Ha destato un certo interesse il reportage pubblicato dal NYT intitolato “A galla nell’Oceano, si espandono isole d’immondizia” che documenta l’invasione dei rifiuti nell’Oceano Pacifico.
Più che per il contenuto relativo all’ennesima tragedia ambientale che si va consumando, i giornali nazionali ne hanno parlato in funzione del fatto che l’articolo è stato pubblicato grazie ai finanziamenti dei lettori che, via Spot Us, hanno sovvenzionato le spese del freelance che lo ha realizzato.
Generalmente gli articoli della stampa nostrana hanno sottolineato la notizia come una rivoluzione o quantomeno una evoluzione del giornalismo d’inchiesta. Abbiamo anche un neologismo che descrive questo fenomeno: il crowdfunding jounalism o, meno sintetico, community funded reporting.
Un commento alla notizia riportata da Pratellesi, chiede testualmente: “Ma se il giornlismo di qualità deve essere pagato dalle fondazioni allora quello di scarsa qualità da chi deve essere pagato ??” Continuando: “Ma lo dobbiamo salvare per forza questo giornalismo ???”
Condivido la perplessità del lettore. Come dicevo a Riccardo Silvi a me pare più una involuzione anziché una rivoluzione. I “grandi giornali” fanno servizi fuori dal coro con soldi non loro e con professionisti che non rischiano di perdere il posto di lavoro perché non lo hanno.
Se i giornali necessitano delle sovvenzioni dei lettori per realizzare articoli interessanti, scordiamoci di parlare ancora di giornalismo del futuro.
Concentriamo la nostra attenzione sul bilanciare editori non puri, lobby e pressione degli inserzionisti, riuscirci sarebbe un obiettivo di minima che certamente favorirebbe la qualità del giornalismo e dei giornali.
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Novembre 9, 2009 • 7:10 am 4
Commentate pure [Grazie!]
L’articolo di qualche giorno fa che sosteneva l’importanza della condivisione e della socialità nella costruzione della notizia credo sia meritevole di un approfondimento, nel tentativo, anche, di fornire una prima risposta agli spunti forniti da Isabella Cesareo che, fondamentalmente, si chiede se il lettore medio abbia gli strumenti e la cultura adeguata per contro-argomentare in modo adeguato [ad un’informazione volutamente e strategicamente distorta e deformata].
Ovviamente i commenti sono solo una parte della costruzione della notizia mentre, come cercavo di dire nell’articolo precitato, l’aspetto sociale della notizia e dunque del giornalismo non si limita a questi contributi ma annovera numerosi altri elementi.
Per quanto ho avuto modo di osservare e sperimentare in questi anni di interazione sul web, in riferimento specifico ai commenti, credo che complessivamente siano i primi due, massimo tre, ad essere in tema con l’informazione, con la notizia, mentre i successivi generalmente tendono a perdere il filo iniziale del discorso portando ad uno sfilacciamento del dibattito che normalmente risulta poco produttivo rispetto al processo di [ri]costruzione della notizia.
Mi pare che questa tendenza sia più pronunciata all’interno di gruppi di discussione, social network ed in tutti gli ambiti “amatoriali” [blog inclusi ovviamente] mentre all’interno delle appendici on line dei media ufficiali la qualità e la coerenza sia complessivamente maggiore. Evidentemente ad ogni inevitabile generalizzazione fanno da contraltare numerose eccezioni.
Se, come sostengo, l’apporto alla [ri]definizione della notizia così come il valore creato sono maggiori in contesti dotati di “ufficialità” le opportunità per il giornalismo ed i giornalisti in tal senso sono davvero tutte da cogliere anche sotto questo profilo.
Sono queste, e le prossime che certamente verranno, forme che non sostituiscono ma integrano giornali e giornalismo il cui futuro mi appare legato a questi come ad altri fattori.
Commentate pure. [grazie!]
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