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Wired Diventa Digital First

Sono entrato in possesso della lettera alla redazione da parte di Massimo Russo,  Direttore di «Wired», che illustra i cambiamenti della rivista da dicembre sia in termini di contenuti, di pubblico di riferimento e, soprattutto, di cultura.

- word cloud lettera redazione Wired -

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La pubblico integralmente poichè i contenuti sono davvero interessanti da diversi punti di vista. Come si può leggere infatti, oltre alle novità che caratterizzeranno la testata, sia nella sua edizione cartacea che digitale, è  la filosofia, l’approccio che è di valore.

Si va oltre la specializzazione per piattaforma, finalmente, per arrivare ad una connotazione della rivista per tema. Si chiarisce, opportunamente poichè forse a molti non è ancora del tutto chiaro, che una strategia digital first non significa pubblicare prima online e poi sulla carta ma avere una presenza in Rete a tutto tondo presidiando e mantenendo la relazione con le comunità di riferimento.

Dalla lettera si comprendono anche nuovi modelli di business, nuove fonti di ricavo generate attraverso estensioni fisiche e “virtuali” del brand, della testata, e una maggiore apertura nella relazione con i lettori con la possibilità di costruire pezzi/storie insieme a loro.

Più che di tecnica credo si tratti di un approccio, di attitudine mentale, insomma di cultura. Giudicate voi stessi.

ALLA REDAZIONE

Dal numero di dicembre cambieremo Wired Italia. Dopo tutte le riunioni, le discussioni, la fatica per raffinare e confutare le idee, ci siamo. Sappiamo tutti quel che c’è da fare, ma un minuto prima del “pronti, via” sento comunque il bisogno di condividere la piccola solennità del momento.

“Questo non è un giornale” è la frase che meglio rappresenta il nuovo metodo.

Al mensile, rinnovato secondo il progetto che abbiamo realizzato insieme in questi mesi, si affiancheranno in modo sempre più significativo l’organizzazione di eventi (Live) e il digitale, con il nuovo sito. Il nostro fuoco non sarà più la tecnologia ma l’innovazione, e l’intersezione tra questa e l’economia, con l’obiettivo di non raccontare solo storie ma di fornire soprattutto strumenti utili. Non più futuro remoto, ma soluzioni per il presente. Su questi temi dovremo avere la capacità di battere moneta, creando informazione, dettando opinione. La nostra comunità di riferimento saranno i millennials, i nati dopo il 1980, una generazione che non trova nulla che le parli nei media tradizionali, e i “ribelli silenziosi” tra i 35 e i 50 anni, donne e uomini che non si rassegnano alla decrescita felice e – nonostante le profezie di sventura – ogni giorno intraprendono, inventano, sbagliano, realizzano.

Siamo la testata di chi si riconosce in un Paese:

  • creativo, fantasioso, vitale, passionale;
  • che vede post–moderno e globale non come una minaccia ma come un’opportunità;
  • aperto e in grado di integrare culture diverse perché consapevole e forte della propria;
  • i cui cittadini sono individui liberi, responsabili, adulti;
  • che crede al merito e alla necessità di assicurare a tutti uguali possibilità;
  • lieve;
  • curioso di scoprire, fiducioso di intraprendere, proiettato verso l’innovazione;
  • preoccupato delle città, del paesaggio e della qualità della vita che lascerà dietro di sé. 

Il nuovo Wired non solo tratterà di innovazione ma la metterà in pratica. Saremo il primo magazine in Italia a integrare la redazione tra mobile, web, carta e tablet, e a realizzare il digital first. Le specializzazioni non saranno più per piattaforma ma per tema. Digital first non significa che pubblicheremo prima online e poi sulla carta, ma che il nostro lavoro partirà dalla relazione digitale con la nostra comunità di riferimento: 250mila persone che ogni giorno ci scelgono sul sito e sui social. Non si tratta di un’innovazione tecnica, ma di cultura.

Wired Italia incarna l’innovazione e le promesse che essa porta con sé. Il nostro valore più importante è relazione di fiducia con la comunità che rappresentiamo, con la quale interagiamo attraverso diversi linguaggi e strumenti:

a. il sito web

b. il web oltre il sito (Facebook, Twitter, gli altri social…)

c. la dimensione video

d. l’interactive edition su tablet

e. il mensile

f. le estensioni fisiche e virtuali del marchio (Wired Next Fest, eventi verticali, format video, long form, data journalism, e così via).

La chiave di volta del metodo è il digital first. La testata multipiattaforma non è più una novità, ma un requisito del nostro tempo per ogni marchio.

