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Micropagamenti e Deperibilità della Notizia

Quando ho iniziato a prendermi cura di questa zona temporaneamente autonoma, che convenzionalmente chiamiamo blog, una delle ipotesi che andava per la maggiore era legata all’idea che attraverso un sistema di micropagamenti simile a quello di iTunes si sarebbe riuscito ad ottenere il pagamento delle notizie.

E’ trascorso poco più di un anno da allora e mi pare che l’ipotesi di lavoro sia decisamente meno quotata.

Il motivo è semplice: le notizie sono un bene deperibile non sono come una canzone, un brano, da scaricare da iTunes per goderne più volte anche a distanza di tempo.

Update: Pur non risolvendo il problema di fondo legato ai contenuti, questa pare una soluzione decisamente più interessante.

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Dall’est Arrivano I Quotidiani Animati – Filtr

Storie raccontate come in videogiochi di qualità e assemblate in poche ore.

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Farmville trascina Facebook in tribunale – Filtr

Luci ed ombre del social gaming.

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iTunes model per gli editori

Gli editori statunitensi Time inc, Conde Nast e Hearst, secondo le indiscrezioni raccolte dal New York Times, si sarebbero consorziati, formando una società ad hoc con quote paritarie, per lanciare una edicola virtuale.

Il quotidiano d’oltreoceano, citando fonti “bene informate sui fatti”, riporta che il consorzio di editori dovrebbe realizzare un sistema, un software, per la visione degli articoli delle riviste sui diversi supporti digitali quali smartphones ed e- reader.

L’edicola virtuale è stata ribattezzata l’iTunes dell’informazione, si tratterebbe di un marketplace per i singoli contenuti sul quale gli editori dovrebbero avere piena gestione e controllo dei contenuti come il servizio per scaricare le canzoni. L’Observer riporta che con questo sistema sarebbe possibile acquistare anche le edizioni cartacee.

Che la mobilità possa essere il veicolo per riuscire ad ottenere il pagamento delle notizie digitali è l’ ipotesi che attualmente parrebbe più plausibile. Un primo tentativo è stato effettuato all’inizio di questo mese proprio da una delle case editrici che parteciperebbe alla joint venture che ha reso disponibile per iPhone l’edizione integrale di GQ a 2,99 dollari. E’ evidente come il consorzio nascente rappresenti, sotto questo profilo, l’evidenza del timore degli editori di un percorso individuale a rischio di fallimento.

Credo che questo, come altri, siano tentativi, esperimenti, doverosi che consentiranno di comprendere meglio le effettive disponibilità e reazioni dei lettori, ma non penso che siano iniziative di sviluppo e riqualificazione effettiva.

Sono molto scettico sulle effettive possibilità di successo di questa iniziativa essendo assolutamente concorde con quanto afferma l’ottimo Marco Bardazzi.

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Negroponte e la convergenza editoriale

Nicholas Negroponte, il docente al Mit poi divenuto famoso come uno dei massimi guru della New Economy, elaborò quel principio che dal suo nome è stato poi definito del Negroponte switch: il “Commutatore di Negroponte”. Era la prima delle due “leggi” formulate nel volume Essere digitali, e prevedeva: “Ciò che si distribuisce oggi per via aerea si farà in futuro per filo, e viceversa”. Andava assieme a una Seconda Legge: “La società andrà sempre più abbandonando il sostrato materiale su cui si basa l’economia, e gli atomi saranno sostituiti dai bit”. Conseguenza della Prima Legge: il telefonino al posto del telefono; la tv via cavo al posto di quella via etere. Conseguenza della Seconda Legge: i bit immateriali su cui trasmettere un giornale in rete, piuttosto che gli atomi pesanti su cui è stampata la carta del giornale tradizionale.

