Archivi tag: partecipazione

Data Journalism & Trasparenza dei Partiti

I dati sono un bene pubblico, sia, come spiega Enrico Grazzini, nell’ interpretazione che ne danno gli economisti di “common”, di una risorsa condivisa che dovrebbe essere gestita dalla comunità di riferimento,  che nella versione fornita dai giuristi [soprattutto in Italia] per i quali il bene comune è invece un diritto universale.

Da entrambe le prospettive dunque, il data journalism rappresenta elemento di grande rilevanza per la società e processo di narrazione giornalistica della realtà, metodologia di lavoro che guarda alla cultura open e ai valori sui quali questa si poggia – trasparenza, collaborazione e partecipazione – per riconquistare credibilità e fiducia da parte dei lettori.

Dopo i recenti scandali che hanno coinvolto Luigi Lusi e Francesco Belsito con il Parlamento che obtorto collo discute sui rimborsi elettorali, la segnalazione di Mauro Munafò mi ha particolarmente interessato.

Il giornalista ha realizzato per «l’Espresso» l’inchiesta “Partiti Trasparenti”, fornendo sia i documenti originali della gestione dei principali movimenti, documenti che nella maggior parte dei casi non è possibile leggere neppure nei portali dei partiti stessi, che rielaborando i dati principali di entrate, spese e donazioni per realizzare tabelle e infografiche attraverso le quali confrontare i conti delle formazioni politiche principali, rendendo disponibili tutti gli elementi faticosamente raccolti in open data.

Un lavoro davvero di grande attualità ed interesse che mi ha spinto ad approfondire ulteriormente con una intervista a Mauro Munafò su motivazioni e dettagli di quanto svolto. Qui di seguito il testo.

D: Per prima cosa, oltre a quello che è scritto nel sito, mi piacerebbe capire come è stato fatto il lavoro.

R: Il come è piuttosto semplice: ho preso i pdf dei bilanci dei partiti pubblicati dal supplemento di ottobre della Gazzetta Ufficiale. Pdf che non sono più disponibili gratuitamente perché la consultazione gratuita della GU online dura solo 60 giorni. Una volta trovati i pdf, manualmente ho ricompilato dei file Excel dei conti economici dei principali 7 partiti. Da questi ho poi generato i grafici utilizzando Tableau Software e Google Chart. E su Google doc ho rilasciato gli open data dei conti economici dei partiti, mentre sul sito si possono scaricare anche i pdf originali [dove ci sono i rendiconti e le note, molto importanti da leggere e che in parte sono state incluse nelle pagine]

D: Quali le motivazioni, perchè hai deciso di fare questa indagine.

R: Il perché è semplice: si parla tanto di trasparenza dei partiti e nella maggior parte dei casi non ci sono neppure i bilanci sui siti. Ho voluto costruire un sistema che permettesse almeno una prima consultazione di dati tanto importanti. Per scavare più a fondo serviranno delle nuove leggi che sono al momento in discussione. Diciamo che questo è un primo passo che vuole anche mostrare ai partiti che i pdf da soli non servono a molto.

In passato ho creato altri progetti [puoi vederli su  http://www.lamacchinadelfungo.com/], e mi interesso molto al tema del datajournalism. Al momento lavoro per «L’Espresso» e sono riuscito a coniugare in questa circostanza la mia passione per l’opendata e l’interesse informativo della testata per cui lavoro.

D: Quanto tempo ti ha richiesto portare a compimento il progetto? L’hai fatto tu da solo o in collaborazione con qualcun altro?

R: Circa una settimana di lavoro in solitaria. Fatta sia di ricompilazioni, sia di ricerca dei documenti, sia di realizzazione delle infografiche varie e dei testi. Il Visual Desk del gruppo L’Espresso invece è stato fondamentale nella realizzazione di un minisito ad hoc per il progetto.

D: Quanto sono affidabili/veritieri i bilanci pubblicati secondo te?

R: Bella domanda e risposta difficilissima. I problemi sono di vario tipo. Innanzitutto anche se i bilanci fossero corretti, le note a corredo forniscono spesso un dettaglio non sufficiente delle voci di spesa: dire che si spendono 10 milioni in “oneri vari” che cosa vuol dire? Servirebbero dei resoconti più dettagliati e spesso i bilanci non lo forniscono o lo forniscono in modi differenti.