Il nuovo Wired va oltre: il sito e la rete non sono più una delle piattaforme disponibili, saranno il punto di partenza nella costruzione del numero, che una volta al mese si materializzerà nel distillato della carta e nell’interactive edition per i tablet. Il primo confronto di Wired con il tempo e la rilevanza sarà il lavoro quotidiano in rete. Non si tratta di anticipare su web i contenuti del giornale, ma di lavorare in redazione a partire da internet e dal dialogo con la comunità di Wired: come coprire le notizie, in quale forma, con quali strumenti. Significa essere disposti a condividere idee e spunti con i lettori attraverso i social e raccogliere da loro suggerimenti e commenti.

In questo senso la testata non è più solo un soggetto che produce comunicazione, ma diventa una piattaforma aperta, in grado di aggiungere ai valori tradizionali del reporting e della gerarchia, il dialogo sui temi che ogni giorno si intrecciano sul digitale. Tale valore non si paleserà solo attraverso gli articoli, ma anche attraverso nuove forme di attività giornalistica, come la cura e l’aggregazione dell’informazione prodotta da altre fonti, l’attenzione da parte di tutti noi alle statistiche di traffico del sito e alle tendenze della rete, la raccolta e la condivisione di dati, il crowdsourcing, l’individuazione sul nascere di temi che diventeranno rilevanti.

Un processo di questo genere ci porterà a innalzare l’asticella del livello di qualità minimo del giornale mensile. I nostri articoli dovranno acquisire standard più elevati, e unire al reporting pluralità di fonti, voglia di sorprendere, capacità di analisi, taglio originale, commento e punti di vista inediti. Anche per questo – come già sapete – ridurremo la periodicità del cartaceo a 10 numeri, con l’aggiunta di un paio di numeri speciali l’anno. Il numero di dicembre porterà in testata la dicitura Dicembre/Gennaio, e rimarrà in edicola fino al 24 gennaio. Ciò consentirà di rivedere l’organizzazione e i processi redazionali in ottica digital first, dedicando risorse e investimenti anche alle aree Digitale e Live.

Tutti cambieremo un po’ mestiere, secondo le linee che abbiamo già cominciato a discutere e le mansioni annunciate. Mi aspetto che una definizione di quanto muterà il nostro lavoro arrivi solo con la pratica di ogni giorno. Saremo tutti protagonisti di questa riscrittura. Anche con lo scontro, la dialettica, la critica e l’esercizio costante del dubbio. Diamo valore alla gerarchia delle idee, come se fossimo una start up. Solo i principi di delega e responsabilità dei singoli possono farci crescere. Non è uno stucchevole luogo comune: il confronto aperto produce una sintesi superiore alla somma delle parti. Sempre. È la stessa apertura che – come redazione – dovremo dimostrare nei confronti di quelli che un tempo avremmo chiamato lettori.

Wired è la testata che non solo parla di innovazione, ma è il primo magazine italiano a farlo adottando la formula del giornale piattaforma aperta, open source. L’innovazione non è solo il nostro core business, ma è anche la forma che utilizziamo per raccontarla. Molto è da inventare, ma proprio per questo ho già una certezza: ci sarà da divertirsi. E spero che questo piacere trasparirà da quel che pubblicheremo ogni giorno.

In bocca al lupo a tutti noi.

Massimo Russo

Digital 1st

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TendenzialMente

I dati pubblicati in questi giorni sull’andamento di quotidiani e periodici online hanno suscitato sorpresadibattito sulla realtà allo stato attuale dell’informazione online nel nostro Paese.

Non potevo dunque che raccogliere l’invito di Stefano Quintarelli di mappare le variazioni, le differenze degli andamenti rispetto al pari periodo dell’anno precedente, mosso, forse, anche, dal legittimo desiderio di vedere riconosciute alcune piccole soddisfazioni.

In termini di tendenza emergono dinamiche complessivamente distinte. Se, da un lato, i quotidiani vedono crescere il numero di utenti che accedono all’edizione online, dall’altro lato, la tendenza dei periodici è opposta con una riduzione complessiva di coloro che visitano i siti web dedicati.

Tra i quotidiani è Il Sole24Ore quello che presenta la maggior crescita con il +61% rispetto al mese corrispondente dell’anno precedente, anche se credo che oggettivamente partisse da una base che era davvero minima per un giornale di tale autorevolezza; da non sottovalutare neppure, evidentemente, il traino della crisi economica – finanziaria, che infatti, mi pare sta contribuendo anche alle bendite/diffusione dell’edizione cartacea. Sempre in termini di incremento, tra i periodici, best performer Marie Claire che però parte da valori esigui. Soddisfacenti le performance di Leiweb ,  che oltre ad avere redazione propria è espressione di Io Donna, A e Amica, e di Donna Moderna.

