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Giornalismo Post Industriale

E’ stato diffuso ieri “Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present”, rapporto della Columbia Journalism School, redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky, sullo stato del giornalismo e dell’editoria.

Il rapporto si basa su 21 incontri svoltisi ad aprile 2012 e sulle esperienze, di altissimo livello, dei tre autori che infatti, nel primo paragrafo dell’introduzione, spiegano che si tratta “in parte di indagine e in parte di un manifesto sulle attuali pratiche del giornalismo”, continuando “[il rapporto] non è sul futuro dell’industria dell’informazione, sia perchè una gran parte di quel futuro è già qui adesso che perchè non esiste più l’industria dell’informazione”

Il rapporto, liberamente scaricabile, si articola in 5 sezioni: introduzione, giornalisti, organizzazioni, ecosistema [dell’informazione] e conclusioni per un totale di 122 pagine tutte da leggere. Molto difficile farne una sintesi per il modo con il quale è stato concepito e scritto. Qui di seguito gli elementi, gli aspetti che personalmente mi hanno maggiormente colpito.

Introduzione:

Citando William Gibson, considerato l’esponente di spicco del filone cyberpunk, gli autori ribadiscono che “il futuro è già qui, è solamente distribuito in maniera non uniforme”. Vengono espresse forti preoccupazioni sulla riduzione della qualità dell’informazione statunitense e la convinzione che tendenzialmente le cose peggioreranno sotto questo profilo, auspicando che il rapporto possa essere utile a frenare questo decadimento evidenziando strumenti, tecniche e metodologie attualmente disponibili che dieci anni fa non lo erano.

Cinque i punti chiave:

  • Il giornalismo è rilevante
  • Il “buon giornalismo” è sempre stato sovvenzionato
  • Internet ha rotto la parte di sovvenzione, di finanziamento, del giornalismo che era rappresentato dall’advertising
  • La ristrutturazione è dunque forzata, inevitabile
  • Ci sono molte opportunità per fare un buon lavoro giornalistico in nuovo modi

Giornalisti:

Comprendere la disgregazione nella produzione delle notizie e del giornalismo e decidere dove le risorse umane, lo sforzo, devono concentrarsi per essere efficaci è vitale per i giornalisti. Per comprendere quale possa essere il ruolo più funzionale, più utile dei giornalisti nel nuovo ecosistema dell’informazione è necessario dare risposta a due domande di fondo:

  • Cosa fanno, o possono fare, di meglio i “new comers” rispetto a quanto veniva svolto dai giornalisti nel vecchio sistema mediatico
  • Quale ruolo possono i giornalisti stessi svolgere, assolvere, meglio

Con l’avvento dei social media, di Twitter come newswire, del giornalismo partecipativo…etc, i giornalisti non sono stati ripiazzati ma riallocati ad un livello superiore della catena editoriale, passando [o dovendo passare inevitabilmente, aggiungo io] dalla produzione iniziale di osservazione della realtà a quella che pone l’accento sulla verifica e l’interpretazione, dando un senso al flusso di testi, audio, foto e video prodotti dal pubblico.

In tal senso i punti chiave sono:

  • Accountability: Attendibilità, responsabilità del giornalista, del giornalismo
  • Efficiency: Efficienza, in antitesi alla semplice disseminazione di informazioni
  • Originality: Originalità, a livello di capacità di comprensione [e divulgazione] della realtà
  • Charisma: Carisma. Le persone seguono persone, essendo “umani” i giornalisti si ritagliano un ruolo più potente nel nuovo ecosistema informativo.

Il rapporto, in quest’area, prosegue elencando gli “hard skill” necessari ai giornalisti e fonendo numerosissimi esempi al riguardo. In particolare si evidenzia la necessità di specializzazione, la capacità di leggere [e saper aggregare e interpretare] dati e statistiche, comprensione di metriche e audience, programmazione.

