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Creare delle Community NEL Sito del Giornale

Il tempo speso sul sito del giornale è, a mio avviso ma anche di molti altri, un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore. Indicatore che, per essere speculativo viste le difficoltà complessive di monetizzazione, che può essere speso per aumentare il valore di vendita per CPM.

Uno dei modi per aumentare la permanenza sul sito è quella di coinvolgere il lettore rispetto ad attività, ad interessi che facciano appunto sì che abbia voglia di passare una parte crescente del tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera crescente, all’interno dei diversi social network a cominciare da Facebook ovviamente che ormai è un ecosistema a parte, a se stante.

Da questo punto di vista nella maggior parte dei casi la strategia delle testate di corsa a follower e fan è spesso indaguata sia perchè “giocare” in casa d’altri con regole arbitrarie altrui è sempre rischioso che perchè ci si è limitati ad utilizzare questi mezzi prevalentemente in una logica, estremamente parziale e riduttiva, di cross promotion.

Rare le eccezioni a questo modo di procedere se si escludono Eskup di «El Pais» e «The Guardian» con la filosofia open con l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori grazie a #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio e Notice, bacheca virtuale iperlocale in continua evoluzione.

Ovviamente in funzione del posizionamento della testata e delle relative caratteristiche del lettorato le scelte di come procedere possono essere distinte. E’ il caso del «The Wall Street Journal», da un lato protetto da un paywall dal 1997, chiusura tesa alla valorizzazione dei contenuti, oltre che a generare ricavi anche da online/digitale, e dall’altro lato apertura attraverso i social media hanno creato invece di un muro una sorta di cappio di velluto che stringe dolcemente il lettore coinvolgendolo senza soffocarlo.

Il prestigioso, e di successo, quotidiano economico-finanziaro statunistense ha lanciato in questi giorni due iniziative dedicate all’area della tecnologia e delle start up: Startup Journal e The Accellerators. E’ in particolare il secondo ad essere disegnato, concepito come un forum di discussione di confronto con esperti del settore che ogni settimana propongono un tema ciascuno.

Brillante iniziativa verticale, specialistica, che mostra come creare una comunità, come aggregare lettori su temi di loro interesse all’interno del sito della testata. Da prendere ad esempio, adattandone le caratteristiche e le tematiche.

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#NoalEredelPais

Il licenziamento di 129 giornalisti, su un totale di 44o, ad «El Pais» è una pagina triste, dolorosa e dannosa, per il quotidiano spagnolo e più in generale per il giornalismo, non tanto per le discutibili modalità di inviare comunicazione agli interessati un sabato per posta elettronica quanto per le motivazioni e le implicazioni che questa decisione comporta.

Il gruppo Prisa, che nella carta stampata controlla «El Pais», il quotidiano sportivo «AS» e quello economico «Cinco Dias», secondo il rapporto annuale, ha chiuso il 2011, nel suo complesso , assommando tutte le attività che non riguardano solo la stampa, come mostra il grafico sottostante, con un EBIT positivo per 273 milioni di euro [-18.7% vs 2010] e i dati del primo semestre 2012 presentano un EBIT di 109,5 milioni di euro [-25.8% vs stesso periodo 2011].

L’area della carta stampata, le cui vendite pesano il 6% dei ricavi complessivi del gruppo, nel primo semestre di quest’anno genera 169 milioni di euro di ricavi [-20.6% vs stesso periodo 2011], ai quali si aggiungono 25 milioni di ricavi dell’area digitale principalmente riconducibili alla raccolta pubblicitaria per l’edizione online di  «El Pais» e «AS», ed un EBIT di 6,5 milliuoni di euro [-75.5 vs stesso periodo 2011].

Se dunque la situazione è certamente preoccupante vista la forte tendenza negativa generale ed anche della stampa, sia il gruppo che l’area della carta stampata continuano ad essere profittevoli. Una situazione rara di questi tempi che certamente non giustifica le dichiarazioni del Direttore del «El Pais», Javier Moreno, che parla di una situazione nella quale il gruppo Prisa è alla rovina nel tentativo di motivare la richiesta di ERE, di licenziamento.

