Archivi del mese: gennaio 2013

Informazione [In]Sensibile al Crowdfunding?

Información Sensible è una nuova piattaforma di crowdfunding, di finanziamento di massa in Rete, in castigliano [quello che normalmente – erroneamente – chiamiamo spagnolo], che a breve sarà operativa per finanziare progetti legati all’informazione sia sotto forma di articoli, e-books o documentari.

La piattaforma non avrà pubblicità al suo interno per mantenersi maggiormente indipendente nei contenuti proposti affidandosi esclusivamente alle donazioni delle persone per finanziare ciascun progetto giornalistico. Il sito web si presenterà al visitatore con una doppia veste, quella di testata d’informazione, dove saranno progressivamente pubblicati i contenuti finanziati, e quella, appunto, di piattaforma di crowdfunding sulla falsariga, per citare la più celebre di Spot.us.

Al suo interno è stata creato un sistema di gestione della reputazione che riassume il profilo professionale di ciascun autore e premia coloro che producono contenuti più completi, che hanno ottenuto le migliori valutazioni dei lettori e/o sono di maggiore impatto sociale.

Una volta arrivati alla cifra necessaria i contenuti saranno pubblicati sotto licenza Creative Commons 3.0 rendendo possibile a chiunque, anche a coloro che non hanno co-finanziato i progetti,  leggerla, condividerla o riprodurla altrove.

Il video sottostante ne riassume le caratteristiche principali mentre la pagina web dedicata all’iniziativa fornisce tutti i dettagli  sia in generale sulle caratteristiche della piattaforma che le indicazioni utili a giornalisti e lettori.

Se l’iniziativa pare certamente meritevole di attenzione e successo è sull’efficacia del modello di finanziamento proposto che, in specifico riferimento all’area dell’informazione che resto perplesso, dubbioso sulle effettive possibilità.

Infatti il grafico di sintesi pubblicato da «The Economist» relativamente alle tipologie di progetti che hanno ottenuto maggior successo nel 2012 su Kickstarter, la maggior piattaforma di crowdfunding al mondo, secondo quanto dichiarato dai gestori stessi, non lascia ben sperare.

Come mostra l’immagine sottostante la categoria del publishing si colloca al fondo sia per quanto riguarda gli importi mediamente versati da ciascuna persona che, soprattutto, per il tasso di successo, per il raggiungimento della cifra necessaria.

L’impressione è che in ambito strettamente informativo sia difficile entusiasmare e coinvolgere “a scatola chiusa” lasciando immaginare che in quest’area sia più funzionale, e funzionante, un modello freemium che non quello di crowdfunding che invece funziona molto bene per quanto riguarda i giochi.

Combinando questi aspetti mi pare possibile ipotizzare un buon grado di probabilità di successo per iniziative di crowdfunding incentrate sui newsgames per quanto riguarda l’informazione.

Tema che, posso anticipare, verrà trattato in un panel ad hoc al prossimo Festival Internazionale del Giornalismo  al quale parteciperò come valletto, come moderatore. Come si suol dire, se il tema vi interessa, stay tuned.

Crowdfunding

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Avercelo Lungo

Se siete approdati a questo articolo alla ricerca di righelli e dintorni conviene che chiudiate immediatamente la pagina. Non è quello l’argomento, mi spiace.

“Snow Fall”, storia di grande successo di una terribile valanga sulle Cascade Mountains realizzata recentemente dal «The New York Times», ha riaperto il dibattito su le opportunità offerte, sia sotto il profilo giornalistico che economico, da quello che viene definito longform journalism, termine la cui miglior approssimazione in italiano è giornalismo narrativo.

Ma quanto viene effettivamente adottato questo format dai giornali e quale è la tendenza di questo tipo di proposte informative? Ed ancora, è sensato ricercare una correlazione tra lunghezza degli articoli e qualità dell’informazione?

A queste domande ha cercato di dare una risposta «Colombia Journalism Review» che ha analizzato gli articoli di lunghezza superiore alle 2mila parole pubblicate su «The New York Times», «The Wall Street Journal», «The Washington Post» e «The Los Angeles Times», dal 2003 al 2012.

Come mostra il grafico di sintesi dei risultati il numero di articoli con una lunghezza maggiore alle 2mila parole si è ridotto per tutte le testate prese in considerazione. Calo che complessivamente nell’arco temporale considerato è stato dell’86%.