Anche in campo automobilistico, il superamento della crisi va nel passaggio dal motore tradizionale a quello ibrido: soluzione per favorire la quale Obama ha favorito l’avvicinamento tra lo know-how di Fiat e Chrysler. Mentre nel giornalismo, la risposta ai problemi del modello tradizionale di sola carta stampata non è tanto nel passare al solo Internet, ma nella sempre maggior articolazione dei contenuti e dei media. Un giornale non più uno ma bino, trino e, se possibile, quattrino; e che faccia quattrini.

L’estratto soprarriferito dei passaggi, a mio parere, salienti di un articolo redatto relativamente di recente da Maurizio Stefanini, sintetizza ottimamente, da un lato, quanto sostenevo e, dall’altro, le indicazioni che emergono dalla diffusione [sta quasi diventando “una saga”] di un’altra parte della ricerca di cui, tra gli altri, stiamo parlando ormai da tre giorni in questi spazi.

Secondo quanto reso noto oggi, infatti, abbinando il pagamento delle notizie on line all’abbonamento della versione cartacea di un quotidiano la percentuale che si dichiarano interessati, e dunque disponibili a pagare, sale dal 5% al 48% come illustrato dal grafico di sintesi sotto riportato.

Convergenza editoriale

Evidenze e segnali sul processo di convergenza editoriale erano già stati raccolti con riferimento al caso del Seattle Post Intelligencer che sembrava dimostrare come web e carta non fossero alternativi bensì complementari. Ipotesi che l’indagine pubblicata dal Guardian avvalla e conferma.

La convergenza tra media è un processo difficile ma necessario che comporta, come tutti i processi innovativi, rischi ed errori ma sembra davvero l’unica perseguibile allo stato attuale. Rimosse le illusioni di baristi e muratori diviene necessario, evidentemente, dare seguito ed operatività al processo.

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The maximum amount [and the most probable conclusion?]

Il Guardian continua, giorno dopo giorno, a diffondere i risultati della ricerca, svolta da Harris Interactive & Paid Content, sull’ atteggiamento e la propensione alla spesa da parte degli utenti, dei lettori, relativamente alle notizie on line.

Stabilito che circa il 5% dei lettori sono disponibili concettualmente al pagamento delle notizie on line e che i micropagamenti sono un’opzione assolutamente trascurabile, le evidenze diffuse ieri riguardano un a questione altrettanto cruciale: quanto sarebbero disposti a pagare – eventualmente – gli utenti all’anno per l’abbonamento alle notizie on line di un quotidiano?

La risposta tendenziale è, anche in questo caso, inequivocabile:

  • Per l’abbonamento annuale 10 Uk Pounds [circa 11 €] sono la cifra orientativa indicata

  • 25 penny [circa 0,30 €] è la disponibilità giornaliera indicata

  • Da un minimo di 1 penny ad un massimo di 2 é, infine, quando indicato dal campione intervistato per il singolo articolo.

Il valore riconosciuto si aggira dunque intorno al 6% di quanto paga/pagherebbe in un anno il normale lettore dell’edizione cartacea. Ricordandosi che, comunque, gli stessi hanno affermato con chiarezza che fondamentalmente non vogliono pagare.

annual subscrition fee news on line

I dati grezzi dai quali sono state estratte le elaborazioni riportate sono disponibili, se d’interesse, QUI.

Anche in questo caso, sembra che abbia avuto – perlomeno – fortuna con la cifra indicata quale disponibilità giornaliera nella simulazione effettuata, a titolo esemplificativo, tempo fa rispetto ad un quotidiano italiano.

Incrociando i dati emergenti dalla ricerca con le specifiche caratteristiche del mercato italiano, sia in termini di penetrazione di internet che di analisi delle dinamiche più recenti, parrebbe possibile concludere dunque che il ruolo dell’on line sia decisamente marginale in termini di redditività oltre che attuale anche potenziale.

Ad oggi il ruolo di internet nel nostro paese appare estremamente rilevante in termini di aggregazione e diffusione di contenuti e di assoluta importanza per la costruzione di relazioni che però trovano una loro dimensione economica quasi esclusivamente off line. Questo è evidentemente ancor più vero per gruppi di utenti, individui, “evoluti” quali sono senza dubbio anche i lettori di quotidiani nel suo insieme.

