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Botta & Risposta

Nel suo intervento al parlamento, il premier conservatore inglese, David Cameron, illustrando le decisioni prese per interrompere la serie di rivolte che hanno investito molte città del Regno Unito, ha ventilato l’ipotesi di sospensione dei social network, identificati come strumento di rivolta, in caso di disordini.

Forse anche a causa dello scontro in atto tra Governo e forze dell’ordine britanniche, gli risponde Peter Fahy, Capo della Polizia di Manchester, che social media e social network sono stati di grande aiuto alla polizia.

Botta e risposta.

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Il Mezzo NON è il Messaggio

Il quotidiano torinese La Stampa stamane, in uno degli articoli dedicati agli scontri in atto da tre giorni in Inghilterra, titola: “Londra, la rivolta corre su Twitter”, lasciando intendere  che il tam tam sui social network sia responsabile dei fatti.

E’ opportuno specificare che si tratta, ad essere benevoli, di un’inesattezza, poichè in realtà il mezzo prevalentemente utilizzato dai giovani per coordinarsi è stato il BlackBerry Messanger, servizio di messaggeria istantanea che non è possibile classificare come social network.

Ciò premesso, in queste ore i cittadini britannici stanno utilizzando i social media ed i social network esattamente in maniera opposta.

Sotto la denominazione di «Riot Clean Up» è un fiorire di iniziative spontanee delle diverse comunità di residenti che si organizzano e coordinano attraverso distinte modalità e mezzi, sfruttando la Rete, per ristabilire una situazione di normalità.

Si va dalle community che si danno appuntamento per pulire i quartieri devastati, alle pagine su Facebook destinate al medesimo scopo o, addirittura, per segnalare con foto e video atti di vandalismo ed autori; compito al quale è dedicato anche un microblog su Tumblr così come avviene con Flickr.

Si tratta di una tendenza presente anche su Twitter dove i messaggi a favore della pulizia [#riotcleanup] hanno quasi pareggiato quelli di narrazione, più o meno realistica e più o meno partigiana su, come vengono chiamati in inglese, i riots [#londonriots].

Il mezzo non è il messaggio.

Per approfondire: 1234

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Radio Clash

The Clash sono stati uno dei gruppi più rappresentativi del punk rock britannico. Clash, per chi non lo sapesse, significa scontro, conflitto, ma anche frastuono.

L’associazione tra il nome del gruppo e gli eventi di questi ultimi tre giorni in Gran Bretagna mi è stata naturale, spontanea.

Uno dei loro tanti successi dell’epoca è stato “This Is Radio Clash” mentre decisamente meno noto, come spesso avviene, il lato B del singolo intitolato più semplicemente “Radio Clash”. Della stessa identica durata e concepiti come singola entità, come se il secondo fosse una continuazione del primo pezzo, nelle intenzioni della band britannica. Mentre il più noto inizia con “This is Radio Clash on pirate satellite, Orbiting your living room, cashing in the bill of rights“, l’altro apre così: “This is Radio Clash resuming of transmission, beaming from the mountain tops using aural ammunition”.

Testi che ben si adattano, descrivendola per traslato, alle tecnologie ed alle modalità di comunicazione utilizzate dai giovani delle periferie delle città inglesi per coordinarsi nell’azione.

Azioni che in questo caso non hanno visto in Twitter il mezzo di coordinamento, come avvenuto in altre occasioni, ma indubbiamente strumento di amplificazione ed anche di reporting dei fatti.

Sulle soluzioni potenziali per distinguere il rumore di fondo dalle notizie e su come il citizen journalism via Twitter possa diventare effettivamente una fonte accreditata di informazioni tutti da leggere gli spunti di Martin Bryant dagli spazi di TNW.

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