Archivi del mese: novembre 2012

La Gamification dell’Informazione Funziona

Come ben sappiamo le condivisioni sui social network sono un elemento essenziale nell’attuale ecosistema dell’informazione.

Non si tratta soltanto di un elemento di traffic building, come spesso erroneamente si ritiene, ma di un parametro significativo dell’interesse e dell’attenzione nei confronti della testata e degli articoli, dell’informazione della testata stessa.

Le condivisioni sui social network creano brand awareness, notorietà di marca, e costruiscono fiducia, grazie al passaparola online degli utenti, delle persone, sul valore del giornale.

Segnalavo il 15 novembre scorso alcune prove tecniche di gamification dell’informazione realizzate dall’edizione online di «La Repubblica», una delle quali era, è, Politmero, gioco che permette di scoprire a quale dei sei candidati alle primarie del PD si è più vicini, politicamente più affini.

A distanza di una settimana, secondo il monitoraggio realizzato da Human Highway, società di ricerche di mercato online che ha messo a punto uno strumento di misurazione delle condivisioni, su Twitter, Facebook e G+ per articolo per ogni testata, è proprio Politmero l’articolo che ottiene il maggior numero di condivisioni [20.820 al momento].

La gamification dell’informazione funziona.

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Il Basso Livello di Coinvolgimento dei Quotidiani Online Italiani

Si è tenuto la scorsa settimana A-Day, Advertising Day Italia, evento annuale per fare il punto sulle tendenze del settore dell’advertising online.

Al suo interno Chiara Galli, Head of Business Development Italy di ComScore, ha effettuato una presentazione sulle caratteristiche e le tendenze del mercato pubblicitario sul Web italiano.  Presentazione che grazie a Mirella Castigli sono riuscito ad ottenere.

La slide 22 è dedicata alla crescita, o al calo, delle diverse categorie verticali in termini di engagement, di tempo speso dagli internauti del nostro Paese per ciascuna tipologia.

Emerge, come del resto già evidenziato nel tempo dai dati Audiweb, come la categoria delle notizie, dell’informazione sia ai minimi livelli e come, in particolare, i quotidiani online italiani siano al fondo, ultimi tra le diverse categorie prese in considerazione per tempo speso.

Un indicatore importante del, basso, livello di coinvolgimento effettivo del lettore, delle persone, che, da un lato, ritengo possa porre la parola fine ad eventuali ambizioni di mettere dei paywall da parte di alcuni quotidiani nazionali, relativamente alle quali sono circolate indiscrezioni che appaiono assolutamente velleitarie alla luce dei dati di ComScore e, dall’altro lato, minano ulteriormente il valore della comunicazione pubblicitaria al loro interno, e dunque la sostenibilità economica degli stessi.

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Invece di perseguire la strada dei “boxini morbosi” e delle fotogallery che attirano un audience inesitabile e producono click, pagine viste il cui valore è concettualmente nullo, si deve lavorare sul coinvolgimento e dunque sul tempo speso.

Come ribadivo recentemente, uno dei modi per aumentare il tempo, la permanenza sul sito è quella di coinvolgere il lettore rispetto ad attività, ad interessi che facciano appunto sì che abbia voglia di passare una parte crescente del tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera crescente, all’interno dei diversi social network, come mostra il grafico sopra riportato.

In tal senso, a mio avviso, le leve su cui operare sono fondamentalmente due.

Creazione, ed alimentazione, di comunità d’interesse all’interno del sito del giornale e implementazione di tecniche riconducibili alla gamification, che può essere elemento di grande ausilio poichè l’ applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Elementi che coniugati con un’informazione di qualità e partecipata, open, possono davvero fare la differenza. Prima di pensare al modello di business, pensiamo al lettore, pensiamo alle persone, solitamente così facendo “il business” viene [quasi] da sè.

La presentazione integrale di ComScore, liberamente scaricabile, è stata resa disponibile anche da «Prima Comunicazione».

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I Conti in Tasca all’Industria dell’Informazione Italiana

La settimana scorsa sono stati diffusi i risultati gestionali dei principali editori relativamente ai primi nove mesi del 2012.

