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Immaginare [un Quotidiano] senza Immagini

All’inizio di questa settimana Poynter ha pubblicato i dati della American Society of News Editors sulla perdita di posti di lavoro tra i giornalisti statunitensi dal 2000 al 2012.

Colpisce che anche gli online producers, per i quali ci si aspetterebbe un’espansione, siano colpiti dalla crisi con una perdita occupazionale non trascurabile, ma il maggior calo percentuale [-43%] è per i redattori del settore fotografico e videografico dei giornali americani.

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Il quotidiano francese «Libération», che della fotografia e della qualità delle immagini ha sempre fatto un proprio elemento distintivo, un punto di forza del giornale [basti vedere la prima pagina di Libération Week-end di questa settimana], provocatoriamente è uscito in edicola giovedì con un edizione completamente senza immagini.

Nell’editoriale di spiegazione della scelta si legge “Nel corso degli anni, la nostra passione per la fotografia in tutte le sue forme, non ha mai vacillato. Non per  abbellire, per scioccare o illustrare, ma perché la foto ha messo gli occhi su gli usi e i costumi del nostro mondo.”, proseguendo “tutti sanno della situazione disastrosa in cui i fotografi della stampa si ritrovano, specialmente  i reporter di guerra che hanno messo le loro vite a rischio per miseri guadagni”.

Al  posto delle immagini sono state inserite una serie di cornici vuote che creano uno spazio di silenzio piuttosto scomodo dell’ovvia mancanza di informazioni.

Un forte segno di interrogazione. Svuotamento di qualsiasi rappresentazione che offrendo solo parole evidenzia, in caso di dubbio, quanto il linguaggio delle immagini sia essenziale per la comprensione.

Sotto riportate alcune delle pagine del quotidiano rese disponibili dal «British Journal of Photography”. Comment is free.

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Pagherete Caro, Pagherete Tutto?

Lightspeed Research, per conto di Kantar Media, ad agosto di quest’anno ha indagato la propensione degli internauti britannici, delle persone a pagare per l’informazione online.

Dai risultati, pubblicati in questi giorni, emerge, o forse per meglio dire si conferma ancora una volta, come la disponibilità a pagare sia assolutamente minima. Complessivamente solo il 4% degli intervistati afferma di aver pagato per dei contenuti informativi online e l’80% afferma che smetterebbe di visitare il sito web di una testata se questa adottasse un paywall.

Il 43% dei rispondenti afferma che non ci sia motivo di pagare per avere informazione che altrove è disponibile gratuitamente ma il 21% dice che può avere senso se il contenuto è di nicchia, specializzato.

Al di là della conferma della scarsissima propensione a pagare, che emerge in tutte le ricerche sul tema, nella mia interpretazione, i dati dicono da un lato che le notizie sono perlopiù unbranded e che dunque senza brand non c’è valore aggiunto, non c’è speranza di sopravvivenza, e dall’altro lato che la specializzazione paga anche da questo punto di vista.

Non è necessario guardare esclusivamente ai successi del «Financial Times» in tal senso ma è sufficiente vedere l’andamento delle vendite di copie digitali nel nostro Paese per capirlo.

Paywall UK

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I Criteri di Valutazione degli Inserzionisti per una Media Company

Advertiser Perceptions ha pubblicato i risultati del proprio monitoraggio continuativo su quali siano i criteri di valutazione di una media company da parte degli inserzionisti: agenzie ed aziende sulla base di 15 diversi parametri.

- clicca per ingrandire -

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Per le agenzie, i fattori principali considerati sono il servizio clienti [80%] e una comprensione del loro business [77%]. Molto rilevante anche, ovviamente, aggressività delle offerte [76%] ma anche la facilità di fare business [76%]  e la qualità del pubblico [76%],  alla pari con i risultati ottenuti dagli annunci.

Per il comparto marketing delle aziende, aggressività delle offerte [77%] e la facilità di fare business a pari merito si classificano come i fattori più importanti, seguiti da comprensione della loro attività [75%], i risultati degli annunci [72%] e la qualità del pubblico [69% ].