Particolare enfasi viene posta alla necessarie capacità di project management da parte dei giornalisti poichè nell’attuale ecosistema, ed ancor più in quello che è ragionevolmente prevedibile, i giornalisti sono, dovranno essere al centro di un sistema di produzione dell’informazione che dovranno coordinare, governare. Le differenze chiave rispetto al passato sono:

  • Deadlines e formati sono senza limitazioni
  • La locazione geografica perde di importanza nel processo di creazione e consumo delle informazioni
  • Lo stream “live”, in tempo reale, di dati e l’attività social delle persone forniscono nuovi materiali da filtrare
  • Il feedback in tempo reale influenza le storie e la sua narrazione
  • Gli individui, le persone, diventano più importanti dei brand

Organizzazioni:

Le organizzazioni editoriali sono caratterizzate da tre fenomeni che nella maggior parte dei casi accadono simultaneamente: declino e collasso, rinascita e, soprattutto, capacità adattativa, adattamento al nuovo sistema.

Le organizzazioni producono fondamentalmente due tipologie di informazione: generica, relativamente ad eventi di pubblico dominio, e specialistica, realizzata per avere un impatto su altre organizzazioni sociali. La confusione e la tendenza giornalistica a combinare questi due aspetti della produzione di informazione rende difficile stabilire quale delle due sia prioritario preservare.

Secondo gli estensori del rapporto, quello che è mutato non è la dimensione dell’audience [termine che personalmente, al pari di target, abrogherei definitivamente] ma il modo di relazionarsi tra le organizzazioni e l’audience, tra giornalismo e la sua immagine dell’audience.

Viene elencato, ancora una volta con una ricchezza di esempi concreti straordinaria, cos’è e come si compone il capitale simbolico delle organizzazioni, e stressato il cambiamento nell’aspetto reputazionale in declino. Ampio spazio è dedicato ai cambiamenti sia organizzativi che tecnologici all’interno delle redazioni e per ciascun aspetto vengono formulate delle raccomandazioni conclusive, anche in questo caso, tutte da leggere.

Si evidenziano i due “dilemmi” di fondo che caratterizzano il giornalismo del 21esimo secolo. Da un lato il tanto discusso impatto di Internet e la lentezza di adattamento da parte delle organizzazioni. Dall’altro lato il meno dibattuto aspetto delle nuove forme di produzione delle notizie, dai “curated Twitter feeds” di Andy Carvin a tutte le altre forme e formati di cura dei contenuti complessivamente tanto sottoutilizzati quanto sottovalutati attualmente.

Come sottolineavo non più tardi di ieri, si richiama la necessità di identificare una pluralità di fonti di ricavo che badano oltre il binomio attuale.

I prodotti editoriali dovranno, devono, essere “hackerabili”, essere riutilizzabili il più possibile su altre piattaforme, altri device, in nuove storie e persino da altre organizzazioni editoriali. Elemento che, oltre a condividere assolutamente, evidenzia quanto anacronistica e di retroguardia sia l’attuale, ennesima, battaglia contro Google.

Ecosistema:

L’effetto principale dei digital media è che non c’è un effetto principale. Il cambiamento apportato dalla Rete, dagli smartphones e dalle applicazioni costruite è costi vasto e variegato da rendere impossibile l’identificazione di un solo elemento chiave.

L’importanza dell’informazione non sta scomparendo. La rilevanza di operatore professionali che vi si dedicano, i giornalisti, neppure va scomparendo. Quello che sta scomparendo è la linearità di processo e la passività dell’audience.

Parlare di un nuovo ecosistema dell’informazione significa riconoscere che attualmente nessuna organizzazione è padrona del suo destino. Relazioni stabilite altrove nell’ecosistema definiscono il contesto di ogni organizzazione; i cambiamenti nell’ecosistema mutano il contesto. Sul tema riporto testualmente un estratto che mi pare estremamente efficace nel descrivere la situazione:

The arrival of the internet did not herald a new entrant in the news ecosystem.

It heralded a new ecosystem, full stop. Advertisers could reach consumers directly,without paying a toll, and it turned out many consumers preferred it that way.

Amateurs could be reporters, in the most literal sense of the word—stories from the Szechuan quake to Sullenberger’s Hudson River landing to Syrian massacres were broken by firsthand accounts. The doctrine of “fair use,” previously an escape valve for orderly reuse of small amounts of content among a small group of publishers, suddenly became the sort of opportunity that whole new businesses of aggregation and re-blogging could be built on top of. And so on.