Articoli + 2mila parole

 Se, come specifica sin dall’inizio l’articolo pubblicato su CJR, non vi è una diretta corrispondenza tra lunghezza del pezzo giornalistico e qualità dello stesso, certamente vi sono argomenti complessi, quali la crisi finanziaria o altro, che richiedono di essere articolati in maniera ampia per poter essere compresi dal pubblico.

Tutti i responsabili delle testate coinvolte nell’indagine hanno dichiarato che ricercare una correlazione tra qualità dell’informazione e lunghezza non è corretto. Tra questi Sara Blask del «The Wall Street Journal»  che afferma:

The number of words in an article has never been the barometer by which the quality of a publication or its value to readers should be measured. Every article is reported with unique facts and anecdotes that are needed to best tell the story. We consider those factors, while respecting our readers’ busy lives, when determining the length of an article. Our very strong circulation numbers suggest that readers think we’re doing a good job.

Uno studio condotto dall’ University of Bristol e dalla School of Journalism della Cardiff University su 498 diverse fonti d’informazione online in lingua inglese [USA & Regno Unito] per un arco temporale di dieci mesi analizzando 15 principali aree di informazione,  argomenti, i cui risultati sono stati pubblicati a dicembre 2012, ha evidenziato un deficit di leggibilità e chiarezza proprio per i temi di maggior spessore, di maggior valore in termini di contributo alla formazione di conoscenza e consapevolezza che un’informazione di qualità, un buon giornalismo, dovrebbe fornire.

Se certamente una correlazione tra qualità dell’informazione e lunghezza degli articoli andrebbe esaminata in maggior profondità, è indubbio che il declino sia evidente per tutti i giornali esaminati ad esclusione del «The New York Times» che invece vede crescere la quota di articoli di tale lunghezza sul totale di quanto pubblicato.

La domanda resta aperta, la preoccupazione anche.

longformpercent

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Paradossi e Indicazioni

Se la settimana scorsa era il «The Guardian» a puntare sulla carta con una campagna pubblicitaria per promuovere i supplementi del fine settimana del quotidiano e dell’ «The Observer», di proprietà dello stesso gruppo, ora è addirittura il quotidiano con il maggior numero di utenti unici al mondo a suggerire che per aumentare il traffico, le visite al proprio sito aziendale la cosa migliore da fare sia quella di promuoverlo sulla carta.

Mail Connected, l’area marketing e pubblicità di «The Daily Mail», «The Mail on Sunday» e «MailOnline», ha pubblicato infatti in questi giorni i risultati di una ricerca con la quale assicura ai propri investitori pubblicitari che la miglior forma per ottimizzare la presenza digitale, generare vendite ed avere nel complesso un buon ritorno dall’investimento in pubblicità è fare delle campagne stampa [su «The Daily Mail» e «The Mail on Sunday» ovviamente].

Mail Readers

Mail Connected sottolinea che gli internauti perdono facilmente l’attenzione con velocità di lettura e molteplicità di stimoli della multimedialità e che dunque la soluzione migliore resta quella di investire sulla versione cartacea del quotidiano che invece garantisce l’adeguata focalizzazione della tranquillità di lettura sulla carta.

Carta che, come mostra il grafico di sintesi sopra riportato, fa sì che quasi un terzo dei lettori non si perda nella navigazione ma vada direttamente al sito aziendale. Un CTR imbattibile per i bassi indici dell’advertising online che si assesta normalmente allo zero virgola.

Lo studio del quotidiano britannico mostra un’influenza ed un’efficacia della carta rispetto alla pubblicità online davvero rilevante,   [di]mostra anche come i ricavi che la carta riesce a generare per l’industria dell’informazione non siano neppure lontanamente paragonabili a quelli dell’online se perfino il marketing aziendale, anche, del sito con oltre 50 milioni di utenti unici mensili spinge sulla carta.

Mail Connected, per dimostrare ulteriormente l’efficacia della comunicazione sulla carta lancia un concorso, regalando il controvalore di 250mila sterline in spazi pubblicitari a chi in 250 parole fornisce la miglior motivazione di come la carta sia un attivatore efficace del digitale. Un’iniziativa simile era stata realizzata da «Usa Today» ad ottobre 2012  ed i risultati sono stati annunciati questa settimana. Il vincitore? Google.

Paradossi e indicazioni.

