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Racconto di Natale 2012

Sandro, l’amico al quale avevo già dedicato il racconto di Natale nel 2011, era andato dal dentista, una piccola caria e soprattutto una specie di bolla che sentiva in fondo al palato con la lingua e che, quando qualche volta si concedeva “un’ammazzacaffè” dopo cena, gli bruciava.

Erano già un paio di mesi che ce l’aveva, lui con i medici non andava tanto d’accordo, ma adesso aveva deciso di farsi vedere. Seguirono un paio di mesi di analisi, di visite specialistiche e di dentisti, tre, che dicevano la loro, spesso diversa. L’ultimo dentista al quale si rivolse, “un professorone” con pubblicazioni scientifiche e lavori statunitensi appena lo vide lo mandò di corsa al laboratorio di analisi dell’università con la quale collaborava a fare un biopsia. “Non sarà niente sicuramente, alla sua età è molto difficile che…, non si preoccupi è solo per sicurezza” disse il professore a Sandro.

Passarono due lunghe settimane di attesa e arrivarono, finalmente, i risultati dell’esame. Il primario del reparto volle consegnarglieli personalmente. Arrivò con al seguito uno stuolo di medici e praticanti, come spesso accade, lo sguardo sfuggente e gli disse: “è quello che avevamo detto”, “cioè?” replicò Sandro, lo sguardo si abbassò e pronunciò solo poche parole, quelle che nessuno vorrebbe mai sentirsi dire, “è un tumore, bisogna operare il prima possibile”.

Sandro, sguardo da duro, da uno che nella vita ne ha viste tante, ma cuore tenero, volle sapere tutto sul tipo di intervento, la durata, le probabilità di salvezza e mille cose ancora. Il professore si manteneva distante da lui accerchiato dagli altri camici bianchi, gli disse che erano necessari altri esami ma che orientativamente l’intervento sarebbe durato almeno 8 ore e che però era risolutivo; al 90%. Sandro guardò Carla, la moglie, che per l’occasione l’aveva accompagnato, si girò verso il professore e disse: “va bene operiamo”.

Dopo una decina di giorni fu chiamato dalla segreteria dell’ospedale, “si presenti a digiuno giovedì prossimo, dobbiamo farle gli esami di pre ricovero e farla parlare con l’anestesista”. Lo sguardo sfuggente ancora una volta del primario che avrebbe dovuto operarlo e l’approssimazione dell’anestesista lo convinsero che no, non era con quelle persone, in quella struttura, che voleva giocarsi la vita e grazie ad amicizie [si sa come funziona, ahimè, in Italia] riuscì ad ottenere una visita allo IEO [*], la miglior struttura in Italia per questo tipo di patologie.

Fu così che in capo a un mese, dopo altri esami ed approfondimenti, lo contattarono “si presenti il 9 gennaio qui da noi a Milano, il 10 mattina sarà operato” gli dissero.

E’ iniziato così il 2012 di Sandro, entrato in sala operatoria il 10 mattina ed uscito l’11 dopo 12 ore di intervento e 10 in terapia intensiva in osservazione e un altro intervento di altre 4 ore l’11 notte per delle complicazioni post operatorie. Doveva stare un paio di settimane in ospedale ma vi rimase invece per circa un mese, altre complicazioni proprio la mattina del giorno in cui doveva essere dimesso, da solo tranne qualche visita di amici, poiché lui non abitava a Milano e la moglie dopo i primi giorni era rientrata a casa a curare la loro figlia di soli tre anni.

La gioia del ritorno casa fu minata dalle difficoltà post operatorie. Ancora non riusciva a mangiare se non qualche pappina, gli omogeneizzati che si danno per lo svezzamento ai bimbi, faticava a deglutire ed anche la parlata non era fluida. Tutto questo lo rendeva molto teso, nervoso mi disse quando andai a trovarlo pochi giorni dopo. Lui era un uomo d’azione, sempre in movimento, quando andò dalla logopedista per migliorare sia l’alimentazione che il verbale la prima cosa che le disse fu che entro due mesi doveva partecipare come relatore ad un convegno che non voleva perdersi per nessuna ragione al mondo, dovevano metterlo in condizione di parlare bene per allora. “Io a quel convegno ci vado anche sui gomiti” fu una delle prime cose che mi raccontò durante il nostro incontro.