Anderson, Bell e Shirky negano l’imprevedibilità, spesso sostenuta per spiegare l’attuale crisi, richiamando previsioni sull’effetto di Internet per l’industria dell’informazione che partono addirittura dalla fine degli anni ’80.

I tentativi di reinstarurare il vecchi status quo oltre ad essere inutili sono persino dannosi. Ovviamente le organizzazioni devono fare ciò che possono, che sono capaci, per migliorare i loro ricavi ma la linearità, l’affidabilità dei ricavi del 20esimo secolo sono andati. Per i giornalisti e per le organizzazioni il controllo dei costi, la ristrutturazione verso un maggior impatto per ora o dollaro [anche euro ovviamente, eh] investito sono la nuova norma di un’organizzazione editoriale efficiente, il percorso che gli autori definiscono, da cui il titolo del rapporto, giornalismo post industriale.

Giornalismo post industriale che si basa su quanto richiamato nel capitolo relativo alle organizzazioni della perdita di controllo sul processo.

L’esplosione di fonti d’informazione e la riduzione dei costi di accesso alle stesse costitusce elemento saliente dell’aspetto a rete, “networked” delle notizie. Viene utilizzata l’evoluzione della televisione, storia negli Stati Uniti ed ancora in corso nel nostro Paese, per esemplificare e suggerire la specializzazione, il presidio di nicchie, di argomenti che interessano e coinvolgono gruppi relativamente ristretti di persone che Internet rende possibile.

C’è uno spazio per notizie veloci, breaking news, uno per analisi di moderata profondità ed uno per quelle dettagliate; c’è, anche, uno spazio per il long form journalism lontano dalla esasperazione della velocità informativa.

Conclusioni:

La sfida principale non è tanto comprendere il futuro quanto avere la capacità di adattarvisi. Nel 2020 continueranno ad esistere, ad esempio, il «Los Angeles Times» o la CNN, ma questa continuità sarà accompagnata dalla riconfigurazione di ogni singolo bit del contesto mediatico in cui operano, in cui opereranno.

Più persone consumeranno, fruiranno, maggior informazione da fonti diverse ma poche di queste saranno di “interesse generale”, generaliste. Aspetto che, se posso dirlo, evidenziavo nelle conclusioni relativamente alle 8 case studies realizzate per l’European Journalism Observatory qualche mese fa.

Aumenterà ulteriormente la variabilità. Non stiamo passando da grandi organizzazioni a piccole e neppure dal giornalismo “lento” a quello “veloce”, le dinamiche sono contemporaneamente su più assi.

Gli autori in questo scenario concludono con una raccomandazione tanto sintetica quanto sfidante: survive.

Ovviamente non posso che raccomandare la lettura integrale del rapporto poichè la mia sintesi è inevitabilmente parziale. Se non aveste tempo o voglia di farlo un’altra sintesi è stata effettuata da Nieman Lab in “Post-Industrial Journalism: A new Columbia report examines the disrupted news universe”. Certo che se siete davvero arrivati a leggere sin qui, magari può anche essere interessante rilevare comunanze e differenze tra le due, e tra quelle che certamente verranno.

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Notizie Virali

Quanto social media e social network siano solo mezzi di distribuzione sociale dei mezzi di massa, come sostiene Tom Foremski, o se invece svolgano un ruolo ormai indispensabile per un’ecologia dell’informazione, è parte integrante delle sperimentazioni e del dibattito in corso su evoluzioni, credibilità e sostenibilità del sistema massmediatico.

Nella maggior parte dei casi, sin ora, le fonti di informazione tradizionale hanno mostrato incertezza ed insicurezza, da un lato desiderose di sfruttare al meglio le potenzialità offerte dallo strumento a fini promozionali dall’altro incerte, insicure sull’impatto reale che lo stesso può avere sul loro futuro, zigzagando pericolosamente tra veti e socialità della notizia.

