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Il Passaggio dal Business Tradizionale a quello Digitale per l’ Industria dell’ Informazione

Nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory, partendo da uno studio sul passaggio dal business tradizionale a quello digitale per l’industria dell’Informazione pubblicato da Boston Consulting Group, viene fatto il punto su come le imprese editoriali che nascono dalla carta stampata possano sopravvivere alla transizione dando uno sguardo a quali siano i KPI, gli indicatori di prestazione, in  questo percorso.

Paper

Sempre in tema, per gli amici di LSDI, la mia recensione di “News(paper) Revolution” libro su ‘’l’ informazione online al tempo dei social network’’, come recita il sottotitolo, in vendita da pochi giorni. Saggio sulle modalità di approccio dei quotidiani alla Rete, di cui ne ripercorre le evoluzioni dalle primissime sperimentazioni degli anni novanta ad oggi, su alcuni dei tratti distintivi del Web, a cominciare ovviamente da multimedialità ed interattività, e sul modo con il quale vengono utilizzati i social network da i feed RSS a Twitter e Facebook passando per Instagram e Reddit.

Buona lettura.

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Anche per “La Repubblica” il Social Media Marketing Comincia dall’Interno

“Reporter”, iniziativa di giornalismo partecipativo lanciata da «La Repubblica» ha scatenato sin da subito un putiferio.

Non c’è rappresentanza dei giornalisti che non si sia schierata contro l’iniziativa. Il sindacato dei giornalisti [FNSI] contesta duramente l’iniziativa parlando di nuove forme di sfruttamento e rimandando il confronto al prossimo Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia che si annuncia davvero “caldo” anche sotto questo profilo. L’Asr e il Coordinamento lavoro autonomo atipico e precario dell’Associazione Stampa Romana, tra gli altri, insinuano il dubbio che si tratti di un’operazione di marketing da parte della testata, aspetto che comunque non cambia l’orientamento nei confronti dell’iniziativa.

Se complessivamente condivido la posizione espressa sul tema da Luca Conti è leggendo la posizione del cdr di «La Repubblica» che si capisce la natura del problema. Nel comunicato, pubblicato a pagina 25 del giornale di ieri, infatti si legge:

Il Cdr prende atto della rettifica apparsa sul sito concernente gli aspetti retributivi e delle scuse da parte di uno dei responsabili dell’iniziativa. Si augura che l’azienda completi il percorso di revisione critica dell’iniziativa e richiama la stessa alla correttezza nelle relazioni sindacali, evitando in futuro di ripetere il lancio di simili iniziative (come la stessa “Blu” per il pubblico di Facebook) senza la previa informazione al Cdr stesso come previsto dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico.

Si tratta di un passaggio fondamentale poichè evidenzia la carenza di concertazione e l’accostamento con “Blu” altre iniziativa di social media marketing lanciata in questi giorni dal quotidiano. Evidenziando di riflesso come ci sia stata una parte dell’organizzazione aziendale che non si è raccordata, non ha coinvolto, nè informato, pare, altre aree aziendali a cominciare dalla redazione.

Che si tratti di open journalism che impatta sulle relazioni interne da gestire con attenzione in una fase delicata quale quella attuale, o che sia un’operazione di social media marketing, personalmente propendo per la seconda ipotesi viste anche le dinamiche, l’armonizzazione, il coinvolgimento di tutte le diverse anime, i diversi comparti dell’impresa resta fondamentale.

Dimenticarsene, o peggio rimuovere questo aspetto, non può che causare una crisi di comunicazione. Reporter e dintorni ne sono, nella mia interpretazione, l’ennesima conferma.

Update: Da leggere anche la discussione sul tema su Facebook.

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Alla Fame per la Fama

Come molti ricorderanno, dopo la cessione dell’«Huffington Post» ad AOL per la straordinaria cifra di 315 milioni di dollari, una parte dei blogger che scrivevano gratuitamente per la testata all digital più famosa al mondo intentarono una class action pretendendo una parte dei ricavi ottenuti dalla cessione d’azienda sostenendo che aveva raggiunto quel valore, anche, grazie al loro lavoro mai pagato, e reclamandone un terzo.

