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Ridurre la Distanza tra Carta & Digitale

Senza bisogno di codici. Senza operazioni complesse. E’ sufficiente scattare una fotografia della pagina [di carta] di proprio interesse ed è subito pronta per essere archiviata e/o condivisa.

Questa la promessa di Shortcut, applicazione di riconoscimento visivo che permette di identificare pagine di giornali e riviste per poterle archiviare o caricare in Rete e condividerle nei social network.

Una forma tanto facile quanto interessante di rendere nuovamente attraente al lettore ed agli investitori pubblicitari la carta coniugando elementi della tradizione con i vantaggi dell’innovazione digitale. L’uovo di colombo della convergenza grazie alle immagini.

Iniziativa già attiva in diverse nazioni ma non ancora presente in Italia nonostante nel nostro Paese il 42.1% degli utenti di telefonia mobile possegga uno smartphone.  Ritardo al quale porre rimedio nel più breve tempo possibile.

Importante opportunità da non tralasciare per migliorare l’interattività e l’appeal della carta ma anche possibile elemento di conversione dei lettori tradizionali in utenti “premium”, a pagamento, di contenuti digitali per le possibilità che offre.

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The Monkeys that Wrote Shakespeare

Almost a month ago I reported on computer generated articles who’s autors claim it will probably win a Pulitzer in the next 5 years as Nicola Bruno and Raffaele Mastrolonardo  wrote in their book “The Monkey That Won a Pulitzer”.

Jesse Anderson a week ago has announced that, through an application he has written, he successfully mimicked a million monkeys typing and it has recreated all Shakespeare’s work.

Apparently he was inspired in his work by one of his favorite Simpsons episodes as the video below shows.

With the uprising of these technologies, which are very reliable for data or, as Anderson’s work shows, re elaborating existing sources, the concerns for journalists should be focused on  fact checking and engagement of those which, otherwise, were once their audience.

Recent experiment carried out by «The Guardian» is a good example of how to do it.

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Purchè se ne Parli

«Non m’importa di come parlino di me, basta che ne parlino» scriveva agli inzi del ‘900 George Micheal Cohan coniando, forse inconsapevolmente, quello che è stato a lungo un’assioma nella pubblicità.

E’ passato circa un secolo da allora ma pare che in molti continuino a crederci.

E’ una teoria che infatti ho sentito personalmente recentemente con particolare riferimento al cosiddetto social commerce, uno per tutti Groupon, dove la tesi sostenuta è che, indipendentemente dalle vendite e dalla [scarsa] reddività delle stesse effettuate in questo modo, il vantaggio offerto da questa modalità consiste nel favorire il buzz, il passaparola online e dunque, in ultima analisi, ad aumentare la notorietà di marca. Si tratterebbe insomma di una pubblicità a basso costo.

John Byers e Georgia Zervas della Boston University insieme a Michael Mitzenmacher della Harvard University tra gennaio e luglio di quest’anno hanno esaminato 16mila offerte effettuate da Groupon ed il loro diffondersi attraverso i social network.

Pur confermando il potere di diffusione di questo veicolo la ricerca evidenzia un calo significativo, mediamente intorno al 20%, del rating della reputazione delle imprese, dei prodotti, coinvolti nelle offerte.

I ricercatori suggeriscono che probabilmente questo avviene poichè vengono raggiunte persone più critiche o a causa di una maggior difficoltà di relazione tra imprese e nuovi clienti. Personalmente non sottovaluterei i disservizi che si verificano spesso in seguito all’acquisto di queste offerte e l’impatto psicologico della variabile prezzo che, se da un lato scatena la caccia all’affare, dall’altro condiziona l’immagine percepita del valore della marca/prodotto come noto ormai da decenni.

Difficile in assenza di altri dati ed informazioni stabilire esattamente cause e concause del fenomeno, quel che pare certo è che il principio del purchè se ne parli sia datato di oltre cent’anni. E si vede.

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E’ Pronto il Software che Scrive gli Articoli di Giornale

«Tra cinque anni un software vincerà il premio Pulitzer», ha detto Kristian Hammond, uno dei cofondatori di Narrative Science, al giornalista Steve Lohr, che l’intervistava per il «New York Times» di fine settimana.

