Archivi del mese: novembre 2012

Il Sole Brilla sulla Carta

Rinnovamenti in corso per gli inserti del «Il Sole24Ore».

Si parte domani con «Plus24», inserto del sabato dedicato a notizie e informazioni per la gestione della finanza personale, che è oggetto di un profondo rinnovamento.  Si passa da 6 a 5 colonne, sulla struttura del “sistema Plus” [Casa24 è stato il primo]. Colore portante il giallo  – come si evince già dalla testata –  fortemente voluto da Adriano Attus, Direttore Creativo del quotidiano di Confindustria, per costruirvi intorno un sistema semplice e chiaro per segnalare al lettore cosa va bene e cosa va male, cosa comprare e cosa vendere [verde/rosso] con una chiave cromatica molto intuitiva.

Tutta l’infografica e il sistema tabellare è stato ridisegnato con una font “numeric” avente spaziatura e dimensione “tabellare” non proporzionale  Whitney Numeric e la font portante è la font custom Sole disegnata da Luciano Perondi. Qui sotto, in anteprima, il mock up di come sarà il design dell’inserto da domani.

Interessante anche la campagna di “teasing” pre lancio su Twitter partita mercoledì 28 ed ancora in corso, fatta di piccoli indizi, una “mini-gamification”, che sollecitano le persone a scoprire le nuove caratteristiche dell’inserto.

Novità in vista anche per «Domenica», il dorso culturale del giornale che tratta e approfondisce temi inerenti l’arte, la poesia, la letteratura, la filosofia, il teatro, il cinema, la pittura, l’antiquariato, l’architettura e il design, che in occasione del suo trentennale raddoppia i contenuti e raddoppia l’appuntamento.

A partire da domenica 2 dicembre, l’inserto domenicale si arricchisce della nuova sezione “Domenica da collezione”: dalla bibliografia al mercato dell’arte, dai memorabilia ai viaggi d’autore e saranno 8 le pagine in più. Al mercoledì due pagine di “anteprima” sulla cultura della domenica e in regalo una copia anastatica di una copertina storica del dorso oggetto di un profondo restyling a fine 2010.

Per l’occasione «Il Sole24Ore» sceglie il premium price e mantiene un prezzo di copertina di due euro, al quale si era già portato offrendo obbligatoriamente i libretti a 0,50 €. I libretti non ci saranno più ma resta il prezzo a 2 euro. Una scelta che mi sento di condividere e che non credo inciderà più di tanto sulle vendite del quotidiano ma sicuramente consentirà un recupero contributivo interessante.

 

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Rendere Obsoleta la Censura

Reporters Without Borders ha annunciato il lancio di una nuova iniziativa volta alla pubblicazione esclusivamente di contenuti censurati. Il progetto è stato co-finanziato dall’Unione Europea e dal Comune di Parigi

Su “We Fight Censorship”, questo il nome dato all’iniziativa, dopo una verifica preventiva da parte dello staff di RWB, vengono pubblicati contenuti che sono stati censurati, bannati o che hanno dato luogo a rappresaglie contro gli autori siano essi giornalisti o meno. Il sito web ospita contenuti sia testuali che multimediali [foto, video, audio] nella loro lingua originale qualunque essa sia che poi vengono tradotti in inglese e francese ed eventualmente da documentazione di supporto.

Il sito web è costruito per essere duplicato [“mirroring”], così come era avvenuto inizialmenente anche per WikiLeaks, e, ovviamente, viene garantito l’anonimato a chi invia il materiale attraverso una “cassaforte digitale”, un sistema protetto di invio dei files. Allo scopo esiste una specifica sezione che rende disponibile un kit di sopravvivenza online con materiali e spiegazioni ed un’altra che sintetizza le principali forme di censura in Rete ed i principali Paesi coinvolti.

Sul sito sono già presenti contenuti relativi a casi in diverse nazioni del mondo quali Vietnam e Bielorussia passando per Iran e Chad, tutte nazioni inserite da Reporters Without Borders tra i nemici di Internet.