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Il Ritorno del Denaro

No, non si parla, ahimè, della ripresa economica, che temo bisognerà attendere ancora a lungo, ma della ripresa delle pubblicazioni di «Il Denaro», quotidiano economico della Campania che aveva sospeso le pubblicazioni il 15 dicembre scorso, ad eccezione di due numeri speciali di fine anno, con la promessa di riprenderle dopo un mese. Così è stato.

Se la ripresa delle pubblicazioni di un giornale di carta di questi tempi è già di per se una notizia, sono altri gli aspetti che colpiscono e che può valere la pena di riprendere dall’editoriale del Direttore del quotidiano campano.

Un nuovo formato che è la metà di quello adottato tradizionalmente dai giornali, non solo una questione di risparmio di carta, che certamente comunque rappresenta una variabile da non sottovalutare, ma anche un richiamo ai tablet ai quali assomiglia  parecchio per dimensioni.

Formato che è adottato per le uscite dal martedì al venerdì, giorni nei quali il quotidiano viene venduto a 0,50 €, mentre il sabato viene proposto nel formato classico al prezzo di 1 €, con una proposta di abbonamento di 99 € annuali per l’abbinamento sia della versione cartacea che di quella digitale ed a soli 30 € per quella esclusivamente elettronica.

Anche l’organizzazione dei contenuti ha chiari riferimenti al digitale con il richiamo in prima pagina delle 4 sezioni principali del giornale: Fast, Smart, Smack, e Slow. Fast News per un rapido giro di orizzonte su quello che accade nei campi di preminente interesse del giornale: economia, politica, professioni. Smart News per illustrare quello che di buono e innovativo avanza nel campo delle imprese e delle pubbliche amministrazioni con un occhio particolare ai giovani talenti. Smack News per accendere una luce sul mondo spesso in ombra della sussidiarietà, del volontariato, del terzo settore dove avremo una guida d’eccezione. Slow News per riflettere sui temi che meriteranno approfondimenti.

Secondo quanto riporta «Editoria Tv», testata all digital, sempre di origine campana, dedicata all’editoria italiana, la tiratura del cartaceo è partita con un numero di copie che si aggira tra le 7 e 10mila. Tiratura che considerando la specializzazione del giornale sia in termini di contenuti che geografici non è trascurabile. La versione integrale del quotidiano cartaceo viene resa disponibile integralmente anche per i non abbonati dalle ore 14 fino a fine gennaio 2013.

«Il Denaro», con grande coraggio, dimostra che è possibile fare innovazione anche sulla carta adottando formati e linguaggi fuori dall’ordinario. Non si può che formulare gli auguri di una lunga vita.

Denaro

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Per una Comunicazione Elettorale di Successo

Un filone consolidato della ricerca in semiotica, psicologia e sociologia della comunicazione [Umberto Eco, 1994; Dan Schiller, 2007; Manuel Castells, 2009] ha messo in evidenza che le persone comunicano se condividono il significato dell’informazione passata nel contesto delle relazioni sociali in atto.

Gli individui sono capaci di modificare il senso dei messaggi scambiati, ma la costruzione del significato è complessa. Avviene con un processo influenzato dal contenuto e dal formato dei messaggi, dalla tecnologia e dalle pratiche comunicative variegate che gli attori usano, dalle esperienze passate. Dipende dai livelli di coinvolgimento attivati in presenza delle opportunità di informazioni, idee e impressioni, raccolte con motivazioni diverse da persone diverse e dalla stessa persona in circostanze diverse.

Totò

I “destinatari” della comunicazione politica per lo più prestano un’attenzione relativamente scarsa e trattengono solo un’esigua frazione dell’imponente flusso d’informazioni inviate dai partiti con l’ampio ventaglio dei media tradizionali e nuovi, di massa e sociali.

Per orientare il loro comportamento elettorale i “componenti delle audience” impiegano schemi interpretativi degli eventi politici che li riguardano, come delle attività di schieramenti e leader che preferiscono, traendoli dalla percezione degli interessi immediati e dal repertorio di conoscenze memorizzate.

La comunicazione avviene con il riconoscimento di un “campo comunicativo”, dove le persone possono interagire, negoziando le regole per svolgere il processo che conduce alla co-significazione, avvalendosi delle tecnologie, delle caratteristiche degli attori, dei loro codici culturali e delle procedure comportamentali. E’ un processo, che sorregge quello di scambio tra i partecipanti alla comunicazione e ne configura il campo di azione, mentre opera per elaborare la cultura della condivisione e la formazione dell’unità sociale.

