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Il Passaggio dal Business Tradizionale a quello Digitale per l’ Industria dell’ Informazione

Nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory, partendo da uno studio sul passaggio dal business tradizionale a quello digitale per l’industria dell’Informazione pubblicato da Boston Consulting Group, viene fatto il punto su come le imprese editoriali che nascono dalla carta stampata possano sopravvivere alla transizione dando uno sguardo a quali siano i KPI, gli indicatori di prestazione, in  questo percorso.

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Sempre in tema, per gli amici di LSDI, la mia recensione di “News(paper) Revolution” libro su ‘’l’ informazione online al tempo dei social network’’, come recita il sottotitolo, in vendita da pochi giorni. Saggio sulle modalità di approccio dei quotidiani alla Rete, di cui ne ripercorre le evoluzioni dalle primissime sperimentazioni degli anni novanta ad oggi, su alcuni dei tratti distintivi del Web, a cominciare ovviamente da multimedialità ed interattività, e sul modo con il quale vengono utilizzati i social network da i feed RSS a Twitter e Facebook passando per Instagram e Reddit.

Buona lettura.

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Anche per “La Repubblica” il Social Media Marketing Comincia dall’Interno

“Reporter”, iniziativa di giornalismo partecipativo lanciata da «La Repubblica» ha scatenato sin da subito un putiferio.

Non c’è rappresentanza dei giornalisti che non si sia schierata contro l’iniziativa. Il sindacato dei giornalisti [FNSI] contesta duramente l’iniziativa parlando di nuove forme di sfruttamento e rimandando il confronto al prossimo Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia che si annuncia davvero “caldo” anche sotto questo profilo. L’Asr e il Coordinamento lavoro autonomo atipico e precario dell’Associazione Stampa Romana, tra gli altri, insinuano il dubbio che si tratti di un’operazione di marketing da parte della testata, aspetto che comunque non cambia l’orientamento nei confronti dell’iniziativa.

Se complessivamente condivido la posizione espressa sul tema da Luca Conti è leggendo la posizione del cdr di «La Repubblica» che si capisce la natura del problema. Nel comunicato, pubblicato a pagina 25 del giornale di ieri, infatti si legge:

Il Cdr prende atto della rettifica apparsa sul sito concernente gli aspetti retributivi e delle scuse da parte di uno dei responsabili dell’iniziativa. Si augura che l’azienda completi il percorso di revisione critica dell’iniziativa e richiama la stessa alla correttezza nelle relazioni sindacali, evitando in futuro di ripetere il lancio di simili iniziative (come la stessa “Blu” per il pubblico di Facebook) senza la previa informazione al Cdr stesso come previsto dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico.

Si tratta di un passaggio fondamentale poichè evidenzia la carenza di concertazione e l’accostamento con “Blu” altre iniziativa di social media marketing lanciata in questi giorni dal quotidiano. Evidenziando di riflesso come ci sia stata una parte dell’organizzazione aziendale che non si è raccordata, non ha coinvolto, nè informato, pare, altre aree aziendali a cominciare dalla redazione.

Che si tratti di open journalism che impatta sulle relazioni interne da gestire con attenzione in una fase delicata quale quella attuale, o che sia un’operazione di social media marketing, personalmente propendo per la seconda ipotesi viste anche le dinamiche, l’armonizzazione, il coinvolgimento di tutte le diverse anime, i diversi comparti dell’impresa resta fondamentale.

Dimenticarsene, o peggio rimuovere questo aspetto, non può che causare una crisi di comunicazione. Reporter e dintorni ne sono, nella mia interpretazione, l’ennesima conferma.

Update: Da leggere anche la discussione sul tema su Facebook.

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Alla Fame per la Fama

Come molti ricorderanno, dopo la cessione dell’«Huffington Post» ad AOL per la straordinaria cifra di 315 milioni di dollari, una parte dei blogger che scrivevano gratuitamente per la testata all digital più famosa al mondo intentarono una class action pretendendo una parte dei ricavi ottenuti dalla cessione d’azienda sostenendo che aveva raggiunto quel valore, anche, grazie al loro lavoro mai pagato, e reclamandone un terzo.

