Archivi del mese: gennaio 2013

Intervistato

Al termine della lezione tenuta al master in giornalismo scientifico digitale della SISSA all’inizio di questo mese i partecipanti mi hanno chiesto se potevano intervistarmi per fare una sintesi delle cose che ci eravamo detti quel pomeriggio.

Me ne ero quasi dimenticato finchè non ho visto pubblicato il video dell’intervista su «OggiScienza» la testata che viene realizzata da Sissa Medialab.  L’articolo che accompagna il video è così ricco di complimenti ed apprezzamenti nei miei confronti da lasciarmi più che imbarazzato anche se inevitabilmente lusingato del giudizio favorevole alla lezione.

Nell’intervista, in poco meno di cinque minuti, i miei due cents, come si suol dire,  sulla Rete, l’utilizzo dei social network da parte dei quotidiani e il mutamento del ruolo del giornalista. Buona visione.

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La Bocca della Verità in Tempo Reale

Al «The Washington Post» tira aria di cambiamento e innovazione. Dopo “Live Grid”, formato di live blogging multimediale, e “Post Pulse”, segnalati e commentati il 22 gennaio scorso, adesso viene lanciata la bocca della verità in tempo reale.

“Truth Teller”, ancora in fase di prototipo, è un’applicazione realizzata da quotidiano statunitense con il finanziamento della Knight Foundation che verifica le affermazioni dei politici in tempo reale.

[vimeo.com/58400613 w=500&h=280]

Secondo quanto spiega il giornale viene utilizzata la tecnologia di Microsoft Audio Video Indexing Service [MAVIS] per estrarre i file audio dai video dei discorsi dei politici e trasformarli in testo combinandoli al database di informazioni del quotidiano o a fonti esterne per il fact checking, la verifica delle affermazioni in tempo reale.

Guardando le prime realizzazioni pubblicate il risultato è davvero interessante. In un unico spazio vi è il video del discorso, la trascrizione dello stesso al cui interno sono evidenziate le porzioni di testo che sono state verificate alle quali si ha accesso come mostra lo screenshot sottostante.

Ottima iniziativa sia perchè riporta, finalmente, il giornalismo ed i giornali al loro ruolo di watchdog che per la pregevole realizzazione grafica, oltre che tecnologica, con lo splash a tutta pagina di grande impatto per la storia principale.

Truthteller

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Dal Triangolo al Rombo

Edelman, una delle più importanti agenzie di pubbliche relazioni al mondo con sede in  66 nazioni, ha pubblicato i risultati generali della tredicesima edizione del Trust Barometer. La ricerca ha coinvolto circa 32mila individui in 26 nazioni diverse del mondo, Italia inclusa, analizzando il livello di fiducia nei confronti di imprese, istituzioni e media. La ricerca è stata condotta da Edelman Berland, una consociata, con un’intervista online della durata di circa 20 minuti tra la metà di ottobre e la fine di novembre del 2012. Mille gli individui intervistati per ciascuna nazione ai quali sono stati integrati altri 5800 rispondenti definiti come “popolazione informata”,  gruppo di persone di istruzione medio-superiore, con un  reddito nel primo quarto della propria nazione, che legge o vede notizie sia generaliste che specialistiche del mondo degli affari più volte alla settimana.

Il rapporto indica una ripresa generale della fiducia nei governi e nelle istituzioni con un valore medio che cresce da 51 del 2012 a 57 di quest’anno. Crescita della fiducia  che resta comunque modesta con “avere grande fiducia” che si assesta al 16% degli intervistati per quando riguarda l’azione del governo e resta stabile al 17% relativamente ad imprese, al mondo degli affari, ed ai media. Ripresa di fiducia che comunque non riguarda l’Italia che scende a 51 rispetto al 56 di 2012 e 2011 e che arriva addirittura a 40 escludendo la “popolazione informata” collocando il nostro Paese tra i “distruters”, tra le nazioni senza fiducia.

Dei quattro attori considerati: governo, imprese, media e organizzazioni non governative [onlus], le ultime sono quelle che godono di un maggior livello di fiducia. Sensibile la differenza tra la fiducia riposta nel governo e quella data alle imprese, al mondo degli affari. Se complessivamente il gap è di 10 punti, per quanto riguarda l’Italia la differenza a favore delle imprese rispetto al governo è di ben 19 punti. Un dato che si commenta da solo.

