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Il Giornalismo è una Conversazione a Due Vie

La filosofia del «The Guardian»: digital e open, è stata oggetto di una delle 8 case history analizzate nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory.

Il giornale diretto da Alan Rusbridger dopo aver realizzato, a luglio 2012, l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori con #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti, per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio via Twitter, prosegue senza esitazioni sulla strada del giornalismo partecipativo.

E’ di ieri infatti l’annuncio del lancio di una piattaforma per i contenuti generati dagli utenti. I lettori saranno in grado di inviare fotografie, video e testi direttamente ai giornalisti del quotidiano anglosassone attraverso il sito web dedicato o  grazie ad applicazioni gratuite per smartphone sia Apple iPhone che Google Android.

Guardian Witness

GuardianWitness, questo il nome della piattaforma, è integrato direttamente nel sistema di gestione dei contenuti del «The Guardian», il che significa che i giornalisti possono visualizzare e selezionare in tempo reale al momento del caricamento i contributi degli utenti per i loro articoli. Gli utenti sono incoraggiati a presentare contributi per le “breaking news” e altri temi – come quello di questa settimana sui grattacieli – suggeriti ogni settimana dall’editor della redazione. Tutti i contenuti presentati vengono verificati dai coordinatori della comunità prima di essere pubblicati.

Joanna Geary, social and communities editor del giornale, ha dichiarato che:

GuardianWitness rafforzerà ulteriormente il nostro riconoscimento che il giornalismo è ormai una conversazione a due vie e aprirà il nostro sito come non abbiamo mai fatto prima. Non solo questo renderà ancora più facile per i nostri lettori essere coinvolti nel nostro giornalismo e formare comunità sia locali che globali di interesse comune, ma fornirà anche ai nostri giornalisti un nuovo fantastico strumento, fornendo loro spunti e punti di vista ai quali forse ancora non hanno ancora accesso.

Il giornalismo è una conversazione a due vie. I contenuti sono la base, la reputazione e la comunità, le chiavi del successo.

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Aperture Responsabili

Sempre meno diamo per scontato che le informazioni che ci arrivano dalle “fonti ufficiali” siano corrette sia sotto il profilo dell’imparzialità che ancorpiù della veridicità. L’era del “l’ha detto la televisione”, come sinomimo di fattualità oggettiva è sempre meno valida per una quota crescente degli italiani.

Se vengono dunque a mancare i gatekeepers chi stabilisce cosa sia “la verità“? Secondo molti questo obiettivo può essere raggiunto con una maggiore apertura, in termini di coinvolgimento e contribuzione delle persone, di quelli che ci si ostina a chiamare audience, da parte di giornalisti e giornali.

E’ proprio quello che hanno deciso di fare al «Corriere della Sera» che da ieri ha annunciato di voler aprirsi ai contributi dei lettori, dei cittadini, per la verifica dei fatti. Scelta di coraggio ed, appunto, di grande apertura quella della versione online del quotidiano milanese che ha scelto di utilizzare la piattaforma di fact checking realizzata dalla Fondazione Ahref ed attiva da maggio di quest’anno dopo la presentazione al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Iniziativa che, come spiega, Alessandro Sala, giornalista del Corsera, non sostituisce il dovere dei giornalisti di verificare fonti e fatti prima della pubblicazione [elemento che by the way non mi pare sia entrato nel dibattito-scontro in corso sul DDL diffamazione] ma arrichisce, integra l’informazione rendendola più veritiera anche solo, banalmente, grazie all’inserimento di fonti che propongano la notizia da una prospettiva diversa ed ovviamente mediante controlli incrociati di documenti e fonti non citate originariamente.

Online nel mondo ci sono alcuni esempi di piattaforme di fact checking ma tutte, o quasi, con una redazione alle spalle. Civic links invece  è la prima che prova a far collaborare la comunità per verificare un fatto. Alla base di tutto stanno i media civici di Ahref, luoghi che stanno emergendo dopo i social network e che provano a aiutare e abilitare i cittadini a fare civismo attraverso la produzione di contenuti fatti con responsabilità.