Il «The New York Times» all’epoca aveva prodotto un’analisi esaustiva che quantificava concretamente il valore economico dei blog dell’«Huffington Post». Nell’articolo, prodotto allora, viene identificato specificatamente il peso dei blog, analizzando il numero di pagine viste sul totale ed i commenti [e dunque la partecipazione dei lettori] per arrivare a quello che potrebbe essere il valore in termini di ricavi pubblicitari. Ne emerge un rapporto di 1 a 20 tra gli articoli retribuiti e quelli gratuiti di blogger che darebbero luogo a revenues pubblicitarie nell’ordine di poco più di 6 US $ ogni mille pagine viste. Un  rapporto decisamente inferiore alla quota di revenues pretesa dalla class action.

A meno di un anno di distanza è arrivata ieri la sentenza, favorevole ad AOL.

Nelle motivazioni il giudice afferma che nulla è dovuto poichè non è mai stato stipulato un contratto oneroso tra «Huffington Post» ed i blogger che sin dall’inizio sapevano che il loro lavoro non sarebbe stato remunerato ed avendo accettato ugualmente nulla è loro dovuto. Il caso è stato licenziato con “prejudice”, dunque non potrà essere impugnata la sentenza o riproposta la causa in altra forma.

Ovviamente positiva la reazione della testata statunitense che esprime soddisfazione per la sentenza e rinnovato impegno nella collaborazione futura con tutti i blogger.

Con lo sbarco in Europa, appoggiandosi ai quotidiani nazionali, dell’HuffPo, già attiva, con buoni risultati, per quanto riguarda la Francia, e attesa imminente per le versioni spagnole, inizialmente previsto a marzo e poi riviato a giugno, ed italiane, per le quali sono già stati scelti i direttori, sarà interessante verificare il peso di blog e blogger nell’impostazione editoriale. Se infatti, a parità di mantenimento della medesima gabbia grafica in entrambe le versioni europee, nell’edizione britannica si nota un largo impiego di blogger, mentre in quella francese pare di gran lunga inferiore. Una differenza probabilmente dovuta sia alla cultura, alla mentalità delle persone che alle differenze nella legislazione nazionale.

Con la legge sull’equo compenso per i giornalisti in dirittura d’arrivo nel nostro Paese, la definizione di blogger, altra “parola scatolone” senza significato che, come noto, non apprezzo a prescindere dal caso specifico,  potrebbe divenire sinonimo di produttore di contenuti non pagato. Un bel tema da affrontare insieme al Festival Internazionale del Giornalismo il mese prossimo.

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Come Coinvolgere i Giornalisti Attraverso i Social Media

L’influenza dei social media e delle reti sociali non attiene solo a nuove forme di comunicazione e di relazione ma è ormai parte integrante dell’ecosistema dell’informazione. I Blog, Facebook e Twitter, per citare solo i più noti, sono mezzi di ampissima diffusione che selezionano, rielaborano e aggregano notizie, informazioni, costituendo così elemento di integrazione ormai imprescindibile del sistema informativo pur con tutte le distorsioni del caso. Dinamica che vede i giornalisti nel complesso zigzagare tra divieti e socialità della notizia.

Cosa avviene invece quando si ribalta la prospettiva cercando di coinvolgere i professionisti dell’informazione, sfruttando la loro presenza all’interno dei social media per finalizzare azioni di comunicazione d’impresa tipiche delle public relations?

E’ questa la domanda di fondo alla quale ha cercato di dare una risposta la ricerca sviluppata nel corso di questo mese da Text100, agenzia internazionale di pubbliche relazioni, che ha intervistato 72 giornalisti inglesi con l’obiettivo di comprendere appunto come e con quali mezzi sia possibile utilizzare i social media in tal senso.

I risultati, pubblicati ieri, evidenziano la tendenza a privilegiare ancora oggi canali più tradizionali con e-mail, comunicati stampa e consultazione del sito aziendale in testa alle preferenze. Tra i social media i corporate blog sono il mezzo preferito come fonte dalla quale attingere informazioni, elemento che conferma la necessità di investire nella prouzione, raccolta e sistematizzazione di contenuti anche sotto questo profilo.

Nonostante tutti gli sforzi compiuti nel tempo da Facebook resta a Twitter il primato di giornalisti con un account attivato. E’ sempre Twitter, seguito da Linkedin, il media attraverso il quale si preferisce essere contattati, confermando, pur con livelli diversi di maturità e consapevolezza, il ruolo prioritario assunto dalla piattaforma dei 140 caratteri in ambito informativo.

Come scrivono nelle conclusioni gli autori della ricerca, il fatto che i giornalisti non riconoscano nei social media la stessa utilità attribuita a comunicati stampa ed al sito aziendale [che ovviamente dovrà avere un’area dedicata], suggerisce di verificare l’efficacia di utilizzo di tali mezzi da parte delle imprese che forse anche da questo punto di vista dimostrano la loro social media inability.