Nella mia rubrica settimanale per l’European Journalism Observatory, sulla base dei dati pubblicati, si fanno i conti in tasca all’industria dell’informazione italiana, per fare il punto della situazione sul suo stato di salute, o meglio misurare la febbre del settore.

Sono stati presi in  considerazione i resoconti intermedi gestionali al 30 settembre dei principali players per quanto riguarda i giornali italiani: RCS Mediagroup, Poligrafici Editore, Caltagirone Editore, Gruppo 24 Ore, Espresso-Repubblica.

Buona lettura.

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Bevi la Coca-Cola che ti fa Bene

“CocaCola a me mi fa morire, CocaCola si, CocaCola a me mi fa impazzire, con tutte quelle, tutte quelle bollicine” cantava Vasco Rossi nel 1983. Sono passati esattamente 30 anni da allora e la più famosa bevanda gassata al mondo traccia la linea di demarcazione tra réclame e comunicazione segnando definitivamente il confine tra ciò che è stato e quel che sarà per la comunicazione d’impresa.

Le implicazioni, anche per il mondo dell’editoria, per l’industria dell’informazione, son tutt’altro che trascurabili.

Da oggi il sito web della multinazionale di Atlanta, che conta 1,2 milioni di utenti unici mensili, si traforma e, dopo la sua apertura nel 1995, diviene di fatto una testata, un hub informativo, dove la marca stabilisce quale sia il futuro della comunicazione pubblicitaria e quali le sfide da affrontare, anche,  per i giornali e le loro aspirazioni di sostenibilità economica nell’evoluzione verso il digitale.

Coca-Cola Journey, questo il nuovo nome dato alla presenza istituzionale del soft drink in onore all’internal magazine pubblicato dall’azienda nel decennio tra il 1987 ed il 1997, sarà, è, a tutti gli effetti un magazine più che un sito web, un portale di accesso al mondo proposto pro domo sua da un’azienda, da un brand.

Le ragioni sono spiegate con trasparenza e chiarezza in un articolo del 12 novembre scorso di Ashley Brown, direttore della comunicazione digitale e dei social media dell’impresa, che scrive:

We’re here because more than 1.8 billion times a day, every day, people express their love for our brands by purchasing one of our products. But those purchases are more than transactional. They’re emotional. We know because more than 50 million people have become our fans on Facebook, and millions of others have posted photos, videos and blog posts that demonstrate their passion for Coca-Cola. We’re here because our consumers allow us —and want us — to be here.

We want Coca-Cola Journey to be a place where thoughtful people indulge their curiosity about the world around them, engage in a civil discussion and hopefully learn a little more about one of the world’s best-known companies. For our part, we commit to be an open, transparent, and honest host and a thoughtful curator.

Racconta il «The New York Times» che Coca-Cola dedicherà all’iniziativa 4 persone del suo staff e 40 freelance tra giornalisti e fotografi che saranno a loro volta supportati dal personale del marketing e delle relazioni pubbliche dell’azienda.

Ieri: Portale Coca-Cola

Oggi: Coca-Cola Journey

Il passaggio da brand a media e del brand journalism che, come giustamente annotava Michele Boroni su «La Lettura» recentemente, fa diventare i brand editori di se stessi, generando contenuti esclusivi e adattando il loro storytelling all’interattività della rete e dei social media, cambia il modo di comunicare, di relazionarsi con le persone, tra impresa e pubblico.

Percorso egregiamente descritto da David Armano all’inzio di questo mese che sintetizza graficamente l’evoluzione e le caratteristiche di come i marchi aziendali divengano sempre più dei media adattando la loro comunicazione al mutamento di scenario attraverso quella che definisce the social creative newsroom.

Per le persone essere online sta divenendo sempre più un concetto “fluido”, i processi di valorizzazione, sia concettuale che economica, non possono più fondarsi sulla pubblicità, così come l’abbiamo intesa sino ad ora, a cornice del contenuto stesso, ma sulla costruzione diffusa di tale contenuto sulla base degli interessi e delle interazioni che i diversi gruppi di persone, le “tribù” hanno.

In questo contesto il modello di business attualmente prevalente dei quotidiani online è destinato a mutare drasticamente in breve tempo. I siti web dei quotidiani dovranno abbandonare la logica, perdente, del display advertising e dei CPM, per divenire, se ne saranno capaci, polo di attrazione del contenuto informativo che interessa e coinvolge il pubblico di riferimento.

