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Il Paywall Aumenta le Vendite del Cartaceo

Sono passati due anni da quando il «The New York Times» decise di innalzare un muro, un “metered paywall”, inizialmente con 20 articoli gratuiti ora scesi a 10, tra polemiche e perplessità.

Ora sappiamo che si è trattato di una scelta vincente con oltre 675mila abbonati all’edizione online.

Per l’occasione Journalism.co.uk ha intervistato Paul Smurl, Vice Presidente di NYTimes.com Paid Products al New York Times Media Group, per fare il punto della situazione sul modello dei metered paywall.

Smurl, tra le altre cose, nell’intervista afferma:

We didn’t design this model to support print but in fact what we’ve seen is an increase in home delivery subscriptions, in particular on Sundays, for the last several ABC periods since we launched and an improvement in trend in terms of print cancellations and retention and that has been a surprise to us.

Il paywall aumenta le vendite del cartaceo.

Giornali al Vento

Sul tema da leggere le considerazioni e le previsioni di Felix Salomon.

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Informazione Iconica

Siamo, da tempo, nella società della conoscenza, dell’informazione e della comunicazione iconica.

Deve essere da questa constatazione che è partito il designer parigino Sylvain Boyer per creare «Icon Times» aggregatore di notizie che seleziona articoli da The New York Times, The Guardian, Reuters, CNN ed altri e le tratta in forma grafica fornendo una rappresentazione iconografica del tema sul quale è centrata la notizia.

La home page si presenta come un insieme di icone con solo il titolo della notizia. Per ogni articolo viene pubblicato un estratto della notizia e fornito il link alla fonte originale per la lettura completa.

Icon Times

Ogni icona è originale ed è disegnata partendo dalla premessa di contribuire alla comprensione della notizia in modo semplice.

Secondo quanto dichiarato da Boyer “i principali siti di notizie offrono informazioni di difficile lettura. Ci sono troppe informazioni, troppi titoli … un overdose di informazioni che confonde i lettori.  […] I segni forniscono un’informazione chiara, semplice e universale”. E questo è proprio quello che ci siamo proposti di fare: “Icon Times è un sito che trasforma le notizie in informazione grafiche sotto forma di segnale.”

Alcune icone sono davvero ben realizzate, efficaci. Interessante evoluzione di quanto l’amico Massimo Gentile, “collega” di Boyer, realizza da tempo per quanto riguarda l’attualità italiana.

Sanità

Sempre in tema di design dell’informazione, il «The New York Times» ha pubblicato ieri il prototipo del nuovo sito che sarà completamente ridisegnato rispetto all’attuale.

Dalle informazioni disponibili il visual complessivamente è molto simile a quello di un’applicazione per tablet, offre un accesso più diretto alle sezioni del giornale di proprio interesse e promette una nuova esperienza di lettura con una maggior integrazione di immagini, video ed altri elementi multimediali interattivi. Anche l’impatto visivo della pubblicità dovrebbe ottenere un beneficio dal re design.

Dopo il recente lancio dell’app realizzata in html5, stante l’elevato numero di abbonati all’edizione online/digitale del quotidiano, il nuovo sito potrebbe rappresentare un’ulteriore mossa verso la scelta di bypassare l’Apple Store, e le sue esose commissioni, come già il caso del «The Financial Times».

All’iniziativa, che verrà sviluppata in base al feedback ottenuto da un selezionato gruppo di lettori, è stato dedicato un blog.

NYTimes 1st Look

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Il Paywall del NYTimes Genera il 12% dei Ricavi da Vendite

Il tema dell’introduzione dei paywall è argomento caldo anche in Italia dove si fanno sempre più insistenti e concrete le voci di una sua adozione anche da parte delle principali testate nazionali del nostro Paese.

Bisogna riconoscere che lo scetticismo che era stato espresso da molti, incluso il sottoscritto, al tempo dell’introduzione del metered paywal del NYTimes circa 18 mesi fa è smentito dai fatti. Ora per il quotidiano le vendite del giornale pesano più della pubblicità e la versione digitale nel suo insieme [versione per pc, tablet, smartphone] rappresenta circa il 30% delle vendite in quantità.

Secondo quanto riporta Bloomberg, che cita i dati di un’analista finanziario specializzato proprio nella area dei media, il paywall pesa il 12% del totale dei ricavi delle vendite del giornale, che quest’anno dovrebbero raggiungere complessivamente 768,3 milioni di dollari, pari a circa 92,2 milioni di $.