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Giornalisti & Blogger

Il rapporto tra giornalisti e blogger è segnato già dalla terminologia che ne identifica differenze di status.

Si tratta una relazione che in più di un’occasione ho definito di controdipendenza, termine che suggerisce come vi sia dipendenza gli uni dagli altri ma al tempo stesso conflittualità.

Conflittualità che Paul Bradshaw spiega, come illustra la grafica di sintesi sottostante, in uno scontro di culture, forse persino di ideologie.  Una distinzione di mezzi e fini che  finirebbe inevitabilmente, pare, per generare contrapposizione.

Il tema è ricorrente da tempo, a ondate ritorna, così come l’ipotesi che i blog, al pari dei quotidiani di carta, siano morti sepolti, tanto da spingere persino Jay Rosen ad occuparsene in occasione del recente SXSW 2011.

Se certamente esitono delle distinzioni, all’interno del “nuovo” ecosistema informativo i confini si assottigliano, si fanno sempre più labili, rendendo davvero difficile tracciare una linea netta di demarcazione tra cosa sia un post e cosa un articolo, tra cosa sia un blog e cosa un web magazine, un quotidiano on line.

Se persino il NYT lascia ampi varchi nei propri recinti, riconoscendo implicitamente l’importanza dei “blogger”, e al tempo stesso  inaugura, come molti altri quotidiani, uno spazio su Tumblr,  diviene impossibile non cogliere i segnali inequivocabili di come nel tempo la contaminazione abbia lavorato su entrambi i fronti, trasferendo il valore dalla notizia al commento, all’analisi della stessa e rendendo complementari invece che alternativi e contrapposti questi due mezzi.

Il futuro dell’informazione si gioca, anche, sull’abbattimento delle barriere ormai insensate dei giornalisti contro i blogger.

Ben arrivati nell’era dei giornalisti e dei blogger, anche se personalmente non mi ritrovo in nessuna delle due classificazioni.

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Nuovi Eroi

Sospeso lo sciopero della fame si affievolisce l’eco della protesta di Paola Caruso, che con la sua iniziativa ha fatto emergere come il precariato sia un fenomeno che coinvolge e colpisce professioni tradizionalmente considerate elitarie e sicure.

E’ un fenomeno trasversale a moltissime professioni, fatto di insicurezze, ricattabilità e compensi al ribasso, che conferma come la struttura sociale si sia evoluta mutando da piramidale a clessidra schiacciando prevalentemente verso il basso quello che una volta veniva definito il ceto medio.

A queste dinamiche è dedicata la graphic novel “The Adventures of  Unemployed Man” [Le Avventure di un Disoccupato] che descrive avventure e disavventure di milioni di nuovi eroi alle prese con la più grave recessione che si ricordi.

Con intelligenza ed umorismo gli autori tratteggiano le peripezie, la quotidianità di coloro che si trovano in questa condizione, affiancando al personaggio principale, disegnato come un super man dei giorni nostri, tutta una serie di figure che descrivono egregiamente  il mondo del lavoro attuale e i suoi contorni.

Da “Wonder Mother”, la massaia che lotta per far quadrare il bilancio familiare a “Master of Degrees”, studente a vita per costrizione, passando per “The Firing Squad”, il team aziendale dedicato ai licenziamenti, e “The Outsourcerer”, mago aziendale della riduzione di costi, la ricchezza narrativa è davvero tale.

La novella grafica se, da un lato, conferma il valore di questa forma di storytelling, dall’altro, ripropone la necessità diffusa di forme di “flexi-sicurezza” adeguate all’attuale scenario.

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Offerte di Lavoro

Mentre la lettera di De Bortoli ha scatenato un dibattito infuocato sulle ragioni dei giornalisti e quelle degli editori, su JournalismJobs viene pubblicata una ricerca di personale che, sotto un certo profilo, brilla per onestà.

Nell’annuncio si legge: “How bad do you want to be a reporter? Bad enough to work nights and weekends? The poor glutton for punishment that’s chosen will cover city and county government. Sports and general interest feature stories. In exchange for your long hours and tireless efforts you will be rewarded with low pay and marginal health insurance.”

La proposta di lavoro scade ad inizio novembre e dunque, se foste interessati, vi conviene affrettarvi, in fondo sempre meglio delle offerte che perlopiù girano dalle nostre parti.

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