L’era della vendita di spazi, colonne o pixel che siano, è definitivamente tramontata, le media companies devono essere partner, consulenti di comunicazione dei propri clienti. Attrezzarsi o perire è l’unica opzione.

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Wired Diventa Digital First

Sono entrato in possesso della lettera alla redazione da parte di Massimo Russo,  Direttore di «Wired», che illustra i cambiamenti della rivista da dicembre sia in termini di contenuti, di pubblico di riferimento e, soprattutto, di cultura.

- word cloud lettera redazione Wired -

– word cloud lettera redazione Wired –

La pubblico integralmente poichè i contenuti sono davvero interessanti da diversi punti di vista. Come si può leggere infatti, oltre alle novità che caratterizzeranno la testata, sia nella sua edizione cartacea che digitale, è  la filosofia, l’approccio che è di valore.

Si va oltre la specializzazione per piattaforma, finalmente, per arrivare ad una connotazione della rivista per tema. Si chiarisce, opportunamente poichè forse a molti non è ancora del tutto chiaro, che una strategia digital first non significa pubblicare prima online e poi sulla carta ma avere una presenza in Rete a tutto tondo presidiando e mantenendo la relazione con le comunità di riferimento.

Dalla lettera si comprendono anche nuovi modelli di business, nuove fonti di ricavo generate attraverso estensioni fisiche e “virtuali” del brand, della testata, e una maggiore apertura nella relazione con i lettori con la possibilità di costruire pezzi/storie insieme a loro.

Più che di tecnica credo si tratti di un approccio, di attitudine mentale, insomma di cultura. Giudicate voi stessi.

ALLA REDAZIONE

Dal numero di dicembre cambieremo Wired Italia. Dopo tutte le riunioni, le discussioni, la fatica per raffinare e confutare le idee, ci siamo. Sappiamo tutti quel che c’è da fare, ma un minuto prima del “pronti, via” sento comunque il bisogno di condividere la piccola solennità del momento.

“Questo non è un giornale” è la frase che meglio rappresenta il nuovo metodo.

Al mensile, rinnovato secondo il progetto che abbiamo realizzato insieme in questi mesi, si affiancheranno in modo sempre più significativo l’organizzazione di eventi (Live) e il digitale, con il nuovo sito. Il nostro fuoco non sarà più la tecnologia ma l’innovazione, e l’intersezione tra questa e l’economia, con l’obiettivo di non raccontare solo storie ma di fornire soprattutto strumenti utili. Non più futuro remoto, ma soluzioni per il presente. Su questi temi dovremo avere la capacità di battere moneta, creando informazione, dettando opinione. La nostra comunità di riferimento saranno i millennials, i nati dopo il 1980, una generazione che non trova nulla che le parli nei media tradizionali, e i “ribelli silenziosi” tra i 35 e i 50 anni, donne e uomini che non si rassegnano alla decrescita felice e – nonostante le profezie di sventura – ogni giorno intraprendono, inventano, sbagliano, realizzano.

Siamo la testata di chi si riconosce in un Paese:

  • creativo, fantasioso, vitale, passionale;
  • che vede post–moderno e globale non come una minaccia ma come un’opportunità;
  • aperto e in grado di integrare culture diverse perché consapevole e forte della propria;
  • i cui cittadini sono individui liberi, responsabili, adulti;
  • che crede al merito e alla necessità di assicurare a tutti uguali possibilità;
  • lieve;
  • curioso di scoprire, fiducioso di intraprendere, proiettato verso l’innovazione;
  • preoccupato delle città, del paesaggio e della qualità della vita che lascerà dietro di sé. 

Il nuovo Wired non solo tratterà di innovazione ma la metterà in pratica. Saremo il primo magazine in Italia a integrare la redazione tra mobile, web, carta e tablet, e a realizzare il digital first. Le specializzazioni non saranno più per piattaforma ma per tema. Digital first non significa che pubblicheremo prima online e poi sulla carta, ma che il nostro lavoro partirà dalla relazione digitale con la nostra comunità di riferimento: 250mila persone che ogni giorno ci scelgono sul sito e sui social. Non si tratta di un’innovazione tecnica, ma di cultura.

