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La Specializzazione Paga

Sono stati diffusi all’inizio di questa settimana i dati ADS con le vendite, secondo quanto dichiarato dagli editori, di ciascun quotidiano.

Human Highway, da quando ADS ha iniziato, al principio di quest’anno, a pubblicare anche le copie digitali sta facendo un utile servizio di raccolta e visualizzazione dei dati.

Nella lettura dei dati pubblicati alcune avvertenze d’uso possono essere di ausilio per la corretta interpretazione degli stessi. Come mostra la tabella sottostante, i due quotidiani che vendono il maggior numero di copie digitali, «Il Sole24Ore» e «Il Corriere della Sera», hanno una incidenza non trascurabile delle vendite in bundle, in abbinamento carta+digitale, che per il quotidiano di Confindustria pesano il 37.5%% del totale delle copie digitali, e per la testata di [ex?] Via Solferino rappresentano il 18.3%.

- Fonte: ADS Ottobre 2013 / Clicca per Ingrandire /

– Fonte: ADS Ottobre 2013 / Clicca per Ingrandire –

Non sono trascurabili nemmeno le vendite di copie multiple digitali che per i due quotidiani economico- finanziari e per i due “big players”[Corsera & Repubblica] hanno un-incidenza significativa rispetto al totale.

Osservando il trend di vendite delle copie digitali dal gennaio 2013 ad oggi si nota come siano «Il Sole24Ore», primo in assoluto con 103mila copie [pari al 40% del totale delle vendite] e «Italia Oggi», i cui valori di abbonamenti digitali sono ormai quasi pari a quelli per la versione cartacea, i due quotidiani che mostrano la maggior dinamicità ed  ed il maggior tasso di crescita mentre per tutte le altre testate dopo lo sprint iniziale è “calma piatta”

Resta un caso da osservare con attenzione «L’Unione Sarda» che pur avendo la sola edizione online⁄digitale a metà prezzo vende la stragrande parte delle copie in bundle, in abbinata, con il ritiro della copia cartacea in edicola.

La carta rinforza il digitale [e viceversa] e la specializzazione paga?  Parrebbe proprio di si.

- clicca per accedere alla versione interattiva -

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A margine si segnala che i dati ADS con la spaccatura per provincia, che consentono di verificare le numerose distorsioni del sistema, sono fermi a dicembre 2012 e dopo tale data è  disponibile solo il dato del totale Italia. Gatta ci cova?  Approfondiremo a breve.

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Ricavi per Gioco

I ricavi dal digitale per il «The New York Times» continuano ad essere una parte assolutamente minoritaria del totale nonostante il successo relativo, certamente ben oltre le aspettative di molti incluso il sottoscritto, come mostra una recente elaborazione.

NYTtotalrevs

Diventa quindi naturale ricercare nuove fonti di ricavo. Il quotidiano in tal senso si sta muovendo sia finalizzando offerte relativamente di nicchia che di ampliamento dell’audience con la produzione di una versione in cinese e di nuovi format.

In un recente speeech Mark Thompson, Chief Executive Officer di New York Times Co, ha affermato che l’idea più intrigante, più interessante a suo avviso è quella di fare soldi con i giochi.

Secondo quanto riporta Quartz nel corso della conferenza Thompson avrebbe detto che:

Abbiamo alcuni fantastici talenti che stanno lavorando sui giochi [….] Abbiamo molto da fare inizialmente ottimizzando la nostra offerta  in corso di sottoscrizione dei cruciverba e che inizierà a dare i suoi frutti nel corso del 2014. Oltre a questo abbiamo alcune idee molto ambiziose rispetto a ciò che possiamo fare con i giochi.

Il «The New York Times» già vende l’abbonamento alla sezione del proprio cruciverba per 7 dollari al mese [o 40$ all’anno] e secondo le stime quest’area genera quasi 3 milioni di ricavi all’anno con una base di oltre 57mila utenti giornalieri. Sicuramente una base interessante dalla quale partire per espandersi.

Ovviamente non si tratta di riproporre l’ultima versione di Angry Birds o Candy Crush ma di effettuare delle proposte coerenti con l’immagine della testata e coinvolgenti per il pubblico di riferimento, o una parte di questo.