Le banche e le istituzioni finanziarie si confermano come il settore che gode di minor fiducia. Non va molto meglio alle aziende che operano nel settore dei media come mostra il grafico di sintesi dei risultati sotto riportato.

Edelman Fiducia per Settori

Se la fiducia nei media cresce dal 51% al 57% complessivamente, così non è in specifico riferimento all’Italia dove invece, unica nazione tra le 26 esaminate oltre alla Polonia a mostrare tale dinamica, si assiste ad un calo dal 57 al 50%.

In questo quadro, le fonti di informazione tradizionale sono quelle alle quali continua ad essere riconosciuto complessivamente il maggior tasso di fiducia seppure registrino il minor incremento rispetto agli altri media. Si conferma “la galoppata” dei social media con un incremento del tasso di fiducia quasi doppio rispetto all’anno scorso. Social media che, comunque, nonostante il fortissimo sviluppo continuano ad essere l’ultima tra le fonti d’informazioni. I motori di ricerca come fonte d’informazione godono dello stesso livello di fiducia dei media tradizionali.

Edelman Fiducia nei Media

Il panorama attuale dei media, e lo scetticismo di cui è contornato nel complesso lo scenario di riferimento, richiedono molteplicità di voci e canali di comunicazione nonché un tasso di ripetizione del messaggio medio di 3 – 5 volte.

Edelman identifica 5 aree e 16 attributi specifici per la costruzione della fiducia da parte delle imprese. Fra questi l’engagement, che si compone di ascolto e feedback nei confronti delle persone, trattamento corretto del personale, dare priorità ai clienti invece che ai profitti e comunicare frequentemente ed onestamente lo stato del proprio business, è l’areea di maggior rilevanza in assoluto con il 59% dei rispondenti. E’ proprio su quest’area e sui relativi attributi che la ricerca rileva il maggior gap tra importanza attribuita e performance aziendali come mostra la slide 35 della presentazione dei risultati.

Si tratta di evidenze che non nascono solamente dall’attuale stato di crisi ma da una complessiva carenza delle imprese [ e delle istituzioni] nel dare risposte e relazionarsi secondo le attese delle persone.  Una dicotomia, un gap tra attribuzione di importanza dei fattori da parte delle persone e performance delle aziende caratterizzato da una distanza davvero significativa. Si veda a tale proposito anche la slide 36.

Nuove dinamiche ormai consolidate spostano le modalità di influenza dal triangolo, da logiche piramidali “top down” al rombo, o diamante come lo definisce Edelman. Co-creazione, dialogo, flessibilità divengono, sono, attributi e comportamenti dai quali le imprese [e i media] non possono più prescindere.

Edelman Influenza

Per tutti gli approfondimenti del caso e la presa di visione di aspetti non considerati dalla sintesi e commento si rimanda, come di consueto, alla lettura integrale dei risultati liberamente scaricabili. Comment is free.

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Il Passaggio dal Business Tradizionale a quello Digitale per l’ Industria dell’ Informazione

Nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory, partendo da uno studio sul passaggio dal business tradizionale a quello digitale per l’industria dell’Informazione pubblicato da Boston Consulting Group, viene fatto il punto su come le imprese editoriali che nascono dalla carta stampata possano sopravvivere alla transizione dando uno sguardo a quali siano i KPI, gli indicatori di prestazione, in  questo percorso.

Paper

Sempre in tema, per gli amici di LSDI, la mia recensione di “News(paper) Revolution” libro su ‘’l’ informazione online al tempo dei social network’’, come recita il sottotitolo, in vendita da pochi giorni. Saggio sulle modalità di approccio dei quotidiani alla Rete, di cui ne ripercorre le evoluzioni dalle primissime sperimentazioni degli anni novanta ad oggi, su alcuni dei tratti distintivi del Web, a cominciare ovviamente da multimedialità ed interattività, e sul modo con il quale vengono utilizzati i social network da i feed RSS a Twitter e Facebook passando per Instagram e Reddit.

Buona lettura.