Il «The New York Times» all’epoca aveva prodotto un’analisi esaustiva che quantificava concretamente il valore economico dei blog dell’«Huffington Post». Nell’articolo, prodotto allora, viene identificato specificatamente il peso dei blog, analizzando il numero di pagine viste sul totale ed i commenti [e dunque la partecipazione dei lettori] per arrivare a quello che potrebbe essere il valore in termini di ricavi pubblicitari. Ne emerge un rapporto di 1 a 20 tra gli articoli retribuiti e quelli gratuiti di blogger che darebbero luogo a revenues pubblicitarie nell’ordine di poco più di 6 US $ ogni mille pagine viste. Un  rapporto decisamente inferiore alla quota di revenues pretesa dalla class action.

A meno di un anno di distanza è arrivata ieri la sentenza, favorevole ad AOL.

Nelle motivazioni il giudice afferma che nulla è dovuto poichè non è mai stato stipulato un contratto oneroso tra «Huffington Post» ed i blogger che sin dall’inizio sapevano che il loro lavoro non sarebbe stato remunerato ed avendo accettato ugualmente nulla è loro dovuto. Il caso è stato licenziato con “prejudice”, dunque non potrà essere impugnata la sentenza o riproposta la causa in altra forma.

Ovviamente positiva la reazione della testata statunitense che esprime soddisfazione per la sentenza e rinnovato impegno nella collaborazione futura con tutti i blogger.

Con lo sbarco in Europa, appoggiandosi ai quotidiani nazionali, dell’HuffPo, già attiva, con buoni risultati, per quanto riguarda la Francia, e attesa imminente per le versioni spagnole, inizialmente previsto a marzo e poi riviato a giugno, ed italiane, per le quali sono già stati scelti i direttori, sarà interessante verificare il peso di blog e blogger nell’impostazione editoriale. Se infatti, a parità di mantenimento della medesima gabbia grafica in entrambe le versioni europee, nell’edizione britannica si nota un largo impiego di blogger, mentre in quella francese pare di gran lunga inferiore. Una differenza probabilmente dovuta sia alla cultura, alla mentalità delle persone che alle differenze nella legislazione nazionale.

Con la legge sull’equo compenso per i giornalisti in dirittura d’arrivo nel nostro Paese, la definizione di blogger, altra “parola scatolone” senza significato che, come noto, non apprezzo a prescindere dal caso specifico,  potrebbe divenire sinonimo di produttore di contenuti non pagato. Un bel tema da affrontare insieme al Festival Internazionale del Giornalismo il mese prossimo.

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Come Coinvolgere i Giornalisti Attraverso i Social Media

L’influenza dei social media e delle reti sociali non attiene solo a nuove forme di comunicazione e di relazione ma è ormai parte integrante dell’ecosistema dell’informazione. I Blog, Facebook e Twitter, per citare solo i più noti, sono mezzi di ampissima diffusione che selezionano, rielaborano e aggregano notizie, informazioni, costituendo così elemento di integrazione ormai imprescindibile del sistema informativo pur con tutte le distorsioni del caso. Dinamica che vede i giornalisti nel complesso zigzagare tra divieti e socialità della notizia.

Cosa avviene invece quando si ribalta la prospettiva cercando di coinvolgere i professionisti dell’informazione, sfruttando la loro presenza all’interno dei social media per finalizzare azioni di comunicazione d’impresa tipiche delle public relations?

E’ questa la domanda di fondo alla quale ha cercato di dare una risposta la ricerca sviluppata nel corso di questo mese da Text100, agenzia internazionale di pubbliche relazioni, che ha intervistato 72 giornalisti inglesi con l’obiettivo di comprendere appunto come e con quali mezzi sia possibile utilizzare i social media in tal senso.

I risultati, pubblicati ieri, evidenziano la tendenza a privilegiare ancora oggi canali più tradizionali con e-mail, comunicati stampa e consultazione del sito aziendale in testa alle preferenze. Tra i social media i corporate blog sono il mezzo preferito come fonte dalla quale attingere informazioni, elemento che conferma la necessità di investire nella prouzione, raccolta e sistematizzazione di contenuti anche sotto questo profilo.

Nonostante tutti gli sforzi compiuti nel tempo da Facebook resta a Twitter il primato di giornalisti con un account attivato. E’ sempre Twitter, seguito da Linkedin, il media attraverso il quale si preferisce essere contattati, confermando, pur con livelli diversi di maturità e consapevolezza, il ruolo prioritario assunto dalla piattaforma dei 140 caratteri in ambito informativo.