Attraverso Fact checking, dopo averne giustamente condiviso i principi di legalità, accuratezza, indipendenza e l’imparzialità, che vengono spiegati al momento dell’iscrizione della registrazione alla piattaforma, ogni utente può verificare un fatto contenuto in un articolo, in un video, in una trasmissione tv. Può verificarne l’attendibilità portando delle fonti che aumentino l’attendibilità della sua verifica.

Dietro a tutto questo sta il meccanismo della reputazione. Ogni iscritto ha un profilo e un livello di reputazione, gestita da profondi algoritmi, che aumenta con la produzione di contenuti, di commenti, di verifica, di fact checking.

Per avere ulteriori chiarimenti sulla collaborazione tra «Corriere della Sera» e Fact checking ho contattato Michele Kettmaier, Direttore Generale della Fondazione Ahref.

Il primo dubbio, che ho visto circolare anche su Twitter, è che potesse essere almeno in parte un’operazione che mascherasse collaborazioni senza che vi fosse il giusto riconoscimento economico. Perplessità alla quale Kettmaier mi risponde “qui alla base non c’è business nè per RCS e tantomeno per Ahref che è no profit”

Rimossi dunque possibili pregiudizi il Direttore Generale della Fondazione Ahref mi spiega che la piattaforma non ha un accordo di esclusiva con il quotidiano di Via Solferino e che “la piattaforma è a disposizione e personalizzabile a tutti quelli che desiderano usarla” aggiungendo che “ti dico che un altro paio di quotidiani nazionali oggi ci hanno chiamato per chiederci se potevano averla anche loro, quindi è aperta e disponibile per tutti, nessuna esclusiva per il Corsera”.

Un ulteriore aspetto che mi interessava approfondire era relativo alla possibilità di incentivare, di motivare la partecipazione all’iniziativa. Al riguardo mi si risponde che “per ora non è previsto nessun incentivo ma stiamo lavorando per poter offrire piccoli modelli di startup per giovani che ci vogliono provare” come ad esempio “un ragazzo che vuole metter in piedi una piccola redazione di fact checking può usufruire della piattaforma, personalizzarla con il suo marchio e vendere i fact chek che fa”, proseguendo “tutto da studiare, piccoli modelli di sostenibilità da provare e incentivare, non per diventare ricchi ma sostenibili un po alla volta; io credo di si, che sia giusto almeno provarci”. Se posso dirlo assolutamente anche io.

Al momento della redazione di questo articolo sono due i temi lanciati da Corriere.it ai quali è possibile fornire il proprio contributo di questa importante iniziativa nella quale il giornale pare davvero credere, al punto da metterci la faccia del suo Vicedirettore. Al momento però, purtroppo, i contributi ricevuti sulle proposte sono scarsi, anzi nulli, e sarebbe davvero un peccato se il coraggio e la bontà dell’iniziativa dovessero essere frustrati sul nascere.

A mio avviso è necessario lavorare sulla motivazione [non in termini economici] delle persone incentivandole, spingendole a dare il proprio contributo. A monte, da quello che si ascolta dalle interviste fatte in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia su come verificano l’informazione e le notizie che leggono, è evidente che c’è un diffuso problema culturale.

Ennesima evidenza di come la maggior quantità di informazioni disponibili non corrisponda necessariamente una popolazione maggiormente informata, al quale si aggiunge il fatto che se la Rete disintermedia al tempo stesso spinge su un senso di responsabilità che in prima battuta pochi sono disposti ad accettare.  Fattori dei quali è necessario tenere conto da più di un punto di vista per intervenire adeguatamente al rispetto.

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Open Journalism, Curation dei Lettori e Sostenibilità Economica

La filosofia del «The Guardian»: digital e open, è stata oggetto di una delle 8 case history analizzate nella mia rubrica per l’European Journalism Observatory a maggio di quest’anno.  Già allora emergeva la bontà concettuale dell’approccio del quotidiano anglosassone a cui facevano da contraltare le difficoltà a rendere sostenibile economicamente il percorso.

Il giornale diretto da Alan Rusbridger ha annunciato, da ieri, l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori con #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio via Twitter.  Iniziativa che conferma la determinazione nel perseguire l’obiettivo intrapreso e che mostra, insegna per meglio dire, al resto del mondo editoriale come sia possibile coinvolgere efficacemente il pubblico.