L’obiettivo è quello di rendere obsoleta la censura dimostrando che privare di libertà d’espressione chi produce contenuti, informazione, non ne previene comunque la diffusione, anzi ne amplifica la portata come dimostra il ben noto “effetto streisand”. Impossibile, almeno per quanto mi riguarda, non condividerne lo spirito.

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Giornalismo Post Industriale

E’ stato diffuso ieri “Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present”, rapporto della Columbia Journalism School, redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky, sullo stato del giornalismo e dell’editoria.

Il rapporto si basa su 21 incontri svoltisi ad aprile 2012 e sulle esperienze, di altissimo livello, dei tre autori che infatti, nel primo paragrafo dell’introduzione, spiegano che si tratta “in parte di indagine e in parte di un manifesto sulle attuali pratiche del giornalismo”, continuando “[il rapporto] non è sul futuro dell’industria dell’informazione, sia perchè una gran parte di quel futuro è già qui adesso che perchè non esiste più l’industria dell’informazione”

Il rapporto, liberamente scaricabile, si articola in 5 sezioni: introduzione, giornalisti, organizzazioni, ecosistema [dell’informazione] e conclusioni per un totale di 122 pagine tutte da leggere. Molto difficile farne una sintesi per il modo con il quale è stato concepito e scritto. Qui di seguito gli elementi, gli aspetti che personalmente mi hanno maggiormente colpito.

Introduzione:

Citando William Gibson, considerato l’esponente di spicco del filone cyberpunk, gli autori ribadiscono che “il futuro è già qui, è solamente distribuito in maniera non uniforme”. Vengono espresse forti preoccupazioni sulla riduzione della qualità dell’informazione statunitense e la convinzione che tendenzialmente le cose peggioreranno sotto questo profilo, auspicando che il rapporto possa essere utile a frenare questo decadimento evidenziando strumenti, tecniche e metodologie attualmente disponibili che dieci anni fa non lo erano.

Cinque i punti chiave:

  • Il giornalismo è rilevante
  • Il “buon giornalismo” è sempre stato sovvenzionato
  • Internet ha rotto la parte di sovvenzione, di finanziamento, del giornalismo che era rappresentato dall’advertising
  • La ristrutturazione è dunque forzata, inevitabile
  • Ci sono molte opportunità per fare un buon lavoro giornalistico in nuovo modi

Giornalisti:

Comprendere la disgregazione nella produzione delle notizie e del giornalismo e decidere dove le risorse umane, lo sforzo, devono concentrarsi per essere efficaci è vitale per i giornalisti. Per comprendere quale possa essere il ruolo più funzionale, più utile dei giornalisti nel nuovo ecosistema dell’informazione è necessario dare risposta a due domande di fondo:

  • Cosa fanno, o possono fare, di meglio i “new comers” rispetto a quanto veniva svolto dai giornalisti nel vecchio sistema mediatico
  • Quale ruolo possono i giornalisti stessi svolgere, assolvere, meglio

Con l’avvento dei social media, di Twitter come newswire, del giornalismo partecipativo…etc, i giornalisti non sono stati ripiazzati ma riallocati ad un livello superiore della catena editoriale, passando [o dovendo passare inevitabilmente, aggiungo io] dalla produzione iniziale di osservazione della realtà a quella che pone l’accento sulla verifica e l’interpretazione, dando un senso al flusso di testi, audio, foto e video prodotti dal pubblico.

In tal senso i punti chiave sono:

  • Accountability: Attendibilità, responsabilità del giornalista, del giornalismo
  • Efficiency: Efficienza, in antitesi alla semplice disseminazione di informazioni
  • Originality: Originalità, a livello di capacità di comprensione [e divulgazione] della realtà
  • Charisma: Carisma. Le persone seguono persone, essendo “umani” i giornalisti si ritagliano un ruolo più potente nel nuovo ecosistema informativo.

Il rapporto, in quest’area, prosegue elencando gli “hard skill” necessari ai giornalisti e fonendo numerosissimi esempi al riguardo. In particolare si evidenzia la necessità di specializzazione, la capacità di leggere [e saper aggregare e interpretare] dati e statistiche, comprensione di metriche e audience, programmazione.