È l’ennesima evidenza che “i giochini stupidi”, o ritenuti tali, funzionano, che il gioco e tutte le sue derivate sono un modo per coinvolgere le persone e dunque anche per ottenere dei ricavi. Quanto? Finchè non lo sperimenterete non sarete in grado di saperlo, questo è certo.

sales game

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I Consumi Mediatici degli Italiani

È stato presentato venerdì 7 dicembre il 47° rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, dell’Italia. I risultati sono liberamente scaricabili, previa registrazione, sul sito web dell’istituto di ricerca socio-economica. All’interno del rapporto, come ogni anno, è contenuto un capitolo che analizza i consumi mediatici degli italiani e la loro evoluzione. Per ciascun medium viene riportato l’utilizzo considerando una frequenza di almeno una volta alla settimana.

Si conferma il ruolo intramontabile della televisione, che continua ad avere un pubblico di telespettatori che coincide sostanzialmente con la totalità della popolazione, con un rafforzamento però del pubblico delle nuove televisioni: +23.6% di utenza complessiva per le tv satellitari rispetto al 2012, +16.3% la web tv e quasi triplica [+272%] la mobile tv.

Cala del 4.4% la lettura di quotidiani [cartacei] a pagamento, mentre crescono del 2.4% i quotidiani online, che però hanno una penetrazione per meno della metà di quelli tradizionali come emergeva anche dalla mia analisi. La penetrazione dei siti d’informazione è superiore a quella dei quotidiani online e si assesta al 34.3% della popolazione del nostro Paese [contro il 43.5% dei quotidiani tradizionali] con una crescita del 3.9% rispetto al 2012.

In una nazione dove [sigh!] quasi la metà della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, il consumo di e-book triplica rispetto all’anno precedente e raggiunge una penetrazione del 5.2% della popolazione.

La tavola di sintesi sotto riportata riassume i dati per mezzo e la loro evoluzione. Per facilitare la lettura ho evidenziato alcune voci.

Consumi Mediatici Censis 2013

Nel web domina la consultazione dei motori di ricerca che operano anche da aggregatori di notizie, come Google [al 46,4% di utenza per informarsi nel 2013], così come salgono gli impieghi di Facebook [37,6%] e YouTube [25,9%] come fonte di notizie. Praticamente raddoppiano l’utenza le app informative per smartphone e tablet attestandosi al 14,4%, e di Twitter, passato dal 2,5% al 6,3%. Calo non trascurabile dei siti web di informazione, scesi dal 29,5% del 2012 al 22,6% nel 2013, dei quotidiani online [21,8% Vs 20%] e dei siti web dei telegiornali [17,4% Vs 12,9%].

Ancora più evidente la dinamica se si analizza il dettaglio per fasce di età. Gli strumenti di informazione preferiti dai giovani d’età compresa tra i 14 e i 29 anni, oltre ancora una volta a i telegiornali, sono: Facebook [71%], i motori di ricerca [65,2%] e YouTube [52,7%]. Tutti gli altri mezzi, eccetto i giornali radio al 40,2% , sono molto lontani dalla soglia del 50%.

È la conferma della bocciatura sonora dei nativi digitali del nostro Paese, anche, nei confronti dei quotidiani online. Un campanello di allarme non trascurabile. Forse prima di portare i quotidiani in classe qualcuno tra gli editori parrebbe aver bisogno di ripetizioni sul coinvolgimento dei giovani. Qualche idea al riguardo, se posso dirlo, credo di averla.

Consumi Mediatici per età Censis 2013

Una parte delle motivazioni della relativa attuale inconsistenza dei quotidiani online viene fornita dalla parte qualitativa della ricerca del Censis che indaga le opinioni degli italiani sull’informazione nel nostro Paese.

Emerge come per il 70% della popolazione [71% nei giovani] “gli apparati dell’informazione tradizionale tendono a manipolare le notizie”. È forte la consapevolezza sul valore del giornalismo partecipativo, con il 57% che dichiara che “chiunque è testimone di un evento può fare informazione” e del superamento del sistema tradizionale d’informazione per oltre un terzo della popolazione. Opinione, vissuto, che arriva oltre il 44% per i giovani, per i nativi digitali.