E’ sempre lo stesso Rusbridger ad annunciare, quasi contemporaneamente, perdite per 44, 2mlioni di £ per il 2011 [56,4 milioni €] in ulteriore peggioramento rispetto ai £31.1 milioni del 2010. «The Guardian» ha registrato un calo del 17,7% delle diffusione della versione cartacea nell’ultimo anno, crollo al quale la crescita dell’audience online non è riuscita a sopperire neppure in questo caso.

La crescita dei ricavi dal digitale [+16,3%], che ora pesano circa un quarto del totale, ancora una volta non compensa il calo della versione tradizionale cartacea. Il perchè è presto detto, neppure una testata di tale levatura, ed audience [60,8 milioni di utenti unici nel mondo], riesce a spuntare dei CPM che diano un contributo economico che renda sostenibile il giornale nella sua evoluzione. Una situazione che se esaminata dalla lente dell’ARPU peggiora ulteriormente con soli 0,60€ per utente online.

Che «The Guardian» abbia in corso una ristrutturazione sia dell’area marketing che vendite del quotidiano è un’indicazione preziosa per non rischiare di mischiare “capre e cavoli” rischiando di arrivare alla frettolosa conclusione che sia il modello open a non essere praticabile, quel che è certo è che sia necessario costruire modelli di comunicazione, e metriche, che consentano di andare oltre i CPM.

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Il Kit del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Il «The Guardian» prosegue senza esitazioni sulla strada del giornalismo partecipativo.

Dopo aver creato ad ottobre dell’anno scorso «n0tice», open community per la condivisione di notizie locali e non solo, poi aperta a tutti dal marzo di quest’anno, ora mette a disposizione “the open journalism toolkit”, un set di strumenti per il giornalismo partecipativo.

L’iniziativa, secondo quanto dichiarato, si rivolge sia alle persone che ad altre organizzazioni editoriali e persino alle imprese che volessero utilizzare questi strumenti per realizzare campagne di coinvolgimento del pubblico di riferimento a livello locale.

Il set di strumenti comprende un tool per la realizzazione di mappe co create, uno per creare bacheche virtuali di aggregazione e condivisione di contenuti e mette a disposizione dei programmatori le API [l’interfaccia di programmazione] per ulteriori sviluppi e applicazioni della piattaforma e per la condivisione dei contenuti sugli altri social network. A breve sarà resa disponibile anche l’applicazione per smartphones.

Che la soluzione, anche per le imprese del comparto editoriale, sia nel recupero, miglioramento della relazione con i lettori, con le persone, e loro coinvolgimento, anche, attraverso la creazione di communities proprietarie è una delle tesi che sostengo da tempo. A questo punto del percorso ritengo però necessario entrare maggiormente nel merito di alcuni aspetti che caratterizzano queste iniziative, incluse quelle pregevoli del quotidiano anglosassone.

C’é un aspetto di metodo. La co creazione, quella genuina, vera, si realizza a partire dall’inizio del processo coinvolgendo le persone, il pubblico di riferimento sin dallo stato embrionale del progetto chiedendo loro ed interfacciandosi su quello che vorrebbero veder realizzato e dunque sono disponibili a partecipare attivamente a realizzare. Questo sin ora, in ambito editoriale, non mi pare sia mai stato realmente effettuato.

Se le modalità descritte non vengono portate avanti in questo modo, in realtà il processo resta top down e dunque, a mio modo di vedere, non realmente aperto e partecipativo.

C’é, anche, un aspetto di merito. Il saving economico ottenuto grazie alla collaborazione gratuita, non remunerata, del “reporter-lettore e le revenues aggiuntive che queste iniziative apportano, come sottolineavo al Festival Internazionale del Giornalismo,  devono finalmente includere criteri di revenues sharing, di condivisione anche dei ricavi che si generano e non solo “ricchi premi e cotillons”.

«The Guardian», ha pensato anche a questo, sin ora, in attesa del lancio di Etalia, mi pare l’unico ad averlo fatto.

Attraverso la comunicazione, il trasferimento mutuo di contenuti, la relazione, si diviene leader del contesto economico e sociale, si trasmettono dei valori di riferimento che consentono di influenzare il rapporto con le persone, con i pubblici di riferimento. Non è necessario rifarsi alle più avanzate teorie di social media marketing, basta andarsi a leggere la storia di Adriano Olivetti e dell’impresa che portava il suo nome per capirlo.