“I soggetti comunicativi non sono entità isolate; interagiscono fra loro formando reti di comunicazione che producono senso condiviso. Siamo passati dalla comunicazione di massa rivolta all’audience, a un’audience attiva che ritaglia il proprio senso mettendo a confronto la propria esperienza con i flussi monodirezionali che riceve. Così osserviamo la nascita della produzione interattiva di significato. Questo è ciò che chiamo audience creativa, la fonte della cultura del remix, che caratterizza il mondo dell’autocomunicazione di massa” [Manuel Castells, 2009].

La comunicazione politica in tal modo praticata configura il sistema democratico, consente la cittadinanza attiva, serve a perseguire i fini di adattamento e mantenimento della Politica.

La leadership “carismatica” degli showmen televisivi, diretta all’integrazione passiva dei comunicanti e alla loro interpellazione nelle occasioni istituzionali, in funzione delle necessità di governo del sistema politico, è andata in crisi irreversibile. La politica spettacolo dei bagni di folla e delle acclamazioni all’unto del Signore riconosciuto adesso serve appena per le sottolineature caricaturali dei comici e dei vignettisti tradizionali.

I rottamatori, che vogliono cambiare, perché “tutto resti come prima”, non fanno più presa.

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La realtà dimostra in centinaia di occasioni che bisogna riabilitare la politica dei professionisti al servizio delle esigenze dei cittadini e non solo a quelle dell’equilibrio del bilancio pubblico, per ottenere successo.

Oggi le tecniche e i metodi della scienza politica mettono a disposizione degli attori del processo di formazione ed espressione delle preferenze individuali e collettive molte possibilità di comunicazione e co-significazione, per scegliere fra le alternative politiche sottoposte al vaglio democratico.

Non si tratta di fare del tecnicismo né del metodologismo, ma di acquisire strumenti di analisi e criteri per rilevare, selezionare, affrontare e risolvere i problemi cronici dell’ambiente politico, conoscendo nuove esperienze concrete e impadronendosi di modelli di comunicazione e sistemi di decisione, idonei a migliorare il livello, le caratteristiche e l’integrazione della comunità sociopolitica.

“Il potere politico è un potere relazionale, che appartiene a chi lo esercita”, scriveva più di trent’anni fa il caposcuola della scienza politica italiana del dopoguerra, Giovanni Sartori, prevedendo che “anche nella società tecnologica più avanzata il governo resterà un governo dei politici…Un potere senza sapere è un potere limitato e circoscritto dal proprio difetto di cognizioni”.

La previsione, formulata nel libro “La Politica. Logica e metodo in scienze sociali”, si è avverata, come mostra anche il caso del governo italiano dimissionario. Le tecniche, i sistemi e le strategie politiche oggi possono essere sostenute non più solo dai “carismi” pasticcioni e dall’uso dei poteri rivolti al “consenso”.

Think-tank di esperti di tutto il mondo hanno elaborato nella pratica pacchetti di sostegno all’azione dei politici con strategie di comunicazione integrata e azioni correlate.

Metodi di visibilità mediatica, monitoraggio del consenso, controllo delle informazioni [factchecking], public speaking, redazione e presentazione dei programmi, ascolto attivo, sviluppo della fiducia, aumento della competitività individuale nel contesto politico di riferimento sono utilizzati anche in Italia da esperti della comunicazione tecnologicamente basata, per assistere i rappresentanti eletti dal popolo e i candidati alle elezioni nello svolgimento delle campagne elettorali, nella diffusione delle notizie che li riguardano, nell’attuazione dei comportamenti atti a incrementare l’efficacia delle relazioni sociali.

La comunicazione politica, come disciplina utile per soddisfare le attese e i bisogni dei cittadini, si è rinnovata e si va riconfigurando anche a vantaggio dell’aumento di efficacia dei politici, troppo spesso ancora fermi alle tesi di chi li vuole “Marche come tutte le altre” [Marcel Botton, 2009] in un piattume indistinto e indifferente agli scopi specifici, da cui emergono solo pochi lanciatori di ukase televisivi.

Striscioni Elettorali

Se voleste approfondire, discuterne in maniera più personalizzata di quanto non sia possibile fare in questi spazi ed aveste l’insano desiderio di contattarmi in maniera più personale e riservata mandatemi una mail all’indirizzo di posta elettronica indicato nell’about.

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La Gamification della Politica Italiana

La politica italiana, ed i politici, cercano di recuperare la relazione e la fiducia persa sperimentando nuovi canali e nuovi mezzi di comunicazione e di relazione con le persone.