L’inadeguatezza del trattamento informativo prescinde dalla piattaforma attraverso la quale viene erogata. Il problema non è che i giovani non leggono i quotidiani cartacei. Il problema è che non riconoscono, o riconoscono solo in minima parte, la suddivisione tradizionale di ciò che è informazione e di chi sia titolato a farla e, evidentemente, non apprezzano il trattamento che le testate tradizionali fanno della stessa.

Il problema è il contenuto ed il contenitore, anche online. Proverò ad approfondire a brevissimo utilizzando un’interessantissima metafora sulle conchiglie suggeritami da Annamaria Testa pochi giorni fa. Stay tuned.

Opinioni Informazione Censis 2013

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Marketing Editoriale “De Noantri”

Dopo il social media marketing  ed il content marketing “de noantri” è oggi la volta di il marketing editoriale “de noantri”, definizione romanesca nella quale ho pensato abbia un senso far ricadere “il peggio di” per una volta al mese.

Lo spunto viene da un’iniziativa lanciata in questi giorni da «Il Giornale» che propone “Gli occhi della guerra” [Un nuovo modo di fare giornalismo], iniziativa di crowdfunding per finanziare reportage approfonditi dai fronti caldi del pianeta.

Attualmente i reportage proposti sono due: uno dedicato all’Afghanistan e l’altro alla Libia. Ai lettori vengono richiesti rispettivamente 4mila euro per il primo e 5mila per il secondo. Per entrambi la scadenza della raccolta di fondi è il primo marzo 2014 e a questo momento sono stati raccolti 6 € in un caso e 5 € nell’altro donati da unico sostenitore. Non esattamente una partenza “a razzo” come conferma l’account Twitter dedicato [che però non ha ancora tweetato] che ha un follower – chissà che non sia il misterioso donatore –  e la pagina Facebook con due fans.

Il perchè è facilmente comprensibile leggendo la presentazione dell’iniziativa dove tra le altre cose è scritto:

Il web, nonostante la crisi dell’editoria, ci offre gli strumenti per un nuovo modo di fare giornalismo costruendo un rapporto più diretto con voi lettori.

Un mix di rammarico, piagnisteo, sulla situazione economica e la banalizzazione di stereotipi consunti, usati ed abusati ma mai veramente perseguiti.

Il rapporto diretto con i lettori si costruisce dialogando con i lettori sul sito web, dove non vi è traccia dell’iniziativa, sui social e attraverso quello che viene definito “open journalism”, non con un’iniziativa di crowdfunding spuria, che gode anche del sostegno di sponsor, di imprese, da parte di una testata di proprietà del magnate dell’editoria italiana che chiede “quattro spicci” ai propri aficionados.

E’chiaro che si tratta invece di un’iniziativa, mal congegnata, per recuperare visibilità. Il marketing editoriale “de noantri”.

every model

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Tempo Quotidiano

Ulteriori elaborazioni ed approfondimenti su la relazione tra lettori e quotidiani online, sulla profondità di lettura ed il coinvolgimento delle persone.

Per farlo, in collaborazione con gli amici di Dataninja, partendo dalla mia elaborazione dei dati Audiweb dell’ottobre 2013, abbiamo messo in relazione il numero di pagine viste per il numero di utenti unici. Abbiamo anche voluto analizzare il rapporto tra media pagine viste per sito e tempo di permanenza.

La domanda di fondo che ci si pone è: i lettori sono “mordi e fuggi”, arrivano sui siti più o meno casualmente e leggono una o due notizie, oppure effettuano una navigazione e leggono più contenuti?

Il primo grafico, realizzato dividendo il numero di pagine viste per il numero di utenti unici, mostra mediamente quante pagine visitano gli utenti, i visitatori di ciascun sito per ogni testata [In azzurro gli “All digital”, in arancione i “main stream” ibridi/crossmediali].

Corriere.it risulta al top della classifica, Linkiesta invece è l’ultimo giornale. Complessivamente le testate all digital sono quelle che hanno un minor numero di pagine viste per persona rispetto alle testate tradizionali. In assenza di dati più approfonditi è sinceramente difficile dire se si tratti di una maggior profondità di lettura, della lettura di più articoli sulla stessa testata o se il dato sia il risultato di “trucchetti” quali fotogalley e refresh della pagina.