Il futuro dei giornali, sotto il profilo commerciale, passa e continuerà a passare inequivocabilmente per l’attuale rete di distribuzione [le edicole] è un dato di fatto.

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La conferma 2nd edition

Dopo aver rivelato ieri i risultati del sondaggio effettuato che attestava intorno al 5% la percentuale di coloro disposti al pagamento delle notizie on line, quest’oggi il “Guardian” pubblica i risultati rispetto ad un altro tema di attualità: i micropagamenti.

Ho avuto modo relativamente di recente di esprimere la mia opinione, anche, su questo tema che è spesso stato presentato come il cavallo di troia per far pagare i contenuti on line. In particolare dicevo che: “Personalmente, come credo sia emerso tra le righe di quanto sin ora proposto, non credo assolutamente all’ipotesi dei micropagamenti a partire dal valore unitario della transazione che rende futile per ciascun soggetto coinvolto il valore della stessa a meno di realizzare volumi di vendita assolutamente irrealistici da qui ai prossimi cinque anni almeno.

Per oltre la metà dei rispondenti al sondaggio [55%], i micropagamenti non sono un sistema adeguato o gradito ed un ulteriore 26% preferirebbe pagare – se del caso – una quota giornaliera.

Solo circa un quinto dei rispondenti vorrebbero pagare per articolo, relegando dunque i micropagamenti come una scelta non gradita o, comunque, minoritaria.

Ovviamente le ricerche vanno lette ed interpretate ma credo non vi sia dubbio su quale sia la tendenza generale. Un’altra delle ipotesi fuori luogo sul futuro dell’editoria è stata rimossa, potremo finalmente così concentrarci sul lavoro serio da farsi.

micropagamenti

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Salvagenti ed Illusioni

La notizia del giorno parrebbe essere la proposta di Google effettuata alla Newspaper Association of America relativamente ad un sistema di micropagamenti che consentirebbe agli editori statunitensi di giornali far pagare parte dei contenuti resi disponibili on line.

Sarò lapidario al riguardo.

  • Fondamentalmente, al di là dell’interesse generale culturale, la cosa non ci riguarda. Per il solo fatto di essere scritti in inglese i quotidiani statunitensi possono contare su un audience potenziale [ed effettiva] alla quale i giornali italiani non potranno arrivare neanche quando tra vent’anni i bambini riceveranno un net book in regalo compreso nell’iscrizione all’asilo.

  • L’idea di creare delle barriere [paywall] per qualcosa che è nato in forma gratuita è rischiosa in termini di reazione e relazione on il pubblico di riferimento, inopportuna rispetto alle potenzialità che esistono in altra forma, complessivamente ininfluente rispetto agli introiti complessivi degli editori per i quali rappresenterebbe solo una modesta integrazione nella migliore delle ipotesi.

  • In termini di business model si continua a cercare di massimizzare e conciliare aspetti che probabilmente devono essere attentamente riconsiderati e rivisitati. Se il prodotto viene realizzato per servire agli investitori pubblicitari perchè i lettori dovrebbero pagare?

  • Oltre alla proposta di Google esistono numerose altre ipotesi di lavoro che la NAA sta vagliando. Mi riservo di leggerle con calma ed eventualmente tornare sull’argomento prossimamente.

Salvagente

Il salvagente dell’editoria NON si chiama pagamento delle notizie on line.

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Commenti ed indicazioni per il futuro dell’editoria

Nel corso della settimana ho provato a fornire il mio contributo relativamente al futuro dei giornali e dell’editoria più in generale, ponendo l’accento in particolare su due argomenti di attualità quali il twitter-giornalismo ed il pagamento delle notizie on line.