Wired Italia incarna l’innovazione e le promesse che essa porta con sé. Il nostro valore più importante è relazione di fiducia con la comunità che rappresentiamo, con la quale interagiamo attraverso diversi linguaggi e strumenti:

a. il sito web

b. il web oltre il sito (Facebook, Twitter, gli altri social…)

c. la dimensione video

d. l’interactive edition su tablet

e. il mensile

f. le estensioni fisiche e virtuali del marchio (Wired Next Fest, eventi verticali, format video, long form, data journalism, e così via).

La chiave di volta del metodo è il digital first. La testata multipiattaforma non è più una novità, ma un requisito del nostro tempo per ogni marchio.

Il nuovo Wired va oltre: il sito e la rete non sono più una delle piattaforme disponibili, saranno il punto di partenza nella costruzione del numero, che una volta al mese si materializzerà nel distillato della carta e nell’interactive edition per i tablet. Il primo confronto di Wired con il tempo e la rilevanza sarà il lavoro quotidiano in rete. Non si tratta di anticipare su web i contenuti del giornale, ma di lavorare in redazione a partire da internet e dal dialogo con la comunità di Wired: come coprire le notizie, in quale forma, con quali strumenti. Significa essere disposti a condividere idee e spunti con i lettori attraverso i social e raccogliere da loro suggerimenti e commenti.

In questo senso la testata non è più solo un soggetto che produce comunicazione, ma diventa una piattaforma aperta, in grado di aggiungere ai valori tradizionali del reporting e della gerarchia, il dialogo sui temi che ogni giorno si intrecciano sul digitale. Tale valore non si paleserà solo attraverso gli articoli, ma anche attraverso nuove forme di attività giornalistica, come la cura e l’aggregazione dell’informazione prodotta da altre fonti, l’attenzione da parte di tutti noi alle statistiche di traffico del sito e alle tendenze della rete, la raccolta e la condivisione di dati, il crowdsourcing, l’individuazione sul nascere di temi che diventeranno rilevanti.

Un processo di questo genere ci porterà a innalzare l’asticella del livello di qualità minimo del giornale mensile. I nostri articoli dovranno acquisire standard più elevati, e unire al reporting pluralità di fonti, voglia di sorprendere, capacità di analisi, taglio originale, commento e punti di vista inediti. Anche per questo – come già sapete – ridurremo la periodicità del cartaceo a 10 numeri, con l’aggiunta di un paio di numeri speciali l’anno. Il numero di dicembre porterà in testata la dicitura Dicembre/Gennaio, e rimarrà in edicola fino al 24 gennaio. Ciò consentirà di rivedere l’organizzazione e i processi redazionali in ottica digital first, dedicando risorse e investimenti anche alle aree Digitale e Live.

Tutti cambieremo un po’ mestiere, secondo le linee che abbiamo già cominciato a discutere e le mansioni annunciate. Mi aspetto che una definizione di quanto muterà il nostro lavoro arrivi solo con la pratica di ogni giorno. Saremo tutti protagonisti di questa riscrittura. Anche con lo scontro, la dialettica, la critica e l’esercizio costante del dubbio. Diamo valore alla gerarchia delle idee, come se fossimo una start up. Solo i principi di delega e responsabilità dei singoli possono farci crescere. Non è uno stucchevole luogo comune: il confronto aperto produce una sintesi superiore alla somma delle parti. Sempre. È la stessa apertura che – come redazione – dovremo dimostrare nei confronti di quelli che un tempo avremmo chiamato lettori.

Wired è la testata che non solo parla di innovazione, ma è il primo magazine italiano a farlo adottando la formula del giornale piattaforma aperta, open source. L’innovazione non è solo il nostro core business, ma è anche la forma che utilizziamo per raccontarla. Molto è da inventare, ma proprio per questo ho già una certezza: ci sarà da divertirsi. E spero che questo piacere trasparirà da quel che pubblicheremo ogni giorno.