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Vendite dei Giornali: Diffusioni & Confusioni

Ad aprile del 2012 ha preso il via il nuovo sistema di rilevazione della Ads che non si basa più sulla media dei 12 mesi precedenti ma rileva la diffusione dei singoli mesi. Se l’adozione di questa nuova metodologia ha lo svantaggio, sino ad aprile 2013, di rendere impossibile il confronto tra i dati del pari periodo dell’anno precedente in teoria oltre ad una maggiore attualità del dato, che viene fornito a distanza di 30 giorni e non più di 60 come in precedenza, doveva anche fornire maggior chiarezza e trasparenza su diffusioni e vendite soprattutto a beneficio degli investitori pubblicitari.

Che diffusioni e vendite dichiarate da alcuni editori non siano aderenti alla realtà è cosa che si sussurra in un orecchio  in confidenza da tempo e che anche il sottoscritto ha evidenziato come possibile recentemente.

Franco Abruzzo, giornalista di lungo corso ed ex Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia [e molto altro ancora], in un articolo pubblicato ieri sul suo sito a firma di Francesco M. De Bonis, scrive che “Sulle vendite e sui bilanci delle società editrici di quotidiani quotate in Borsa si impone, però, una grande “operazione verità”. I dati delle vendite sono circondati dal mistero più fitto. La diffusione è una realtà, le vendite in edicola sono un’altra realtà”.

L’articolo prosegue approfondendo la situazione del «Il Sole24Ore» ma basta un’occhiata ai dati di dettaglio che è possibile visionare nell’area riservata, previa registrazione, del sito di Ads per capire che la situazione non è circoscritta al solo quotidiano di Confindustria.

E’ in particolare soffermandosi sui dati per provincia che si notano immediatamente le distorsioni. Ad esempio per quanto riguarda «Italia Oggi» questi sono i dati medi giornalieri 2011: Bologna 809, Milano 3.606, Genova 8.538 . Sin troppo facile capire che le copie che regalate sono comprese tra le copie diffuse nei canali previsti dalle disposizioni di legge. O ancora il caso di «Milano Finanza», per restare nell’area dell’informazione economico-finanziaria, con vendite medie del 2011: 5.789 copie mediamente a settimana a Milano, 2.747 a Roma e…..15.672 a Genova. I casi sono due o la finanza si è trasferita in blocco a  Genova oppure è evidente che i dati sono falsati artificiosamente ad hoc.

L’autore del precitato articolo suggerisce di “pensare a una autorità [l’Agcom?] alla quale conferire il potere di condurre accertamenti penetranti”, proseguendo “Gli stessi contributi pubblici vanno rapportati ad elementi sicuri e certificati. la libera stampa è il perno del sistema democratico e non può tollerare zone opache e tenebrose. Gli inserzionisti  si possono recuperare con  una politica improntata alla trasparenza”. 

Sono aspetti sui quali, ora posso anticiparlo, sto scrivendo un libro [che uscirà verso la fine di marzo], rispetto ai quali ho avuto modo di entrare in buona profondità al contrario, sorry, di Francesco M. De Bonis che evidentemente non è aggiornato sulla situazione legislativa al riguardo.

Esiste già un obbligo di tracciabilità delle vendite, disposizione di legge alla quale appare evidente perchè ci si voglia sottrarre. Non c’è bisogno di nessuna autorità garante rispetto a quelle già esistenti che garantisca trasparenza sia nei confronti degli investitori pubblicitari  che relativamente ai contributi statali, c’è bisogno di rimuovere lacci e laccioli, blocchi e veti incrociati tra FIEG da un lato e rappresentanze sindacali delle rivendite, dei giornalai, dall’altro lato e procedere con alla massima sollecitudine  alla fine del processo da amanuensi ed informatizzare le edicole costruendo una volta per tutte un applicativo che dialoghi direttamente tra punti vendita ed editori al quale il Dipartimento per l’informazione e l’editoria, che tra le altre cose eroga i finanziamenti statali, abbia accesso.

Se l’informazione è un bene prezioso per il Paese bisogna stabilirlo definitivamente ed agire di conseguenza, se invece è un prodotto come tutti gli altri lasciamolo pure a coloro che continuano a confondere il marketing con le marchette.

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Quando Social Media Marketing e Buon Giornalismo Coincidono

L’engagement non è di per se stesso un obiettivo strategico nello sviluppo di un piano di social media marketing ma rappresenta uno dei principali parametri, se non IL parametro, per valutare la bontà delle azioni adottate.