Le “rivoluzioni”, qual’è quella che sta trasformando l’ecosistema dell’informazione, si fanno con le persone non a spese loro.

A margine, come complemento informativo, si consiglia la lettura di: Guardian’s open journalism is a failed business model.

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I Media e la Rivoluzione Digitale

John Paton, amministratore delegato di Digital First Media, la seconda impresa d’informazione negli Stati Uniti con 10mila addetti, un fatturato di 1.400 milioni di dollari e 57 milioni di clienti sviluppato con 800 prodotti editoriali tra carta e online, intervistato dal «El Pais» spiega i successi del modello di business adottato dall’azienda da lui diretta.

Un approccio che, come dice già il nome, si fonda sulla priorità data al digitale realizzato sulla revisione completa, iniziata tre anni fa, demolendo completamente il preesistente per ricostruire tutto di nuovo partendo da zero.

Racconta Paton che più un contenuto è condiviso in Rete maggiore è il valore che genera, creando maggior traffico, maggiori visite e consentendo così di monetizzare e spiega che ora il 25% degli accessi arriva da social network.

Una rivoluzione che passa inevitabilmente per l’organizzazione e per le competenze delle persone inpiegate, che coerentemente con la strategia definita sono tutte con esperienza in ambito digitale, e che si trasforma in valore, in ricavi, con lo sviluppo di una propria piattaforma per la vendita della pubblicità che dopo aver generato il primo anno solamente 800mila dollari realizza ora 1,5 milioni di dollari ogni tre settimane [pari a 26 milioni annuali].

Il CEO di Digital First media conclude con elogi ad Alan Rusbridger e al «The Guardian» per la vocazione all’open journalism e la mancanza di timore nello sperimentare.

Sperimentazioni e creazione di comunità del quotidiano anglosassone che sono parte integrante, a mio avviso essenziale, anche di Digital First Media, anche se Paton nell’intervista, non lo dice, come testimonia la realizzazione dei newsroom cafè.

L’evoluzione è quella dai newspaper ai newsbrand come testimoniato dall’inglese Newspaper Marketing Agency, ora rinominata in Newsworks, associazione che mira a valorizzare i giornali presso agenzie pubblicitarie ed investitori pubblicitari, che prende atto del cambiamento, del passaggio ad un ambiente multipiattaforma e, appunto, introduce il concetto di newsbrand, di imprese, di marchi editoriali che offrono informazione, e soluzioni di comunicazione pubblicitaria, non più solo sulla carta ma sull’intera gamma di supporti informativi disponibili.

Un passaggio tanto innegabile quanto non trascurabile che dovrebbe essere visto in un’ottica di integrazione, di convergenza anzichè di contrapposizione con la carta come ahimè spesso avviene, come ricorda anche Jon O’Donnell, Direttore Commerciale, del «The London Evening Standard» che effettua in forte richiamo alla realtà attuale.

E’ la rilevanza, per il pubblico e per gli investitori, la chiave dell’era digitale. La qualità del discorso definisce inevitabilmente la qualità della conversazione, riportando così l’industria dell’informazione al centro degli interessi delle persone.

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Il Decalogo del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Come scrivevo lunedì, «The Guardian», sulla falsariga di quanto già adottato da «El Pais», da un lato, prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori  e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quotidiano la centralità di “luogo” che favorisce il contatto e la relazione  con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi, dimostrando concretamente la fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete.

I giornali devono tornare ad essere  perno centrale degli interessi delle persone, delle loro conversazioni e dei diversi gruppi, delle distinte comunità, sia in Rete che fisicamente come il caso diffuso dei cafè come punto d’incontro con le redazioni esemplifica e come l’open weekend realizzato proprio dal «The Guardian», che ha visto la partecipazione di ben 5mila persone, concretizza ulteriormente e magnifica.

Weekend a porte aperte, come direbbero i ladri di cavalli, i concessionari d’auto, al quale è stato immediatamente dato seguito in ambiente digitale con Alan Rusbridger, editor-in-chief del quotidiano anglosassone, che, ancora una volta, sul sito del giornale e su Twitter, dialogava con i lettori, con le persone interessate a confrontarsi relativamente al giornalismo partecipativo.

