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Un Innovativo Ecosistema per l’Informazione Digitale

E’ notizia di ieri che Flipboard ha raccolto altri 50 milioni di dollari per finanziare ulteriormente il suo sviluppo. Il nuovo finanziamento porta la valutazione della startup che fornisce il popolare servizio di “lettura sociale”, di aggregazione delle notizie, a ben 800 milioni di dollari, la metà della capitalizzazione di mercato del «The New York Times». Aspetto che fa riflettere su come la aggregazione di contenuti abbia attualmente per le persone, e per il mercato un valore superiore rispetto alla produzione di singole informazioni come dimostra la recente cessione a Jeff Bezos del «The Washington Post» per 250 milioni di dollari, poco più di un quarto del valore del più popolare degli aggregatori di notizie.

In questo quadro vede, finalmente, la luce Etalia, start-up fondata due anni fa dall’accelleratore d’impresa dell’Università della Svizzera Italiana, presentata in anteprima al Festival Internazionale del Giornalismo del 2012, che dopo un lungo periodo di raffinamento e beta test sarà lanciata il 7 Ottobre prossimo.

Anche se a prima vista Etalia potrebbe sembrare un altro aggregatore le differenze sono sostanziali sia in termini di logiche di aggregazione che di modello di business e, soprattutto, di revenue sharing

“Et alia”, “e altri” è una locuzione latina solitamente usata nelle citazioni, per indicare che oltre all’autore citato esistono anche altre fonti che trattano il medesimo argomento. Proprio quello che accade su Etalia, dove il punto di vista su una notizia non è mai unilaterale: su ciascun argomento il lettore può consultare una pluralità di fonti, confrontandole e contribuendo con un proprio contenuto, che potrà essere messo a disposizione degli altri utenti per arricchire il patrimonio di informazioni.

Etalia è una piattaforma per la diffusione di contenuti, che permette agli utenti di consultare e condividere notizie provenienti da molteplici fonti editoriali, aggiornate in tempo reale, costruire veri e propri giornali personalizzati e fondare nuove testate digitali. Il tutto incentivato da un innovativo modello di business.

Gli utenti di Etalia avranno a disposizione strumenti flessibili per la lettura e la produzione di news, in grado di ampliare le possibilità di accedere alle fonti di informazione con reciproci vantaggi per autori e lettori.

“I contenuti vengono importati sulle nostre macchine e sono indicizzati semanticamente, non ci limitiamo ad aggregarli”, ha spiegato Aldo Daghetta, CCO di Etalia e Country Manager di Etalia Italy, in una sua recente intervista sul «Corriere della Sera».

Per ogni articolo letto all’interno di Etalia, la piattaforma trattiene il 25 per cento della pubblicità mentre al sito consultato viene corrisposto il 75 per cento. A tutti, senza distinzione, dagli editori – che in molti casi hanno già sottoscritto accordi con la piattaforma – ai giornalisti freelance ed ai professionisti, ai blogger, Etalia offre un modello di business unico per monetizzare finalmente in misura adeguata il frutto della propria attività, introducendo un sistema di redistribuzione dei ricavi provenienti sia dalla vendita del contenuto sia dalla pubblicità associata, gestita da Adalia, una piattaforma prodotta internamente che venderà le inserzioni in base a un sistema d’asta in tempo reale.

I “journals” pubblicati su Etalia possono essere gestiti da una singola personaa opure, proprio come i giornali veri, da un gruppo di utenti, ciascuno con un suo ruolo e una sua prerogativa come avviene nelle redazioni.

Etalia è la nuova casa dell’informazione per andare oltre le singole fonti informative ed i tradizionali aggregatori di notizie, il primo information network su misura, totalmente personalizzato sulla base degli interessi dell’utente.

Etalia Locandina Presentazione

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Modelli di Business 2.0

In molti affermano che il 2013 è l’anno dell’affermazione dei paywall. Se certamente è l’anno nel quale, in particolare negli Stati Uniti, vi è stata un’ampia adozione dei paywall, tranne che in  rarissimi casi non si tratta di elemento che ha generato ricavi degni di nota e la propensione al pagamento, ad un esborso economico per ottenere notizie online resta davvero esiguo come conferma anche il “Digital News Report 2013” diffuso dal Reuters Institute for the Study of Journalism a metà giugno.

Ecco allora spuntare nuove idee, nuove proposte per monetizzare i contenuti editoriali. Dopo il reversed paywall, modello secondo il quale invece di far pagare il lettore gli si assegna un bonus economico iniziale che, se da un lato viene consumato con la lettura degli articoli, dall’altro lato viene incrementato premiando una serie di comportamenti “virtuosi”, si vanno facendo strada nuove proposte.