Particolare enfasi viene posta alla necessarie capacità di project management da parte dei giornalisti poichè nell’attuale ecosistema, ed ancor più in quello che è ragionevolmente prevedibile, i giornalisti sono, dovranno essere al centro di un sistema di produzione dell’informazione che dovranno coordinare, governare. Le differenze chiave rispetto al passato sono:

  • Deadlines e formati sono senza limitazioni
  • La locazione geografica perde di importanza nel processo di creazione e consumo delle informazioni
  • Lo stream “live”, in tempo reale, di dati e l’attività social delle persone forniscono nuovi materiali da filtrare
  • Il feedback in tempo reale influenza le storie e la sua narrazione
  • Gli individui, le persone, diventano più importanti dei brand

Organizzazioni:

Le organizzazioni editoriali sono caratterizzate da tre fenomeni che nella maggior parte dei casi accadono simultaneamente: declino e collasso, rinascita e, soprattutto, capacità adattativa, adattamento al nuovo sistema.

Le organizzazioni producono fondamentalmente due tipologie di informazione: generica, relativamente ad eventi di pubblico dominio, e specialistica, realizzata per avere un impatto su altre organizzazioni sociali. La confusione e la tendenza giornalistica a combinare questi due aspetti della produzione di informazione rende difficile stabilire quale delle due sia prioritario preservare.

Secondo gli estensori del rapporto, quello che è mutato non è la dimensione dell’audience [termine che personalmente, al pari di target, abrogherei definitivamente] ma il modo di relazionarsi tra le organizzazioni e l’audience, tra giornalismo e la sua immagine dell’audience.

Viene elencato, ancora una volta con una ricchezza di esempi concreti straordinaria, cos’è e come si compone il capitale simbolico delle organizzazioni, e stressato il cambiamento nell’aspetto reputazionale in declino. Ampio spazio è dedicato ai cambiamenti sia organizzativi che tecnologici all’interno delle redazioni e per ciascun aspetto vengono formulate delle raccomandazioni conclusive, anche in questo caso, tutte da leggere.

Si evidenziano i due “dilemmi” di fondo che caratterizzano il giornalismo del 21esimo secolo. Da un lato il tanto discusso impatto di Internet e la lentezza di adattamento da parte delle organizzazioni. Dall’altro lato il meno dibattuto aspetto delle nuove forme di produzione delle notizie, dai “curated Twitter feeds” di Andy Carvin a tutte le altre forme e formati di cura dei contenuti complessivamente tanto sottoutilizzati quanto sottovalutati attualmente.

Come sottolineavo non più tardi di ieri, si richiama la necessità di identificare una pluralità di fonti di ricavo che badano oltre il binomio attuale.

I prodotti editoriali dovranno, devono, essere “hackerabili”, essere riutilizzabili il più possibile su altre piattaforme, altri device, in nuove storie e persino da altre organizzazioni editoriali. Elemento che, oltre a condividere assolutamente, evidenzia quanto anacronistica e di retroguardia sia l’attuale, ennesima, battaglia contro Google.

Ecosistema:

L’effetto principale dei digital media è che non c’è un effetto principale. Il cambiamento apportato dalla Rete, dagli smartphones e dalle applicazioni costruite è costi vasto e variegato da rendere impossibile l’identificazione di un solo elemento chiave.

L’importanza dell’informazione non sta scomparendo. La rilevanza di operatore professionali che vi si dedicano, i giornalisti, neppure va scomparendo. Quello che sta scomparendo è la linearità di processo e la passività dell’audience.

Parlare di un nuovo ecosistema dell’informazione significa riconoscere che attualmente nessuna organizzazione è padrona del suo destino. Relazioni stabilite altrove nell’ecosistema definiscono il contesto di ogni organizzazione; i cambiamenti nell’ecosistema mutano il contesto. Sul tema riporto testualmente un estratto che mi pare estremamente efficace nel descrivere la situazione:

The arrival of the internet did not herald a new entrant in the news ecosystem.

It heralded a new ecosystem, full stop. Advertisers could reach consumers directly,without paying a toll, and it turned out many consumers preferred it that way.