L’interazione delle persone, il “word of mouth” virtuale esercitato attraverso le diverse piattaforme di social networking, e tutti i fenomeni ad esso collegati, ha cambiato e continuerà a cambiare inevitabilmente l’attuale modalità di diffusione delle notizie che saranno sempre meno divulgate anonimamente ad una massa eterogenea di soggetti, sempre più diffuse attraverso l’interazione delle persone in funzione del livello di fiducia di cui queste persone godono tra i membri della propria comunità virtuale.

NewsWhip, società specializzata nel monitoraggio della diffusione delle notizie attraverso social network e social media, ha classificato, sintetizzandole [anche a fini promozionali?] in un’infografica le 25 fonti di informazione che nel mese di gennaio di quest’anno hanno ottenuto almeno 100 menzioni su Twitter e Facebook.

«BBC», «Huffington Post» e «The Guardian» sono le tre fonti di informazione maggiormente condivise sulle due piattaforme sociali. 12 delle 25 fonti maggiormente citate su Twitter sono “all digital”, non hanno un corrispettivo cartaceo; emerge anche una prevalenza di interesse verso l’area “tech”. Dall’altro lato, su Facebook si evidenzia una predominanza del gossip, divergenza che lascia intuire la differenza di pubblici, di utenti delle due piattaforme che, come emerge anche da altre ricerca, allo stato attuale non hanno una grande sovrapposizione di iscritti.

Per verificare in tempo reale quale siano le informazioni di maggior interesse per gli internauti di lingua inglese non resta che recarsi sul sito di NewsWhip mentre la verifica della social popularity delle notizie nel nostro Paese può essere effettuata gratuitamente grazie a UAC Meter.

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Citofonare al Direttore

Non si placano le polemiche sull’attendibilità di Twitter come fonte d’informazione. Ieri giornata densa di avvenimenti su questo fronte.

Se il falso d’autore della moglie di Murdoch pare sia dovuto ad un banale errore umano, in base al quale Twitter addirittura non avrebbe certificato, validato, la vera Wendi Deng a favore invece del “fake”, «Associated Press» riporta di una protesta ufficiale da parte del Governo Cubano nei confronti della piattaforma di microblogging accusata di aver favorito la diffusione della, falsa, morte di Fidel Castro.

Debenedetti, giornalista freelance, già noto per azioni simili in Italia, si è sostituito a ben cinque ministri del nuovo esecutivo spagnolo guidato da Rajoy, per dimostrare, appunto, la scarsa sicurezza delle reti sociali, “perché la gente comprenda che le reti sociali favoriscono l’inganno e la comunicazione fraudolenta”.   Allo stesso tempo, EFE, agenzia stampa spagnola, vieta ai giornalisti che vi collaborano di diffondere i lanci delle notizie su Twitter.

Tesi sposata, pare da Gianni Riotta che in risposta ad una mia segnalazione di un ottimo articolo di Luca De Biase proprio sul tema in questione, risponde critico ancora una volta. Su questo fronte, anche se sono fondamentalmente suggerimenti legati al buon senso, vale la pena di leggere i 6 punti su come scoprire un falso su Twitter e le considerazioni di oggi di Augusto Valeriani.

Sempre ieri, «Giornalettismo», testata digitale d’informazione, riprende la classifica di direttori e giornalisti su Twitter realizzata da «Italia Oggi». Classifica che oltre ad essere parziale, per ammissione stessa degli autori, è talmente incompleta, inconsistente ed insignificante da avermi fatto venire voglia di approfondire. Cosa che ho fatto.

Nell’elenco ho preso in considerazione solo i direttori di quotidiani nazionali o comunque con una diffusione rilevante. Per ciascun nominativo, in ordine alfabetico per testata, è indicato: il nome, l’account su Twitter, il nome del giornale, numero di followers e di persone seguite, il numero di tweets e la data di iscrizione alla piattaforma da 140 caratteri. Cliccando su collegamento dei dettagli per ciascuno è possibile visualizzare informazioni supplementari quali: media giornaliera di tweets, ranking complessivo ed altro ancora.

L’elenco realizzato dimostra che con un minimo di padronanza e dimestichezza con gli strumenti disponibili in Rete è possibile fare un lavoro decisamente più accurato rispetto a quanto svolto dalla testata economico-finanziaria in questione e, spiace constatarlo, da chi si è limitato a riportare tout court senza verificare o approfondire, lasciando emergere la differenza tra aggregare e curare informazione.

