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Problemi Quotidiani

Il futuro è digitale. Le rotative scompariranno e con esse i giornali così come oggi li conosciamo. Sono queste le considerazioni che con maggior frequenza vengono espresse. I giornali, la carta, sono stati seppelliti molto prima della loro morte effettiva e, soprattutto, prima che si pensasse ad un modello di business alternativo all’attuale in grado di sostenere economicamente il mondo dell’informazione quotidiana.

Secondo quanto riporta AdAge, l’ipotesi di revenues digitali, almeno in termini di ricavi pubblicitari, pare sempre più improbabile anche negli USA, con un calo dal 16,2% del 2005 all’11,4% del 2009 e proiezioni, secondo PWC, al 7,9% nel 2014.

Vale la pena di evidenziare come il trend, riassunto nel grafico sottostante, sia comprensivo anche dell’area digitale mobile sulla quale tante speranze sono state riposte ultimamente.

In generale, i tassi di crescita degli investimenti pubblicitari saranno significativamente più elevati per quanto riguarda internet e l’area digitale nel suo complesso. Nonostante l’ immensa differenza tra lo sviluppo di quest’area e quella “off line” i ricavi saranno ancora prevalentemente legati all’area analogica almeno per un lustro ancora.

L’area digitale è complementare non alternativa, ancora una volta.

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Te la do io l’America

Confindustria ha reso disponibili i dati 4° Rapporto sul Mercato dei Contenuti Digitali in Italia, al cui interno sono contenuti anche alcuni grafici di sintesi dell’andamento della pubblicità on line, con il dettaglio delle singole componenti, voci, di investimento. [Via]

Un capitolo viene specificatamente dedicato alle notizie on line, che rappresentano una frazione relativamente minima del totale mercato.

Appare evidente come le revenues pubblicitarie derivanti dall’ on line non saranno nemmeno in prospettiva in grado di compensare le perdite su questo fronte che i quotidiani accusano nel settore tradizionale [cartaceo].

Al tempo stesso, comScore pubblica gli stessi dati con riferimento al mercato statunitense.

Le cifre ed ancor più l’incidenza delle singole voci, con specifico riferimento alle notizie ed ai quotidiani on line, parlano da sole.

Se nel mondo anglosassone esistano in futuro possibilità di [ri]conversione al digitale è un’ipotesi, uno degli aspetti del dibattito in corso.

Pare che questo sia molto meno verosimile per quanto riguarda la nostra realtà specifica. Varrebbe la pena di tornare a confrontarsi, a lavorare, su aspetti più concreti.

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Stay

L’80% delle conversazioni avvengono altrove rispetto al sito web dove sono state generate, o forse per meglio dire, iniziate.

Un dato, quello riportato dall’ infografica, che fa parte, anche, della mia esperienza quotidiana di partecipazione a FriendFeed, dove l’ultimo caso, in ordine cronologico, al momento della redazione di questo articolo registrava oltre 400 commenti contro i “miseri” sei all’interno del blog di chi aveva originato la discussione.

Questa evoluzione trova conferma anche in termini di accessi alle edizioni on line dei quotidiani e potrebbe avere un ulteriore impatto negativo in termini di prospettive sui già miseri ritorni che gli editori complessivamente ottengono dal web in termini di revenues pubblicitarie.

La reazione degli editori a questo fenomeno attualmente parrebbe essere quella di affidarsi maggiormente ai blog all’interno delle loro piattaforme, generando un modello di e-journalism dove i giornali assomigliano sempre più ai blog e viceversa, rendendo, forse, ancor più complessa la situazione.

Ad adbundatiam, in questo modo, da un lato, si legittimano le attese di un riconoscimento economico da parte di quelli che sapientemente Roberto Favini ha definito “i giardinieri”e, dall’altro, si rischia di complicare la già spinosa questione sulla trasparenza di quanto viene pubblicato.

Ai tempi della mia giovinezza era in voga, tra le tante, una canzone il cui ritornello: “Oh, won’t you stay, just a little bit longer, please let me hear you say that you will, say you will” sembra composto ad hoc per descrivere le attuali aspirazioni frustrate degli editori.

Torneremo sicuramente a parlarne, anche di persona.

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Print Rules

Le revenues pubblicitarie per l’on line continuano ad essere assolutamente marginali sia rispetto alle attese che complessivamente.

L’idea di far pagare i contenuti on line non ha ancora trovato un modello convincente.

Alcuni editori statunitensi, preso atto della situazione, investono in comunicazione per valorizzare la lettura “tradizionale” delle versioni cartacee delle loro pubblicazioni.

Secondo quanto riportato dal WSJ, dall’ inizio di maggio vedrà la luce una campagna, pianificata sui maggiori mezzi di comunicazione del paese, il cui messaggio mira a far rivalutare al lettore il piacere della lettura su supporto cartaceo.

Cinque tra i big players del mercato editoriale statunitense, tra i quali Time Warner, Advance Publication [Conde Nast] e Hearst, hanno scelto come testimonial il campione di nuoto Michael Phelps per sostenere che la lettura sul web è una lettura distratta, non approfondita, rispetto a quella su carta.

“We surf the internet, we swim in magazines” recita l’headline dell’annuncio per il quale sono previste complessivamente 1400 uscite su testate quali People e Vogue, con un investimento stimato intorno ai 90 milioni di dollari, che nella body copy prosegue, offrendo diverse argomentazioni a supporto della stampa a cominciare dai tassi di incremento della readership segnalati.

L’annuncio, seppur pianificato su riviste consumer sembra più orientato agli addetti ai lavori ed, ovviamente, in particolare agli investitori pubblicitari.

L’ iniziativa, a distanza di pochi mesi da quella effettuata in Gran Bretagna, sembrerebbe confermare una rinnovata fiducia nella stampa da parte degli editori.

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