Nella valutazione del trend, e dei valori assoluti, delle singole testate è opportuno ricordarsi che nel mese di settembre 2011 l’audience online raggiunge 27 milioni di Italiani dai 2 anni in su che hanno navigato almeno una volta attraverso un PC, il 12% in più rispetto all’anno precedente. L’audience online nel giorno medio registra 12,9 milioni di utenti attivi [+7,5% rispetto a settembre 2010], che hanno consultato 171 pagine trascorrendo in media 1 ora e 22 minuti al giorno per persona.

Si tratta di un riferimento non trascurabile che consente di inquadrare quanto del tempo online sia dedicato all’informazione dando quindi una misura dell’attuale penetrazione e del livello di coinvolgimento relativo.  Elemento che integrato con il numero di pagine viste ed il tempo trascorso, pubblicati ieri,

Se per molti dei quotidiani esiste, almeno per i principali,  una base quantitativa dalla quale partire per andare oltre i CPM ed arrivare al coinvolgimento del lettore è evidente che i periodici devono, in generale, rivedere completamente il loro approccio alla Rete.

Comment is free!

TREND QUOTIDIANI SETTEMBRE 2011 Vs.  SETTEMBRE 2010

Fonte: Audiweb Settembre 2011 - Elaborazione: "Il Giornalaio" - Clicca per Ingrandire -

TREND PERIODICI SETTEMBRE 2011 Vs.  SETTEMBRE 2010

Fonte: Audiweb Settembre 2011 - Elaborazione: "Il Giornalaio" - Clicca per Ingrandire -

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Quanta Gioia Online per i Periodici

Per completare la fotografia sull’andamento dei prodotti editoriali nel nostro Paese, ad integrazione della raccolta di quotidiani e “superblog”, ho pensato di accorpare i dati Audiweb del mese di settembre anche per le testate periodiche.

Se il livello di attenzione, di interesse e coinvolgimento, che i quotidiani nella loro versione online riescono ad ottenere è complessivamente deludente, le testate a pubblicazione settimanale, se possibile, hanno  performance ancor più desolanti.

In questo caso infatti, anche testate con brand forti che sono alto vendenti ed hanno buoni livelli di readership nella versione su carta, on line scompaiono, divengono assolutamente insignificanti e inconsistenti.

Quasi nessuna pubblicazione si avvicina ai 100mila utenti unici e neppure una raggiunge il milione di pagine viste. Anche riviste come «Gioia» o «Grazia» tra i fermminili o quali «Wired» e «Internazionale» per i “cult magazines” hanno un traffico di utenti al loro sito web che è paragonabile a quello dell’ora di punta a Pollenatrocchia, come direbbe l’illustre Totò.

Rispetto alla tabella dei quotidiani, grazie al contributo dell’amico Paolo Valenti,  sono state inserite anche le pagine viste per utente e, soprattutto, il tempo medio per pagina vista, ovvero per quanto tempo ogni persona mediamente si sofferma a leggere una pagina del sito web.

Dati che non necessitano neppure di un commento, autoesplicativi, con una media inferiore ai 30″ che fornisce la dimensione della inconsistenza, oltre che dei volumi di traffico, anche dell’interesse e livello di approfondimento di lettura di cui godono, si fa per dire, queste riviste.

“Engage or die” scriveva circa un anno fa Brian Solis. Pare che il messaggio non sia stato ancora recepito.

Fonte: Audiweb Settembre 2011 - Elaborazione: "Il Giornalaio" - Clicca per Ingrandire -

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Nobel [S]Comunicati

La ricerca su gooogle della parola “internet” produce oltre un miliardo di risultati, non va molto meglio con il termine “peace” che ne totalizza poco meno di 200 milioni.

Una legge elementare di psicologia della comunicazione dice che più le parole ripetute sono astratte e interpretabili con larghezza di significati più è alto il rischio passepartout, che non impegnano l’emittente e possono essere equivocate.

Sono pensieri, termini, che, in una battuta, mi piace definire “parole scatolone”, proprio perchè contenitore tanto ampio quanto diversificato di significati che ciascuno decodifica soggettivamente se non puntualmente qualificati.

E’ un principio talmente noto che nell’ambito della comunicazione pubblicitaria per ovviare a questo si è universalmente condivisa la buona pratica di identificare una unique selling proposition .