La crisi del giornale spagnolo non è tanto, o solamente, un problema di business, di ricavi, di audience e di irruzione dei [ex] nuovi media sul mercato, ma è una crisi giornalistica e morale. Una breccia tra impresa, direzione, redazione e pubbblico.

I giornalisti da giorni hanno attivato tutti i canali possibili per manifestare le loro ragioni, aprendo un blog, un canale su YouTube e, in ultimo uno spazio su Change.org dove invitano le persone a firmare una petizione ed a inviarla al Direttore del quotidiano, cosa che, al momento della redazione di questo articolo, è già stata fatta da quasi 8mila persone. Ieri, dopo la diffusione della notizia della comunicazione dei licenziamenti, su Twitter l’hashtag #NoalEredelPais ha ottenuto 4500 mention molte delle quali contengono anche l’invito “unfollow” @elpais.

Adesso il futuro di «El Pais» sarà ancora più difficile. Non per colpa di Internet o del calo delle vendite ma per la rottura della conversazione con i giornalisti e con il pubblico, che assiste e partecipa. Conversazione senza la quale qualunque prodotto, qualunque giornale non ha i presupposti per proseguire.

Come diceva Walter Lippmann ” la qualità delle notizie nella società moderna è un indice della sua organizzazione sociale”. Quando il contratto sociale con i lavoratori, si tratti di giornalisti o altro, con le persone, con il pubblico viene rotto questo diviene un pericoloso segnale di decadenza che va al di là degli aspetti economici ma comporta un impatto anche economico-finanziario.

Che la vicenda del giornale iberico sia, speriamo, di monito, d’insegnamento a quanti stanno rischiando di seguire lo stesso percorso.

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Domande Senza Risposta

Gannet, media company che controlla tra gli altri «Usa Today», ha annunciato, non senza orgoglio, la bontà dei propri risultati economici nel progressivo a fine settembre.  Analizzando il dettaglio si vede come la crescita maggiore sia relativa alla vendita di copie cartacee dei diversi quotidiani controllati dal gruppo e il digitale pesi “solamente” il 13,9% del totale ricavi.

Anche il Presidente di Prisa, gruppo che controlla «El Pais», quotidiano spagnolo che ha accumulato perdite per 200 milioni di euro tra il 2007 ed il 2012, difende la scelta di essere “digital first” ma poi afferma che morirà facendo giornali di carta e che per il digitale nessuno ha un modello di business definito, che per quanto riguarda la redditività della Rete, del digitale, nessuno ha ancora una risposta.

Medesima situazione al «The Guardian» con Andrew Miller, CEO del Gruppo, che altrettanto afferma quanto siano fantastiche le opportunità offerte dal digitale per poi ricordare che la versione cartacea pesa ancora il 70% dei ricavi e che con l’attuale mix è estremamente difficile sostenere un giornalismo di qualità e che è necessario che i giornali trovino fonti di reddito diverse dalle attuali.

The Media Briefing ha pubblicato recentemente una interessante raccolta sulle tariffe alle quali i quotidiani inglesi vendono la loro pubblicità sia su carta che online che evidenzia come sia profondo il gap tra il valore attribuito ai lettori tra la versione tradizionale e quella online con, ad esempio, il «Financial Times» che a listino vende una pagina pubblicitaria a colori a £58,600 [47,557 €] e £86 CPM [69,7 €] per la propria versione online, mentre il «Mail Online», giornale con il maggior traffico al mondo vende i banner a £20 CPM, confermando l’insostenibile leggerezza dell’audience inesitabile.

Sul tema Juan Varela, giornalista e consulente in ambito editoriale, azzarda una previsione dell’evoluzione a medio termine delle attuali fonti di ricavo per l’industria dell’informazione nel suo complesso. Emerge come il 60% dei ricavi, anche nel medio periodo, il 60% dei ricavi sarà generato dalla carta stampata. Annoveriamola come la sesta versione sul futuro dei giornali.

