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Tanto Rumore per Nulla

Come certamente molti ricordano la settimana scorsa è stato siglato l’accordo tra Google e l’Association de la presse d’information politique et générale, associazione della stampa francese nata nel maggio del 2012 proprio per rinforzare la capacità negoziale nei confronti del colosso di Mountain View.

L’accordo prevede la creazione di un fondo destinato a sostenere lo sviluppo dell’informazione online per un importo nei prossimi 3-5 anni di 60 milioni di euro e segue quello raggiunto a metà dicembre in Belgio del quale non sono però stati resi noti i termini economici rimandando ad una generica collaborazione tra i giornali in lingua francese e Google.

Ora Francisco Pinto Balsemao, Presidente dell’EPC [European Publishers Council], secondo quanto riportato da Reuters,  dice che l’offerta di Google deve essere estesa in tutta Europa. Necessità che tra gli altri anche il Presidente della FIEG, Giulio Anselmi, ha ribadito recentemente.

The Media Briefing, in un articolo sulla questione, parla giustamente di vittoria di Pirro mostrando quale sia l’incidenza dei 60 milioni di euro rispetto al fatturato del settore in Francia ma anche solo rispetto a quello del Figaro Group.

Come spiega Louis Dreyfus, CEO di «Le Monde»: “…questo accordo non cambia il modello economico della stampa e coloro che si basano sugli aiuti, siano essi il fondo di Google o i fondi statali, per tirare avanti sbagliano. I media possono contare solamente su se stessi e sulla capacità di rinnovare la propria offerta per uscire dalla crisi”.

Tanto rumore per nulla.

Google Contributi Francesi

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Digital & Open

Anche questa settimana all’interno della mia colonna per l’ European Journalism Observatory prosegue la serie di case studies sulle principali testate giornalistiche del vecchio continente.

Dopo aver analizzato, in ordine cronologico di pubblicazione, «Il Sole24Ore», «Le Monde», «El Pais» ed in ultimo il «Financial Times», questa settimana vengono esaminati i risultati, e le motivazioni degli stessi, di uno dei quotidiani generalisti più autorevoli a livello internazionale: il «The Guardian».

Ad un anno dall’annuncio dell’adozione di una strategia “digital first” il punto della situazione del quotidiano anglosassone.

Stiamo così creando all’interno dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo, credo di poter dire, un archivio liberamente consultabile di diverse posizioni ed approcci al “dilemma del prigioniero“, in modo da fornire a chi lo desideri gli elementi di base per il benchmarking rispetto alla propria realtà editoriale. Ci manteniamo anche noi, così come il «The Guardian», digital e open.

Buona lettura e buon lavoro.

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I Giornali si Possono Risanare

Continuiamo, continuo, dalle colonne dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo, ad esaminare sperimentazioni e modelli di proposta ai lettori da parte di alcune delle principali testate giornalistiche del vecchio continente, dopo l’analisi della settimana scorsa del «Sole24Ore» ed il contributo di grande valore fornito dalla pubblicazione dello studio del Reuters Institute for Journalism,  è oggi la volta di un giornale generalista di grande tradizione, il francese «Le Monde».

Continueremo, continuerò nelle prossime settimane ad analizzare altre testate internazionale cercando di arrivare nel tempo, attraverso l’analisi di diversi case studies, ad offrire un panorama completo su i diversi modelli di business e le distinte soluzioni che vengono adottate.

Buona lettura.

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L’Uragano dell’Informazione

Come faccio quasi ogni mattina, stavo dando un’occhiata alla versione online dei principali quotidiani quando, arrivato al terzo, qualcosa ha iniziato a stridere, perfino ad infastidirmi, spingendomi ad approfondire.

Ho così verificato che l’apertura, il primo titolo in testa, delle home page di tutti i maggiori giornali europei è dedicata a Irene l’uragano che sta colpendo gli Stati Uniti. Non c’è quotidiano per il quale la notizia principale non sia relativa a questo evento atmosferico eccezionale.