Narrative Science è una start-up di Evanston [Illinois], vicino Chicago, nata agli inizi del 2010 con un progetto della Northwestern University School of Engineering and Journalism, che dà prove continue dei progressi dell’intelligenza artificiale, mostrando la capacità del computer d’imitare la logica umana.

L’azienda sta realizzando un software capace di scrivere articoli a partire dai dati e il quotidiano americano ne riferisce con un titolo provocatorio: «Nel caso vogliate saperlo, un vero umano ha scritto questo pezzo», ricordando che questa capacità è il frutto di un decennio di ricerche, condotte da Hammond e Birnbaum, i due condirettori dell’ Intelligent information laboratory dell’Università.

Da molti anni, dice l’articolo, le aziende hi-tech si provavano a scrivere articoli, per lo più di sport, sulla base di algoritmi d’utilizzo dei dati, ma i due esperti hanno messo a punto un nuovo programma, in grado di affrontare argomenti anche di finanza, di business, di vendite e di trasformare dati di qualunque tipo in storie, operando insieme ad esperti di linguistica computazionale, di semiotica e di comunicazione.

I due progettisti del software sottolineano il fatto che la loro tecnologia è in grado di dare uno sviluppo narrativo a qualsiasi informazione quantitativa, collegando dati e fatti grezzi, secondo una logica espressiva, che tiene conto dell’obiettivo di divulgazione stabilito e modula l’articolo.

Il programma informatico funziona puntualmente e Narrative Science ha già più di 20 clienti, per lo più, grandi catene di giornali e una rete di televisioni.

Redige le notizie in un tempo, che va dai 60 secondi ai tre quarti d’ora, come mostrano i resoconti delle gare di football americano di questo mese.

Il costo è altamente competitivo con quello abitualmente richiesto dagli editori per risultati simili. Non supera i 10 dollari, dà garanzia d’impiego di un repertorio linguistico accattivante e non standardizzato.

Affianco agli editori lo stanno impiegando attualmente anche aziende di costruzioni, che vogliono far conoscere le caratteristiche dei propri appartamenti al mercato abitativo e risulta utile per resoconti tecnici sul funzionamento di media digitali e prodotti elettronici.

«E’ nato il robot giornalista?», ha chiesto Steve Lohr a John Lavine, direttore della Medill School of Journalism della Northwestern. «Molto di più, è stata la risposta, è un tipo di tecnologia che può cancellare il giornalismo».

Una valutazione apocalittica, che i giornalisti veri potranno smentire con i fatti, se lo vorranno.

[Via]

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Nuovi Scenari & Complessità Emergenti

Il modello di business degli editori si è basato fondamentalmente sull’intreccio tra vendita di contenuti [+ confronto su FF] ai lettori e vendita di lettori agli investitori pubblicitari. Aspetti legati a doppio filo poiché la vendita [la diffusione] di un maggior numero di copie attira gli investimenti pubblicitari che a loro volta sostengono, alimentano, le possibilità di sviluppare testate che attirino i lettori. Per questo sin ora, i prezzi delle copie cartacee sono stati bassi e, addirittura, su internet prevalentemente gratuiti.

Attualmente però, il modello di business si è reso più articolato, più complesso. Robert Picard, professore di economia dei media ed autore di 24 testi sul tema, sintetizza egregiamente in uno schema l’attuale articolazione e maggior complessità che gli editori si trovano a dover affrontare.

Il variare delle condizioni della proposta effettuata on line ha dunque un impatto anche sulle performance della versione tradizionale, dell’edizione cartacea, del giornale [o pubblicazione periodica]. Condizione di complessità che, se possibile, si rende ancor più di difficile risoluzione con l’introduzione di altri format quali eReaders e mobile.

Il muro da abbattere non sembra perciò riguardare tanto quanto proteggere i contenuti e richiedere all’utenza il pagamento per la versione on line, bensì una ben più profonda e radicale trasformazione delle logiche di offerta che devono saper affrontare una frammentazione delle audience.

La vera motivazione di crisi degli investimenti pubblicitari risiede nell’incertezza della funzionalità degli attuali modelli e mezzi di comunicazione. Molti investitori ne hanno consapevolezza, è tempo che anche gli editori sorpassino l’approccio tattico che hanno avuto negli ultimi anni ed affrontino progressivamente, con una visione strategica d’assieme, il loro modello di offerta.