Direttori Quotidiani Nazionali

  • Ferruccio de Bortoli – @DeBortoliF – Corsera – 39637 vs 533 – 533 Tweets – su Twitter dal 15.07.2011 – dettagli
  • Stefano Menichini – @smenichini – Europa – 6327 vs 772 – 9659 Tweets – Su Twitter dal 14.05.2009 – dettagli
  • Mario Sechi – @masechi – Il Tempo – 4507 vs 133 – 729 Tweets – Su Twitter da 29.03.2009 – dettagli
  • Antonio Padellaro – @padellaronews – Il Fatto – 4644 vs 6 – 33 Tweets – Su Twitter dal 29.03.2011 – dettagli
  • Mario Giordano – @mariogiordano5 – Il Giornale – 1886 vs 32 [NO Belpietro No Sallusti] – Su Twitter dal 08.11.2011 – dettagli
  • Mauro Tedeschini – @MauroTedeschini – La Nazione – 82 vs 6 – 6 Tweets – Su Twitter dal 03.11.2011 – dettagli
  • Mario Calabresi – @mariocalabresi – La Stampa – 10129 vs 79 – 229 Tweets – Su Twitter dal 09.07.2009 – dettagli
  • Ezio Mauro – @eziomauro – Repubblica – 14853 vs 46 – 375 Tweets – Su Twitter dal 31.08.2011 – dettagli
  • Paolo De Paola – @DepaolaP – Tuttosport – 86 vs 18 – 9 – Su Twitter dal 25.11.2011 – dettagli

Al di là dell’intensità soggettiva di utilizzo del mezzo, pare emergere, dando per scontata la bontà di contenuti da parte di tutti coloro compresi nell’elenco, una relazione tra notorietà del quotidiano e numero di followers. La data d’iscrizione suggerisce come prevalentemente  i direttori dei giornali abbiano scoperto Twitter recentemente se non recentissimamente. Si evidenzia inoltre come queste persone siano ancora una minoranza con la maggioranza dei loro colleghi [vd sotto] che non hanno ancora deciso di mettersi a lavare i piatti.

Recente anche la presenza in Rete del celebrato Alfonso Signorini, Direttore di «Chi» & «Sorrisi e Canzoni»,  NON Mondadori/Mediaset come scritto dal “quotidiano giallo”, che, comunque, ottiene un successo [Alfonso Signorini – @alfosignorini – Chi & Sorrisi e Canzoni – 89046 vs 119 – 471 Tweets – Su Twitter dal 02.12.2011 – dettagli]  inferiore ad altre starlette del circo mediatico approdate ultimamente su Twitter.

Direttori Quotidiani All Digital

  • Luca Sofri – @lucasofri – Il Post – 21723 vs 312 – 7851 Tweets – Su Twitter dal 15.02.2009 – dettagli
  • Paolo Madron – @paolomadron – Lettera 43 – 1003 vs 17 – 1126 Tweets – Su Twitter dal 31.08.2010 – dettagli
  • Jacopo Tondelli – @jacopotondelli – L’Inkiesta – 1350 vs 114 – 513 Tweets – Su Twitter dal 14.12.2009 – dettagli

Tra i direttori dei quotidiani all digital, i cosìdetti superblog, primeggia Luca Sofri. Non bisogna dimenticare, ovviamente, che la presenza e la notorietà dell’attuale Direttore del «Post» nasce, in Rete, dal suo blog personale ancora oggi citatissimo e visitatissimo.

A titolo di curiosità, sempre tra i direttori di testate, spicca Vera Montanari [Vera Montanari – @VeraMontanari – Grazia & Flair – 111 vs 9 -1 tweet del 1 giugno – Su Twitter dal 27.03.2009 – dettagli] il cui unico tweet, come lei stessa afferma, non pare averle portato fortuna.

Siamo ancora insomma in una fase di “new shiny object”, come ricorda Vincenzo Cosenza, per quanto riguarda Twitter nel nostro Paese. Proprio per questo mi preoccupo, mi occupo prima, di attenzione e responsabilità.