Stringendo i denti come era nel suo carattere Sandro partecipò a tutti e cinque i giorni della manifestazione e i suoi interventi furono apprezzati dai partecipanti ma Sandro, che appassionato del suo lavoro ne aveva sempre fatto la priorità assoluta nella vita, questa volta non era contento. Sua moglie Carla all’ultimo momento non aveva voluto venire, nonostante lui l’avesse sollecitata più volte in tal senso, accampando motivi che a lui parevano banali, delle giustificazioni più che delle reali motivazioni; c’era qualcosa che non andava, se lo sentiva.

Lo chiamai il 20 maggio sera, nella zona dove abitava c’era stato il terremoto e volevo assicurami che lui e la sua famiglia stessero bene, che la sua casa non avesse subito danni. Mi rispose quando preoccupato stavo per riattaccare dopo tanti squilli a vuoto. “Sai Pier Luca, non avevo voglia di rispondere, non te la prendere non ce l’ho con te ovviamente, ma, davvero, non ho voglia di parlare con nessuno oggi” furono le sue prime parole. Gli chiesi se la casa avesse avuto gravi danni, se lui, sua moglie e sua figlia stessero bene ancor più preoccupato dalla sua risposta. “No alla casa non è successo nulla e stiamo tutti bene di salute grazie, ma da stamattina dopo una furiosa litigata sono andato via di casa, Carla mi ha detto di fare le valigie e di lasciarla in pace. Quando ti si dice così non puoi far altro che togliere il disturbo” mi disse con la voce rotta dai singhiozzi del pianto.

Lui amava tantissimo sua moglie, quando me ne parlava nei nostri incontri gli brillavano gli occhi tutte le volte che la nominava era evidente a chiunque che lei fosse molto importante per lui che 7 anni prima si era trasferito nella zona di residenza della moglie proprio per andare a vivere insieme.

Da allora, nonostante Sandro abbia tentato di ricucire la relazione, non c’è stato un seguito positivo e, dopo le consuete pratiche legali, lui ha scelto di allontanarsi dalla località dove vivevano insieme, anche se non troppo per stare, almeno, vicino a sua figlia, per provare a dimenticare, a rimuovere grazie alla distanza quel che ha nel cuore straziato dal dolore della separazione.

Per fortuna la malattia ormai è alle spalle, curata con successo, pare, ed anche il lavoro gli “gira bene” e lo tiene impegnato, una cosa importante, ma quando ci vediamo [ora che è solo capita più spesso] non posso fare a meno di notare come sia cupo, quanto sia svanito il sorriso sul suo volto che invece prima, anche nei giorni duri del cancro, era gioioso, con quel suo fare che sino a pochi mesi fa si caratterizzava per avere sempre una battuta scherzosa che a mi strappava sempre un sorriso se non una risata.

Una storia, ahimè triste, che ho voluto raccontare, uscendo dai temi normalmente trattati in questi spazi, per narrare, per ricordare a quanti troppo spesso lo dimenticano, quanto sia importante nella vita di tutti noi l’amore e quanto importante sia altrettanto non dimenticarsene mai neppure nei momenti in cui ci facciamo sopraffare da altri eventi, da cose che in quel determinato momento ci appaiono più rilevanti, altrimenti, prima o poi ci troveremo nella situazione di pentircene.

Tenetelo, teniamolo a mente, anche, in questi giorni che tradizionalmente sono dedicati alla famiglia, qualunque essa sia dal mio punto di vista, di fatto, tradizionale o di persone dello stesso sesso che si vogliono bene.

Un abbraccio sincero a voi e ai vostri cari, con l’augurio di un buon Natale pieno d’amore. Davvero.

Christmas Life

[*] Sandro, al quale per correttezza ho fatto leggere in anteprima questo racconto nonostante venga utilizzato uno pseudonimo, mi ricorda che è possibile fare acquisti o donazioni allo IEO, io l’ho fatto. Anche questo è Natale; auguri ancora.

