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Fattori di Creazione di Valore

Ross Dawson riassume quelli che sono a suo avviso gli elementi per la creazione di valore nel nuovo ecosistema dei media.

I fattori chiave che elenca sono:

Tempificazione: Velocità di accesso

Innovazione: Essere nuovi, essere notizia

Rilevanza: Essere rilevanti per l’individuo

Interpretazione: Selezione delle fonti infinite di informazione

Approfondimento: Prospettive sulle notizie e sull’informazione

Community: L’esperienza sociale delle notizie, lo scambio, l’arricchimento.

Reputazione: Indicatori di fiducia e valore

Design: Riunire stile e funzionalità.

Ciascuno di questi elementi, di questi pianeti come li definisce Dawson, ha dei satelliti, elementi di qualificazione ed approfondimento che la grafica riassume.

Il loro assieme costruisce l’ecosistema all’interno del quale l’informazione, l’industria delle notizie, deve muoversi per creare [ed ottenere] valore aggiunto.

Le interfacce, i supporti fisici sono posti centralmente per la loro funzionalità, non fine ma mezzo nella mia interpretazione.

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L’Orologio di Internet in Mobilità e le Notizie

L’infografica realizzata dal noto istituto di ricerche di mercato mostra il consumo di internet in mobilità da parte degli statunitensi.

I dati sono riparametrati convenzionalmente fatto 100 un’ora.

Emerge con chiarezza come il consumo di notizie in mobilità sia una parte assolutamente marginale delle attività svolte.

Dati confermati allo stato attuale anche per quanto riguarda l’acclamato tablet di Apple.

Lo scenario per quanto riguarda specificatamente il nostro paese pare lievemente migliore.

Si tratta certamente di tendenze in fase iniziale, di dinamiche tutte da verificare nel tempo.

Personalmente ritengo che resterà un’area assolutamente marginale rispetto all’ecosistema delle notizie.

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Semi per un Corretto Sviluppo del Crowdsourcing [in ambito giornalistico]

Aol a fine 2009 ha lanciato [in versione beta] Aol Seeds, portale di aggregazione dei contenuti realizzati da giornalisti, scrittori e fotografi sia professionisti che amatoriali.

L’idea sembra avere un potenziale interessante a mio parere, e potrebbe rappresentare una base importante di riferimento per chi in futuro volesse sviluppare iniziative simili.

Aol mette a disposizione il proprio network di siti web, attualmente circa un centinaio, dedicati all’informazione ed i fornitori di contenuti ottengono livelli diversi di remunerazione in funzione dell’esclusività concessa. Sul blog dedicato all’iniziativa vengono forniti suggerimenti sugli argomenti da sviluppare ed è stata realizzata un’area di supporto per aiutare gli aderenti al network che merita assolutamente una visita approfondita, a prescindere.

Va segnalato, inoltre, che Aol ha invitato i propri freelancer nei giorni scorsi a rispondere ad un sondaggio teso ad identificare l’impatto di alcune caratteristiche recentemente introdotte.

Business Insider ha pubblicato gli screenshot del questionario focalizzando la propria attenzione sul possibile outsourcing dell’area relativa alla verifica delle fonti [fact checking] mentre in realtà è di gran lunga più interessante l’aspetto relativo alla psicologia dei fornitori di contenuti sia per quanto riguarda l’argomento specifico che, più in generale, relativamente all’ecosistema delle notizie ed alle leve di contribuzione da parte di non professionisti.

Se fino ad oggi il crowdsourcing, anche in ambito giornalistico, di fatto, ha rappresentato prevalentemente un processo di espropriazione sociale dei contenuti espressi, il sorgere di iniziative sperimentali tese all’identificazione dei fattori di motivazione dei contributors ed al loro riconoscimento anche in chiave monetaria, non può che essere accolto favorevolmente.

Speriamo che anche grazie a questo seme germogli la mediasfera che noi tutti da tempo auspichiamo in opposizione a scenari a tinte fosche.

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La Chatroulette delle Notizie

L’approfondimento della notizie e la capacità di fornire informazioni che interessino e coinvolgano l’utenza, i lettori, è, da un lato, uno degli indicatori della qualità di un quotidiano e, dall’altro, uno dei limiti attuali dell’informazione sul web.

Per cercare di ovviare a questo problema The Guardian, dopo aver realizzato Zeitgeist, continua sulla strada dell’innovazione realizzando quello che giocosamente è stato definito la “chatroulette delle notizie”.

The Random Guardian, questo il vero nome, è stato inaugurato alla fine della scorsa settimana ed ha, appunto, l’obiettivo di permettere ai lettori di andare oltre i contenuti segnalati nella home page del quotidiano, consentendo quindi, anche per sezioni, di trovare temi e notizie d’interesse che normalmente si identificano faticosamente.

La funzionalità introdotta agevola sicuramente una maggior permanenza facilitando il rapporto tra la testata ed il lettore; un “sottoprodotto” di importanza non trascurabile.

Come ha dichiarato recentemente Meg Pickard, responsabile dell’area social media del quotidiano anglosassone, le organizzazioni editoriali devono costruire una relazione fiduciaria per divenire parte dell’ecosistema sociale, della metapiattaforma.

Non vi è dubbio che The Guardian sia in prima linea tra coloro che sono sulla strada giusta nel farlo, andando ben oltre ipotesi tanto irrealistiche quanto patetiche, o inseguendo l’ultimo gadget in una corsa all’oro senza senso.

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Zeitgeist

The Guardian si apre alla costruzione partecipata della notizia all’interno del proprio sito web.