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Un Mondo di Tweets

Twitter è assorto definitivamente a news network, piattaforma di diffusione partecipata dell’informazione, spesso prima dei media tradizionali. Immediatezza e velocità di diffusione delle notizie sono sicuramente i due principali punti di forza della piattaforma.

Anche «The New York Times» ha creato recentemente un nuovo feed, un nuovo account su Twitter specificatamente dedicato a fornire informazione in tempo reale su eventi di particolare rilevanza.  Le motivazioni dietro alla creazione di un ulteriore canale oltre a quello già esistente sono ben spiegate dal Nieman Journalism Lab. Si tratta della consacrazione definitiva di Twitter come canale d’informazione.

Come ho già avuto modo di segnalare, puntare tutto sulla velocità d’informazione rischia di creare un fenomeno definito “hamsterization” che, parafrasando la corsa all’interno della ruota del criceto, conferma in tutta la sua negatività i rischi  dell’effetto auditel sull’informazione online.

La tempestività dell’informazione non è sempre necessariamente un valore, ancor meno se finisce per essere elemento di disturbo alla selezione qualificata ed all’affidabilità. Tema sul quale il contributo di Luca Alagna, certamente un riferimento qualificato in quest’ambito, sulla attenzione da porre nell’utilizzare Twitter come fonte d’informazione e sulla capacità del sistema di autoregolarsi, è assolutamente da leggere.

Ieri è stata una giornata in cui vi sono stati diversi casi che forniscono ulteriori spunti di riflessione sull’argomento in questione. Oltre alla bufala della morte di Fidel Castro, che Luca Alagna utilizza come case study nel suo articolo pre citato, è emerso come l’accont della moglie di Murdoch, apparentemente sbarcata su Twitter contemporaneamente al marito, fosse un  falso d’autore.  Episodio che Mathew Ingram, dal sempre interessante Gigaom, descrive con preoccupazione rispetto alla mancanza di trasparenza che implica.

Una realizzazione, una volta tanto tutta italiana, permette di visualizzare sulla mappa del pianeta l’intesità e la localizzazione dei tweets. Oltre alla mappatura dei cinquettii sono offerte una serie di statistiche sull’utilizzo per ciascuna nazione ed il relativo ranking.  Si apprende in questo modo che l’Italia, nonostante i recente ingresso massivo di personaggi di grande notorietà,  pesa solamente l’1,19% del totale, dodicesima dietro Spagna, Olanda e Malesia.

Perchè allora tanto interesse, tanta rilevanza, anche da parte dei media tradizionali del nostro Paese, intorno a Twitter? Semplice. Perchè al suo interno si sta formando anche in Italia un’elite di opinion leaders in grado di influenzare l’agenda setting sia in termini politici che di informazione.

Proprio per questo, per la capacità di influenza che ottiene e sempre più otterrà, è necessario che ad una corretta vigilanza dei proprietari della piattaforma si abbini un atto concreto di responsabilità da parte di coloro che vi partecipano. Ci stiamo lavorando.

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Se Piace, Piacerà

A meno di una settimana dal lancio di “UAC Meter”, tool di misurazione della social popularity delle notizie nel nostro Paese, gli autori dello strumento continuano ad innovare con una nuova proposta.

Youllike.it, se ti piace, piacerà, è un aggregatore di notizie che prende i dati di UAC Meter e li presenta con taglio editoriale e non “di ricerca” come invece visualizzati da UAC.

Le notizie più in evidenza quando si apre il sito, o in alternativa cliccando sull’icona rossa a forma di mondo, sono ordinate per crescita oraria di likes: più una notizia sta crescendo in termini di popolarità e più  occupa uno spazio grande, ha il titolo grande, e  si trova in alto, in maggiore evidenza, nella pagina.

Premendo invece le icone dei tre social networks le notizie si riordinano con la stessa logica precitata ma considerando tutti i like acquisiti e non il trend orario dei like.

Per ogni articolo viene fornito: titolo, porzione di testo, immagine [se presente], dati sui likes e icona che presenta la forma della crescita del numero dei like nelle ore precedenti. Esiste la versione relativa ai quotidiani online, siti web che sono l’emanazione di testate tradizionali, e fonti di informazione “all digital” quali ad esempio i cosìdetti superblog ed altro.