Amateurs could be reporters, in the most literal sense of the word—stories from the Szechuan quake to Sullenberger’s Hudson River landing to Syrian massacres were broken by firsthand accounts. The doctrine of “fair use,” previously an escape valve for orderly reuse of small amounts of content among a small group of publishers, suddenly became the sort of opportunity that whole new businesses of aggregation and re-blogging could be built on top of. And so on.

Anderson, Bell e Shirky negano l’imprevedibilità, spesso sostenuta per spiegare l’attuale crisi, richiamando previsioni sull’effetto di Internet per l’industria dell’informazione che partono addirittura dalla fine degli anni ’80.

I tentativi di reinstarurare il vecchi status quo oltre ad essere inutili sono persino dannosi. Ovviamente le organizzazioni devono fare ciò che possono, che sono capaci, per migliorare i loro ricavi ma la linearità, l’affidabilità dei ricavi del 20esimo secolo sono andati. Per i giornalisti e per le organizzazioni il controllo dei costi, la ristrutturazione verso un maggior impatto per ora o dollaro [anche euro ovviamente, eh] investito sono la nuova norma di un’organizzazione editoriale efficiente, il percorso che gli autori definiscono, da cui il titolo del rapporto, giornalismo post industriale.

Giornalismo post industriale che si basa su quanto richiamato nel capitolo relativo alle organizzazioni della perdita di controllo sul processo.

L’esplosione di fonti d’informazione e la riduzione dei costi di accesso alle stesse costitusce elemento saliente dell’aspetto a rete, “networked” delle notizie. Viene utilizzata l’evoluzione della televisione, storia negli Stati Uniti ed ancora in corso nel nostro Paese, per esemplificare e suggerire la specializzazione, il presidio di nicchie, di argomenti che interessano e coinvolgono gruppi relativamente ristretti di persone che Internet rende possibile.

C’è uno spazio per notizie veloci, breaking news, uno per analisi di moderata profondità ed uno per quelle dettagliate; c’è, anche, uno spazio per il long form journalism lontano dalla esasperazione della velocità informativa.

Conclusioni:

La sfida principale non è tanto comprendere il futuro quanto avere la capacità di adattarvisi. Nel 2020 continueranno ad esistere, ad esempio, il «Los Angeles Times» o la CNN, ma questa continuità sarà accompagnata dalla riconfigurazione di ogni singolo bit del contesto mediatico in cui operano, in cui opereranno.

Più persone consumeranno, fruiranno, maggior informazione da fonti diverse ma poche di queste saranno di “interesse generale”, generaliste. Aspetto che, se posso dirlo, evidenziavo nelle conclusioni relativamente alle 8 case studies realizzate per l’European Journalism Observatory qualche mese fa.

Aumenterà ulteriormente la variabilità. Non stiamo passando da grandi organizzazioni a piccole e neppure dal giornalismo “lento” a quello “veloce”, le dinamiche sono contemporaneamente su più assi.

Gli autori in questo scenario concludono con una raccomandazione tanto sintetica quanto sfidante: survive.

Ovviamente non posso che raccomandare la lettura integrale del rapporto poichè la mia sintesi è inevitabilmente parziale. Se non aveste tempo o voglia di farlo un’altra sintesi è stata effettuata da Nieman Lab in “Post-Industrial Journalism: A new Columbia report examines the disrupted news universe”. Certo che se siete davvero arrivati a leggere sin qui, magari può anche essere interessante rilevare comunanze e differenze tra le due, e tra quelle che certamente verranno.

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Dal Piedistallo allo Sgabello

Alan Mutter ha pubblicato ieri il grafico di sintesi dell’andamento dei ricavi pubblicitari, sia carta che online, dei quotidiani statunitensi dal terzo trimestre del 2006 ad oggi.