E’ così che dopo la sessione di #montilive su Twitter che tanto ha fatto discutere recentemente, è sempre il Presidente del Consiglio uscente a cercare modalità di coinvolgimento che, sperimentate abbondantemente oltreoceano, approdano anche nello scenario della comunicazione politica del nostro Paese.

Andando sul sito Agenda Monti si viene invitati a partecipare al dibattito politico, a fornire il proprio contributo sia alla diffusione del messaggio proposto da Mario Monti che ad alimentarlo con proposte proprie. Processo di diffusione e partecipazione che passa attraverso una proposta che si rifà ai principi della gamification,

Monti Gamify Users

Il percorso ideato presuppone quattro livelli che vanno da “Testimone”, ruolo che si ottiene con la semplice iscrizione, registrazione sul sito, a “Portabandiera”, che potrà presentare le sue idee in appuntamenti ufficiali, passando per “Artefice”, colui che scrive una propria proposta e/o organizza un gruppo all’interno del sito, e “Alfiere”, deputato ad organizzare incontri ed eventi “off line”, sul territorio, per promuovere la propria idea, e quelle di Monti ovviamente.

Se va comunque apprezzato il tentativo, ancor più in ragione della ristrettezza di tempi nei quali è stato realizzato, non altrettanto si può dire per l’esecuzione dove la carenza dei fundamentals della gamification sono evidenti per mancanza di un percorso, di game design, limitandosi fondamentalmente agli aspetti più elementari dei meccanismi di gioco applicati a contesti non ludici  ed inserendo esclusivamente quella parte che viene definita con il termine di [sigh!] badgification.

Se, come dicevo la settimana scorsa durante la mia lecture al master in giornalismo scientifico digitale della SISSA International School for Advanced Studies di Trieste, la gamification non è solo un fornire le pedine e i dadi: bisogna essere bravi a costruire il gioco dell’oca, è evidente come in questo caso l’obiettivo prevalente di comunicazione sia quello di costruire, di alimentare buzz, passaparola rispetto alle proprie proposte.

Di basso livello nella realizzazione concreta anche molti elementi quale, per citarne almeno uno, quello legato ad uno sano spirito di competizione che è tipico dei meccanismi di gioco e che, appunto, è completamente assente.

Insomma la politica italiana approda alla gamification con dilettantismo e superficialità così come si è troppo spesso rifatta sinora al marketing degli omogeneizzati.

“Il potere politico è un potere relazionale, che appartiene a chi lo esercita”, scriveva più di trent’anni fa il caposcuola della scienza politica italiana del dopoguerra, Giovanni Sartori, prevedendo che “anche nella società tecnologica più avanzata il governo resterà un governo dei politici…un potere senza sapere è un potere limitato e circoscritto dal proprio difetto di cognizioni”.

Non resta che augurarsi che le sperimentazioni alle quali stiamo assistendo siano un inizio di percorso.  Approfondiamo domani identificando quali siano gli aspetti e gli elementi da considerare per una comunicazione elettorale di successo. Promesso.

Monti Gamification

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L'[Un]Social Media Marketing dell’Informazione Italiana

Terminata la pausa natalizia ritorna la mia rubrica per l’European Journalism Observatory. Si inaugura il 2013 con un’analisi di un campione di alcune testate nazionali, sia all digital che non, cercando di verificare comportamenti, strategie messe in atto e livello di coinvolgimento delle persone su Facebook e Twitter.

L’infografica sottostante sintetizza i principali risultati mentre i dati completi ed il commento agli stessi sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo.

Infografica Engagement Informazione Italiana

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La Lezione di Business Insiders

Business Insiders, testata all digital statunitense, si racconta e svela molte informazioni riservate sul suo successo, su come in 5 anni sia passata da mille ad un milione di visitatori al giorno. Una case history di grande interesse per cercare di comprendere quali dinamiche e leve per ottenere interesse e redditività con l’informazione online.

Cinque anni dopo il lancio il suo Direttore, Henry Blodget, identifica le quattro chiavi, i quattro elementi del successo:

  • Contenuto pensato esclusivamente per il digitale, elemento che le edizioni online delle testate tradizionali nella grande maggioranza dei casi faticano a proporre, o non propongono del tutto, privilegiando spesso la versione cartacea in tal senso.
  • Adattamento ad una distribuzione multischermo, multipiattaforma, con un forte accento su ottimizzazione dei contenuti in ottica SEO e reti social, social network
  • Misurazione dei risultati in tempo reale
  • Alta produttività della redazione

Un modello di giornalismo digitale estremamente aggressivo nella sua strategia di crescita dell’audience fatto di un mix di informazione economica e specializzata nel mondo della tecnologia e del business proposta con uno stile da intrattenimento di largo consumo.

