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Giochi da Draghi

Ennesimo lunedì nero ieri per le borse europee e crescita dello spread, termine pressochè sconosciuto ai più sino a pochi mesi fa, tra i titoli di Stato di Francia, Spagna e Italia e quelli tedeschi. Una notizia che si ripete quasi quotidianamente mentre pare che la politica mondiale sia prigioniera del sistema bancario che deve salvare dando luogo alla  sindrome di Stoccolma.

Se voleste cimentarvi nel tentativo di gestire la politica monetaria e di riflesso economica del Paese  non avete che da accedere all’area didattico – informativa della Banca Centrale Europea e sperimentare le vostre opinioni e le vostre abilità con “€CONOMIA: il gioco della politica monetaria”.

Il gioco di simulazione a turni, partendo dalla gestione del tasso di interesse ufficiale, mette il giocatore nella condizione di influenzare il tasso d’inflazione, crescita del PIL, incremento della liquidità e tasso di disoccupazione. Aree d’intervento tutte di grande attualità.

Ogni manche è equivalente ad un trimestre dell’anno e dopo aver scelto il tasso d’interesse per il periodo si ricevono i feedback di un gruppo di advisor oltre ai titoli dei principali giornali che riassumono il sentiment sul proprio operato. Prima di effettuare la giocata è possibile vedere quali sono gli effetti previsti della stessa.

Il gioco da ottobre è disponibile, sempre gratuitamente, anche per iPhone & iPad con le stesse funzionalità della versione online. E’ possibile ripetere il gioco quante volte si desidera così da sperimentare strategie e risultati diversi.

Nonostante una grafica non entusiasmante ed una tendenza all’eccesso di ottimismo dell’intelligenza artificiale, soprattutto nell’area dell’occupazione,  può essere strumento di supporto per formatori e professori nonchè elemento di sperimentazione ed auto apprendimento.

Adattandone alcune caratteristiche, a cominciare dalla possibilità di salvare i progressi della partita, personalmente lo vedrei molto bene anche all’interno dell’edizione online di un quotidiano economico finanziario come strumento di trattenimento e coinvolgimento di un pubblico sicuramente interessato al tema.

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Quanto Brilla il Sole

“Il Sole24Ore” ha pubblicato nei giorni scorsi la sintesi dei risultati del bilancio 2010.

Secondo quanto riportato da “Affari Italiani”, che pubblica il commento di Nicola Borzi, giornalista ed ex membro del Cdr del quotidiano in questione, la performance del 2010, seppure migliorativa rispetto all’anno precedente, è decisamente inferiore a quella registrata dagli editori più direttamente in concorrenza con il giornale di Confindustria.

Analizzando le piege del bilancio emergono alcuni aspetti d’interesse generale che, dalla mia prospettiva, vanno al di là delle singole specificità.

I ricavi consolidati del gruppo nel suo insieme registrano un’incidenza del 38% dalla raccolta pubblicitaria, del 28,5% per vendite ed abbonamenti e   del 25% dal digitale. Una visione non accurata di queste cifre complessive potrebbe trarre in inganno. Infatti, di estrema rilevanza, per quanto riguarda l’area digitale, è la parte professionale di pubblicazioni specialistiche di aggiornamento legislativo e professionale, che ha quasi il 55% dei ricavi dal digitale. In ambito specialistico dunque, il digitale ha redditività e rilevanza, mentre  negli altri segmenti così non è. Mi pare un’informazione non trascurabile.

Sono informazioni e relative riflessioni che l’analisi dei dati specifici del solo solo quotidiano confermano.

In  questo caso infatti, il digitale, seppure con tassi di crescita estremamente interessanti, ha un peso assolutamente minoritario con il formato tradizionale, il giornale in versione cartacea, che incide per il 75%.

Tra tutti i mezzi, le aree di business del Sole24Ore, l”unica a registrare una crescita è la radio che fa registrare un +8,5% rispetto al 2009 ma continua ad avere un ebitda negativo.