In bocca al lupo a tutti noi.

Massimo Russo

Digital 1st

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Il Muro Intorno al Mondo

Da ieri il quotidiano spagnolo «El Mundo», secondo giornale per vendite dopo «El Pais», “appendice” spagnola di RCSMediagroup che proprio a quella partecipazione deve una parte consistente della propria situazione debitoria, ha rinnovato il proprio sito web e deciso di innalzare un metered paywall intorno ai propri contenuti, intorno al suo sito internet, il più visitato fra quelli di tutti i mezzi d’informazione europei in lingua spagnola.

Nei due video sottostanti i cambiamenti principali del quotidiano e la campagna di comunicazione lanciata per l’occasione.

Il metered paywall consentirà di visionare sino ad un massimo di 25 contenuti mensilmente senza dover pagare. Da qui le opzioni sono tante e tutte a pagamento: abbonamento a Orbyt, l’equivalente della futura “edicola italiana” attraverso la quale in due anni sono stati raggiungi 85mila abbonamenti a «El Mundo», a prezzi da saldo, e che da diritto all’acceso a tutte le versioni del quotidiano, la sottoscrizione all’edizione cartacea, che da accesso a tutti i contenuti del sito web. o pagare solo per una particolare applicazione.

Il prezzo richiesto [che pagheranno?] gli utenti varia da 2,95€  per le applicazioni di telefonia mobile a 4,95€ per la versione per tablet sino ai 10€ per la sottoscrizione di Oribyt che, come detto, rende accessibili tutti i contenuti e le versioni. Inoltre, chi acquista quotidianamente la versione cartacea otterrà un codice per accedere al web senza limiti per quel giorno.

Ma la domanda resta sempre quella: perchè si dovrebbe pagare, considerando anche che «El Pais» resta invece aperto. Secondo quanto dichiarato in un hangout con streaming dal vivo Pedro J. Ramírez, Direttore del giornale, si sostiene che vengono offerte informazioni di valore e che dunque si debba pagare affermando che:

Me molesta que haya quien piense que la información no tiene valor. Nuestro objetivo es devolver el valor al trabajo que hacen los profesionales, poniendo un precio para quien quiera pagar [Mi dà fastidio che alcune persone pensino che l’informazione non ha valore. Il nostro obiettivo è quello di riportare il valore al lavoro fatto da professionisti, mettendo un prezzo per chi vuole pagare].

Il ritornello di sempre insomma. Una motivazione che per quanto legittima resta vuota, priva di significato, e di speranza effettiva di ottenere dei ricavi, nello scenario attuale.

Buona fortuna!

newspaper_paywall

Per approfondire. L’editoriale di Pedro J. Ramírez “El Mundo cambia pelle, ci guadagnano tutti” e un altro articolo, pubblicato sempre sul sito web del giornale, “Non ci sarà un solo lettore che non avrà benefici da El Mundo”.

Bonus track l’infografica realizzata da Blogmeter Spagna sulle “Facebook Top Brands” della penisola iberica per settembre 2013 dalla quale emerge come «El Mundo» abbia un tasso di engagement inferiore a «El Pais» ed a molti altri quotidiani spagnoli.

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Complementare NON Alternativo

Sono stati pubblicati da theMediaBriefing i dati sull’andamento delle vendite del «The Financial Times» dall’ultimo trimestre del 2006 al terzo trimestre 2013.

Il grafico di sintesi dell’andamento mostra come dalla fine del 2010 a settembre 2013, in poco meno di tre anni, gli abbonamenti alla versione digitale del prestigioso quotidiano economico-finanziario siano raddoppiati.

Tutto questo però non avviene a discapito dell’edizione cartacea che anzi, seppur in maniera decisamente più ridotta, cresce anch’essa.

Non a caso John Ridding, CEO del FT Group, nonostante la strategia “digital first”, ha dichiarato:

The irony is the right print format has a very good future. The [digital first strategy] is absolutely not a step toward ending the print edition.