Come scrivono nelle conclusioni gli autori della ricerca, il fatto che i giornalisti non riconoscano nei social media la stessa utilità attribuita a comunicati stampa ed al sito aziendale [che ovviamente dovrà avere un’area dedicata], suggerisce di verificare l’efficacia di utilizzo di tali mezzi da parte delle imprese che forse anche da questo punto di vista dimostrano la loro social media inability.

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Giornalisti & Blogger

Il rapporto tra giornalisti e blogger è segnato già dalla terminologia che ne identifica differenze di status.

Si tratta una relazione che in più di un’occasione ho definito di controdipendenza, termine che suggerisce come vi sia dipendenza gli uni dagli altri ma al tempo stesso conflittualità.

Conflittualità che Paul Bradshaw spiega, come illustra la grafica di sintesi sottostante, in uno scontro di culture, forse persino di ideologie.  Una distinzione di mezzi e fini che  finirebbe inevitabilmente, pare, per generare contrapposizione.

Il tema è ricorrente da tempo, a ondate ritorna, così come l’ipotesi che i blog, al pari dei quotidiani di carta, siano morti sepolti, tanto da spingere persino Jay Rosen ad occuparsene in occasione del recente SXSW 2011.

Se certamente esitono delle distinzioni, all’interno del “nuovo” ecosistema informativo i confini si assottigliano, si fanno sempre più labili, rendendo davvero difficile tracciare una linea netta di demarcazione tra cosa sia un post e cosa un articolo, tra cosa sia un blog e cosa un web magazine, un quotidiano on line.

Se persino il NYT lascia ampi varchi nei propri recinti, riconoscendo implicitamente l’importanza dei “blogger”, e al tempo stesso  inaugura, come molti altri quotidiani, uno spazio su Tumblr,  diviene impossibile non cogliere i segnali inequivocabili di come nel tempo la contaminazione abbia lavorato su entrambi i fronti, trasferendo il valore dalla notizia al commento, all’analisi della stessa e rendendo complementari invece che alternativi e contrapposti questi due mezzi.

Il futuro dell’informazione si gioca, anche, sull’abbattimento delle barriere ormai insensate dei giornalisti contro i blogger.

Ben arrivati nell’era dei giornalisti e dei blogger, anche se personalmente non mi ritrovo in nessuna delle due classificazioni.

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Nuovi Eroi

Sospeso lo sciopero della fame si affievolisce l’eco della protesta di Paola Caruso, che con la sua iniziativa ha fatto emergere come il precariato sia un fenomeno che coinvolge e colpisce professioni tradizionalmente considerate elitarie e sicure.

E’ un fenomeno trasversale a moltissime professioni, fatto di insicurezze, ricattabilità e compensi al ribasso, che conferma come la struttura sociale si sia evoluta mutando da piramidale a clessidra schiacciando prevalentemente verso il basso quello che una volta veniva definito il ceto medio.

A queste dinamiche è dedicata la graphic novel “The Adventures of  Unemployed Man” [Le Avventure di un Disoccupato] che descrive avventure e disavventure di milioni di nuovi eroi alle prese con la più grave recessione che si ricordi.

Con intelligenza ed umorismo gli autori tratteggiano le peripezie, la quotidianità di coloro che si trovano in questa condizione, affiancando al personaggio principale, disegnato come un super man dei giorni nostri, tutta una serie di figure che descrivono egregiamente  il mondo del lavoro attuale e i suoi contorni.

Da “Wonder Mother”, la massaia che lotta per far quadrare il bilancio familiare a “Master of Degrees”, studente a vita per costrizione, passando per “The Firing Squad”, il team aziendale dedicato ai licenziamenti, e “The Outsourcerer”, mago aziendale della riduzione di costi, la ricchezza narrativa è davvero tale.

La novella grafica se, da un lato, conferma il valore di questa forma di storytelling, dall’altro, ripropone la necessità diffusa di forme di “flexi-sicurezza” adeguate all’attuale scenario.

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Offerte di Lavoro

Mentre la lettera di De Bortoli ha scatenato un dibattito infuocato sulle ragioni dei giornalisti e quelle degli editori, su JournalismJobs viene pubblicata una ricerca di personale che, sotto un certo profilo, brilla per onestà.