Se voleste approfondire verificando i bilanci degli altri principali gruppi editoriali italiani, sono disponibili online quelli di RCS, Gruppo Repubblica-Espresso e Caltagirone Editore.

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I Tentacoli di Facebook

Il Wall Street Journal ha pubblicato un resoconto estremamente dettagliato delle mire espansionistiche di Facebook e sulla minaccia che potenzialmente rappresentano per i principali concorrenti in quella che si sta configurando come una vera e propria guerra per il controllo del web.

L’articolo è anche una ottima dimostrazione di come il giornalismo possa sfruttare le possibilità offerte dal web 2.0 per rendere un ottimo servizio all’utente con video, infografica ed altre informazioni di supporto.

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Mappatura dei Media

L’agenzia Ymedia ha elaborato una mappa dei media e degli attori del panorama mediatico spagnolo davvero completa.

L’interattività della mappa realizzata consente di analizzare ogni singolo mezzo dalla stampa alla televisione passando per il comparto pubblicitario e quelli che ci si ostina, ad oltre un decennio dal loro avvento, a chiamare new media.

Dall’analisi effettuata è possibile rilevare come lo scenario sia molto distinto da quello italiano con livelli di concentrazione di chi detiene il mercato decisamente inferiori. Sono aspetti sui quali riflettere attentamente quando si effettuano delle valutazioni sull’ambiente, sul macro-scenario, di riferimento da qualsiasi prospettiva lo si voglia considerare.

[Via]

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Il Potere della Confindustria

La settimana scorsa la Confindustria ha celebrato i 100 anni, un’occasione importante per rinnovare le richieste al presidente del Consiglio, come al solito presente e partecipe, rinsaldare il consenso degli associati sulla linea d’azione, convocare la grande imprenditoria privata e pubblica, i sindacati, i più importanti rappresentanti delle istituzioni e dei partiti politici. Non è la prima volta che la massima organizzazione imprenditoriale italiana fa esibizioni simili.

E’ rituale ormai che in tali circostanze il governo rassicuri sul suo sostegno o addirittura sull’identità di vedute, che una parte dei sindacalisti si affretti a simpatizzare, che i rappresentanti delle istituzioni tacciano o si distinguano con altre dichiarazioni in sede propria. Le assemblee della Confindustria sono occasioni fatte per ascoltare e la sintonia totale o parziale delle forze di governo è data per scontata, pena il dissenso rumoroso di una platea che conosce il suo peso.

L’influenza della Confindustria e dell’imprenditoria sul governo e i partiti moderati è documentata da Filippo Astone, giornalista del settimanale economico «Il Mondo», nel libro <<Il partito dei padroni>>. Come Confidustria e la casta economica comandano in Italia», Longanesi, Milano, 2010.

L’autore ricorda l’anomalia di un’organizzazione, capace di condizionare il potere politico, ramificata sul territorio con 18 organizzazioni regionali, 21 federazioni di settore, 3 di scopo, 97 strutture di categoria, 258 organizzazioni associate, oltre alla sede centrale di Roma, guidata da un presidente con pieni poteri e da boiardi silenziosi, che riceve contributi per 506 milioni di euro e arriva a un miliardo, sommando i ricavi delle società controllate, che sono il «Sole24Ore», la LUISS di Roma e una galassia di altre aziende, editrici di giornali come l’«Arena», «Il Giornale di Bergamo», «Il Giornale di Vicenza», società di certificazione della qualità, di software, della fotografia, dell’editoria libraria.

Confindustria ha circa 4 mila dipendenti diretti, rappresenta 142 mila imprese, che danno lavoro a poco meno di 5 milioni di persone. Dispone di una ricchezza e un potere, che non ha nessun partito o sindacato in Europa, talchè il suo presidente è una delle figure di massimo rilievo e a livello locale conta più il presidente della Confindustria provinciale che il sindaco.