Pagine Viste_Utenti Unici

Il secondo grafico invece, realizzato dividendo il numero di pagine viste per il tempo medio complessivo per utente, prova a verificare quanto tempo un lettore dedichi ad ogni pagina, alla lettura di un articolo, si presume.

In questo caso l’orizzonte si ribalta completamente ed è proprio Linkiesta la testata  con la maggior permanenza per pagina. Ovviamente la distribuzione dei valori non è omogenea – è certamente  verosimile ipotizzare che alcuni utenti leggono molto e altri molto poco, un po’ come sempre accade nella “statistica del mezzo pollo” – però parrebbe che l’orizzonte si rovesci.

Una cosa è certa, credo davvero, il tempo dedicato alla lettura di un articolo è davvero scarso e, pur considerando che mediamente i testi online tendono ad essere più brevi, più coincisi, rispetto a quelli del cartaceo, evidenziano come sia estremamente probabile che non vi sia approfondimento e coinvolgimento.

Si tratta di temi da approfondire ulteriormente, da raffinare come analisi, poiché è sempre più su tempo spesso ed attenzione del lettore che si giocherà il futuro dei giornali, la loro sostenibilità economica. Su questo non ho dubbi.

Tempo Quotidiani

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I Perimetri dell’Informazione Italiana

Sono stati pubblicati ieri i dati Audiweb per il mese di ottobre 2013. Ho fatto alcune elaborazioni per quanto riguarda i quotidiani online.

Le principali testate, quelle che hanno un numero di utenti unici superiore a 100mila persone nel giorno medio sono 12, tutte le altre raggiungono un pubblico inferiore.

La tavola di sintesi sottostante mostra il dettaglio di ciascuna testata [si faccia attenzione alle note a fondo dell’articolo nella lettura dei dati]. Nel complesso queste testate raggiungono quotidianamente  poco meno di cinque milioni e mezzo di persone. Un numero che al netto delle duplicazioni, di coloro che leggono più di un giornale online è certamente inferiore anche se è difficile dire di quanto in assenza di dati.

Quotidiani Ottobre 2013

Le testate all digital, quelle che non hanno una corrispondente versione cartacea, rilevate da Audiweb sono 12, la loro audience complessiva, nel giorno medio, è di circa un milione e 700mila utenti unici, esattamente un terzo, a parità di numero, delle testate tradizionali, Ansa e TgCom24.

Citynews e Fanpage si contendono lo scettro con accessi oltre i 300mila utenti [anche in questo caso si faccia attenzione alle note a fondo dell’articolo nella lettura dei dati]. Dagospia è invece, in assoluto, la testata con il maggior tempo per utente con oltre 7 minuti di permanenza media sul sito; quasi due minuti in più del best performer delle testate tradizionali: «Il Mattino».

Quotidiani All Digital Ottobre 2013

I tre quotidiani sportivi nazionali nel loro insieme raggiungono 891mila utenti unici nel giorno medio. Leader «La Gazzetta dello Sport» a 558mila utenti unici.

Tutte le altre testate, sia quelle nazionali che non raggiungono la soglia dei 100mila visitatori nel giorno medio quali, ad esempio «L’Unità», che quelle regionali/locali, come l’«Unione Sarda» [88.245 utenti unici], complessivamente assommano ad un pubblico di poco più di 777mila utenti unici.

Nell’insieme dunque il totale dell’informazione online nel nostro Paese raggiunge poco più di 8 milioni di utenti unici giornalieri [8.109.914] al netto degli aggregati nei dati. Il 59.4% degli utenti attivi nel giorno medio in Rete [13.657.000].

Secondo i dati Audipress, alla seconda rilevazione del 2013 [- 1% rispetto 1^ rilevazione 2013] i lettori di quotidiani, cosa diversa dagli acquirenti, come noto, sono poco meno di 21 milioni nel giorno medio [20.790.000].

I lettori di quotidiani online rappresentano dunque il 39% dei lettori di quotidiani. Anche in questo caso bisognerebbe conoscere duplicazioni e sovrapposizioni per entrare ulteriormente nel dettaglio dell’analisi.

I perimetri dell’informazione italiana.