Nell’annuncio si legge: “How bad do you want to be a reporter? Bad enough to work nights and weekends? The poor glutton for punishment that’s chosen will cover city and county government. Sports and general interest feature stories. In exchange for your long hours and tireless efforts you will be rewarded with low pay and marginal health insurance.”

La proposta di lavoro scade ad inizio novembre e dunque, se foste interessati, vi conviene affrettarvi, in fondo sempre meglio delle offerte che perlopiù girano dalle nostre parti.

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L’Edicola del Futuro & Il Futuro delle Edicole

Nella crisi che sta attraversando l’editoria i diversi soggetti coinvolti trovano tavoli a cui sedersi ed interlocutori con i quali trattare, negoziare possibili soluzioni. Che si tratti di giornalisti o di editori gli interessi della categoria rappresentata sono portati avanti.

Nell’affannosa ricerca di un’ancora di salvezza si perseguono molto spesso interessi che sono specifici di questa o quella categoria senza che vi sia una visione d’assieme di implicazioni e soluzioni organiche. Testimonianza concreta di ciò è rappresentato dal sostanziale silenzio, dopo tentativi inqualificabili, sotto il quale sono passate le raccomandazioni emerse dal documento redatto dall’antitrust quasi un anno fa e rimasto, ad oggi, lettera morta.

I giornalai mal rappresentati, stretti nella morsa del “si salvi chi può”, sono in una condizione di sofferenza sia economico-finanziaria che psicologica. Condizione che passa sotto il silenzio generale da tempo anche per l’incapacità [o peggio] degli organismi delegati a rappresentarli la cui inadeguatezza ha dato vita a gruppi di protesta virtuale ed ora ad un nascente “sindacato padano” con la Lega pronta a cavalcare lo scontento che serpeggia da lungo tempo.

In oltre venti anni di lavoro ho avuto l’opportunità di conoscere molti settori e mercati ed ovviamente anche i relativi canali di sbocco commerciale o distributivo, quel che avviene nel canale edicole non ha uguali e non può continuare oltre con le modalità praticate sin ora, né per quella frangia qualificata dell’editoria né tanto meno per chi gestisce una rivendita, un’edicola.

Al momento della redazione di questo articolo una proposta, della quale avevo parlato in questi spazi tempo fa, ha registrato 38 preferenze [“likes”] e ben 293 commenti spingendomi a tentare di dare organizzazione e concretezza all’insieme di temi.

Nella maggior sintesi possibile, per punti, schematizzando.

1) Sviluppo Aree & Logiche di Business per il Canale Edicole:

  • Differenziazione tra negozi “misti” [promiscui] che rappresentano già il 50% del totale ed esclusivi, in termini di offerta, livelli compenso, premi, assortimento.
  • Creazione di circuiti di comunicazione nazionali, regionali e provinciali che affittino spazi di comunicazione in vetrina e sul banco delle edicole.
  • Rinegoziazione degli attuali margini sui servizi accessori offerti a partire dalle ricariche telefoniche i cui costi dell’abolizione del fee a carico del consumatore sono stati ribaltati esclusivamente sulle rivendite.
  • Qualificazione del canale attraverso l’offerta esclusiva di prodotti nell’ ambito editoriale seppure in maniera allargata [libri, musica….etc.]
  • Introduzione di servizi integrativi esclusivi coerenti con la mission di servizio pubblico del canale [biglietterie treni, concerti, bus lunga percorrenza…etc.Introduzione di servizi coerenti con la mission istituzionale del canale quali quelli di “print on demand” con articolazione dell’offerta dalla stampa del quotidiano personalizzato a altri collaterali legati alla carta stampata nel suo complesso.

2) Sviluppo di Canale & Comunicazione della Filiera Editoriale:

  • Contributi sino ad un massimale di 2000 euro per punto vendita/ragione sociale per l’informatizzazione della rete di edicole. Contributo statale del 70% a fondo perduto e dal 10 al 15% a carico degli editori in ragione del volume d’affari del singolo punto vendita.
  • Censimento e stratificazione dei circa 35mila punti vendita al dettaglio che coprono il territorio nazionale, affinché per ciascuna realtà possano essere adottate le logiche di fornitura e distribuzione realmente adeguate alle esigenze.
  • Introduzione di incontri mensili a livello provinciale tra giornalai, distributore locale e un editore a rotazione.
  • Creazione di un osservatorio permanente su il futuro dell’edicola e l’edicola del futuro composto da rappresentanti di tutta la filiera [inclusi giornalisti e concessionarie pubblicità] che con cadenza semestrale si confrontino, aggiornino e lavorino congiuntamente sul tema.
  • Creazione di campagne di comunicazione promo pubblicitaria che abbiano l’obiettivo di valorizzare la funzione delle edicole in virtù della loro considerazione di servizio pubblico, la loro capillarità in termini di presenza sul territorio ed ancora il servizio offerto con orari di apertura spesso vicini alle 24h/die.