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Racconto di Natale

Una saletta affittata in un luxury boutique hotel, un 4 stelle stelle davvero unico nel suo genere, un po’ fuori mano ma con caratteristiche da lasciare di stucco anche chi, per piacere e per dovere, di alberghi ne ha visti davvero tanti nella sua vita.

Sandro [nome di fantasia], più di 20 anni passati tra scrivania e marciapiede nelle file del marketing e delle vendite, vi era arrivato dopo essere stato contattato via Linkedin. Una sua amica, una persona con la quale era in contatto da diverso tempo, lavorava già da un annetto in una web agency ed ora cercavano un direttore commerciale.

L’ambiente era quasi surreale, molto hi tech, glaciale. Più che in un hotel sembrava di essere nel  caveau di una banca o forse in una di quelle stanze a temperatura contrallata dove vengono custoditi i server. Un posto davvero strano, Sandro si guardava intorno smarrito, incerto, osservava l’ambiente con un sentimento misto tra meraviglia e repulsione.

Nella saletta che dava nell’ampio e luminoso ingresso dell’albergo c’era una coppia, un uomo ed una donna, giovani.

“Buongiorno e ben arrivato. Grazie di essere venuto. Si accomodi, prego” disse lei. Sandro prese posto, l’uomo, “un ragazzotto” di quelli che sotto gli abiti firmati all’ultima moda cercano di nascondere le proprie origini, alla sua destra, di fronte lei, la donna, tipo fine, forse con troppi gioielli addosso, dai tratti del viso tradiva una certa rigidità avrebbero detto gli esperti di fisiognomica.

“Siamo una start up, fondata un anno fa,vogliamo fare le cose per bene.  Il primo anno è andato bene e siamo già a pareggio di bilancio, sà siamo una SPA”, ci tenne a sottolineare subito l’uomo. “Abbiamo 11 agenti e sin ora me ne sono occupato io”, continuò, “ma ora vogliamo espanderci, arrivare a coprire tutta Italia e per questo cerchiamo un direttore commerciale, una persona di esperienza che abbia il presidio di quest’area dell’azienda, così potrò, finalmente fare l’Amministratore Delegato a tempo pieno” concluse, non senza far trasparire il proprio orgoglio mentre ne parlava.

A quell’incontro, come succede sempre in questi casi, ne seguirono altri e, alla fine, Sandro, nonostante un penoso mercanteggiamento sulle condizioni economiche, decise di accettare.  Si a lui, anche se non era più giovanissimo, le sfide piacevano ancora, gli piaceva l’idea di mettersi in gioco e dare il suo contributo alla riuscita di un progetto imprenditoriale, al raggiungimento di un successo.

Bastarono pochi giorni di lavoro per capire che i numeri citati in fase di colloquio erano distanti dalla realtà e meno di un paio di mesi per stabilire che il percorso e gli obiettivi erano da rivedere, da ridefinire sia in  termini di curva di sviluppo che a livello di approccio strategico.

Sandro, com’era abituato a fare da sempre nel suo lavoro, al termine del terzo mese scrisse un documento di analisi. Una fotografia della situazione del primo trimestre, problemi, difficoltà e, ovviamente, proposte di soluzione. Lo rilesse un paio di volte, smussò qualche eccesso cercando di ammorbidire se non la sostanza almeno la forma e lo mandò per mail all’Amministratore Delegato e, per conoscenza, alla Responsabile Amministrativa, la donna, partner con una quota di minoranza della società. “Vi prego di considerare il documento allegato una base di discussione, elemento di confronto fattivo che spero di avere al più presto”  c’era scritto in calce alla mail come accompagnamento.

Il confronto, per così dire, avvenne solo a distanza di oltre 40 giorni nella sala colazioni di un albergo romano dove si erano recati per fare delle selezioni di agenti per la zona. Sandro parlava e lui, il ragazzotto-ceo-salumiere, annuiva mentre tutta la sua attenzione era dedicata all’inizializzazione del nuovo iPhone.

Dopo quell’incontro le relazioni inevitabilmente si affievolirono, Sandro, pur con riserve sempre maggiori, continuava nel suo lavoro per quanto possibile ma le telefonate da giornaliere si fecero prima settimanali e poi cessarono per addirittura due settimane consecutive.

