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Il Corriere della Sera Passaparola

E’ online da martedì, da ieri, “Passaparola”, la nuova piattaforma social del «Il Corriere della Sera».

La piattaforma è ancora in versione beta, non definitiva, ma si riescono già a capire diverse cose sia sulla struttura che sulle logiche che sottostanno alla sua creazione. Che l’iniziativa sia rilevante per la versione online del quotidiano milanese lo si capisce, banalmente, dal pop up che si apre con forte impatto visivo accedendo a Corriere.it.

Grazie a “Passaparola”, i lettori, le persone possono confrontarsi sulle notizie del giorno, della settimana, ed in prospettiva del mese, utilizzando diversi strumenti a disposizione sulla piattaforma. E’ possibile seguire argomenti specifici cliccando sui tag presenti in articoli e foto, ma anche seguire alcuni giornalisti del giornale di Via Solferino o altri lettori registrati. Si può esprimere il proprio “sentiment” sulle notizie attraverso una “reaction bar” con cinque stati d’animo, cinque umori che vanno da “indignato” a “soddisfatto”, interagire con gli altri lettori sia votando che rispondendo ai loro commenti, ed ovviamente condividere gli articoli sui diversi social network.

Passaparola Corriere

La sezione comune a tutti è quella di “Cosa dice il Paese” con i temi in evidenza quotidianamente, mentre esiste una sezione personale: “La mia pagina” dove sono raccolte le proprie preferenze sia per quanto riguarda gli articoli del giornale che giornalisti ed altri utenti, altre persone che si seguono.

Al piede della pagina una nuova barra interattiva sempre aggiornata accompagna durante la navigazione anche se non si è loggati o registrati e segnala qual è il passaparola del momento, qual è il sentimento più diffuso tra i lettori e quali gli argomenti più seguiti.

Se il tempo speso sul sito del giornale è, come ho avuto modo di sottolineare a più riprese , un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore. Uno dei modi per aumentare la permanenza sul sito è quella di coinvolgere il lettore rispetto ad attività, ad interessi che facciano appunto sì che abbia voglia di passare una parte crescente del tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera crescente, all’interno dei diversi social network a cominciare da Facebook ovviamente che ormai è un ecosistema a parte, a se stante.

In tal senso l’iniziativa del giornale diretto da De Bortoli, al di là delle possibili migliorie ed evoluzioni, è certamente apprezzabile, di valore. Finalmente si iniziano a creare anche in Italia delle community NEL sito del giornale.

La mia pagina Corriere Passaparola

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Creare delle Community NEL Sito del Giornale

Il tempo speso sul sito del giornale è, a mio avviso ma anche di molti altri, un indicatore importante del livello di coinvolgimento effettivo del lettore. Indicatore che, per essere speculativo viste le difficoltà complessive di monetizzazione, che può essere speso per aumentare il valore di vendita per CPM.

Uno dei modi per aumentare la permanenza sul sito è quella di coinvolgere il lettore rispetto ad attività, ad interessi che facciano appunto sì che abbia voglia di passare una parte crescente del tempo speso online all’interno del sito web della testata invece che, come avviene in maniera crescente, all’interno dei diversi social network a cominciare da Facebook ovviamente che ormai è un ecosistema a parte, a se stante.

Da questo punto di vista nella maggior parte dei casi la strategia delle testate di corsa a follower e fan è spesso indaguata sia perchè “giocare” in casa d’altri con regole arbitrarie altrui è sempre rischioso che perchè ci si è limitati ad utilizzare questi mezzi prevalentemente in una logica, estremamente parziale e riduttiva, di cross promotion.

Rare le eccezioni a questo modo di procedere se si escludono Eskup di «El Pais» e «The Guardian» con la filosofia open con l’ennesimo passo verso l’apertura ai contributi dei lettori grazie a #smarttakes, strumento di aggregazione, di curation dei contenuti per raccogliere analisi e commenti dei lettori in un unico spazio e Notice, bacheca virtuale iperlocale in continua evoluzione.

Ovviamente in funzione del posizionamento della testata e delle relative caratteristiche del lettorato le scelte di come procedere possono essere distinte. E’ il caso del «The Wall Street Journal», da un lato protetto da un paywall dal 1997, chiusura tesa alla valorizzazione dei contenuti, oltre che a generare ricavi anche da online/digitale, e dall’altro lato apertura attraverso i social media hanno creato invece di un muro una sorta di cappio di velluto che stringe dolcemente il lettore coinvolgendolo senza soffocarlo.

Il prestigioso, e di successo, quotidiano economico-finanziaro statunistense ha lanciato in questi giorni due iniziative dedicate all’area della tecnologia e delle start up: Startup Journal e The Accellerators. E’ in particolare il secondo ad essere disegnato, concepito come un forum di discussione di confronto con esperti del settore che ogni settimana propongono un tema ciascuno.

Brillante iniziativa verticale, specialistica, che mostra come creare una comunità, come aggregare lettori su temi di loro interesse all’interno del sito della testata. Da prendere ad esempio, adattandone le caratteristiche e le tematiche.

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Il Kit del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Il «The Guardian» prosegue senza esitazioni sulla strada del giornalismo partecipativo.

Dopo aver creato ad ottobre dell’anno scorso «n0tice», open community per la condivisione di notizie locali e non solo, poi aperta a tutti dal marzo di quest’anno, ora mette a disposizione “the open journalism toolkit”, un set di strumenti per il giornalismo partecipativo.