Recinto

Nota Bene: Il totale dei dati Audiweb per l’informazione online in Italia assomano a 8.888.781, ma il netto è di 8.109.914 poichè:

[*] La Repubblica – 107.769 di Tom’s Hardware

[#] QN – 102.461 di Hardware Upgrade, -35.435 di Dicios.it, – 30.321 di Promoqui, – 22.976 di Prontoimprese.it

[°] TGCom24 – 113.833 di Meteo.it, – 66.926 di Panorama.it

[§] Il Post – 89.511 di Soldionline.it, – 29.389 di Film TV

[^] Lettera43 – 180.196 circuito local

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Il Futuro di Giornalismo e Giornalisti

Venerdì 16 novembre scorso, all’interno dell’inserto dedicato al mondo del lavoro di «la Repubblica», è stato pubblicato un mio articolo di sintesi e analisi dello scenario dell’informazione tra carta e Web [vedi immagine – 1 di 8 pagine – non autorizzata riproduzione].

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All’interno di questo sono state pubblicate due interviste, realizzate dal sottoscritto, sul futuro del giornalismo e dei giornalisti a Marco Bardazzi, Caporedattore Digitale del quotidiano «La Stampa», ed a Ciro Pellegrino, giornalista del quotidiano all digital Fanpage e responsabile del coordinamento Giornalisti Precari Campani.

Per ragioni di spazio una parte delle interviste è stata tagliata. Ho ottenuto il permesso alla pubblicazione integrale delle interviste e credo che, stante la possibilità, sia utile ed opportuno proporle poichè da due prospettive diverse offrono uno spaccato tanto qualificato quanto interessante, in entrambi i casi, sul futuro prossimo venturo dell’informazione nel nostro Paese.

L’intervista a Marco Bardazzi si focalizza sull’ evoluzione del giornalismo e le nuove professionalità richieste, mentre quella a Ciro Pellegrino verte principalmente su evoluzione del Giornalismo, precariato e freelance.

Buona lettura.

Intervista Marco Bardazzi

  1. Qual’è l’impatto dei media digitali sul giornalismo? 

Si abusa spesso del termine “rivoluzione”, ma in questo caso è adeguato. Non siamo di fronte a un semplice passaggio tecnologico o a un nuovo medium che va ad aggiungersi ad altri. E’ un vero cambio di paradigma. La competizione per l’attenzione del lettore è aumentata a dismisura. Tutto questo si traduce in una sfida per i giornali, ma anche in un’enorme opportunità di accedere a nuove forme di racconto. I giornali sono in crisi, inutile negarlo. Ma il giornalismo non è mai stato meglio.

  1. Come cambia il mestiere del giornalista? 

Le regole base sono sempre le stesse e vanno difese: una notizia è tale quale che sia la piattaforma su cui è distribuita. Trovarla, verificarla, metterla in un contesto richiede lo stesso metodo da testimoni esperti che i giornalisti hanno sviluppato nel tempo. Occorre però imparare a usare nuovi strumenti digitali. E bisogna essere consapevoli che è cambiato l’ecosistema. Le 5 W del giornalismo valgono sempre (Who, What, When, Where e Why), ma le prima 4 sono sempre più alla portata di tutti: il nostro valore aggiunto si concentra soprattutto sull’ultima, Why? Spiegare e approfondire.

  1. Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. Poco tempo fa “La Stampa” ha reso pubblico il decalogo interno per l’uso dei social media da parte dei propri giornalisti. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista? 

A La Stampa incoraggiamo i colleghi a utilizzare i social media, perché siamo consapevoli che è finito il tempo dell’informazione broadcast, a senso unico, e si entra in un’era sempre più sharing, di condivisione del racconto con le persone che sono anche i nostri lettori. Questo arricchisce il lavoro giornalistico. Ci siamo dati qualche regola interna non per fissare dei paletti burocratici, ma per aiutarci a ricordare alcune regole fisse di buon senso anche nel mondo digitale. Ma è un decalogo che evolve continuamente con il mutare della Rete.