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Nasce El Huffington Post

Come doveroso per una testata all digital è stato annunciato attraverso Twitter che «El Huffington Post» è online dalle 00.42 di oggi.

La versione spagnola dell’ «Huffington Post», al 50% con Prisa, società che controlla canali televisivi, radio e quotidiani in 22 Paesi nel mondo, con un paio di mesi di ritardo, vede dunque la luce. Ovviamente ampia copertura su «El Pais», quotidiano del gruppo.

Stesso “family feeling”, stessa impostazione grafica delle altre versioni con lo splash fotografico della notizia principale a tutta pagina e la disposizione su tre colonne idealmente suddivise in informazioni/notizie, curiosità/gossip e blog, sono le caratteristiche del visual del sito anche per la versione in castellano dell’HuffPost.

Strutttura editoriale snella con 8 giornalisti, oltre alla Direttrice Montserrat Domínguez, e 130 blog/blogger [anche se al momento sono solo 4] per i contenuti delle attuali 5 sezioni.

Leggendo gli editoriali di apertura realizzati da Monserrat Dominguez e da Arianna Huffington non è difficile capire come ad una sia affidata la gestione operativa ed all’altra quella strategica.

Un lancio preceduto da molte polemiche proprio a causa dei blog e della scelta di non remunerare chi li scrive onorato, secondo quanto dichiarava a chiare lettere la Direttrice già un mese fa, da visibilità e prestigio  offerte dalla piattaforma informativa. Continuità ahimè dunque anche da questo profilo del modello che mette alla fame per la fama chi scrive.

Oltre alle considerazioni sull’eticità di intraprendere un’attività a fini di lucro basandosi ampiamente sul lavoro non retribuito, vi sono anche altre ombre all’orizzonte per la versione spagnola e per le altre previste.

Se infatti i numeri dell’«Huffington Post» statunitense sono da capogiro in Europa, sin ora le cose sono andate decisamente meno bene.

La versione per la Gran Bretagna, dopo un inizio deludente che ha portato ad una strategia di ulteriore espansione attraverso la partnership con editori locali, non fa numeri straordinari e il 31% del traffico, delle visite al sito, arriva dagli USA.

Anche la versione francese, realizzata in partecipazione con Le Monde e LNEI [Les Nouvelles Editions Indépendantes], anche se è presto per dirlo a soli 4 mesi dal lancio, dopo una buona partenza ha un trend negativo  e non mancano le polemiche sui vantaggi ottenuti grazie al fatto di essere sorto sulle ceneri di «LePost» e sulla bassa capacità di attrazione che paiono avere gli articoli prodotti dai blogger d’oltralpe che attraggono solamente l’8% del totale delle visite mensili.

Pare insomma che il modello d’importazione funzioni meno bene nel vecchio continente.

In Italia, come noto, in accordo con il Gruppo Espresso-Repubblica, dovrebbe arrivare a settembre la versione per il nostro Paese diretta, anche in questo caso da una donna, da Lucia Annunziata.

Personalmente non posso che ribadire che non abbiamo bisogno di altri modelli di sfruttamento né di soluzioni “pret a porter”, ma di un progetto che possa portare a un cambiamento culturale e organizzativo, che sin ora stenta a prendere piede, del tutto italiano, non importabile sia in termini di processo che a livello di caratteristiche del mercato dell’informazione online nel nostro Paese.

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I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, amministratore delegato di Digital First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fatturato di 1.400 milioni di dollari e 57 milioni di clienti sviluppato con 800 prodotti editoriali tra carta e online, intervistato dal «El Pais» spiega i successi del modello di business adottato dall’azienda da lui diretta.

Un approccio che, come dice già il nome, si fonda sulla priorità data al digitale realizzato sulla revisione completa, iniziata tre anni fa, demolendo completamente il preesistente per ricostruire tutto di nuovo partendo da zero.