L’iniziativa, secondo quanto dichiarato, si rivolge sia alle persone che ad altre organizzazioni editoriali e persino alle imprese che volessero utilizzare questi strumenti per realizzare campagne di coinvolgimento del pubblico di riferimento a livello locale.

Il set di strumenti comprende un tool per la realizzazione di mappe co create, uno per creare bacheche virtuali di aggregazione e condivisione di contenuti e mette a disposizione dei programmatori le API [l’interfaccia di programmazione] per ulteriori sviluppi e applicazioni della piattaforma e per la condivisione dei contenuti sugli altri social network. A breve sarà resa disponibile anche l’applicazione per smartphones.

Che la soluzione, anche per le imprese del comparto editoriale, sia nel recupero, miglioramento della relazione con i lettori, con le persone, e loro coinvolgimento, anche, attraverso la creazione di communities proprietarie è una delle tesi che sostengo da tempo. A questo punto del percorso ritengo però necessario entrare maggiormente nel merito di alcuni aspetti che caratterizzano queste iniziative, incluse quelle pregevoli del quotidiano anglosassone.

C’é un aspetto di metodo. La co creazione, quella genuina, vera, si realizza a partire dall’inizio del processo coinvolgendo le persone, il pubblico di riferimento sin dallo stato embrionale del progetto chiedendo loro ed interfacciandosi su quello che vorrebbero veder realizzato e dunque sono disponibili a partecipare attivamente a realizzare. Questo sin ora, in ambito editoriale, non mi pare sia mai stato realmente effettuato.

Se le modalità descritte non vengono portate avanti in questo modo, in realtà il processo resta top down e dunque, a mio modo di vedere, non realmente aperto e partecipativo.

C’é, anche, un aspetto di merito. Il saving economico ottenuto grazie alla collaborazione gratuita, non remunerata, del “reporter-lettore e le revenues aggiuntive che queste iniziative apportano, come sottolineavo al Festival Internazionale del Giornalismo,  devono finalmente includere criteri di revenues sharing, di condivisione anche dei ricavi che si generano e non solo “ricchi premi e cotillons”.

«The Guardian», ha pensato anche a questo, sin ora, in attesa del lancio di Etalia, mi pare l’unico ad averlo fatto.

Attraverso la comunicazione, il trasferimento mutuo di contenuti, la relazione, si diviene leader del contesto economico e sociale, si trasmettono dei valori di riferimento che consentono di influenzare il rapporto con le persone, con i pubblici di riferimento. Non è necessario rifarsi alle più avanzate teorie di social media marketing, basta andarsi a leggere la storia di Adriano Olivetti e dell’impresa che portava il suo nome per capirlo.

Le “rivoluzioni”, qual’è quella che sta trasformando l’ecosistema dell’informazione, si fanno con le persone non a spese loro.

A margine, come complemento informativo, si consiglia la lettura di: Guardian’s open journalism is a failed business model.

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Prendere Nota

Forte dei buoni risultati ottenuti dalla sperimentazione di rendere noto pubblicamente il proprio piano editoriale giornaliero, «The Guardian», mantenendo la visione d’assieme e la coerenza sin ora dimostrati,  continua il proprio percorso evolutivo.

Di ieri il lancio di @GuardianTagBot servizio di ricerca social di contenuti effettuato via Twitter che fornisce una risposta alla ricerca di contenuti, informazioni, notizie pubblicate dal quotidiano anglosassone. Inviando una richiesta all’account specificatamente dedicato allo scopo  si ottiene una risposta con i link alle informazioni desiderate. Scelta esemplare per assolvere all’obiettivo di portare traffico al proprio sito mantenendo al tempo stesso una conversazione, una relazione con il pubblico attraverso i social media.

Ancora più interessante appare il lancio  prossimo di nOtice, open community per la condivisione di notizie e non solo.

Secondo quanto riportato da Nieman Lab, la community dovrebbe essere un ibrido tra Craigslist, Foursquare e Ning riunendone le funzionalità offerte.

Matt McAllister, Direttore area digital del Guardian, dal suo blog anticipa i contenuti e le possibilità offerte dalla community di prossima apertura le cui potenzialità non solo solamente relazionali ma anche di ritorno concreto di revenues grazie all’offerta di contenuti promo – pubblicitari geolocalizzati.

Dopo Eskup di «El Pais», ora anche «The Guardian» dunque intraprende la strada della creazione di una propria community.

Che la soluzione, anche per le imprese del comparto editoriale, sia nel recupero, miglioramento della relazione con i lettori, con le persone, e loro coinvolgimento, anche, attraverso la creazione di communities proprietarie è una delle tesi che sostengo da tempo.

Attraverso la comunicazione, il trasferimento mutuo di contenuti, la relazione, si diviene leader del contesto economico e sociale, si trasmettono dei valori di riferimento che consentono di influenzare il rapporto con le persone, con i pubblici di riferimento. Non è necessario rifarsi alle più avanzate teorie di social media marketing, basta andarsi a leggere la storia di Adriano Olivetti e dell’impresa che portava il suo nome per capirlo.

Le “rivoluzioni”, qual’è quella che sta trasformando l’ecosistema dell’informazione, si fanno con le persone non a spese loro.

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