 Youllike.it non è solo uno strumento integrativo rispetto a quello precedente ma è un vero e proprio prodotto editoriale, un aggregatore di notizie basato sulle preferenze degli internauti.

La dimostrazione di come si annulli sempre più la distanza tra imprese e organizzazioni editoriali, il cui ruolo diviene sempre più sovrapponibile, e di quante possibilità inesplorate esistano, volendo.

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La “Social Popularity” delle Notizie Online

Al lancio di “Rippla“, sito web che monitora e traccia quali sono le notizie che maggiormente vengono condivise dai lettori concentrandosi principalmente sulle fonti d’informazione anglosassoni, fa seguito quasi contemporaneamente “UAC Meter”, tool di misurazione che, finalmente, si focalizza sul nostro Paese.

Lanciato da meno di una settimana da Human Highway, società di ricerche online tutta italiana a dispetto del nome,  lo strumento offre numerose caratteristiche di assoluto interesse per chi, a vario titolo, si interessa al mondo dei media ed all’impatto che lo user amplified content ha all’interno dell’ecosistema dell’informazione.

Il sistema di monitoraggio si basa sui seguenti aspetti:

1) Un  crawler, un software, che ogni due ore analizza i siti d’informazione italiani monitorando tutti gli articoli in home page che hanno avuto almeno un  click.

2) Un filtro che analizza tutte le pagine indicizzate per separare le pagine con articoli da quelle con contenuti diversi.

3) Un sistema di monitoraggio di tutti gli articoli che hanno avuto un “like”, sono stati “twittati” o hanno ottenuto un “+”.

Attualmente il monitoraggio è suddiviso tra quotidiani online, siti web che sono l’emanazione di testate tradizionali, e fonti di informazione “all digital” quali ad esempio i cosìdetti superblog.

Per ciascuna delle due fonti vengono indicati quali sono le 24 notizie che hanno una maggior “social popularity”, così come definita precedentemente al punto 3, i primi 24 articoli che, sia nell’ultima ora che nelle ultime sei ore, hanno il maggior trend di crescita,  il trend delle 10 notizie più popolari delle ultime 24 & 48 ore, il livello di amplificazione di ciascuna testata nell’ultima settimana e nell’ultimo giorno nonchè la relativa tendenza.

Le informazioni sono liberamente accessibili previa registrazione e forniscono un panorama davvero interessante sulle tendenze dei media e dell’informazione in Italia.

Lo strumento è un utile supporto sia per coloro che lavorano con/per gli editori che più in generale per analizzare il sentiment degli italiani di fronte a determinate notizie come illustra, a titolo esemplificativo, la tavola di sintesi dei 10 articoli più condivisi nelle ultime 48 ore, che mostra l’impatto delle giuste affermazioni del Presidente della Repubblica.

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Scoiattoli, Filtri & Personalizzazione dell’Informazione

“La morte di uno scoiattolo di fronte alla porta di casa propria può essere più  rilevante per i propri interessi di quella di centinaia di persone in Africa”. E’ con questa citazione di una frase di Mark Zuckerberg che apre il suo speech Eli Parisier.

L’immensa mole di informazioni e la relativa necessità di selezionare ed aggregare contenuti d’interesse, unitamente al tracciamento  di abitudini ed interessi da parte dei motori di ricerca e di altri, si scontra con l’idea di pluralità e apertura della Rete determinando quella che Parisier definisce “The Filter Bubble“.

Nel video vengono mostrati casi reali di filtro dell’informazione da parte di Facebook e di Google che dimostrano come invece di ampliare il panorama informativo sul Web si rischi di restare intrappolati in una visione filtrata e circoscritta della realtà.

Tesi che ha dato orgine ad un libro di recentissima pubblicazione in cui casistiche ed esempi vengono approfonditi valutando l’impatto complessivo di quello che internet “ci nasconde”.

Ne emerge un quadro che invita a riflettere su quale sia effettivamente l’ecosistema dell’informazione che la Rete sta determinando e sui rischi di egemonia culturale che vi risiedono.

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