Relativamente al secondo tema proposto, interessante e condivisibile il commento di Gaspar Torriero che sintetizza le ulteriori possibili “derivate” argomentando che: Credo che da quei sei milioni e rotti ricavati dalla vendita dei contenuti online al 10% dei visitatori, occorra sottrarre il mancato guadagno per l’altro 90% che non si becca più la pubblicità. Meno facilmente quantificabile ma altrettanto importante è la perdita di rilevanza nelle ricerche su Google.

L’articolo pubblicato mercoledì sul “Corsera” consente di riprendere ed ampliare il discorso.

Massimo Gaggi in “La rivoluzione di Twitter manda in affanno i media” partendo dall’ hype del momento, parla di come le reti sociali impongano una ridefinizione del giornalismo sia in termini di skills richiesti ai giornalisti, che di attendibilità delle fonti.

Più che il pezzo stesso – senza nulla togliere al diligente giornalista – sono i commenti che sono di vero interesse.

La fotografia che tracciano sullo stato del giornalismo e sul futuro dei giornali è davvero puntuale. Credo che valga davvero la pena di riprenderne la maggior parte per poter – al pari di una ricerca qualitativa – comprendere desiderata dei lettori di quotidiani e aree di miglioramento per l’editoria nostrana. Per semplicità di lettura ho evidenziato i passaggi che mi appaiono più interessanti.

  • Il problema e’ l’ignoranza tecnologica di molti giornalisti. Finche’ non ci sara’ un ricambio generazionale i media inseguiranno. Oggi e’ twitter domani saranno altre tecnologie che sono gia’ qui ma sconosciute ai molti. Twitter e’ nato nel 2006 ed io lo uso da allora, possibile che i giornali lo scoprano solo adesso? Ci vogliono giornalisti competenti o i giornali moriranno, e’ inutile parlare di giornali a pagamento quando ci sono altre opzioni, l’informazione deve essere gratuita, cercate altri modi per far soldi. Non illudetevi, gli utenti di internet abbandoneranno immediatamente tecnologie non gratuite. Vedrete che l’idea di Murdoch per i giornali a pagamento fallira’. FraDolcino

  • Se voglio la notizia nuda e cruda in tempo reale vado su internet, se voglio approfondirla il giorno dopo compro il quotidiano (oppure -meglio- pago per un accesso premium ad internet). Ovvio che se l’approfondimento non approfondisce mi irrito (leggasi non pago). Iuruiuri

  • Come al solito ci si concentra sul mezzo mai sul contenuto. Twitter è sicuramente uno strumento rivoluzionario per la sua semplicità e per il legame che stabilisce tra chi scrive e chi legge ma non è questo a mandare in crisi gli editori. La loro crisi nasce dalla mancanza di generare contenuti interessanti per i lettori. Sentire dalla viva voce di chi è nella notizia più di chi fa da intermediario è la sfida degli editori. Forse il pubblico giovane non vuole più intermediari, non si fida o peggio non ci sono. I giornali, i telegiornali sono un copia e incolla di notizie di agenzie. I vecchi media sono diventati aggregatori di feed. Per raccontare le cose bisogna scendere in strada tra la gente. Lettore_727580

  • Al giornalismo tradizionale sono richieste delle caratteristiche differenti rispetto a un messaggio di 180 caratteri. Ormai non compro o leggo un giornale per avere notizie dell’ultimo minuto ma perché mi aspetto che una redazione con esperienza nel giornalismo mi fornisca pezzi articolati (prendendosi tempo per verificare le fonti, non facendo il copia-e-incolla da Wikipedia), approfondimenti, inchieste di un certo livello. Secondo me cercare di scimmiottare questi nuovi media farà solo peggiorare le condizione in cui si trova oggi la stampa. Batracos