Il grafico evidenzia oltre al noto declino dei ricavi dalla carta stampata un divario enorme tra la crescita generale degli investimenti pubblicitari online e quella relativa specificatamente ai giornali online. Se non è esattamente come nel 2006, certamente sia la tendenza che i valori assoluti mostrano come le attese dell’esplosione dei ricavi dalla vendita di spazi pubblicitari online siano state ampiamente disattese per quanto riguarda i quotidiani che sono cresciuti del 18% in un mercato che è più che raddoppiato nello stesso periodo

Tendenza che era emersa con chiarezza già dalla presentazione dei risultati di “World Press Trends”, indagine che riassume le tendenze dell’industria dell’informazione riepilogando i dati sulle vendite di giornali in 150 nazioni nel mondo ed i ricavi pubblicitari in 90 Paesi, pari a circa il 90% del totale dei proventi, presentata durante il 64° convegno internazionale della World Association of Newspapers and Publisher.

E’ ormai certo che, contrariamente a quanto fosse stato ipotizzato, nell’evoluzione verso il digitale le testate d’informazione non potranno complessivamente basare le loro attese di ricavi esclusivamente dalla vendita di spazi pubblicitari. Il modello vendite/abbonamenti e pubblicità non è sostenibile, non garantisce lo sviluppo, in alcuni casi neppure la sopravvivenza, come testimonia la chiusura del «Financial Times Deutschland» che, ahimè chiuderà i battenti definitivamente senza neppure ipotizzare un passaggio ad una versione digital only.

Si tratta, in termini figurativi, di passare dal piedistallo allo sgabello, di immaginare un insieme di fonti di ricavo che vadano al di là del binomio attuale.

Attualmente molte ipotesi di recupero contributivo, anche in Italia, si stanno concentrando sull’adozione del paywall, di un muro, più o meno penetrabile, che costringa il lettore a pagare per leggere così come è sempre stato per l’edizione cartacea. Ipotesi che non pare funzionare allo stesso modo per tutti come mostra l’infografica pubblicata da Mashable. Personalmente ritengo possa essere di gran lunga più interessante, e perseguibile, la vendita di singoli articoli, come da tempo avviene su Amazon, superando il concetto antiquato legato all’edizione cartacea di vendere il contenitore invece del contenuto.

Sempre in termini di contenuti possono essere diverse le soluzioni come è il caso di NewsCred, o della creazione, redditizia, dell’area di business intelligence del «The Economist» o, ancora, per restare in Italia, dell’andamento positivo di training & events per «Il Sole24Ore»

Ovviamente non può esistere un modello unico. Si tratta di analizzare posizionamento e pubblico della testata, sia su carta che online, per verificare quali proposte possano essere d’interesse per le persone e per le imprese.

Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento. Mi pare sia assolutamente preferibile la seconda ipotesi.

Sul tema, anche se più orientato ai giornalisti che non ai giornali, si suggerisce la lettura di “New Ways to Make Journalism Pay”.

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Live Blogging: Content Curation & Coinvolgimento del Lettore

Una ricerca svolta del dipartimento di giornalismo della City University of London, che ha analizzato la produzione, la forma e il contenuto di 146 liveblogs pubblicati tra l’aprile 2011 e il giugno 2011 sul sito del «The Guardian», mostra che  tempi di lettura dei live blogs hanno prestazioni decisamente superiori rispetto ai classici elementi statici quali una foto gallery o un articolo, con minuti spesi in pagina di gran lunga maggiori rispetto alle altre due categorie, più tradizionali, prese in considerazione.

Le implicazioni sono sia giornalistiche che economiche.

Ne parlo quest’oggi nella mia rubrica settimanale per l’European Journalism Observatory. Buona lettura.

Da leggere, sempre basati, anche, sui risultati dello studio, “Readers like it live and the beautification of news” pubblicato sul sito di International Journalism Festival 2013 e “Why liveblogs outperform other online news formats by up to 300%” pubblicato da Journalism UK.

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Condivisioni Quotidiane

«Un paese più informato è un paese più democratico» è una piattaforma, creata da Cemit DS, in cui si trovano aggregati tutti i tweet italiani contenenti il link ad uno dei principali quotidiani online.