Altro problema: ogni partito compila il bilancio a modo suo e ti faccio un esempio. I famosi rimborsi elettorali prevedono una rata che ogni anno viene versata ai partiti. Il problema è che alcuni partiti mettono tutta la quota [fatta di 5 rate] nel conto annuale, mentre altri mettono solo una singola rata. Potrei elencarti decine di casi di mancata trasparenza, legati spesso al problema che i partiti italiani hanno vita brevissima: Pdl e Pd non esistevano neppure qualche anno fa e quindi i loro bilanci a volte presentano mancanze o debiti collegati ai partiti fondatori. Il pdl nel 2010 ad esempio pagava pochissimo di stipendi perché probabilmente il personale era ancora contrattualizzato da Forza Italia.

Sulla correttezza “legale” dei bilanci credo che la magistratura abbia detto molto. Il problema è che questi bilanci possono essere compilati in maniera talmente generica che trovare delle magagne leggendoli è molto complicato.

Detto ciò, anche questi bilanci presentano tonnellate di dati che nessuno conosce e che quindi è già un significativo passo avanti condividere con i lettori.

Al di là dei dettagli, consultabili sul minisito realizzato ad hoc, emergono fondamentalmente due aspetti.

La trasparenza dei partiti dovrebbe essere IL tema dominante del dibattito in corso sulle ipotesi di revisione dei finanziamenti e non argomento accessorio poichè, come dimostra l’indagine e gli approfondimenti forniti dall’intervista, ad oggi, al di là delle dichiarazioni di circostanza, ben poco, o nulla, viene fatto su questo fronte.

Il futuro, anche nel giornalismo, è di chi non ha paura di sporcarsi le mani. Grazie a Mauro Munafò per averlo fatto.

1 Commento

Archiviato in Passaggi & Paesaggi

Preparazione al Social Business

Il rapporto di Jeremiah Owyang, Web strategist di Altimeter Group e dei colleghi, Andrew Jones, Christine Tran e Andrew Nguyen, «Social business readiness: how advanced companies prepare internally», è stato recentemente diffuso su Internet.

In poco più di 40 pagine di testo sostiene che i media sociali sono andati in crisi di crescita perché molte aziende li hanno usati male, acquisendo l’ultima tecnologia senza preparare le persone, né ricalibrare costantemente le logiche d’azione, i processi e le operazioni. Da soli non fanno il social business.

Se le aziende non hanno stabile governance, processi contemporanei, cultura di apprendimento, organizzazione modulare e non sviluppano insieme team e processi, incrementando il coordinamento e riducendo le duplicazioni, non può aumentare la reattività e la crescita.

Il rapporto di Owyang e partner deriva da una ricerca, che ha verificato la validità dell’ipotesi di un’efficace preparazione interna per le aziende intenzionate a praticare il social business e dei vantaggi a lungo termine connessi a una simile condotta.

La metodologia è consistita in una parte d’indagine a tavolino su 144 programmi di social business, elaborati da aziende chiave con oltre 1.000 dipendenti, in 63 incontri di controllo sul campo e nell’analisi di più di 50 crisi di media sociali, a partire dal 2001 a oggi.

Il rapporto di ricerca raccoglie anche risultati di interviste con leader di mercato e venditori di soluzioni tecnologiche.

I ricercatori mettono in evidenza che i media sociali sono tutt’al più piattaforme d’ascolto dal basso e di attenzione dall’alto delle informazioni veicolate, se non vengono create le condizioni favorevoli agli scambi interno-esterno e al miglioramento dei processi. Scarseggia perfino la comunicazione linguistica e i processi di socializzazione e acculturazione non hanno luogo.

In questo passaggio di informazioni il management può reagire anticipatamente e i lavoratori possono calibrare le risposte alle attese dall’alto. Non c’è integrazione attiva e si hanno solo effetti a breve.

Nelle piattaforme, base di CRM, FAQ e messaggi unidirezionali, i tentativi di comunità virtuali, calate dall’alto, urtano contro le necessità d’iperattenzione degli operatori nel multitasking. Questi tendono a difendersi con una «deep attention», corollario dell’integrazione passiva.

Come dimostra Howard Rheingold, la partecipazione può essere appresa nella pratica e sostenuta da una formazione continua nel lavoro. Si può realizzare integrazione attiva.

Requisiti del successo nello sviluppo del social business sono:

1 – Porre le basi di sostegno della governance e rafforzare la competenza dei dipendenti a partecipare con sicurezza e professionalità, mediante una maggiore presenza dei media sociali aziendali;

2 – Attivare processi aziendali per provocare il coinvolgimento e aumentare la velocità dei flussi lavorativi con i media sociali;

3 – Realizzare programmi di formazione e buone pratiche per migliorare continuamente le competenze attraverso l’uso dei media sociali;

4 – Dedicare un punto di riferimento centrale per la crescita e l’esercizio della leadership.