  • Con i Nuovi Media i Vecchi Giornali e Giornalisti potrebbero iniziare a dirci la Verità sui fatti e non a nasconderli come è sempre stato fatto. I Vecchi giornali non sono più credibili ne tanto meno I Vecchi giornalisti. Con i Nuovi Media si rischia un po di confusione ma qualche pezzettino di Verità Vera da qualche parte si trova. Quindi Iniziate a dire la Verità e batterete il Citizen Jounalism. “Questa è la Stampa, Bellezza !” disse Humprey Bogart nel film “L’ultima minaccia”. Andate a rivedervlo è sulle reti P2P. MisterMister

  • È chiaro che le due cose debbano essere integrate. Un messaggino da 140 caratteri è poco più di un avviso. Ad un giornale ‘decente’ si richiede di analizzare le fonti, ampliarle, spiegarle, analizzarle, approfondirle. Le due cose non sono necessariamente in opposizione. Max Paine

  • Mi sembra che si stia paragonando cose completamente diverse tra loro. Un messaggio da 140 caratteri non è una notizia, è un’avviso. “Un’ansa”. Non vuol dire essere informati, vuol dire accontentarsi. Se un ragazzino con il cellulare riprende la morte in diretta di una donna è perchè ha avuto fortuna. Ed ha fregato un bel po’ di soldi a qualche reporter di carriera, che giustamente si sente messo in pericolo (monetario) dalle mini-tecnologie. Poi il problema dell’attendibilità della notizia viene relegato in un trafiletto in fondo al’articolo. Ci credo che questo giornalista ha paura di Twitter. Per FraDolcino: la tendenza va nella direzione opposta; la gente pagherà sempre per ciò che gli interessa. Ale081

open your eyes

I commenti sopra riportati forniscono chiare indicazioni su quali siano i temi e le aree di miglioramento che i lettori si attendono per continuare a fornire loro un [buon] motivo per acquistare informazione degna di questo nome.

Il cosiddetto web 2.0 è fatto di interazione che, come noto, in termini di comunicazione è fatta di erogazione ma anche, se non soprattutto, di ascolto, di scambio. [#]

Gli elementi che i mezzi di comunicazione digitale forniscono quotidianamente sono chiari e puntuali sulla direzione che il pubblico di riferimento, i lettori, si attende. E’ ora che editori e addetti ai lavori ascoltino. Adesso o mai più.

[#] Quasi due anni fa scrissi un articolo dal titolo “Questo blog non è mio” magari prossimamente lo riproporrò vista la morte digitale degli archivi che mi ospitavano al tempo.

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Pacchettizzato

La linea definita recentemente dallo “squalo”, come noto, sancirebbe la fine dei contenuti gratuiti per le edizioni on line dei quotidiani.

Il primo pensiero in tal senso corre ai micropagamenti ed addirittura a spacchettare [dio mio che termine rivoltante] i contenuti dei quotidiani rendendo fruibili a pagamento i singoli articoli.

Personalmente, come credo sia emerso tra le righe di quanto sin ora proposto, non credo assolutamente all’ipotesi dei micropagamenti a partire dal valore unitario della transazione che rende futile per ciascun soggetto coinvolto il valore della stessa a meno di realizzare volumi di vendita assolutamente irrealistici da qui ai prossimi cinque anni almeno.

Una stima del valore della transazione viene effettuata proprio all’interno degli spazi di uno dei quotidiani on line che entro l’anno in corso dovrebbe passare, appunto, a pagamento: “How much would you pay to read this page? At about 2,000 of the 50,000 or so words in the printed version of the Financial Times, it should in theory be worth about 4 per cent of the newspaper’s cover price – 10 US cents, 17½ euro cents or 8p”.

Financial Times Payments

Valore Micropagamenti Quotidiani

I micropagamenti sono l’ennesimo, comprensibile ma non condivisibile, sbandamento di un comparto in cerca di una ridefinizione del proprio modello di business. Come è stato sottolineato da più parti c’è la sensazione che molti stiano sperimentando o intendano farlo, strade di ritorno al passato, senza avere il coraggio di credere pienamente nel futuro.

It is not the strongest of the species that survive, nor the most intelligent, but the one most responsive to change”. — Charles Darwin

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