Qui di seguito cinque immagini selezionate, quelle che mi sono apparse più significative, più rivelatrici, che meglio spiegano l’approccio e la strategia di Business Insider, tratte dalla presentazione completa che, ancora una volta, consiglio di leggere e “digerire” attentamente.

BI Digital Content

BI Distribution

BI Mix

BI Analitycs

BI Newsroom

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Un Laboratorio di Idee per Salvare i Banner

Se il formato display, i banner sostanzialmente, continua ad essere il più utilizzato la sua [in]efficacia ed il valore riconosciuto per cpm sono un problema importante da risolvere per l’advertising online compresa la, modesta, quota parte che arriva all’industria dell’informazione che in questa dinamica ha un problema nel problema.

«The New York Times»  tra le sua aree di sperimentazione create circa tre anni ha anche Idea Lab, laboratorio di idee come dice il nome al cui interno lavorano una decina di persone dello staff della ricerca e sviluppo del quotidiano.

Tra i vari temi di sperimentazione ve ne è uno specificatamente dedicato all’innovazione dei contenuti e dei formati da cui è nato anche recentemente “Snow Fall“, format editoriale di grandissimo successo [3,5 milioni di utenti unici hanno letto la pubblicazione]  ed un altro invece si concentra sull’innovazione nell’ambito della comunicazione pubblicitaria.

Al suo interno vengono presentate numerosissime sperimentazioni realizzate dal gruppo di lavoro del quotidiano statunitense in collaborazione con gli investitori pubblicitari, con le aziende,  a seconda dell’obiettivo di comunicazione. Sono presenti, e disponibili a chiunque sia interessato a leggerle, circa una cinquantina di case histories, di casi di studio con il concept e la demo della campagna realizzata per aziende come General Electric, Porsche, Reuters o Target, per citarne solo alcune.

Ed è proprio per Target che è stata realizzata una soluzione di comunicazione a dicembre 2012 che tra le tante mi pare di particolare interesse con oltre che il banner in testa alla pagina una timeline personalizzata che si aggiorna in maniera dinamica e si attiva ed è integrata con Twitter e Facebook.

Al di là delle specificità di ciascuna campagna le realizzazioni del «The New York Times» [di]mostrano due cose: la necessità di innovare e sperimentare e la differenza tra essere dei consulenti di comunicazione, dei partner del cliente e dei venditori di pixel come invece avviene nella maggior parte dei casi.

Non vi è dubbio, credo davvero, che il recupero di redditività dall’online per le testate, per i giornali, passi inevitabilmente da questi aspetti.

Target NYTimes

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Toccare il Fondo

Grande attesa per la prima edizione solo digitale di «Newsweek» dopo la decisione di abbandonare la versione cartacea.

Il settimanale statunitense per l’esordio sceglie di dedicare la storia di copertina alle esplorazioni sottomarine e titola “Have we hit the bottom” come mostra l’immagine sottoriportata.

newsweek-cover

Nel tentativo di dimostrare tutta la dedizione, l’impegno e la capacità di utilizzo dei formati digitali il settimanale rende la copertina animata. Quando infatti gli abbonati alla versione per tablet scaricano l’edizione di questa settimana si apre un’animazione di circa quattro secondi che mostra un’attrezzatura per le riprese sottomarine in movimento, come mostra il video sottostante.

Se già la scelta del tema lascia perplessi non essendo esattamente una “storia da urlo”, ancor più dubbioso il valore dell’animazione sia per la realizzazione che non pare davvero di qualità straordinaria che, soprattutto, perchè forse non è questo il tipo di caratteristiche che il lettore cerca nel formato digitale come confermerebbe la scelta di «The Economist» e i dati di una ricerca recentemente pubblicata da PEW.

A questo si aggiunga che in realtà tali proposte non sono esclusiva del digitale ed anzi possono essere perfettamente realizzate anche nella versione cartacea come dimostra Aurasma al CES in corso in questi giorni a Las Vegas, per tornare ad una proposta di cui ho parlato spesso in questi spazi.

A «Newsweek» sono le scelte editoriali ad avere toccato il fondo a mio avviso.

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