Astone ritiene che la vocazione ad essere partito la Confindustria ce l’abbia nel DNA. Cita a sostegno la decisione costitutiva, dei fondatori, Louis Bonnefon Craponne e Gino Olivetti, il primo presidente e il primo segretario, che nel 1910, a Torino e poi radunando le federazioni di Piemonte, Liguria, Milano e Monza, vagheggiarono di dar vita a un vero e proprio «partito degli industriali». Ma, nel confronto allargato, trovarono più conveniente dare il contributo di mezzi finanziari, idee e uomini ai partiti conservatori e reazionari per favorirne l’ascesa al governo.

Hanno avuto così appoggio Mussolini, Fanfani, Andreotti, Craxi e Berlusconi.

Come scrisse Ernesto Rossi nel 1955, «invece di fondare un partito nuovo, trovavano un cavallo che si prestava bene a portarli dove desideravano».
La trasformazione di «Confindustria in partito» avviene soprattutto negli anni di Tangentopoli e dello sgretolamento dei partiti tradizionali. Nel biennio 1992-94, l’organizzazione imprenditoriale diventa un soggetto politico, che contratta direttamente con i sindacati e i governi tecnici di Amato, Ciampi e Dini.

Le privatizzazioni di ENI, ENEL, Finmeccanica e Telecom portano allo scioglimento dell’Intersind, la loro organizzazione imprenditoriale e all’ingresso in Confindustria, che in tal modo accresce il suo potere già forte. Si dà vita alla concertazione e la presidenza del tempo, di Luigi Abete, sostiene l’azione di «Mani pulite», dando l’ultima spallata alla prima Repubblica.

Nel 2000 è il turno del piccolo imprenditore campano Antonio D’Amato, che stringe un patto di ferro con Berlusconi per un programma liberista sul modello tatcheriano.

Il fallimento di questa visione e dell’esclusione del maggiore sindacato italiano, complemento indispensabile di una scelta autoritaria, sono fattori di una grave crisi economica, politica e sociale. Contribuiscono a portare alla ribalta della Confindustria il presidente più «innovatore», propenso al confronto con le rappresentanze del mondo del lavoro. Luca Cordero di Montezemolo chiude la parentesi D’Amato e comincia a «giocare di sponda tra centrodestra e centrosinistra, strizzando l’occhio al secondo».

E’ l’uomo che cumula il maggior numero di ruoli imprenditoriali, mai posseduti da altri fino ad allora, un protagonista, ampiamente legittimato a negoziare e a dare indicazioni a nome del capitalismo nostrano. La sua presidenza coincide con una breve legislatura di governo del centrosinistra, caduto per l’aspra opposizione del centrodestra, che non si fa scrupolo di usare nessun mezzo e per l’insoddisfazione delle componenti interne, più orientate a soddisfare le richieste immediate di riequilibrio sociale.

La successione di Emma Marcegaglia è data quasi per scontata. E’ donna, da sempre in Confindustria, quarantenne, dotata di un temperamento, che l’ha fatta soprannominare «Black&Decker». Viene scelta per «rimettere al lavoro l’organizzazione». E’ eletta con il 99,2% dei voti, mentre si svolge la campagna per le elezioni legislative, dopo le dimissioni del governo Prodi. Decide di camminare mano nella mano con Silvio Berlusconi, uscito vincitore dalle urne a capo di una coalizione, che ritorna al governo con una legge elettorale maggioritaria, «una porcata», secondo un esponente della nuova maggioranza.

La nuova presidente è eletta mentre scoppia la più grave crisi economica da sessant’anni, che il nuovo governo trascura, mentre rimanda le costose promesse fatte per avere consenso. Per lo stretto legame governativo, Marcegaglia è accusata d’immobilismo e di sudditanza alle esigenze del presidente del Consiglio.

Il libro di Astone si conclude con un capitolo, intitolato «La casta di lorsignori», che ricorda la meritocrazia made in Italy, le scatole cinesi di controllo delle aziende, i casi più clamorosi del familismo e dell’imprenditoria in un paese, incrocio di caste.

Sappiamo che all’assemblea della settimana scorsa il presidente del Consiglio, in difficoltà con il suo partito, non si è speso più di tanto a sostenere la sua alleata, anzi ha rivelato che la sera prima la presidente Marcegaglia era andata a trovarlo per fargli leggere il discorso preparato. Un gesto che potrebbe significare la fine di un’alleanza e portare a una maggiore attenzione della presidente alle istanze della piccola e media impresa.