  1. Come cambia la redazione giornalistica con il digitale? 

Nel nostro caso è cambiata e sta cambiando profondamente, fino alla disposizione delle postazioni di lavoro. Da un anno abbiamo creato un’innovativa redazione multipiattaforma con un disegno inedito, a cerchi concentrici: un “hub” centrale in cui si trovano le figure-chiave del giornale (carta e digitale insieme, integrati), con i vari desk disposti intorno. Abbiamo cambiato sistema editoriale, orari, turni. Il tutto per favorire l’integrazione e uno scambio di contenuti più semplice possibile sulle varie piattaforme, cartacee e digitali.

  1. Il “nuovo giornalismo” passa solo dai giornalisti o anche dagli editori? 

E’ un lavoro che va fatto insieme anche perché il digitale, rispetto alla carta, richiede un livello maggiore di collaborazione e coinvolgimento tra giornalisti, tecnici, sviluppatori, grafici, marketing. Occorre anche uno sforzo di abbattimento di molte barriere che esistono nei giornali. Poi bisogna innovare, e in questo gli editori sono decisivi. La nuova redazione de La Stampa, l’innovativa Fiat 500L “Web Car” che abbiamo lanciato da un mese, il laboratorio di giornalismo MediaLab e molte altre iniziative che facciamo, richiedono un editore che ci crede. Sarà interessante vedere cosa faranno in questo senso nuovi editori come Jeff Bezos, appena sbarcato al Washington Post.

  1. Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale? 

E’ una realtà di cui tenere conto e che va considerata un arricchimento per il giornalismo, non certo come un avversario. Ma senza mitizzare: sui siti delle grandi testate i lettori non vengono per cercare citizen journalism, ma giornalismo professionale arricchito dalla partecipazione di tanti altri protagonisti.

  1. La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologia e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante? 

Per fare i giornalisti servono i requisiti di sempre: curiosità, intuito, capacità di cogliere e raccontare i fenomeni, buona scrittura. Il tutto indubbiamente oggi va integrato, più che in passato, con una predisposizione all’uso delle tecnologie. Nelle redazioni c’è sicuramente più bisogno di professionisti flessibili che siano a loro agio con i video, le immagini, la multimedialità. E con i numeri: il data journalism sarà il grande boom dei prossimi anni.

  1. Nel rinnovamento del mestiere di giornalista quale è, e quale dovrebbe essere, il ruolo delle scuole di giornalismo? 

Io ho cominciato facendo la classica gavetta, e così buona parte della mia generazione e di quelle precedenti. Oggi è diventato quasi impossibile e le scuole sono un percorso obbligato per l’accesso alla professione. Si è perso un po’ l’apprendistato, ma complessivamente è un salto di qualità. Le scuole quindi sono decisive, ma come le redazioni anche loro devono innovare e tenere il passo.

  1. Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti? 

Non vorrei sembrare vecchio, ma il primo requisito resta quello di leggere e saper leggere i giornali e le agenzie: non si vive di solo Twitter. Quanto agli strumenti operativi, a mio avviso la maggiore innovazione degli ultimi anni per i giornalisti è stato il tablet. Può fare mille cose, per chi impara a usarlo bene.

  1. Nel suo libro “L’ultima notizia” scrive che “nelle battaglie tra i giovani leoni dell’informatica e le vecchie volpi dell’editoria, sono queste ad avere la peggio”. Però anche nel giornalismo il precariato è ormai una realtà per la maggior parte dei giovani. Quali i suoi consigli per emergere – e farsi assumere – in un grande giornale nazionale? 

Farsi assumere è diventato complesso, per una serie di motivi molti dei quali si spera siano congiunturali. Un consiglio di fondo: rendersi indispensabili. I giornali devono innovare, ma non hanno tutte le risorse professionali al loro interno per farlo. Nella caccia al posto di lavoro, è avvantaggiato chi sa offrire risposte alle nuove domande di contenuti di qualità digitali che stanno emergendo: video, data journalism, visualizzazioni, infografiche. I giornali, che hanno difficoltà ad assumere, possono però trovare forme creative per trasformarsi anche in incubatori di start-up. L’innovazione, nel nostro mondo, passerà da qui.