Jeff Jarvis parla di #stormporn ridicolizzando la qualità della copertura giornalistica, ed in particolare quella televisiva, dell’uragano.

Se è possibile comprendere che i giornali inglesi dedichino tanta rilevanza ai fatti poichè per loro la quota di traffico, di visite, che arriva dagli USA è una quota rilevante, che questo avvenga anche per i giornali italiani, francesi e spagnoli desta in me più di qualche perplessità e preoccupazione.

Se la teoria complottista potrebbe rilevare una strategia della disattenzione rispetto ad altri fatti che certamente hanno rilevanza superiore nei rispettivi Paesi, personalmente propendo per una non meno preoccupante omologazione al ribasso.

L’audience driven journalism, il giornalismo che punta tutto sull’attrazione dell’audience, si evolve, pare ad ogni latitudine, in karaoke journalism annullando di fatto le potenzialità di pluralità di visione e di pensiero della Rete in nome degli accessi da vendere agli investitori pubblicitari.

Tutto cambia, nulla muta.

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Il Provincialismo dei Quotidiani Italiani

Che i files relativi a quanto avveniva a Guantanamo diffusi dai maggiori quotidiani internazionali avessero scatenato una sorta di guerra mediatica è apparso subito evidente.

WikiLeaks è diventata non solo simbolo della libertà di espressione ma anche fonte indispensabile per i giornalisti e per attirare visitatori alle pagine delle edizioni online dei quotidiani. Fabio Chiusi sostiene che sia una guerra che fa bene ai lettori che grazie alla  gara al rialzo hanno beneficiato di una copertura informativa più ampia sul tema.

I quotidiani di tutto il mondo dedicano ampio spazio alla vicenda ed in particolare, ovviamente, i giornali che sono “media partner” di Wikileaks danno grande risalto alla documentazione diffusa anche nell’edizione cartacea. E’ Così per El Pais, Le MondeDaily Telegraph ma non per Repubblica, che pure insieme al settimanale L’Espresso figura tra i mezzi d’informazione accreditati dall’organizzazione guidata da Julian Assange, nè per nessun altro dei giornali italiani.

Il dizionario della lingua italiana definisce il termine provincialismo come: arretratezza culturale, chiusura mentale, conformismo, caratteri che si ritengono propri della provincia. Non trovo personalmente miglior descrizione per definire l’orientamento dei quotidiani della nostra nazione, anche, in questa occasione.

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5 Formule per 5 Giornali

“El Pais” inaugura un altro blog: “Periodismo con Futuro” dedicato, come lascia intuire il nome, al giornalismo del futuro ed al futuro del giornalismo. La qualità degli autori, che già avevano aperto un loro canale nel social network lanciato dal quotidiano spagnolo a metà 2010, e la bontà degli articoli pubblicati in questi primi giorni dall’esordio ne fanno certamente una risorsa da inserire nei bookmark.

Nel pezzo di apertura del 07 marzo vengono ripresi gli interventi che i direttori dei cinque quotidiani che hanno diffuso i documenti di WikiLeaks hanno effettuato durante una tavola rotonda sul futuro dell’informazione e la sua sostenibilità.

Sono 5 formule diverse, 5 approcci distinti al tema che confermano come non esista un percorso certo ed univoco ma si sia ancora in una fase sperimentale.

Da un lato “The Guardian” con una filosofia, un modello di web aperto che il suo direttore difende a spada tratta convinto che gli utenti non debbano pagare per i contenuti informativi on line. Dall’altro lato Bill Keller del “New York Times” ed il metered paywall con soluzioni freemium basate sull’intensità di utilizzo e  “Le Monde” con un abbonamento alle edizioni digitali che consente l’accesso ad archivi e contenuti esclusivi.

Su una cosa tutti sembrano concordare: domani leggeremo l’ipergiornale.

Bill Keller – The New York Times:

Javier Moreno – El Pais:

Georg Mascolo – Der Spiegel:

Alan Rusbridger – The Guardian:

Sylvie Kauffman – Le Monde:

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