Il layout mette in evidenza una rappresentazione grafica del numero di condivisioni di ogni quotidiano, negli ultimi sette giorni e in totale. Il grafico rappresenta visivamente quale dei quotidiani è più condiviso. Nella colonna a sinistra è invece possibile visualizzare le condivisioni  del singolo quotidiano evidenziando chi ha condiviso cosa su Twitter.  Selezionando il singolo quotidiano è inoltre possibile vedere chi ha condiviso cosa su Twitter.

Viene  visualizzata l’analisi degli ultimi 7 giorni e totale [dal 21/10, giorno in cui è iniziata la rilevazione], opzione che è possibile selezionare dalle linguette in alto. Dalle linguette in basso invece si possono selezionare due variabili: il numero di utenti a tweettare e il numero di tweet totali, la differenza in questo caso è rappresentata dal numero di utenti unici e quellli, invece, che fanno più di un tweet.

Iniziativa utile e interessante, anche per i presupposti su cui si fonda di promuovere l’informazione come strumento di una democrazia sana, argomento “caldo” di questi giorni. Bravi.

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Strumenti Gratuiti per il Monitoraggio di Twitter

Monitorare la concorrenza e misurare i suoi, ed i propri, risultati è un’attività indispensabile, che ahimè soprattutto dalle piccole e medie imprese viene svolta in maniera approssimativa o, addirittura, non effettuata del tutto [con tutte le eccezioni che la generalizzazione comporta, ovviamente].

Per quanto riguarda social network e social media vi è ampia disponibilità di strumenti gratuiti che possono aiutare a fare un monitoraggio, un’analisi delle performance. Come sempre si tratta di tools che evidentemente non sono paragonabili che quelli a pagamento ma possono comunque aiutare a farsi un’idea.

Con Twitter in fortissima crescita nel nostro Paese, ho scelto di segnalare oggi uno strumento che consente di fare un buon monitoraggio sia del proprio account, personale o aziendale che sia,  che di qualunque altro account iscritto alla piattaforma di microblogging da 140 caratteri.

Twitonomy, che a mio avviso è uno dei migliori disponibili gratuitamente, fornisce una visione sufficientemente completa.

La dashboard permette di visualizzare una sintesi del proprio profilo, o di quello altrui, con il numero di tweet alla data, numero di followers e di persone seguite,  il numero di liste a cui è stato iscritto quel profilo, visualizzando anche nella stessa pagina su due colonne i prprio tweet e quelli delle persone che si seguono.

Il profilo visualizza il numero medio di tweet al giorno, quanti e quali sono stati retwittati indicando anche la ratio, la percentuale rispetto al totale [dato che in qualche modo può essere indicatore dell’attenzione, dell’interesse che si suscita], il peso numerico dei followers, l’analisi delle interazioni in termini di retweet, risposte e mention. Fornisce inoltre le statistiche su quali hashtag siano maggiormente utilizzate, le piattaforme usate per twittare, giorni e orari dei tweet. Alcuni di questi dato possono essere esportati in un foglio elettronico per ulteriori analisi, elaborazioni.

A titolo esemplificativo qui sotto i dati di @repubblicait.

– Clicca per Ingrandire –

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Una parte viene specificatamente dedicata a mention e retweets. Oltre ad essere fornito l’elenco completo, ne viene indicato in un grafico l’andamento giornaliero, quali account, quali persone hanno effettuato il maggior numero di mention e RT dell’account preso in considerazione e quale il loro “peso” numerico. Dati che possono anche essere visualizzati su una mappa [ e l’elenco dei luoghi] per vedere la loro localizzazione geografica; questo potrebbe interessare, ad esempio, un azienda che attraverso Twitter voglia comunicare a livello internazionale.

Infine, sono forniti il dettaglio di tutti coloro che seguono e che vengono seguiti dall’account Twitter preso in considerazione nonchè le liste. Tutte le informazioni fornite sono interattive e la ricerca, l’analisi può essere fatta anche per hashtag.

Tenendo sempre presente che certi numeri hanno un valore inferiore a quello che gli viene spesso attribuito, Twitonomy, soprattutto se utilizzato per paragonare più utenti, più account tra loro può essere uno strumento utile.

Diceva Albert Einstein che “non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato”, vale la pena di tenerlo comunque presente. Buon lavoro.

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