Costruire un rapporto fiduciario con il lettore, coinvolgerlo attivamente, ed offrire alle imprese, agli investitori, nuove proposte di comunicazione che attraverso l’edizione online dei giornali permetta loro di unirsi al flusso informativo senza “costringerli” a divenire loro stessi editori, media, è la strada da perseguire.

Un percorso fatto di storie sponsorizzate e contenuti brandizzati che è già praticato da molti negli Stati Uniti, a comiciare da «Forbes», «The Atlantic» e «BuzzFeed», pioniere in tal senso, e che ora anche «The Boston Globe» ha deciso di adottare con Insight. Strada che non necessita di varcare l’oceano per verificarne l’efficacia ma che anche da noi viene già percorsa con successo, ad esempio, da «Varese News»

L’alternativa, come conferma il caso della Coca-Cola, è che le imprese insoddisfatte dalla attuale offerta e dalla sua inefficacia lo facciano per conto loro. Va da sè cosa sia meglio fare.

Ad integrazione, se vi fosse sfuggito, si consiglia caldamente la lettura dell’articolo di Vincenzo Cosenza: “Giornali: Big Bang oppure Big Data?”

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Appunti da Glocal12

Ho partecipato, quasi per intero, alla tre giorni organizzata da Varese News sul giornalismo on-line visto prevalemente da una prospettiva locale. Evento che per essere alla sua prima edizione è stato davvero ben organizzato e che, a chi come me l’ha vissuto, ha confermato la forza sul territorio di riferimento, ma non solo, della testata all digital lombarda.

Tra i diversi appuntamenti ho partecipato in qualità di relatore al panel di discussione sui i giornalisti del futuro e il futuro dei giornalisti [ed inevitabilmente dei giornali].

Ho cercato di fissare i concetti del mio intervento con alcuni appunti che credo possa essere utile condividere anche in questo spazio.

E’ noto, o almeno dovrebbe esserlo, che via sia uno stretto legame tra mercato, strategia di approccio, di penetrazione dello stesso e organizzazione del lavoro.

E’ proprio l’organizzazione del lavoro un nodo cruciale di questa fase dell’industria dell’informazione, dei giornali, che attualmente mantengono prevalentemente redazioni separate, con l’online sempre nella veste del “figlio povero” con scarse risorse dedicate sia economiche che umane. L’incertezza sulla strategia da adottare per rendere sostenibile economicamente l’evoluzione verso il digitale, che si respirava con chiarezza anche durante gli altri incontri delle tre giornate di lavoro, su quale siano le caratteristiche del mercato, del pubblico di riferimento, delle modalità più idonee di offrire comunicazione pubblicitaria agli investitori, alle imprese anzichè pixel e/o clicks,  si riflette in un’organizzazione del lavoro spesso frammentata e confusa, in rivalità tra comparti che non possono che mettere a rischio lo sviluppo.

Pescando dalla prima pagina del bigino sulla formazione in azienda ho evidenziato come per i giornalisti del futuro e il futuro dei giornalisti sia necessario intervenire su quelle che vengono comunemente definite le “tre C”: Conoscenze, Competenze, Comportamenti.

Conoscenza è l’appredere qualcosa in linea teorica, competenza è la capacità di metterla in pratica, mentre i comportamenti sono relativi all’adeguatezza degli stessi nel contesto organizzativo e più in generale al contesto sociale di riferimento.

Se, come accade, anche ai giornalisti, non viene offerto supporto, formazione, che li metta in condizione di conoscere la realtà attuale, i mezzi e gli strumenti idonei, se attraverso tempo e risorse dedicate a momenti di training on the job non vengono fornite ed affinate le competenze di utilizzo dei tool ampiamente disponibili e se, ancora, non vi è identificazione e chiarezza dei comportamenti da tenere è chiaro che l’evoluzione è lenta o nulla.

Dare per scontato che questo avvenga attraverso percorsi di auto-formazione non può che condurre al diffondersi di casi come quello che ha coinvolto Rosanna Santonocito pochi giorni fa accrescendo l’inadeguatezza di molti  giornalisti  e dunque di molti giornali che vivono e sempre più vivranno del rapporto con il proprio pubblico.