La prossima volta, prima di avventurarsi in discussioni tra favorevoli e contrari, varrebbe la pena di definirne con maggior puntualità, condividendolo, l’effettivo significato dei termini o, in alternativa, focalizzare la scelta su temi da nobel maggiormente univoci.

In caso contrario la possibilità di ridursi ai minimi termini non sarà solo un gioco di parole.

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Pubblicazioni per Uomini di Ferro

Il product placement all’interno dei film è  un filone, un’area, non trascurabile della comunicazione di marca che utilizza questa modalità per promuovere i propri prodotti/brand.

Ironman 2, film della Marvel atteso nelle sale cinematografiche a partire dalla fine di questo mese in poi, potrebbe rappresentare un caso “apripista” per  quanto riguarda il placement di pubblicazioni editoriali non solo all’interno del film [attenzione al minuto 1.10] ma anche, se non principalmente, sulle locandine di promozione della produzione cinematografica.

Come è possibile osservare nell’immagine sottostante, infatti, sono chiaramente riconoscibili i marchi di alcune delle più note testate internazionali quali, tra gli altri,  El Pais, Usa Today, Forbes e Wired.

Verificheremo nel tempo se si tratta di un’operazione isolata o se, invece, rappresenta l’inizio di un percorso promozionale per le pubblicazioni editoriali.

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Le regole del gioco

Nel tentativo di approfondire quali possano complessivamente essere le aree di miglioramento dell’editoria italiana e di quello che dovrebbe essere il suo naturale sbocco commerciale, [l’edicola] seguo proposte e suggerimenti di addetti del settore, anche, attraverso FriendFeed.

E’ proprio grazie ad alcune di queste indicazioni raccolte in quel contesto, che ho scoperto come gli abbonati ricevano la rivista con anticipo rispetto alle edicole. Ogni tanto, inoltre, lancio delle, bonarie, frecciatine per ottenere delle risposte [grazie comunque] che complessivamente sin ora non mi hanno convinto.

Mi risultano davvero poco credibili le motivazioni addotte per il taglio prezzo della rivista nel periodo estivo che notoriamente è quello in cui più si legge, come, altrettanto, mi sorprende che il direttore di una rivista sappia quante copie sono andate vendute senza che siano state ritirate le rese del numero attualmente in vendita.

Sono dettagli, che indicano a mio avviso come vadano cambiate le regole del gioco nel rapporto tra canale di vendita ed editori. Credo davvero di non essere il solo ad essere stanco di “pacchi”.

Non conosco personalmente il direttore di Wired e mi piacerebbe creare un’occasione d’incontro e di confronto con lui come con altri responsabili di riviste e pubblicazioni per comprendere meglio le logiche di chi, rispetto a noi modesti giornalai, sta – ipso facto – dall’altra parte della barricata. Forse potrebbe essere, finalmente, l’inizio di una proficua collaborazione. Ho in mente una proposta ben precisa al riguardo.

Le regole del gioco

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No media, no news, no business model per Chris Anderson

Chris Anderson è stato intervistato recentissimamente da Spiegel International sul futuro delle notizie, la sfida posta dal web ai media tradizionali e sui possibili modelli di business.

Nell’ intervista Anderson esordisce provocatoriamente rispondendo che non utilizza le parole media e news poiché prive di significato chiarendo fin da subito la sua posizione relativamente ai mainstream media.

Tralasciando che Anderson stesso, come noto, sia editore tradizionale con Wired, è interessante rilevare come non venga di fatto fornita una alternativa né di termini né di contenuti e prospettive.

Alla domanda dell’ intervistatore di conoscere i termini alternativi a news e media, la risposta è: “There are no other words”.

Ancora più interessante è il passaggio in cui afferma che i giornali non sono più importanti, ma che resta rilevante il processo di raccolta ed analisi delle informazioni [Newspapers are not important. It may be that their physical, printed form no longer works. But the process of compiling information and analyzing it, and adding value to it and distributing it, still works].

Sollecitato dunque sul modello di business web based, Anderson risponde testualmente: “We’re still figuring that out”.

Pare insomma che  il miglior impacchettatore di idee in circolazione non sia in grado di argomentare alternative credibili né in termini semantici né, tanto meno, a a livello di business model.

Good luck Mr. Anderson!

Wired

A margine si segnala che:

  1. La raccolta pubblicitaria di Wired negli Stati Uniti è crollata del 40% come riportato da Spiegel a latere dell’articolo sopraccitato.

  2. Free non esiste. C’è sempre qualcuno che paga, a titolo esemplificativo si veda il funzionamento dei finanziamenti definiti “a tasso zero”.

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