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Quando Social Media Marketing e Buon Giornalismo Coincidono

L’engagement non è di per se stesso un obiettivo strategico nello sviluppo di un piano di social media marketing ma rappresenta uno dei principali parametri, se non IL parametro, per valutare la bontà delle azioni adottate.

Le poche volte in cui il termine inglese viene tradotto si utilizza, anche da parte del sottoscritto, come sinonimo coinvolgimento. Esiste però un altro termine che probabilmente è più adatto, più consono: ingaggiare. Termine che, come spiega il dizionario etimologico, significa impegnare, far si che qualcuno si impegni in una determinata azione.

Ingaggiare

Cory Bergman, per chi non lo conoscesse General Manager di Breaking News [NBC News], fondatore di Lost Remote [Mediabistro], co-fondatore di Next Door Media,  membro di Poynter e professore del Master of Communications in Digital Media dell’ University of Washington [e molto altro ancora], ha scritto un interessante articolo, tutto da leggere, su come misurare l’impatto di un articolo e più in generale del giornalismo. Nelle conclusioni scrive:

There still isn’t a trusted set of “impact metrics” for journalism, but as I’ve written before, I believe newsrooms must help create that connection by including action paths from current storytelling.   If we enable consumers to take action directly from stories — when they care the most — then we’re increasingly able to measure a given story’s impact.

Sostenendo in buona sostanza che l’abilitare le persone a svolgere un’azione di loro interesse e più in generale per la comunità di riferimento sia l’elemento perniante e premiante di valutazione del giornalismo. Tesi che mi sento di condividere in toto, e che, fortunatamente, è adottata anche alle nostre latitudini con quale caso di buone pratiche quotidiane.

La dimostrazione che, al di là di pregiudizi e ritrosie reciproche, social media marketing, se ben concepito rispetto agli obiettivi dell’impresa editoriale, e buon giornalismo possono assolutamente coincidere.

Sul tema da leggere la presentazione di Serena Carpenter, ricca di casi concreti su, appunto, [buon] giornalismo ed engagement.

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Co-creazione di Valore

Coltivare il dialogo con le persone e ascoltarne le motivazioni, accogliendone opinioni e suggerimenti, è la strategia più efficace a disposizione di un’azienda per migliorare i propri prodotti e servizi e inventarne di nuovi, modellandoli sulle esigenze espresse dalle personen stesse. Questa strategia ha un nome, si chiama marketing conversazionale e co-creazione di valore.

Processo di co-creazione che dovrebbe essere l’essenza di quello che comunemente si racchiude nella definizione di Web 2.0 per troppo tempo colpevolmente trascurato, anche, dai giornali e ricercato sempre più dalle persone, che richiamavo a chiare lettere ragionando su quelli che a mio avviso dovranno essere i capisaldi del 2013 per l’industria dell’informazione.

Mentre il mondo intero guarda con attenzione ed interesse al “freemium-based meter” annunciato da Andrew Sullivan per la sua iniziativa editoriale indipendente, che pare iniziare sotto buoni auspici ma che, come dicevo ieri non  credo possa essere preso ad esempio per una struttura che ha costi importanti e dunque necessita di un insieme più articolato di fonti di ricavo, in Italia, finalmente, qualcuno inizia ad applicare i principi della co-creazione anche in ambito editoriale.

E’ il caso dell’edizione online del «Il Fatto Quotidiano» che a firma del suo Direttore Peter Gomez, a testimonianza dell’importanza attribuita alla cosa, chiude l’anno chiedendo ai propri lettori come trovare l’equilibrio economico sul web per la testata.

Succede che la richiesta, al momento della redazione di questo articolo, raccoglie 475 commenti. Certamente un’inezia rispetto ai 400mila che mediamente visitano il sito del giornale in questione ma nella maggior parte dei casi emergono spunti davvero interessanti.