Il libro di Astone è ricco di informazioni e di richiami ad avvenimenti e pareri autorevoli. L’abilità giornalistica dell’autore si rivela nel continuo collegamento delle une e degli altri con un percorso avvincente, che fa riflettere il lettore sulla realtà di un ambiente instabile, delle «mille confindustrie», che sopravvive tra guerre e intrighi.

Estratto da: Iriospark

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Fact Checking: Quando i Conti non Tornano

Ieri sono stati rilasciati i risultati del 1st quarter [1° trimestre] del New York Times. Dopo un lungo periodo buio, il celebre quotidiano statunitense torna all’utile con risultati positivi in assoluto ed ancor più se paragonati al pari periodo dell’anno precedente.

Nel riportare la notizia l’attenzione di praticamente la totalità delle fonti ha enfatizzato come nell’ambito dei ricavi la grande crescita sia dovuta all’ottima performance della vendita della pubblicità on line, evidenziando, in molti casi, altrettanto, la debacle della raccolta pubblicitaria tradizionale su carta.

Ho verificato essere così per TechCrunch, Paid ContenteMedia, The Awl ed altri ancora. Anche le agenzie in Italia, riprendendo la notizia, enfatizzano il medesimo aspetto.

Per chi si interessa di questi aspetti la notizia era una bomba, come si suol dire, sia per la positività dei risultati che a maggior ragione per la fonte dei ricavi. Mi sono sentito in dovere dunque di approfondire, di verificare, di ricercare se i conti originali del NYT erano stati pubblicati per leggere con i miei occhi il dettaglio di quanto le fonti che ho citato segnalavano.

Li ho trovati! Chiari , dettagliati, in  forma di conto economico a scalare, facilmente comprensibili anche a chi non è un esperto.

Incredibilmente nessuno cita quello che è il dato in assoluto di maggior rilevanza: una crescita del 3,5% dei ricavi dalla vendita del giornale. Sono tralasciati tutti gli aspetti inerenti gli importanti aspetti riorganizzativi del quotidiano di New York che generano un non trascurabile -18% dei costi.

Sia l’aumento delle vendite che l’importante saving dei costi sono lampanti, evidenti a chiunque legga il conto economico del giornale. Se nessuno ne parla può dunque significare che la verifica fatta dal sottoscritto non è stata effettuata, e questo per testate quali TechCrunch sarebbe grave, o che non si ha interesse a presentare questo aspetto essendo focalizzati [pour cause?] solo sulle revenues derivanti dal digitale. In nessuna delle due ipotesi si può stare allegri.

clicca per ingrandire

Tutto il dettaglio, incluso l’aspetto relativo ai ricavi pubblicitari suddivisi per area, è disponibile QUI.

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Titoli editoriali

var. seduta

var. ultimi 6 mesi

var. ultimo anno

FTSE ALL SHARE

-0.43%

Buongiorno

-1.29%

+78,25%

-1,48%

Cairo Communication

+ 0.31%

-1,65%

-20,39%

Caltagirone Editore

+ 2.06%

-9,00%

-49,19%

Class Editori

-2.14%

+8,90%

-25,11%

Espresso

-0.48%

+32,45%

-22,19%

Il Sole 24Ore

-1.45%

-5,77%

-37,00%

Mediaset

+ 0.42%

+14,50%

-6,77%

Mondadori

-1.20%

-16,52%

-33,84%

Monrif

-2.90%

-10,67%

-12,61%

Poligrafici Edit.

+ 0.42%

-0,82%

-28,25%

Rcs Mediagroup

-0.88%

+15,26%

-40,31%

Seat Pagine Gialle

+ 2.64%

-57,36%

-70,76%

Telecom Italia Media

-0.57%

+43,17%

+31,47%

Tiscali

-0.17%

-35,18%

-81,82%

Aggiornato: Venerdí 24.07.2009 [Via]

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