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La Coda Lunga del Fumetto

Utilizzando lo stile narrativo delle novelle grafiche,  è stata pubblicata a fine marzo la versione a fumetti del bestseller di Chris Anderson che in 80 pagine ripropone i concetti della “Coda Lunga”.

Apprezzabile versione divulgativa dell’originale nonchè esemplificazione concreta di uno dei concetti portanti delle teorie del “guru”.

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La Coda Corta

eMarketer, fonte sempre interessante di dati, pubblica i ricavi pubblicitari negli Stati Uniti dettagliando, per quanto riguarda l’online, la quota di mercato assorbita, coperta, dai 5 principali players del mercato.

Secondo quanto riportato nel 2010 l’incidenza dell’advertising online è stata del 15,3% rispetto al totale mercato, quota che in base alle proiezioni dovrebbe raggiungere il 18,3% nel 2012.

Come sintetizzato dalla tavola sottoriportata, le prime 5 aziende attive dovrebbero coprire in prospettiva oltre il 75% del mercato pubblicitario online grazie al consolidamento di Google ed alla crescita esponenziale di Facebook.

Pareto vs Anderson: 2 – 0 [vd]

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The Short Tail

Le prime dieci aziende statunitensi che vendono pubblicità on line, si accaparrano, stabilmente nell’ultimo quinquennio, il 70% del totale mercato.

Pareto vs Anderson: 1 – 0

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Dubito ergo sum

Credo di aver complessivamente lasciato intendere quale sia la mia posizione relativamente al concetto promosso, principalmente, da uno dei migliori impacchettatori di idee attualmente in circolazione.

Torno sull’argomento per focalizzare l’attenzione e, spero, stimolare la riflessione ed il dibattito con specifico riferimento alla free press.

E’ noto che il modello di business sul quale si fonda[va] la free press ha dimostrato scarsa tenuta ed è di questi giorni , a conferma, l’ufficializzazione della cessione, ampiamente preannunciata, dell’edizione italiana di Metro.

Al di là del modello, fallimentare, di business, si tende generalmente a considerare la free press come un prodotto senza costo per il singolo e per la collettività nel suo insieme. E’ interessante, a mio avviso, rilevare come non vi sia nulla di meno vero in questa diffusa credenza.

Un primo costo occulto è relativo alla raccolta della free press che viene gettata dopo la lettura. Secondo quanto riportato dall’ AMSA, più di un milione di chili di carta viene raccolto nelle sole stazioni della metropolitana milanese. Queste quantità, equivalenti alla cellulosa ottenuta da circa 15mila piante, hanno un evidente costo ecologico ed anche un costo immediato, stimato in 300mila €, annui per la collettività. Moltiplicando i dati riferiti alla sola città di Milano per tutte le altre città in cui viene distribuita la free press, si comprende quale sia il costo – ingente – di quanto eravamo portati a ritenere gratuito.

L’altro costo, non meno rilevante, riguarda le conseguenze che la free press [così come la Tv commerciale] ha per ampi strati della popolazione ed è relativo agli aspetti sociali e culturali di cui la free press è, tra gli altri, veicolo, mezzo appunto.

Se da un lato, infatti, sono migliaia i ‘non lettori’ che si sono avvicinati alla lettura grazie ai quotidiani distribuiti gratuitamente , dall’altro la sterilizzazione culturale e la manipolazione sono state indubbiamente favorite dal free.

La cultura del trash, degli [ir]reality show e delle veline, è sostenuta, se non alimentata, dalla proposta effettuata dai quotidiani [e magazine] gratuiti che costituendo spesso l’unica fonte di informazione finisce per influenzare comportamenti e scelte delle fasce meno protette della popolazione.

Poiché distribuita gratuitamente la dipendenza della free press dai lettori è decisamente inferiore rispetto a quella della carta stampata a pagamento, mentre aumenta di conseguenza l’influenza che inserzionisti e centri di potere possono esercitare in quanto finanziatori.

La prossima volta che vi offrono gratuitamente contenuti prodotti sostenendo, inevitabilmente, dei costi rifletteteci ed informatevi sulle regole del gioco. Tutto ha un costo.

Dubito ergo sum.

Forges - "El Pais"

Forges - "El Pais"

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No media, no news, no business model per Chris Anderson

Chris Anderson è stato intervistato recentissimamente da Spiegel International sul futuro delle notizie, la sfida posta dal web ai media tradizionali e sui possibili modelli di business.

Nell’ intervista Anderson esordisce provocatoriamente rispondendo che non utilizza le parole media e news poiché prive di significato chiarendo fin da subito la sua posizione relativamente ai mainstream media.

Tralasciando che Anderson stesso, come noto, sia editore tradizionale con Wired, è interessante rilevare come non venga di fatto fornita una alternativa né di termini né di contenuti e prospettive.

Alla domanda dell’ intervistatore di conoscere i termini alternativi a news e media, la risposta è: “There are no other words”.

Ancora più interessante è il passaggio in cui afferma che i giornali non sono più importanti, ma che resta rilevante il processo di raccolta ed analisi delle informazioni [Newspapers are not important. It may be that their physical, printed form no longer works. But the process of compiling information and analyzing it, and adding value to it and distributing it, still works].

Sollecitato dunque sul modello di business web based, Anderson risponde testualmente: “We’re still figuring that out”.

Pare insomma che  il miglior impacchettatore di idee in circolazione non sia in grado di argomentare alternative credibili né in termini semantici né, tanto meno, a a livello di business model.

Good luck Mr. Anderson!

Wired

A margine si segnala che:

  1. La raccolta pubblicitaria di Wired negli Stati Uniti è crollata del 40% come riportato da Spiegel a latere dell’articolo sopraccitato.

  2. Free non esiste. C’è sempre qualcuno che paga, a titolo esemplificativo si veda il funzionamento dei finanziamenti definiti “a tasso zero”.

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Business Models

Come sembra suggerire Steve Rubel può darsi che Chris Anderson abbia ragione, ma forse no; quantomeno non mi pare che ne siano state valutate correttamente le implicazioni.

Update: “L’ economia della scarsità torna a chiedere il conto a quella dell’abbondanza, il mondo del business [ma anche quello giornalistico] non sembra nella condizione ideale per credere a chi vuole convincerli a regalare qualcosa. Anche se si chiama Anderson ed è il miglior impacchettatore di idee in circolazione, e anche se «Free» resta un pacco ben confezionato. Per una volta il geniale venditore potrebbe avere scelto il momento sbagliato per piazzare il suo prodotto”.

skeptics

Ndr: Spero venga apprezzata la sintesi del pensiero espresso in linea con i canoni ed i requisiti del twitter-giornalismo. Fatemi sapere.

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