3) Le Regole del Gioco:

  • Abrogazione della parità di trattamento ed introduzione di un fee [quotidiani esclusi] per l’introduzione di nuovi prodotti editoriali nel canale edicole.
  • Tagli prezzo a carico dell’editore e non del canale di vendita con riconoscimento di una compensazione rispetto al margine in valore assoluto consueto in caso di operazione di cut price o abbinamento riviste [banded].
  • Penali in caso di inserimento coupon per abbonamenti nei quali lo sconto offerto superi il valore riconosciuto al trade [distributori+edicole]
  • Riconoscimento di un fee per inserimento campioni di prodotto nelle riviste settimanali e mensili.
  • Revisione dei criteri di definizione di cosa sia prodotto editoriale e relative autorizzazioni.
  • Ripristino del contratto estimatorio tra edicolanti ed editori
  • Penali ai distributori locali, che gestiscono le zone di competenza come feudi barocchi, che non effettuino forniture adeguate sulla base dello storico delle vendite del singolo cliente [edicola]
  • Riconoscimento di un fee per il lavoro di inserimento di allegati svolto dall’edicolante

Diceva l’indimenticabile De Curtis in una delle sue celebri battute “dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare?” Ho cercato di osservare la situazione da più di una prospettiva tentando di comprendere nei temi proposti una visione che sia funzionale ed interessante non solo per questa o quella categoria, convinto che un sistema si [ri]costruisca solo facendo sistema, includendo e considerando interessi di tutti gli attori coinvolti.

Credo che sia importante disintermediare l’intermediazione, fare rete per dare voce, corpo e sostanza a questi concetti e a tutti quelli che è possibile aggiungere. Anche per riuscire ad ottenere il giusto risalto mediatico credo sia importante sancire un primo momento del percorso in cui ritrovarsi, discutere, programmare e ripartire le attività nate dalle proposte condivise. Con questo obiettivo, vorrei organizzare un barcamp, in concomitanza con eventi legati al mondo dell’informazione quale [per citare il più vicino temporalmente] il Festival Internazionale di inizio ottobre.

Chi vuole collavorare e collaborare a questa ipotesi metta, cortesemente, “un dito qui sotto” nei commenti. Grazie.

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Nuovi Modelli d’Informazione Giornalistica

Il mercato mondiale dei giornali online e offline nel 2009 ha avuto ricavi di vendite e pubblicità per 164 miliardi di dollari, secondo le stime di PwC. E’ stato un giro d’affari superiore a quelli dei libri per un terzo, dei film per il doppio, dei videogame per due terzi e delle registrazioni musicali addirittura per otto volte tanto.

Ma è un mercato in declino. Nel triennio 2007-2009 si è ridotto del 50% negli USA, del 21% nel Regno Unito, del 18% in Italia e di valori superiori al 10% in dodici dei 30 paesi OECD.

Il rapporto di ricerca dell’OECD «The evolution of news and the Internet» ha rilevato le trasformazioni dell’industria giornalistica, l’impatto di Internet sulla catena del valore, i nuovi modelli di business e di attori che vanno emergendo in questo settore.

L’editoria giornalistica non è soltanto un importante fattore di conoscenza e di democrazia, attraverso la formazione dell’opinione pubblica, è anche un importante attore economico, che fa da traino sul mercato dei consumi e produce occupazione. La chiusura di molti giornali in paesi avanzati, come quelli ricordati, ha provocato uno spostamento delle persone impiegate nelle professioni giornalistiche o amministrative verso la produzione digitale di notizie e fuori dell’informazione.

Nel 2008, secondo gli ultimi dati WAN, in 18 paesi OECD esercitavano la professione giornalistica oltre 120 mila persone e lavori collegati altre 750 mila circa.