Dopo un periodo così lungo di silenzio Sandro decise di mettere da parte l’orgoglio e di chiamare lui, la situazione andava sbloccata. Si c’era un incontro fissato già a fine mese ma era passato così tanto tempo che… e poi voleva sapere che ne era stato del suo compenso, in ritardo, anche, questa volta. Il telefono squillava a vuoto, lui, il CEO, era sempre così occupato, anche se non aveva mai capito a fare  cosa  Sandro ci si era abituato. Mandò l’ennesima e-mail.

Gli fu risposto, in buona sostanza, che i rapporti erano interrotti, che non lavorava più per quella società e che non sarebbe stato pagato.

Sono passati circa 6 mesi da allora e l’avvocato l’ha informato ieri che il suo omologo della controparte, della società in questione, dice che non hanno i soldi per pagare, che bisogna avere pazienza ancora un po’, che pagheranno [il 30% del dovuto] appena possono.  Sandro ha detto al suo avvocato di non aspettare più e di procedere legalmente per il recupero nelle opportuni sedi del totale della somma sperando che i tempi della giustizia non siano eccessivamente dilatati, in queste cose non si sà mai quando e come  va a finire.

Una storia che ho voluto raccontare, uscendo da i temi normalmente trattati in questi spazi, per narrare come spesso funzionano le cose in questo Paese, nazione dei doveri e dei diritti sulla carta in cui il furbo sfrutta le pieghe dell’inefficienza statale per prevaricare il prossimo. Sono cose che, ahimè, succedono molto più spesso di quanto si pensi.

Una buona coscienza è un Natale perpetuo – Benjamin Franklin. Buon Natale a voi tutti tranne a chi è senza coscienza.

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Passaggi & Paesaggi [3]

“Immaginate che un essere umano [potete immaginare di essere voi] sia stato sottoposto ad un’operazione da parte di uno scienziato malvagio. Il cervello di quella persona [il vostro cervello] è stato rimosso dal corpo e messo in un’ampolla piena di sostanze chimiche che lo tengono in vita. Le terminazioni nervose sono state connesse ad un computer superscientifico che fa sì che la persona a cui appartiene il cervello abbia l’illusione che tutto sia perfettamente normale. Sembra che ci siano persone, oggetti, il cielo ecc…ma in realtà l’esperienza della persona [la vostra esperienza] è in tutto e per tutto il risultato degli impulsi elettronici che viaggiano dal computer alle terminazioni nervose.

Il computer è così abile che se la persona cerca di alzare il braccio la risposta del computer farà sì che <<veda>> e <<senta>> il braccio che si alza. Inoltre, variando il programma lo scienziato malvagio può far sì che la vittima <<esperisca>> [ovvero allucini] qualsiasi situazione o ambiente lo scienziato voglia. Può anche offuscare il ricordo dell’operazione al cervello, in modo che la vittima abbia l’impressione di essere sempre stata in quell’ambiente. […..]

Potremmo anche immaginare che tutti gli esseri umani…siano cervelli in un’ampolla. Naturalmente lo scienziato malvagio dovrebbe trovarsi al di fuori. Dovrebbe? Magari non esiste nessuno scienziato malvagio; magari l’universo…consiste solo in macchinari automatici che badano a un’ampolla piena di cervelli. Supponiamo che il macchinario automatico sia stato programmato per dare a tutti noi un’allucinazione collettiva….Quando sembra a me di star parlando a voi, sembra a voi di star ascoltando le mie parole. Naturalmente le mie parole non giungono per davvero alle vostre orecchie, dato che non avete [vere] orecchie, né io ho una vera bocca e una vera lingua. Invece, quando produco le mie parole quel che succede è che gli impulsi efferenti viaggiano dal mio cervello al computer, che fa sì che io <<senta>> la mia stessa voce che dice quelle parole e <<senta>> la lingua muoversi, ecc., e che anche voi <<udiate>> le mie parole e mi <<vediate>> parlare, ecc.

In questo caso, in un certo senso io e voi siamo davvero in comunicazione. Io non mi inganno sulla vostra esistenza reale, ma solo sull’esistenza del vostro corpo e del mondo esterno, cervelli esclusi”

H.Putnam – Brains in a Vat

Passaggi & Paesaggi 1

Passaggi & Paesaggi 2

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