E’ il caso di alcune testate, tra le quali «Maxim» o «USA Today Sports», che stanno sperimentando una forma di paywall che invece di richiedere un pagamento obbliga il lettore a vedere un video pubblicitario per sbloccare il contenuto prescelto. Sistema che permette di monetizzare senza compromettere la numerosità degli utenti unici e delle visite al sito web come invece avviene nel caso dell’hard paywall o di penalizzare i lettori più affezionati come è insito nella logica del metered paywall.

Un altra sperimentazione in corso è portata avanti da Archie Comics, editore di fumetti, che si rifà al modello tanto diffuso nei videogames che consentirà Archie Comics di adottare un modello di pubblicità basato sulla ricompensa, dove gli utenti che non vogliono pagare possono accedere ai contenuti gratuitamente, impegnandosi con le offerte di Tapjoy. Le offerte sono annunci speciali che gli utenti possono visualizzare in luogo di pagare per un oggetto virtuale. Per esempio, invece di pagare 99 centesimi per un fumetto digitale, un utente potrebbe accettare di guardare un video annuncio, fare un sondaggio, o comunque interagire con un annuncio. Una volta completata l’interazione, Tapjoy sblocca il fumetto digitale per voi.

Ma, fortunatamente, non è solo all’estero che si assiste a novità e sperimentazioni ma, faticosamente, si vede la luce anche in Italia. Si tratta di Etalia, che avevo presentato insieme ad Aldo Daghetta, co-fondatore dell’iniziativa, al Festival Internazionale del Giornalismo del 2012, e che, finalmente, verrà lanciata ad ottobre di quest’anno.

Se da circa un mese stavo, silenziosamente, testando la piattaforma, il suo avvio è ufficializzato dallo stesso Daghetta in un’intervista pubblicata su «Il Corriere della Sera» sabato in cui illustra il modello sostenibile di monetizzazione e revenues sharing che, finalmente, include editori ed anche lettori ed approfondito ulteriormente in una discussione nata su Facebook sul tema.

Dopo dieci anni in cui si parla, ed ovviamente straparla, di web 2.0, finalmente si inizia a vedere qualcosa che esce dai soliti criteri e canoni. Modelli di business 2.0, appunto.

Piramide di Business 2.0

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Informazione Molecolare

Arrivato ieri qui al Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia dove resterò sino alla conclusione dei lavori. Una prima giornata tra precari, esiliati e ricordi in cui si è respirata un aria davvero vivace di interesse, curiosità e dibattito. Se i giornali stanno male, continuano a perdere terreno, il giornalismo, nella sua accezione più ampia, non è mai stato così bene a giudicare dalla professionalità e dalla voglia di fare di tutti coloro che sono qui presenti.

Tra le diverse cose che sono venuto qui a fare, vi segnalo, in attesa di svelare a breve di più, l’iniziativa in collaborazione con Angelo Centini, resa possibile grazie all’apporto di due volontari messi a disposizione dall’organizzazione di #IJF12 forza viva di questo evento, con il quale stiamo raccogliendo tutti i tweet relativi al festival [usate #ijf12 tag ufficiale, grazie] per realizzare una serie di elaborazioni quantitative e qualitative che daranno vita, anche, a delle mappe di social netwok analysis sul Festival Internazionale del Giornalismo visto attraverso la lente di Twitter. Sotto, ad esempio, la tag cloud dei tweet di ieri, tra cui spicca l’abbraccio ad Arianna Ciccone che colgo l’occasione per rinnovare anche da questi spazi.

Informazione molecolare, informazione liquida e, finalmente, modelli sostenibili di revenues sharing al centro della presentazione di di Etalia, la piattaforma web che punta a rivoluzionare l’esperienza di lettura e produzione delle notizie, che avrà luogo domani Venerdì 27 a partire dalle 11.30. Vi lascio alla mia presentazione introduttiva alle parole di Aldo Daghetta, Country Manager della start up,  ed al confronto che, ne sono certo, ne nascerà dopo aver chiarito la natura dell’iniziativa. Ci vediamo lì.

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Informazione Liquida & Revenue Sharing

Il 27 aprile prossimo, al Festival Internazionale del Giornalismo, il sottoscritto e Aldo Daghetta, cofondatore dell’iniziativa, presenteremo Etalia.

Etalia, che sarà svelata, resa pubblica in quell’occasione, è una piattaforma multilingue gratuita che offre strumenti innovativi per la fruizione e la produzione di notizie, ampliando la possibilità di accedere alle fonti di informazione con reciproco vantaggio per gli autori e lettori. Su Etalia infatti, è possibile leggere e condividere le notizie provenienti da una molteplicità di fonti, creare i propri giornali personalizzati e formarsi un’opinione più completa possibile sugli argomenti di maggior interesse, ma anche pubblicare articoli e contenuti multimediali gestendo una vera e propria redazione virtuale per fondare nuove testate digitali.