Le poche volte in cui il termine inglese viene tradotto si utilizza, anche da parte del sottoscritto, come sinonimo coinvolgimento. Esiste però un altro termine che probabilmente è più adatto, più consono: ingaggiare. Termine che, come spiega il dizionario etimologico, significa impegnare, far si che qualcuno si impegni in una determinata azione.

Ingaggiare

Cory Bergman, per chi non lo conoscesse General Manager di Breaking News [NBC News], fondatore di Lost Remote [Mediabistro], co-fondatore di Next Door Media,  membro di Poynter e professore del Master of Communications in Digital Media dell’ University of Washington [e molto altro ancora], ha scritto un interessante articolo, tutto da leggere, su come misurare l’impatto di un articolo e più in generale del giornalismo. Nelle conclusioni scrive:

There still isn’t a trusted set of “impact metrics” for journalism, but as I’ve written before, I believe newsrooms must help create that connection by including action paths from current storytelling.   If we enable consumers to take action directly from stories — when they care the most — then we’re increasingly able to measure a given story’s impact.

Sostenendo in buona sostanza che l’abilitare le persone a svolgere un’azione di loro interesse e più in generale per la comunità di riferimento sia l’elemento perniante e premiante di valutazione del giornalismo. Tesi che mi sento di condividere in toto, e che, fortunatamente, è adottata anche alle nostre latitudini con quale caso di buone pratiche quotidiane.

La dimostrazione che, al di là di pregiudizi e ritrosie reciproche, social media marketing, se ben concepito rispetto agli obiettivi dell’impresa editoriale, e buon giornalismo possono assolutamente coincidere.

Sul tema da leggere la presentazione di Serena Carpenter, ricca di casi concreti su, appunto, [buon] giornalismo ed engagement.

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La Crisi è Economica o di Valori?

A metà di questa settimana Nielsen Media Research ha rilasciato i dati delle rilevazioni degli investimenti pubblicitari in Italia suddivisi per mezzo per i primi 11 mesi del 2012 ed il relativo confronto con il pari periodo del 2011.

Se già nel progressivo dei primi undici mesi dell’anno scorso la situazione era davvero critica con  gli investimenti in televisione  che registrano una flessione del -15,3% e quotidiani e periodici rispettivamente al -16,9% e – 17,8%, anche l’advertising online [display+ performance+ classified] per la prima volta dopo anni di crescita in calo dell’8,3%.

Arrivano ora i dati dell’ Osservatorio FCP Assointernet relativi a tutto il 2012. Il mese di dicembre registra una flessione del -10,3% confermando e peggiorando la performance del mese di novembre e  portando il totale del 2012 ad una crescita del 5,3%.

Pur restando l’unico mezzo con una variazione positiva, il calo a due cifre del mese di dicembre, mese in cui tradizionalmente la spesa pubblicitaria cresce per incentivare i consumi natalizi, fa riflettere.

Seppure l’assenza di dati sul valore della search, di Google, e di Facebook nel nostro Paese non  consenta di avere un quadro completo della situazione, resta la negatività del dato, che certamente non lascia ben sperare per gennaio 2013, e induce inevitabilmente a riflettere sulle possibili cause ed implicazioni dello stesso.

Ovviamente la costante crisi economica che stringe, anche, l’Italia è inevitabilmente una concausa del calo degli investimenti pubblicitari che inizia a colpire anche l’online ma non credo che da sola basti a spiegare.

Con CTR che hanno valori nell’ordine dello zero virgola zero zero l’inefficacia della comunicazione online nella sua forma più tradizionale, display, è ampiamente dimostrata da tempo. Il trasferimento di forme e formati della comunicazione pubblicitaria all’online è assolutamente fallimentare, inadeguata come proposta, come confermato dal report  Nielsen: “Global Trust in Advertising and Brand Messages” che ha evidenziato come le forme più tradizionali di comunicazione pubblicitaria online [e mobile] sono quelle che godono di minor fiducia, e dunque impatto e valore, da parte delle persone.

Vi sono elementi strutturali di cambiamento nel processo di relazione e comunicazione tra persone e brand, imprese, alle quali gli attuali format di comunicazione pubblicitaria, anche online, non sono in grado di dare una risposta utile. La pubblicità diviene sempre più, nella migliore delle ipotesi, un fastidio da sopportare per poter fruire di contenuti che interessano le persone.

La crisi è economica ma anche di valori. Sarà meglio lavorarci sopra alla svelta.

Ads Don't Work

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