Ancora una volta, come si usa dire, sapevatelo.

Update: Da leggere l’articolo di Mario Tedeschini Lalli, anch’esso tra i relatori del panel, “Che resta del giornalismo (e dei giornalisti) nell’universo disintermediato”

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Gamification della Guerra dell’Informazione tra Israele ed Hamas

La battaglia mediatica tra Israele e Hamas ha trovato nei social media una nuova dimensione. E’ l’ennesima evidenza della disintermediazione in corso, ennesimo problema da gestire per i giornali che anche in questo modo rischiano di vedere ridimensionata la propria rilevanza nell’ecosistema dell’informazione.

Adesso il blog di IDF [Israel Defense Forces] affina le armi e introduce elementi di gamification per favorire la condivisione delle informazioni proposte sui social network.

Anche se, secondo quanto riportato, l’idea era stata introdotta già da luglio è soltanto da un paio di giorni che si è deciso di implementare l’iniziativa dandole evidenza.

Da giovedì dunque i lettori del blog vengono premiati per il loro supporto mediatico e per ogni condivisione sui social network si guadagnano punti e badge [medaglie] scalando la vetta sino ad arrivare ad essere “Lieutenat General”, comandante virtuale dell’esercito israeliano.

La gamification della guerra dell’informazione.

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Prove Tecniche di Gamification dell’Informazione

 

La gamification, l’applicazione di modalità e meccanismi tipici del gioco a contesti non ludici al fine di incrementare il coinvogimento delle persone è una modalità che verrà sempre più applicata in futuro.

Gartner, dopo aver individuato ad agosto di quest’anno nella sua analisi annuale sul ciclo di vita delle tecnologie emergenti come la gamification si trova al termine della prima linea ascendente ed i tempi per un’adozione di massa sono stimati in un periodo compreso tra i 5 ed i 10 anni, a fine ottobre ha rilasciato le previsioni dei trend emergenti nel prossimo triennio dalle quali emerge come entro il 2015 il 40% delle 1000 aziende più importanti al mondo utilizzerà la gamification come meccanismo primario per la trasformazione del proprio business.

Per l’industria dell’informazione, che come dicevamo ieri ha nel tempo speso sul sito del giornale un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore, l’implementazione di tecniche riconducibili alla gamification può essere elemento di grande ausilio poichè l’ applicazione all’informazione consente di approfondire l’esperienza del lettore, delle persone, crea coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di business aziendali.

Due esempi per quanto riguarda la nostra realtà nazionale ieri nell’edizione online di «La Repubblica».

Stefano Bartezzaghi ha lanciato la proposta di giocare a trovare il supertitolo di libri noti invitando le persone a fare le loro proposte su Twitter utilizzando l’hashtag #moreambitiousbooks. L’idea, in una giornata in cui sui social network il rumore di fondo delle notizie sulle proteste in corso in tutte le città d’Italia era significativo e fosse carente di meccanismi di ricompensa estrinseca, ha comunque ottenuto 1500 tweet [di]mostrando come nel gioco le motivazioni intrinseche siano un aspetto fondamentale.

Anche per quanto riguarda uno dei “temi caldi” del momento: le primarie del PD, il quotidiano on line più letto d’Italia ha proposto Politmero, gioco che permette di scoprire a quale dei sei candidati si è più vicini, politicamente più affini.

Dopo la creazione del proprio avatar e la scelta di un nickname si risponde ad un questionario a risposta multipla su diversi temi quali il lavoro e la cultura passando per ambiente ed economia scegliendo la frase che più si condivide per ciascuno degli 8 temi proposti. Processo al termine del quale appare la propria posizione rispetto ai candidati [*].

Meccanismi e modalità relativamente basici che però rappresentano sicuramente l’inizio di un percorso. Prove tecniche di gamification dell’informazione.

A margine si segnala che la versione statunitense di Google News dal luglio 2011 utilizza una parte dei meccanismi della gamification, quelli relativi a pointification e badgification, per incentivare lettura e condivisione sociale degli articoli.

[*] Disclaimer: Si prega di non tenere conto del risultato del gioco avendo risposto in maniera casuale e frettolosa al solo fine di vederne il meccanismo. Grazie.

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