E’ il caso, ad esempio, del commento di Vittorio Capozzi che suggerisce di “concretizzare il primo giornale on-line ‘peer-reviewed’: per mettere a valore con metodo le competenze disciplinari dei lettori, una comunità ‘peer-to-peer’ per una rigorosa verifica del giornalismo che incontra le discipline. Un esperimento di spessore internazionale, di transdisciplinarità giornalistica, che potrebbe non essere complesso da implementare”, o, per citarne almeno un altro, di quello di Maurizio Mineo che afferma “suggerirei una maggiore integrazione tra sito e giornale: per esempio, negli articoli del giornale rimandi al sito [tramite url accorciati come quelli su twitter, bit.ly/…, cliccabili sulla versione elettronica!] per approfondimenti – anche video – sull’argomento, come anche qualcosa di simile al “Come è andata a finire” della trasmissione Report. […] 4€ al mese non sono esagerati: come “premium” potrei immaginarmi l’accesso all’archivio del giornale per non abbonati e la lettura su sito di una selezione di articoli e inchieste del giornale in contemporanea alla pubblicazione degli stessi [penso per esempio agli editoriali delle firme del giornale, Marco Travaglio, Antonio Padellaro, che raramente appaiono sui rispettivi blog]”.

Quelli soprariportati sono solo due, per brevità, dei tanti commenti e suggerimenti davvero interessanti, che consiglio di leggere, raccolti dal giornale nei tre giorni dalla pubblicazione.

Esempio concreto di come creare senso di community e valore aggiunto attraverso il convolgimento delle persone, da seguire come buona pratica.

Co-creazione-valore-con-il-cliente

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Le Riviste ed i loro Siti Web

Columbia Journalism Review, probabilmente la più autorevole e prestigiosa pubblicazione di analisi e commento del mondo del giornalismo e dei media in generale,  tra agosto e novembre del 2009 ha condotto una ricerca tesa ad investigare lo stato dell’arte sui siti web delle riviste statunitensi.

Attualmente non esiste praticamente rivista, pubblicazione, che non abbia un sito web. Magazines and Their Web Sites, questo il  nome del report, ne ha investigato le “best practices” [e le peggiori], gli standard giornalistici di riferimento nell’ambito dei new media, modelli di business e profittabilità. 665 questionari, composti da 34 domande a risposta multipla e tre aperte conclusive, su 3mila sono stati completati.

Nonostante la ricerca abbia un approccio quantitativo, come testimonia la ricchezza di dati e tabelle presenti nel report finale, si presta a considerazioni di tipo qualitativo relativamente area di indagine. I risultati sono stati diffusi il 01 Marzo 2010.

La ricerca è talmente fitta di dati che è praticamente impossibile effettuarne una sintesi che abbracci tutte le aree di interesse, si rimanda, dunque, inevitabilmente alla lettura e comprensione della stessa.

Le aree di miglioramento sulle quali è necessario lavorare che emergono con chiarezza, in sintesi, sono:

  1. Necessità di lavorare sul capitale umano, sui giornalisti, di ieri e di oggi che non posseggono nella stragrande maggioranza dei casi gli skills per operare  adeguatamente sul web.
  2. Necessità di definizione degli standard di riferimento per la pubblicazione sul web. In particolare emerge un minor rigore nella verifica preventiva alla pubblicazione nel caso dei siti web rispetto alla omologa versione cartacea; si riscontra dunque una carenza significativa nell’area più qualificante del giornalismo, il fact checking.
  3. Necessità di comprensione ed adozione di un modello di business convincente e redditizio. La ricerca evidenzia come attualmente la diffusione di contenuti gratuiti supportati dai proventi derivanti dalla pubblicità sia il business model di riferimento al quale non sembrano esistere alternative. Su queste basi, ad oggi, solo un terzo dei siti web pare avere una sua redditività.
  4. Necessità di comprensione e presa di possesso relativamente alla tecnologia ed ai social media.
  5. Necessità di definizione del ruolo dell’on line, del suo significato e della sua posizione nell’ ambito del  portfolio prodotti. Aspetto che risulta evidente come attualmente non sia gestito.

Complessivamente dalla ricerca arrivano una serie di conferme relativamente ad aspetti che erano già emersi singolarmente da analisi precedentemente svolte.  Le indicazioni sono sufficientemente puntuali da fornire adeguati spunti per il passaggio dalla fase di ricerca e comprensione delle dinamiche a quella immediatamente successiva dell’ intraprendere correttivi ed azioni adeguate. Indugiare oltre non può che peggiorare, inasprire, il quadro di riferimento.

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