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Crowdfunding & Crowdsourcing per Migliorare l’Informazione

In questi giorni si è parlato parecchio di «Matter», progetto di due giornalisti statunitensi che abbinano long form journalism a giornalismo di qualità.

Una teoria che, per come è stata spiegata, personalmente mi convince poco per la carenza di dettagli significanti e l’automatismo del binomio che non mi pare così vincolante in linea di principio. Dubbi non solo miei quanto non complessivamente condivisi visto che il crowdfunding per la realizzazione di Matter ha raccolto la somma minima necessaria in sole 38 ore ed adesso, dopo nove giorni dal lancio, ha raggiunto la non trascurabile somma di $121mila. Oltre il doppio della cifra originariamente ritenuta necessaria all’implementazione dell’idea forse anche grazie al meccanismo incentivante creato per realizzare la raccolta di fondi con livelli diversi [9 in totale] e distint riconoscimenti e gratificazioni a seconda dell’importo versato.

Ricompense adottate altrettanto da «Fixmedia», tool, strumento che nasce sull’onda delle numerose bufale diffuse dai media e che, appunto, si propone come potenziale rimedio alle stesse.

Non è solo la finalità del progetto ma anche, se non soprattutto, la concezione a renderlo, a mio avviso, estremamente interessante. Si tratta infatti di una concezione che vede la notizia come un processo aperto, al quale lo strumento si pone come supporto concreto per la realizzazione della redazione liquida. Aspetti che l’idea di creare una comunità di persone interessate a migliorare concretamente l’informazione che viene prodotta e consumata e l’utilizzo libero e gratuito dello strumento sottolineano e confermano.

Grazie a Fixmedia qualunque persona in soli due click potrà segnalare errori ed omissioni in un luogo comune dove gli apparteneti alla comunità potranno stabilire valore e significato dell’errore e delle correzioni, eventualmente, da apportare, rendendolo non  solo sociale ma anche fattuale invece che, come potrebbe essere, ideologico, fornendo potenzialmente un grande contributo all’ecologia dell’informazione e alla partecipazione attiva delle persone nel processo di produzione delle notizie.

Io ho deciso di dare il mio contributo all’iniziativa speranzoso che la sua effettiva realizzazione sia, come promette a partire dal nome scelto, di ausilio a guarire uno dei mali attuali più gravi del giornalismo. Forse è davvero finita l’era delle lettere al direttore.

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Contagiato

Si era già assistito a delle contaminazioni tra carta e digitale con il «The New York Times» che nel riportare una notizia anche nella versione cartacea pochi mesi fa ha utilizzato un emoticon, quelle che normalmente chiamiamo “faccine”, nel titolo dell’articolo inserendo il simbolo del sorrriso invece della parola per indicare lo stato d’animo, l’umore appunto, delle persone.

Adesso un hashtag, simbolo universalmente usato dagli utenti di Twitter per identificare un tema di conversazione, conquista addirittura la prima pagina di un quotidiano nazionale.

E’ il caso di «El Pais» di oggi che praticamente a tutta pagina, così come avverrebbe, avviene, normalmente sulla piattaforma di microblogging, titola #nimileuristas lanciando, coerentemente con il nuovo approccio strategico adottato di recente, un dibattito a tutto campo sulle reti sociali relativamente alla “generazione mille euro”, la generazione di giovani che, anche nel nostro Paese, è stretta nella morsa tra disoccupazione e precariato.

Si tratta indubbiamente della più viva testimonianza dell’influenza, del contagio, anche, di linguaggi tra media tradizionali e social media. Speriamo, finalmente, sia anche l’inizio di un utilizzo consapevole ed adeguato del mezzo da parte dei mainstream media. Sarà mia cura monitorare il dibattito seguendo, appunto, la tag definita.

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Il Quadro Completo

La campagna pubblicitaria con la rivisitazione della storia dei tre porcellini lanciata dal «The Guardian» a sostegno della propria concezione di open jornalism ha centrato nel segno raccogliendo interesse e consensi pressochè unanimi sia sulla qualità della realizzazione che ancor più sui concetti alla base del posizionamento strategico del quotidiano inglese.

Un idea di sinergia, di complementarietà e convergenza che si esprime nell’idea di lavorare in maniera univoca sul brand del quotidiano rendendo concettualmente indifferente se la fruzione avvenga in formato digitale o cartaceo, come si evince dalla conclusione, dal pay off che recita “web | print | tablet | mobile”.

Alla campagna online e televisiva dell’ormai celebre video si affianca anche una campagna stampa che ovviamente è imperniata sullo stesso concept.

“The whole picture” [il quadro completo], realizzata in 4 soggetti diversi, riassume con una grafica tanto essenziale e pulita quanto chiara e d’impatto, l’idea di partecipazione e di relazione a due vie che  «The Guardian» ritiene essere caposaldo del percorso evolutivo del quotidiano.