Non a caso, infatti, “Et alia”, “e altri” è una locuzione latina solitamente usata nelle citazioni, per indicare che oltre all’autore citato esistono anche altre fonti che trattano il medesimo argomento. Proprio quello che accade su Etalia, dove il punto di vista su una notizia non è mai unilaterale: su ciascun argomento il lettore può consultare una pluralità di fonti, confrontandole e contribuendo con un proprio contenuto, che potrà essere messo a disposizione degli altri utenti per arricchire il patrimonio di informazioni.

Non è questa l’unica, seppur già estremamente rilevante, caratteristica di Etalia che, finalmente, pone fine alla malattia del lavora gratis che l’ «Huffingtong Post» sta diffondendo in tutto il mondo. La piattaforma infatti, a tutti, senza distinzione, offre un innovativo modello di business per monetizzare finalmente in misura adeguata il frutto della propria attività; posso anticiparvi persino a chi semplicemente condivide, segnala una notizia.

Coinvolgere il pubblico di riferimento, le persone, attraverso la rilevanza ed il dialogo, utilizzare la tecnologia per fornire un’esperienza digitale personalizzata ad un costo prevedibile e stabilire modelli di business basati sul successo della relazione tra impresa e pubblico, stakeholders, sono i tre elementi chiave di successo e di creazione di valore per l’industria dei media in generale, e per quella dell’informazione in particolare.

Start up, iniziativa tutta italiana alla quale sono davvero felice di fornire il mio minimo contributo. Ci vediamo il 27 a Perugia per approfondire e confrontarci sul tema.

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Il Decalogo del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Come scrivevo lunedì, «The Guardian», sulla falsariga di quanto già adottato da «El Pais», da un lato, prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori  e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quotidiano la centralità di “luogo” che favorisce il contatto e la relazione  con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi, dimostrando concretamente la fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete.

I giornali devono tornare ad essere  perno centrale degli interessi delle persone, delle loro conversazioni e dei diversi gruppi, delle distinte comunità, sia in Rete che fisicamente come il caso diffuso dei cafè come punto d’incontro con le redazioni esemplifica e come l’open weekend realizzato proprio dal «The Guardian», che ha visto la partecipazione di ben 5mila persone, concretizza ulteriormente e magnifica.

Weekend a porte aperte, come direbbero i ladri di cavalli, i concessionari d’auto, al quale è stato immediatamente dato seguito in ambiente digitale con Alan Rusbridger, editor-in-chief del quotidiano anglosassone, che, ancora una volta, sul sito del giornale e su Twitter, dialogava con i lettori, con le persone interessate a confrontarsi relativamente al giornalismo partecipativo.

Tra le diverse risposte fornite, tutte da leggere con attenzione,  Rusbridger ha diffuso il decalogo del giornalismo partecipativo così come definito, dice, un anno fa dallo staff, dal gruppo di lavoro del giornale.  Decalogo, che poi ha ulteriormente diffuso su Twitter nella giornata di ieri, che per facilitare la lettura ho tradotto:

  1. Stimola la partecipazione. Invita a fornire e/o permette una risposta [#]
  2. Non è una forma inerte di pubblicazione da noi a loro [#]
  3. Stimola gli altri alla partecipazione al dibattito. Possiamo essere followers o leaders. Coinvolge l’altro nella pre-pubblicazione [#]
  4. Aiuta a costruire comunità d’interesse su temi comuni, istante o persone [#]
  5. E’ aperto al Web. Linka e collabora con altri materiali e fonti in Rete [#]
  6. Aggrega e/o edita [“cura”] il lavoro di altri [#]
  7. Riconosce che i giornalisti non sono l’unica voce autorevole, esperta e rilevante [#]
  8. Aspira ad ottenere ed a riflettere la diversità, così come a promuovere valori condivisi [#]
  9. Riconosce che la pubblicazione può essere l’inizio e non la fine del processo giornalistico/informativo [#]
  10. E’ trasparente e aperto alle sfide. Include la correzione, il chiarimento e l’integrazione, l’aggiunta [#]

C’è un undicesimo punto che Rusbridger omette e che invece deve entrare a far parte del dibattito: permette un saving economico grazie alla collaborazione gratuita, non remunerata, del “reporter-lettore”.

Se non prima, ne parleremo sicuramente al Festival Internazionale del Giornalismo il mese prossimo.

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