Racconta Paton che più un contenuto è condiviso in Rete maggiore è il valore che genera, creando maggior traffico, maggiori visite e consentendo così di monetizzare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivoluzione che passa inevitabilmente per l’organizzazione e per le competenze delle persone inpiegate, che coerentemente con la strategia definita sono tutte con esperienza in ambito digitale, e che si trasforma in valore, in ricavi, con lo sviluppo di una propria piattaforma per la vendita della pubblicità che dopo aver generato il primo anno solamente 800mila dollari realizza ora 1,5 milioni di dollari ogni tre settimane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digital First media conclude con elogi ad Alan Rusbridger e al «The Guardian» per la vocazione all’open journalism e la mancanza di timore nello sperimentare.

Sperimentazioni e creazione di comunità del quotidiano anglosassone che sono parte integrante, a mio avviso essenziale, anche di Digital First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testimonia la realizzazione dei newsroom cafè.

L’evoluzione è quella dai newspaper ai newsbrand come testimoniato dall’inglese Newspaper Marketing Agency, ora rinominata in Newsworks, associazione che mira a valorizzare i giornali presso agenzie pubblicitarie ed investitori pubblicitari, che prende atto del cambiamento, del passaggio ad un ambiente multipiattaforma e, appunto, introduce il concetto di newsbrand, di imprese, di marchi editoriali che offrono informazione, e soluzioni di comunicazione pubblicitaria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di supporti informativi disponibili.

Un passaggio tanto innegabile quanto non trascurabile che dovrebbe essere visto in un’ottica di integrazione, di convergenza anzichè di contrapposizione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Direttore Commerciale, del «The London Evening Standard» che effettua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rilevanza, per il pubblico e per gli investitori, la chiave dell’era digitale. La qualità del discorso definisce inevitabilmente la qualità della conversazione, riportando così l’industria dell’informazione al centro degli interessi delle persone.

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Digital & Open

Anche questa settimana all’interno della mia colonna per l’ European Journalism Observatory prosegue la serie di case studies sulle principali testate giornalistiche del vecchio continente.

Dopo aver analizzato, in ordine cronologico di pubblicazione, «Il Sole24Ore», «Le Monde», «El Pais» ed in ultimo il «Financial Times», questa settimana vengono esaminati i risultati, e le motivazioni degli stessi, di uno dei quotidiani generalisti più autorevoli a livello internazionale: il «The Guardian».

Ad un anno dall’annuncio dell’adozione di una strategia “digital first” il punto della situazione del quotidiano anglosassone.

Stiamo così creando all’interno dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo, credo di poter dire, un archivio liberamente consultabile di diverse posizioni ed approcci al “dilemma del prigioniero“, in modo da fornire a chi lo desideri gli elementi di base per il benchmarking rispetto alla propria realtà editoriale. Ci manteniamo anche noi, così come il «The Guardian», digital e open.

Buona lettura e buon lavoro.

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Il Futuro delle Notizie Secondo Google

Richard Gingras, responsabile di Google News, in un suo recente speech ad Harvard a tutto campo sul futuro delle notizie, dell’informazione. Da leggere con grande attenzione.

Personalmente mi ha particolarmente colpito la parte sul ruolo assolutamente decrescente, in termini di importanza nella strutturazione, nel design del sito web dei quotidiani online, della home page ed, ovviamente, la parte di analisi sul cambiamento delle modalità di distribuzione dei contenuti nonchè dell’advertsing.

Magistrale l’analisi di come i tablet NON salveranno l’industria dell’informazione:

[The iPad is] a fatal distraction for media companies. Too many publishers looked at the tablet as the road home to their magazine format, subscription model, and expensive full-page ads. The format of a single device does not change the fundamental ecosystem underneath it, and this shiny tablet has taken media companies’ eyes off of the ball..

Sempre Gingras, intervistato da «El Pais», parla della necessità dei cambiamenti organizzativi, del mutamento del ruolo dei giornalisti e di come [ri]costruire un rapporto di fiducia tra informazione e persone.

Emerge, o meglio si conferma, come sia necessario conversare di più e pontificare di meno.

Vale per l’industria dell’informazione ma non solo.

Ne parla, anche, Gigaom.

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