Torino Foto Luigi Sergio Tenani: PRESENTAZIONE DEL LIBRO "UN ISTANTE PRIMA" DEL MAGISTRATO STEFANO DAMBRUOSO ED IL GIORNALISTA VINCENZO R.SPAGNOLO

Intervista a Ciro Pellegrino

  1. Il livello occupazionale dei giornalisti negli ultimi anni ha avuto un forte ridimensionamento con prepensionamenti, cassa integrazione e licenziamenti. Si tratta solo del crollo dei ricavi dalle vendite di copie ed il tracollo degli investimenti pubblicitari sulla carta stampata o le vere motivazioni sono da ricercarsi altrove? 

È evidente che ci sono tantissime ragioni. L’informazione online e molteplici nuovi modelli e nuovi prodotti editoriali; i contenuti generati dagli utenti che in un clima di crescente diffidenza verso i media sono finiti per essere, in molti casi, più autorevoli del prodotto giornalistico, agli occhi dei lettori. E poi l’enorme ritardo nel rendersi conto che un cambiamento stava travolgendo un sistema. Ora che è cambiato tutto si raccolgono i cocci, ma è evidente che non possiamo confrontarci più con un modello imprenditoriale vecchio di un secolo.

  1. Secondo il rapporto “La Fabbrica dei Giornalisti” stilato da LSDI – Libertà di Stampa e d’Informazione – sono oltre 112.000 in Italia:il triplo che in Francia, il doppio che in Gran Bretagna. Ma solo il 45% sono “attivi ufficialmente’’ e solo 1 su 5 ha un contratto di lavoro dipendente. E’ necessaria una nuova regolamentazione che restringa l’accesso alla professione giornalistica o la soluzione va ricercata in altro modo? 

La tessera da giornalista in Italia è stata per anni uno status symbol piuttosto che la certificazione di una professionalità. Quanti giornalisti pubblicisti che non hanno mai pubblicato niente di niente esistono? La legge dice che dovrebbero dimostrare la loro attività. Ma come? È necessaria una legge nuova: quella che abbiamo fa acqua da tutte le parti. Anziché discutere sull’abolizione o meno dell’Ordine dei giornalisti, questione che in Italia scatena guerre civili, servirebbe una normativa moderna, capace di dichiarare giornalista una persona solo al termine di un serio percorso di studio. 

  1. E’ il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori? 

L’Italia è rovinata, ma non al punto da essere insensibile all’informazione. Se guardi non solo su base nazionale ma anche su quella locale c’è “fame” di notizie. Ci sono più festival del giornalismo che giornalisti, in Italia. Ci sono più dibattiti sull’informazione ogni giorno. Secondo te il problema è davvero la crisi del giornalismo? Non dovremmo forse guardare in casa degli editori italiani, delle loro proprietà, dei loro interessi? Qual è davvero il business di un editore italiano? Fare un prodotto capace di interesse e quindi spendibile sul mercato oppure rispondere ad altre logiche? 

  1. Scuole di giornalismo fabbrica di disoccupati? Quale dovrebbe essere il ruolo loro ruolo e su quali competenze dovrebbero focalizzare la loro attività per garantire un futuro lavorativo ai loro iscritti? 

Le scuole di giornalismo hanno fallito. Costano troppo; non preparano chi le frequenta alla realtà della redazione, alla ricerca sul campo. E poi, pagare per garantirsi un praticantato, diventare giornalista professionista e affrontare un universo incapace di assumere giovani mi dici a che serve? Io penso ad un percorso universitario e realmente selettivo. Sai quando mi sento veramente umiliato come giornalista italiano? Quando vado al Festival internazionale del giornalismo di Perugia e vedo miei coetanei o colleghi anche più piccoli di me in ruoli strategici di grandi testate. Umili, preparatissimi e responsabili. In Italia non accade. Alla Columbia, la più importante scuola di giornalismo del mondo, ci sono focus, seminari sui social. E qui siamo ancora a chi ha più followers su twitter o a chi li compra fasulli. Una rovina.

  1. E’ il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra? 

Mi risulta difficile credere che allargare una strada possa essere d’intralcio a chi vuole percorrerla. Internet ha allargato la via della notizia che oggi viaggia a velocità pazzesche. Forse dobbiamo far capire alla gente che certi contenuti di qualità vanno pagati e il “tutto gratis” non è un sistema più percorribile? Sono d’accordo. Nel frattempo, però, pensiamo anche che il lavoro di chi fa informazione va pagato: in Italia questo è l’ultimo problema che ci si pone.