Tra le diverse risposte fornite, tutte da leggere con attenzione,  Rusbridger ha diffuso il decalogo del giornalismo partecipativo così come definito, dice, un anno fa dallo staff, dal gruppo di lavoro del giornale.  Decalogo, che poi ha ulteriormente diffuso su Twitter nella giornata di ieri, che per facilitare la lettura ho tradotto:

  1. Stimola la partecipazione. Invita a fornire e/o permette una risposta [#]
  2. Non è una forma inerte di pubblicazione da noi a loro [#]
  3. Stimola gli altri alla partecipazione al dibattito. Possiamo essere followers o leaders. Coinvolge l’altro nella pre-pubblicazione [#]
  4. Aiuta a costruire comunità d’interesse su temi comuni, istante o persone [#]
  5. E’ aperto al Web. Linka e collabora con altri materiali e fonti in Rete [#]
  6. Aggrega e/o edita [“cura”] il lavoro di altri [#]
  7. Riconosce che i giornalisti non sono l’unica voce autorevole, esperta e rilevante [#]
  8. Aspira ad ottenere ed a riflettere la diversità, così come a promuovere valori condivisi [#]
  9. Riconosce che la pubblicazione può essere l’inizio e non la fine del processo giornalistico/informativo [#]
  10. E’ trasparente e aperto alle sfide. Include la correzione, il chiarimento e l’integrazione, l’aggiunta [#]

C’è un undicesimo punto che Rusbridger omette e che invece deve entrare a far parte del dibattito: permette un saving economico grazie alla collaborazione gratuita, non remunerata, del “reporter-lettore”.

Se non prima, ne parleremo sicuramente al Festival Internazionale del Giornalismo il mese prossimo.

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Crowdfunding & Crowdsourcing per Migliorare l’Informazione

In questi giorni si è parlato parecchio di «Matter», progetto di due giornalisti statunitensi che abbinano long form journalism a giornalismo di qualità.

Una teoria che, per come è stata spiegata, personalmente mi convince poco per la carenza di dettagli significanti e l’automatismo del binomio che non mi pare così vincolante in linea di principio. Dubbi non solo miei quanto non complessivamente condivisi visto che il crowdfunding per la realizzazione di Matter ha raccolto la somma minima necessaria in sole 38 ore ed adesso, dopo nove giorni dal lancio, ha raggiunto la non trascurabile somma di $121mila. Oltre il doppio della cifra originariamente ritenuta necessaria all’implementazione dell’idea forse anche grazie al meccanismo incentivante creato per realizzare la raccolta di fondi con livelli diversi [9 in totale] e distint riconoscimenti e gratificazioni a seconda dell’importo versato.

Ricompense adottate altrettanto da «Fixmedia», tool, strumento che nasce sull’onda delle numerose bufale diffuse dai media e che, appunto, si propone come potenziale rimedio alle stesse.

Non è solo la finalità del progetto ma anche, se non soprattutto, la concezione a renderlo, a mio avviso, estremamente interessante. Si tratta infatti di una concezione che vede la notizia come un processo aperto, al quale lo strumento si pone come supporto concreto per la realizzazione della redazione liquida. Aspetti che l’idea di creare una comunità di persone interessate a migliorare concretamente l’informazione che viene prodotta e consumata e l’utilizzo libero e gratuito dello strumento sottolineano e confermano.

Grazie a Fixmedia qualunque persona in soli due click potrà segnalare errori ed omissioni in un luogo comune dove gli apparteneti alla comunità potranno stabilire valore e significato dell’errore e delle correzioni, eventualmente, da apportare, rendendolo non  solo sociale ma anche fattuale invece che, come potrebbe essere, ideologico, fornendo potenzialmente un grande contributo all’ecologia dell’informazione e alla partecipazione attiva delle persone nel processo di produzione delle notizie.

Io ho deciso di dare il mio contributo all’iniziativa speranzoso che la sua effettiva realizzazione sia, come promette a partire dal nome scelto, di ausilio a guarire uno dei mali attuali più gravi del giornalismo. Forse è davvero finita l’era delle lettere al direttore.

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