Dalla settimana scorsa è attivo Zeitgeist, visualizzazione grafica di quello che i lettori trovano di loro interesse. Come viene spiegato nel dettaglio, grazie anche all’ausilio dell’utilizzo di cromatismi diversi, viene dinamicamente aggiornato quello che gli utenti del sito del quotidiano anglosassone trovano di loro interesse, commentano, menzionano su twitter.

Zeitgeist è continuo cambiamento, una sorta di Sagrada Familia della notizia che pone The Guardian come IL punto di riferimento dell’evoluzione della costruzione dei criteri di notiziabilità.

Una lezione per chi si affanna ancora ad apporre loghi e marchi persino alle notizie che non produce.

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Ignoranti quem portum petat nullus ventus suus est

Escludendo alcuni soggetti assolutamente marginali per conclamata incompetenza, inizia ad esserci coesione ed accordo su quale sia il modello futuribile di costruzione delle notizie.

Anche il sottostante diagramma di ishikawa sintetizza come alla costruzione della notizia compartecipino elementi fino a poco fa considerati alieni [o quantomeno marginali] alla stessa relativi all’area del giornalismo non professionale.

mediachartprocess

Jeff Jarvis ieri, dalle pagine [web] del Guardian, integra egregiamente questa visione parlando non solo dell’ecosistema delle notizie ma di quello che continua ad essere l’anello debole del dibattito attualmente in corso sul tema, i key pillars sui quali possa realisticamente basarsi la redditività dell’editoria.

Sono due, a mio avviso, i passaggi chiave dell’articolo.

L’ecosistema delle notizie è cambiato ed i giornali [ed i mainstream media più in generale] non ne sono più né gli attori esclusivi né tantomeno centrali: “[….] the newspaper produces, owns and controls the asset that is the news. If, instead, we define news as the province of a larger ecosystem of which a newspaper – or its successor news organisation – is merely a member, then help no longer looks like charity. It looks like collaboration”.

Il modello di business delle notizie non può basarsi sulle sovvenzioni o, peggio, sulle prebende. Le imprese editoriali non possossono affidarsi al volontariato ed alle offerte caritatevoli: “[…] Charity is likely to be a contributor to the future of news. So will volunteer labour in the form of bloggers and crowdsourcing. But we still need a business model for news. News still needs to be profitable to survive. It’s not a church”.

Le imprese editoriali non hanno, sin ora, effettuato le dolorose, ma necessarie, riorganizzazioni già avvenute da tempo in altri settori, garantite da un modello di business fondato sulla crescita all’infinito degli investimenti promo-pubblicitari e sui ritorni generati perlopiù dall’ossequiare servizievolmente il potente di turno accumulando e mantenendo costi non sostenibili.

Già in tempi remoti era chiaro, come diceva Seneca, che: ignoranti quem portum petat nullus ventus suus est [il vento non soffia mai dalla parte giusta per chi non sa dove andare]. Ormai è adeguatamente definito il futuro del giornalismo e delle notizie, è adesso necessario lavorare sul modello sostenibile di business delle stesse.

Se credete, provate a chiedere al vostro giornalaio, secondo me ha delle idee in proposito.

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Il futuro delle notizie

Quello che sarà il futuro del giornalismo e delle notizie inizia a delinearsi con sufficiente precisione per quanto riguarda il medio periodo [prossimi 3 – 5 anni] ed una ottima sintesi dello stato dell’arte viene effettuata dall’ottimo Raffaele Mastrolonardo su “Alias” dell’11 luglio.

In Solo un dato ci può salvare, Mastrolonardo riassume le nuove frontiere del giornalismo [e dei giornali] indicando alcuni esempi pionieristici ed argomentando che il rilancio dei giornali passa dalla capacità di impiegare le nuove tecnologie per aiutare il lettore a dare un senso al diluvio di dati che lo inonda; per concludere come, appunto, la salvezza del giornalismo passi inevitabilmente dalla capacità di dare un senso ai dati.

Senso ai dati che, per inciso, pare sfuggire ad altri professionisti dell’informazione che dall’analisi dei successi di Economist e Bilds sembrano trarre solo conclusioni relative a stipendi d’oro e ad attività di lobby contro la televisione commerciale.

Fortunatamente ad elevare nuovamente le sorti ed il livello del dibattito in corso sul tema pensa Steven Berlin Johnson con la pubblicazione di una sua recente speech all’ Interactive Festival di Austin [USA].

Old Growth Media and The Future of News , si articola su quattro assi portanti tutti da leggere o ascoltare secondo le preferenze.

Nelle conclusioni Johnson rende disponibile il sottostante grafico di sintesi dell’ecosistema delle notizie e dei giornali producendo, a mio avviso, un’ottima rappresentazione di quello che è il futuro dell’editoria.

Old Growth Media & the future of News

Il modello proposto non è alternativo bensì complementare, integrando l’attuale e migliorandolo.

Come afferma il Johnson stesso, certamente non sarà un sistema perfetto [ma ne esistono poi davvero?] ma rappresenta indubbiamente un importante miglioramento rispetto al paradigma sul quale si è basata l’editoria sin ora.

The emerging news ecosystem is already around us, and already doing wonderful things. Most of us in this room, I suspect, are already living in the old-growth forests now. It’s up to us to remind everyone else how promising those ecosystems really are — or, even better, to help them live up to that promise.

Personalmente, tra i tanti, ci provo tutti i giorni dalla [ri]apertura di questo spazio di discussione su internet ad oggi.

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