  1. Oltre a prepensionamenti, cassa integrazione e licenziamenti, è il precariato l’altra faccia della crisi della carta stampata. Quanto è diffuso oggi il fenomeno e quali sono le implicazioni nell’esercizio della professione giornalistica? 

Otto nuovi giornalisti su dieci sono destinati a rimanere precari per anni. Lo dicono i dati che abbiamo raccolto nel corso degli ultimi tre anni. Di questi otto almeno tre lasceranno il mestiere. E dei restanti cinque una parte vivacchia tra un lavoro a nero e uno sottopagato e altri entrano in contatto con una redazione sperando l’inferno della collaborazione sottopagata con partita iva porti, alla fine, all’agognato contratto che spesso non arriva. Le aziende preferiscono prepensionare i vecchi giornalisti e farli rientrare dalla finestra come consulenti. Alla faccia del ricambio generazionale.

  1. A dicembre 2012 è stata approvata la legge per l’equo compenso per i giornalisti lavoratori autonomi ma resta ancora inapplicata perché non ne sono state emanate le norme attuative. Qual è il problema? 

Il problema è che editori, sindacato e ordine non si mettono d’accordo su come quantificare un equo compenso senza correre il rischio di stilare un tariffario, vietato dalle norme europee sulla libera concorrenza nelle professioni. Di recente ho incontrato il sottosegretario all’Editoria Giovanni Legnini: mi ha detto di avere convocato la Commissione equo compenso per il prossimo 8 ottobre e che in caso di mancato accordo tra le parti prenderà in mano la situazione e presenterà una proposta del governo. La promessa è di arrivare all’equo compenso entro la fine del 2013. Attendiamo fiduciosi, si dice così?

  1. In molte regioni è stato creato il coordinamento dei giornalisti precari. Lei che è responsabile di quelli della Campania potrebbe spiegarci qual è il ruolo e l’incisività di queste iniziative? 

I coordinamenti oltre che in Campania sono attivi in Veneto, in Toscana, a Roma, in Abruzzo. Di recente anche a Milano e in Puglia e in molte altre regioni. L’obiettivo è quello di ricordare che ci sono anche i precari del giornalismo. Sai che siamo bravissimi a raccontare i guai degli altri ma non i nostri? C’è ancora qualcuno che parla di noi come di una casta, ignorando l’enorme disparità tra il sempre più sparuto gruppo di contrattualizzati e l’enorme platea di precari, atipici e freelance.

  1. Il mito del posto fisso è un miraggio ormai anche nel mondo del giornalismo o esistono “trucchi”, piccole grandi attenzioni per riuscire ad entrare stabilmente nella redazione di un quotidiano? 

Cosa ti dovrei rispondere? Un bel trucco è la raccomandazione, come nella migliore tradizione italica. Ma nemmeno quella funziona come prima, almeno così mi dicono. A parte questo molti colleghi sono riusciti a vedere riconosciute le loro ragioni con le cause di lavoro, ma è sempre più difficile. Io non ho mai pensato che il giornalismofosse un mestiere tranquillo. Ma pensavo che avrei avuto problemi per le notizie “scomode”. E invece l’ostacolo da freelance è stato quello di farsi pagare. E quello da disoccupato è stato inseguire l’editore fallito per vie legali e vedersi riconosciuti stipendi arretrati e Tfr.

  1. Molti sostengono che il mestiere del giornalista sia sempre più per “figli dei ricchi”, per persone che possono permettersi anni di mancati, o comunque scarsi, guadagni. E’ davvero così? 

Io sono figlio di un falegname e di una casalinga e vengo da Napoli. Ricco non sono. C’è bisogno anche di incontrare le persone giuste, non è sempre facile. Penso che la situazione sia comune anche ad altre professioni. Il problema è anche un altro: noi maneggiamo l’informazione. Un compito del genere nelle mani di un professionista sotto ricatto (e chi è sottopagato lo è , sempre) non è esattamente quello che si dice “favorire la libertà di stampa”. Così si inquina il pozzo dell’informazione al quale dovrebbero invece attingere tutti senza timore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. 

Foto CIRO_PELLEGRINO

NB: Per eventuale riproduzione delle interviste si prega cortesemente di richiedere consenso preventivo. Grazie.

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