbe essere il ricavo lordo della testata in questione.

Come sa chiunque abbia effettuato ricerche di mercato [si segnala, in particolare, il repeat buying intention trial test] è risaputo che tra il dichiarato e l’effettivo acquisto vi è un gap significativo; ipotizzerei dunque che in realtà coloro che procedano realmente ad acquistare articoli on line possano essere il 10% dei visitatori.

In sintesi, quindi:

Corsera on line

850.000 x 10% = 85.000

85.000 x 0,20€ [ipotesi di prezzo d’acquisto unitario] = 17.000 €/die

17.000 €/die x 30 giorni = 510.000 € mensili = 6.120.000 € di ricavo lordo annuo.

Corsera versione cartacea

500.000 copie x 1 € = 500.000 €/die

500.000 € x 30 giorni = 15.000.000 € mensili = 180.000.000 € di ricavo lordo annuo.

Dunque 6.120.000 € vs. 180.000.000 € sono il 3,4% in più – ammesso che si sommino effettivamente ai preesistenti – di ricavi lordi all’anno.

Il 3,4% lordo è, a mio avviso, un ordine di grandezza che non giustifica né il dibattito, le riunioni ed il proclami sul tema né il rischio collegato all’immagine di marca che tali proclami provocano e provocherebbero al riguardo sul web.

Il 3,4% lordo, sempre a mio parere ovviamente, è una marginalità che può – e deve – essere recuperata ampiamente con interventi mirati sulla filiera della distribuzione editoriale e dell’organizzazione interna alle imprese del settore.

Change

Se avessi dovuto seguire sino in fondo il mio istinto avrei stimato una redemption degli acquisti on line inferiore rispetto a quella che poi ho utilizzato per effettuare i conteggi. Credo, comunque, che anche a livelli diversi il gap tra “carta vs on line” sia talmente ampio da non inficiare sul ragionamento complessivo. Ovviamente come avviene in tutte le simulazioni di scenario si tratta di una ipotesi di lavoro, se aveste dati più precisi e/o opinioni diverse, sarà un piacere – come sempre – accoglierle e confrontarsi al riguardo.

Si segnala, infine, che “a prescindere dal canale e dal mezzo” la qualità vende.

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Le tesi de “Il Giornalaio” riprese dal relatore sui contributi all’editoria della Camera dei Deputati

Non senza una punta d’orgoglio possiamo annunciare che le istanze presentate in questi spazi relativamente ai cinque punti per il rilancio dell’editoria nazionale sono state accolte e sapientemente riprese dal relatore sui contributi all’editoria della Camera dei Deputati.

Giancarlo Mazzucca, infatti, dopo aver confermato la presenza di Bonaiuti all’incontro del quale avevamo reso conto in anteprima nazionale, sottoscrive in pieno le tesi contenute nell’articolo con particolare riferimento al secondo punto relativo alla lettura dei quotidiani nei bar.

L’illustre deputato [già Direttore del quotidiano QN-Il Resto del Carlino] nel suo intervento editoriale “Riformare l’editoria per uscire dalla crisi” di sabato scorso, conferma quanto affermato da “Il Giornalaio”, ribadendo che: è lo stesso discorso dei giornali dati gratuitamente in lettura nei bar e in tutti i locali pubblici: gli editori non possono più permetterselo”.

L’analisi puntuale effettuata dei key factors necessari alla ripresa dell’editoria nazionale non tralascia alcuna delle issue di maggiori attualità, come affermato nel convegno tenutosi recentemente, senza trascurare come oggi gli edicolanti, con la crisi che erode anche i loro incassi, possono essere davvero, diventando in qualche modo imprenditori di se stessi, i giusti terminali degli editori per riuscire ad invertire il trend negativo e, soprattutto, ricordando che non è più tempo dei finanziamenti pubblici a pioggia, ma il governo è, comunque, in grado di aiutare il mondo dell’informazione a voltare pagina.

Sinceramente obbligati ringraziamo per l’adesione alle nostre tesi, ora abbiamo finalmente una certezza per il futuro: la realtà supera sempre la fantasia.

periodismo amenazado

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Twitter giornalismo e convergenza editoriale

Così come era già avvenuto recentemente in seguito al terremoto in Abruzzo, la rivolta in atto in questi giorni in Iran e le censure imposte dal regime di quella nazione hanno rilanciato con prepotenza il dibattito su quello che comunemente viene chiamato twitter-giornalismo.

I social media ed il citizen journalism sono realtà che stanno avendo un impatto sempre più dirompente sui criteri di diffusione e condivisione delle notizie anche se evidentemente resta ancora aperta la questione dell’affidabilità e del controllo delle fonti.

Al di là di regole generali di buona condotta, i modelli in tal senso possono essere di due tipologie fondamentalmente: da un lato può essere demandato il controllo dell’informazione a livello centrale accettando in questo modo l’inevitabile selezione – un esempio è Viedemerde – o dall’altro accettando l’aggregazione come nei casi di Global Voices e Indymedia rendendo, comunque, i responsabili di questi spazi “liable” delle notizie pubblicate al loro interno.

Di fatto è certo che i cittadini chiedano di partecipare ed abbiano la forte aspettativa di essere parte del dibattito, della conversazione, sia in termini di abilitazione a commentare i contenuti forniti, che di erogazione dei contenuti stessi. Il processo in corso è irreversibile.

Su questo tema le avvertenze d’uso relativamente al possibile modello ed agli attori principali coinvolti sono già state redatte con la consueta professionalità e sintesi.

Alla contrapposizione personalmente preferisco la complementarietà ed a modelli di sviluppo alternativi ho sempre [ri]cercato soluzioni complementari. Troppo spesso guardando allo sviluppo del nuovo si rischia altrimenti di dimenticare e perdere quel che di positivo è insito nell’attuale, nel “vecchio”. Credo sia questa la sfida concettuale che l’editoria deve vincere per tornare a convincere e coinvolgere il proprio pubblico di lettori attuali e futuri.

In tal senso una lezione importante viene dal quotidiano spagnolo “El Pais” che puntualmente assolve alla mission dichiarata [el periodico global en e spañol] e da sempre si è caratterizzato per la prontezza, l’innovazione e la partecipazione condivisa con i lettori.

Da qualche giorno infatti nella home page del quotidiano capeggia in bella vista un riquadro di dimensioni importanti – Iran en la red, asì lo cuentas los ciudadanos – che riprende e rende disponibili le news disponibili su twitter relativamente al tema di riferimento.

Una lezione di democrazia digitale e di convergenza editoriale dalla quale non vi è dubbio che vi sia molto da apprendere.

Twitter Giornalismo El Pais

Los ciudadanos que sigan informados, que estén articulados con las nuevas tecnologías y que al mismo tiempo mantengan su cultura y su ciudadanía son aquellos que serán más capaces de producir conocimiento, información y, en último término, valor en una economía de la información y del conocimiento [Manuel Castells]

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