Come ricorda Antonio Rossano dagli spazi di LSDI, l’informazione, ancor prima che un dato “fattuale” o un valore culturale, è un processo “sociale”, la verità non è più un proiettile mainstream sparato nella testa della gente, ma il risultato di un processo transazionale di confronto/verifica e suscettibile di modifica o di conferma, ottenuto attraverso la partecipazione della gente, ì social network,  le survey e tutti gli strumenti possibili dell’intelligenza collettiva condivisa.

Una strada ormai senza ritorno, in senso positivo, alla quale, sulla base di informazioni ottenute dal sottoscritto, pare che finalmente anche in Italia possano essere date delle risposte degne di questo nome a breve.

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Open Journalism & Redazione Liquida

«The Guardian», prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori.

Il video promo-pubblicitario realizzato dal quotidiano anglosassone mostra come nell’attualità la storia dei tre procellini potrebbe essere coperta dal giornale. In due minuti sono riassunti tutti gli elementi che contribuiscono alla notizia evidenziando i processi caratteristici dell’open journalism di una redazione liquida.

La rivisitazione della storia dei tre porcellini, il cui obiettivo di fondo è spiegare alle persone perchè dovrebbero spendere più tempo con il giornale sia su carta, on line o negli altri formati disponibili, grazie ad un girato coinvolgente mostra molti degli elementi che nell’attualità concorrono alla costruzione di una notizia.

Un deciso riposizionamento rispetto al passato da parte del «The Guardian» spiegato con chiarezza da Alan Rusbridger, Editor-in-chief del quotidiano, che illustra concezione e declinazione di open journalism nell’interpretazione del giornale inglese.

Un ulteriore passaggio che, congiuntamente con la recente revisione compiuta da «El Pais», indica con chiarezza la direzione presa da alcuni dei principali e più autorevoli quotidiani [inter]nazionali d’Europa. Elementi ed aspetti che allo stato attuale sembrano essere estremamente distanti dal panorama generale che presenta l’industria dell’informazione nel nostro Paese.

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El Pais: Da Media a Rete Sociale

Che un importante evoluzione per l’edizione online di «El Pais» fosse prossima si era capito dall’apertura ad hoc di un blog: “el cambio por dentro” [il cambio visto da dentro] aperto a metà di questo mese che lo esplicitava chiaramente.

Da ieri, da questa notte, tutti i cambiamenti realizzati al sito web del quotidiano spagnolo sono stati rilasciati e dunque visibili a tutti.

Una riorganizzazione fondata su tre pilastri, su tre aree concettuali:

  • Area Tecnologica: Con un nuovo CMS, un nuovo sistema di gestione dei contenuti, ma soprattutto con la centralità di Eskup, la rete sociale attiva da tempo che riunisce per interessi le diverse communities di utenti del quotidiano.
  • Ristrutturazione dell’organizzazione dell’informazione: Basata sulle etichette, sulle tag.
  • Riorganizzazione del modello di lavoro interno.

Tre aspetti evidentemente complementari, tutti necessari, per usare una nota metafora, a far reggere lo sgabello, a sostenere l’evoluzione di «El Pais» nella direzione desiderata. Spiegati ed approfonditi da Javier Moreno, Direttore del quotidiano, e da un manuale d’uso realizzato ad hoc per l’occasione.

Certamente nel layout proposto del sito web, a mio parere, vi sono alcune aree da revisionare e migliorare, a cominciare dall’eccessiva lunghezza della home page che costringe il lettore ad un numero di scroll eccessivi e che denuncia la persistenza di un carico pubblicitario sulla pagina principale del quotidiano che è a sua volta evidenza della persistenza del dilemma del prigioniero.

Altrettanto certamente, sempre dalla mia prospettiva ovviamente, è molto interessante ed importante che a monte della concezione della revisione dell’edizione online vi sia un idea di sinergia, di complementarietà e convergenza che si esprime nell’idea di lavorare in maniera univoca sul brand del quotidiano rendendo concettualmente indifferente se la fruzione avvenga in formato digitale o cartaceo.

Soprattutto, è fondamentale l’idea di evoluzione da media a rete sociale che la rilevanza data ad Eskup sottintende e che personalmente, se posso ricordarlo, avevo avuto modo di raccomandare come uno dei key pillars sui quali lavorare evidenziandone il ruolo fondamentale per il recupero di una relazione con le persone e, di riflesso, base indipensabile ad un recupero dei ricavi.

Personalmente non ho dubbi, «El Pais» è sulla strada giusta da tempo e queste revisioni presentate oggi rappresentano la naturale evoluzione di un approccio strategico di apertura, trasparenza e relazione con il lettore, con le persone.

Il quotidiano diviene, o torna ad essere a seconda dei punti di vista, “luogo” che favorisce il contatto e la relazione  con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi. Mi sento pronto a scommettere darà i suoi frutti, anche, economicamente.

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