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Alice nel Paese delle Meraviglie

L’edizione di venerdì del Los Angeles Times, nella versione “tradizionale” cartacea, è arrivata nelle mani dei propri lettori con una finta prima pagina che in realtà era l’annuncio pubblicitario del film con Jonny Deep “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

Il caporedattore ed alcuni giornalisti del quotidiano statunitense, secondo quanto riportato, si sarebbero opposti all’iniziativa prima della pubblicazione dell’annuncio, senza però ottenere soddisfazione dal management in tal senso.

Sulla base di indiscrezioni raccolte, parrebbe che l’investimento effettuato dalla Disney per la campagna sul LATimes si aggiri intorno ai 700mila dollari [circa 510mila €], cifra che in tempi di crisi quali quelli attuali ha rotto ogni barriera, in termini di relazione con i lettori ed immagine del quotidiano, relativamente all’opportunità di realizzazione di tale iniziativa.

L’iniziativa ha aperto un dibattito inteso su quali debbano essere i limiti della pubblicità sulla stampa.

Sono questi temi sorpassati da tempo in Italia, paese caratterizzato dalla logica promozionale del 3X2, del discount, che, come è stato detto, eccita l’ingordigia del lettore occasionale, che compra il giornale per i supplementi o gli omaggi e diventa la regola della confusione tra quantità di carta inutile,  piena di pubblicità, dai titoli urlati, volgari, che viene preferita spesso da questa tipologia di acquirenti alla carta stampata, fatta di notizie provate e indagini originali, ben scritte.

Nazione in qui ci indegna per l’invasività delle campagne on line, mentre passano sotto il silenzio generale e l’indifferenza più assoluta campagne permanenti di giornali e giornalisti compiacenti, in barba a qualsiasi codice di etica professionale.

Avvisate Alice, questo è già il paese delle meraviglie, purtroppo da qualsiasi prospettiva lo si osservi.

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L’intervista

Nel tempo le interviste si sono dapprima dequalificate e successivamente appiattite divenendo la rappresentazione fattuale più evidente del servilismo al potente intervistato da parte del giornalista di turno.

Quando questo non avviene, quando vengono poste domande scomode o “inopportune” l’intervistato accusa l’intervistatore, abbandona l’intervista o la conferenza stampa e, spesso, minaccia [non mantenendo di solito successivamente] la querela.

L’intervista è dunque diventata un mezzo, facile, per promuovere l’immagine di se stessi e della propria organizzazione sia politica che privata, la cui distinzione peraltro appare oggi ahimè sempre più labile.

In questo pare essersi specializzato, inaugurando forse un filone inedito, il “quotidiano economico – giuridico e politico” Italia Oggi.

Nella rubrica quotidiana “Un professionista al giorno”, il precitato giornale, che si caratterizza per il giallo – nero, propone un’intervista romanzata di un personaggio [o sedicente tale] dell’economia e degli affari italiani in generale.

Oltre a magnificare ed amplificare immancabilmente sia le doti professionali che quelle umane dell’intervistato, la gabbia grafica della pagina in questione prevede come schema fisso l’equivalente di due colonne con “i preferiti” dell’intervistato. Gli oggetti sono quasi sempre libri, viaggi, film e motori; l’unica variante è dipendente dal sesso dell’intervistato che se uomo è un orologio, mentre se donna scarpe o borse, restiamo sempre comunque nell’ambito dei complementi – accessori dell’abbigliamento. Immagini dei prodotti e marchi “di prestigio”, in linea con il target dei lettori del quotidiano, sono sempre ben visibili.

Parrebbe insomma che si riesca finalmente a prendere i classici due piccioni con una fava promuovendo sia il personaggio di turno che prodotti e marchi. Una trovata davvero ammirevole che rappresenta indubbiamente un colpo di genio dell’ufficio marketing del quotidiano in questione al quale vanno i miei complimenti.

Questa è vera innovazione dalla quale altri dovrebbero trarre spunto ed insegnamento, non è, infatti, di tutti i giorni l’introduzione del product placement nel cartaceo e la contemporaneità nel promozionare brillantemente nello stesso spazio, ottimizzando risorse e costi, il personaggio – e la sua organizzazione, eh! – del giorno. Chapeau!

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Mi resta solo un’ultima curiosità, gli introiti derivanti dalla rubrica come verranno messi a bilancio? Si tratta infatti di ricavi dalla vendita di spazi pubblicitari o dalla vendita di contenuti editoriali a terzi?

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