Una politica sostenibile degli abbonamenti digitali passa per la complementarietà con la versione tradizionale cartacea, non in alternativa a quest’ultima.

FT Sales

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Una Possibile Gerarchia per Determinare Impatto e Coinvolgimento delle Notizie

Il ciclone che sta attraversando il mondo dei media e dell’informazione ha completamente cambiato la relazione tra giornali, giornalisti e quello che una volta era il pubblico. Sul tema la sintesi effettuata da Katharine Viner, deputy editor of the Guardian and editor-in-chief of Guardian Australia, “L’ascesa del lettore: il giornalismo nell’era dell’open web”, tradotta e [ri]pubblicata pochi giorni fa sul sito del Festival Internazionale del Giornalismo, fa ottimamente il punto della situazione.

Se il mondo cambia devono di riflesso inevitabilmente cambiare le metriche, i parametri di valutazione. Che le pagine viste ed il numero di utenti siano soltanto la cuspide della piramide, parametri esclusivamente quantitativi che, al di là di ogni altra possibile considerazione, non sono sufficienti a spiegare, ed a valorizzare, l’attenzione verso l’informazione online e verso un determinato sito web di una testata, inizia ad essere, finalmente, sufficientemente chiaro.

È un tema che ritengo estremamente importante, sul quale ho provato a creare spunti di riflessione e confronto a più riprese, poichè senza parametri condivisi e certi la valutazione si connota di una tale soggettività da perdere valore.

Che sia argomento di rilevanza strategica non è evidentemente solo la mia opinione. Anche durante il MozFest 2013, tenutosi a Londra lo scorso weekend, il tema ha tenuto banco con una sessione appositamente dedicata.

Il confronto si è articolato su cinque grandi aree:

  1. Engagement: Quali metriche di coinvolgimento sono veramente importanti?
  2. Impatto: Qual è l’effetto del giornalismo?
  3. Metriche social e il ciclo di vita di un articolo: Come possiamo tracciare come un articolo si diffonde in Rete?
  4. Monetizzazione: Come possono le testate utilizzare la misurazione per generare ricavi?
  5. Numeri in redazione: Quali numeri possono aiutare i giornalisti?

Tra tutte le argomentazioni emerse quella che mi pare di maggior interesse è relativa ad una possibile gerarchia per determinare impatto e coinvolgimento delle notizie, dell’informazione.

Se nessuna singola metrica è sufficiente a misurare il livello di coinvolgimento del lettore, il tasso di engagement, ma si tratta di un’insieme di parametri che nel loro insieme ne danno la misura, come sottolineavo recentemente, misurare l’impatto è ancora più difficile che misurare l’impegno. Un gruppo di lavoro, durante la sessione sul tema, ha delineato la piramide nell’immagine sotto riportata per rappresentare i possibili livelli di coinvolgimento e di impatto.

Per quanto riguarda l’impatto integrerei i livelli riportati con parametri che tengano conto del livello di comprensione dell’informazione, tema apparentemente banale e scontato che invece non lo è affatto, e paragonerei le aree tematiche trattate dalle testate con quelli che sono invece gli argomenti trattati in Rete e nei social per verificare l’effettiva adesione tra quello che è di interesse delle persone e ciò che i mainstream propongono. Ritengo che debbano essere entrambi fattori da tenere assolutamente in cosiderazione.

Del tema si parlerà il 15 novembre prossimo a Glocal2013 nell’incontro dedicato, appunto, a “Giornali tra numeri, social e mobile”, che vede la partecipazione di Marco Alfieri [Direttore Linkiesta], Claudio Giua [Direttore dello sviluppo e innovazione del Gruppo Editoriale L’Espresso], Enrico Gasperini [Presidente Audiweb] nonchè del sottoscritto, invitato incautamente ancora una volta come relatore.

In attesa di quel giorno se voleste fornire il vostro contributo, integrando i parametri definiti dal gruppo di lavoro al MozFest e quelli ipotizzati da me, lo spazio dei commenti è, come sempre, a disposizione.

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– A possible hierarchy to help determine news engagement and impact? –

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