Il focus di un simile programma di sviluppo sta in un centro d’eccellenza, che sostenga l’utilizzo dei media sociali per una cultura sociale diffusa.

Un team aziendale per il business sociale deve gestire le attività digitali e interfacciare i partner esterni. Processi di business pianificati devono favorire la reattività nei mercati.

L’azienda impara ed evolve, diventa sociale, se mette al centro le persone, aumenta la velocità e la trasparenza dei processi, dà la massima attenzione ai segnali provenienti dall’interno e dall’esterno, scala la gerarchia dei bisogni.

[Via]

2 commenti

Archiviato in Comunicazione, Passaggi & Paesaggi

Passaggi & Paesaggi [11]

La TAZ è << utopica >> nel senso che prevede un’intensificazione della vita quotidiana, o come avrebbero potuto dire i surrealisti, la penetrazione della vita da parte del meraviglioso. Ma non può essere utopica nel senso normale del termine, da nessuna parte, o PostoNessunPosto. La TAZ è da qualche parte. Giace nell’intersezione di molte forze, come un qualche luogo-di-potere pagano all’incrocio di misteriose ley-lines[*], visibili all’adepto in parti di terreno, paesaggio, correnti d’aria, acqua, animali apparentemente slegati tra loro.

Ma ora le linee non sono tutte incise nel tempo e nello spazio. Alcune di esse esistono solo “all’interno” della tela, anche se si intersecano anche con tempi e luoghi reali. Forse alcune delle linee sono “ non-ordinarie”, nel senso che non esiste alcuna convenzione per quantificarle. Queste linee potrebbero venire studiate meglio alla luce della scienza del caos, invece che della sociologia, statistica economia ecc. I Modelli di forze che portano la TAZ in esistenza hanno qualcosa in comune con quei caotici “strani attrattori” che esistono, per così dire, tra dimensioni.

Hakim Bey – T.A.Z. Zone temporaneamente autonome

[*]Ley-lines: Linee geoimantiche di forza che possono essere tracciate attraverso paesaggi.Un popolare passatempo tra gli occultisti inglesi.

Passaggi & Paesaggi 1

Passaggi & Paesaggi 2

Passaggi & Paesaggi 3

Passaggi & Paesaggi 4

Passaggi & Paesaggi 5

Passaggi & Paesaggi 6

Passaggi & Paesaggi 7

Passaggi & Paesaggi 8

Passaggi & Paesaggi 9

Passaggi & Paesaggi 10

Lascia un commento

Archiviato in Comunicazione, Passaggi & Paesaggi, Personal

Stay

L’80% delle conversazioni avvengono altrove rispetto al sito web dove sono state generate, o forse per meglio dire, iniziate.

Un dato, quello riportato dall’ infografica, che fa parte, anche, della mia esperienza quotidiana di partecipazione a FriendFeed, dove l’ultimo caso, in ordine cronologico, al momento della redazione di questo articolo registrava oltre 400 commenti contro i “miseri” sei all’interno del blog di chi aveva originato la discussione.

Questa evoluzione trova conferma anche in termini di accessi alle edizioni on line dei quotidiani e potrebbe avere un ulteriore impatto negativo in termini di prospettive sui già miseri ritorni che gli editori complessivamente ottengono dal web in termini di revenues pubblicitarie.

La reazione degli editori a questo fenomeno attualmente parrebbe essere quella di affidarsi maggiormente ai blog all’interno delle loro piattaforme, generando un modello di e-journalism dove i giornali assomigliano sempre più ai blog e viceversa, rendendo, forse, ancor più complessa la situazione.

Ad adbundatiam, in questo modo, da un lato, si legittimano le attese di un riconoscimento economico da parte di quelli che sapientemente Roberto Favini ha definito “i giardinieri”e, dall’altro, si rischia di complicare la già spinosa questione sulla trasparenza di quanto viene pubblicato.

Ai tempi della mia giovinezza era in voga, tra le tante, una canzone il cui ritornello: “Oh, won’t you stay, just a little bit longer, please let me hear you say that you will, say you will” sembra composto ad hoc per descrivere le attuali aspirazioni frustrate degli editori.

Torneremo sicuramente a parlarne, anche di persona.

12 commenti

Archiviato in Comunicazione, Scenari Editoriali