Il rapporto di ricerca constata che nel triennio 2007-2009 non è diminuito il numero dei lettori di giornali. Anzi, si sono verificati fenomeni di sostituzione dell’acquisto: dalla free press, la nuova forma di diffusione delle notizie che adotta il più tradizionale supporto cartaceo, alle alternative dei siti online, spesso adottati dagli stessi quotidiani su carta, all’esplosione di supporti digitali, che hanno i vantaggi della velocità di circolazione e della facilità d’accesso e di costruzione partecipata della conoscenza.

Con le nuove tecnologie è aumentato a dismisura il numero dei produttori d’informazione e comunicazione in differenti formati.

Delle facilitazioni tecnologiche ha sofferto particolarmente la stampa locale, scavalcata da «buzzmagazine», più informati, primi a dare le notizie e molto più numerosi.

La pubblicità ha dirottato le sue inserzioni su altri media più penetranti e a minor costo. E’ dovuto cambiare il modo d’informare, perchè il confronto con la conoscenza partecipata e senza fronzoli, immediata, dell’offerta ondine ha influenzato la distintività, la qualità e il costo dell’offerta dei giornali su carta, che non si giustificano se non con maggiori, diverse e più accattivanti proposte, stretti come sono tra la TV, la radio e i nuovi media.

E’ cambiata la catena del valore al lettore, da quando il giornalista è venuto allo scoperto o per la competenza tecnica, inferiore alle attese o per la capacità di scrittura, che non corrisponde alla velocità di lettura di chi vuole arrivare subito al dunque ed è portato a selezionare secondo marcatori di sintesi e interpretazione dei fatti.

Il sistema giornalistico nuovo privilegia una gestione dei contenuti in produzione diretta continua.

Quando si parla di «morte del giornale» non si tiene conto però della capacità di adattamento e trasformazione che stanno avendo certi quotidiani, apparsi e sperimentati in Rete e convertiti su carta, come complemento delle notizie veloci e come ripresa dei dibattiti e delle tematizzazioni esplose online.

Il rapporto propone di dare un ruolo centrale alle notizie, che sono al centro dell’interesse pubblico, di collegarle online e offline sinergicamente e di non gestirle come entità separate, di dare spazio alla partecipazione e all’intervento del lettore, non più disposto al vecchio ruolo passivo di una volta, di riconsiderare i concetti della libertà di stampa, della qualità e della governance delle notizie, di puntare su una diversificazione e competizione dei media a beneficio della partecipazione e soddisfazione del lettore.

Se questa è raggiunta secondo le regole del marketing diretto, della proprietà intellettuale e degli standard tecnici, è facile che il giornale si avvii a cavalcare con efficacia le esigenze rivelate da Internet.

Estratto da: Iriospark

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Twitter press release

Nell’era del twitter-giornalismo non poteva mancare il comunicato stampa via twitter.

Il servizio è stato lanciato in questi giorni dalla agenzia statunitense Muck Rack e viene proposto ad un costo di 1 $ per carattere con una tariffazione minima di 50 $.

Secondo l’agenzia che propone il servizio essendo i giornalisti estremamente indaffarati la brevità del messaggio sarebbe particolarmente apprezzata. E’ possibile effettuare il pagamento attraverso Pay Pal ed ovviamente inserire un link al comunicato stampa completo avendo in questo modo la possibilità di valutare la redemption conteggiando i click ricevuti all’indirizzo web segnalato nel “twitter press release”. Pepsi Cola e Diesel hanno già aderito al momento della redazione di questo articolo.

L’inserimento del mini comunicato stampa è semplice e veloce [vd. immagine form sottostante] ed in un battito di ciglia viene pubblicato sul sito dell’agenzia e veicolato attraverso l’account twitter della stessa che, nel momento in cui scrivo, ha 3491 followers.

Comunicato Stampa Twitter

Se l’azienda sta già conversando con i distinti pubblici di riferimento, giornalisti compresi, attraverso un proprio account di twitter di successo, non mi pare assolutamente sensata la proposta che, invece, potrebbe essere utilizzata per testare le iniziative da parte di coloro che sono ancora perplessi sull’utilizzo corporate di twitter.

Mi sono già iscritto all’account twitter della precitata agenzia di PR e sono proprio curioso di seguire la vicenda per verificarne l’applicazione e gli esiti nonché gli eventuali effetti collaterali

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