Se certamente si tratta di ricavi importanti bisogna ricordarsi che il sito del giornale statunitense è il secondo al mondo, dopo il «Mail Online», per numero di utenti unici che vi accedono , con 48,7 milioni di utenti unici nel mese di ottobre di quest’anno secondo le rilevazioni diffuse recentemente da comScore.

Come sottolinea anche paidConten commentando la notizia, non sono ricavi che da soli potranno consentire al «The New York Times» una sostenibilità economica che dovrà sostenersi inevitabilmente utilizzando altre leve, arricchendo il mix, anche perchè ovviamente il trend di grande crescita delle vendite della versione digitale nel tempo si stabilizzerà cessando di generare ricavi supplementari.

E’ opportuno infine ricordarsi, per avere un quadro il più completo possibile, che le vendite della versione digitale sono effettuate a caro prezzo, sostenute da una fortissima promozionalità, ed infatti i ricavi anche in quest’area continuano ad essere calanti nel complesso come evidenzia un altro analista finanziario che ha pubblicato recentemente i dati storici e le proiezioni sino al 2016 al riguardo in base alle quale consiglia di vendere il titolo azionario del quotidiano.

Scrive Marco Pratellesi che “in un contesto di grandi cambiamenti, aspettare che qualcuno trovi un nuovo modello di business che sostituisca il precedente per poi seguirne la strada potrebbe rivelarsi letale”. Che sia quello che sta succedendo con le aspirazioni di erigere dei muri dei quotidiani generalisti nazionali?

NYTImes Ricavi

Bonus track

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Leggere [Bene] i Numeri del NYTimes

I dati diffusi ieri dal «The New York Times» sui suoi risultati economici nei primi nove mesi del 2012 confermano quello che, utilizzando una metafora, ho da tempo deciso di definire il dilemma del prigioniero, pietra miliare della teoria dei giochi che illustra egregiamente il falso paradosso della probabilità contro la logica. Un modello che pare perfettamente calzante all’attuale difficoltà di definire se e come sia possibile rimpiazzare i ricavi della carta con quelli del digitale.

Rispetto allo stesso periodo del 2011 i ricavi pubblicitari registrano una flessione del 7,1%, con un calo del 10,9% per la versione cartacea accompagnato, altrettanto dal calo per la versione online/digitale del 2,2%.

Nello stesso arco temporale gli intrioti dalle vendite del quotidiano crescono dell’8,5%. Vi sono attualmente 566,000 abbonamenti a NYTimes.com mentre le copie del cartaceo si aggirano intorno alle 780mila nei giorni feriali e raggiungono 1,27 milioni di copie la domenica.

Tendenza che si era già evidenziata, seppur in maniera meno accentuata, nel trimestre precedente.

Questi numeri, personalmente, mi dicono alcune cose che vorrei condividere e sulle quali, spero, di aprire un confronto leale e costruttivo. Come si suol dire, i miei 2 cents.

Se calano anche i ricavi dall’advertising online significa che continuano ad esserci tensioni sui listini anche per un grande quotidiano. Guerra dei prezzi, per usare un termine forte, determinata essenzialmente dalla percezione, sia da parte delle persone che degli investitori pubblicitari di uno scarso, ridotto valore rispetto ad altri media come era già emerso con chiarezza anche dal report della Nielsen sul tema.

Dall’altro lato, anche se putroppo il NYTimes non fornisce lo spaccato dei ricavi dalla versione cartacea e da quella online/digitale, pare che il numero delle persone disponibili ad attivare un abbonamento alla versione online si stia plafonando nonostante la forte promozionalità effettuata dal quotidiano statunitense. Inoltre, gli abbonamenti all’edizione digitale del «The New York Times»  rappresentano comunque “solo” il 30% degli abbonamenti dell’edizione cartacea il cui prezzo ad inizio marzo è stata aumentato di altri 50 centesimi arrivando a 2,50$ a copia [5$ la domenica]. Visti i rapporti di copie e di prezzo è molto probabile che in realtà la crescita dei ricavi dalle copie vendute sia per la maggior parte generata dalla versione cartacea.

Siamo in un periodo storico in cui si parla molto di dati, e di open data. Impariamo a leggere bene i numeri.

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Specificazioni Bilanciate

Il dibattito sul futuro dell’editoria, sui modelli di business perseguibili, è legato a doppio filo agli investimenti pubblicitari, elemento [parrebbe] inscindibile per poter sostenere le economie delle imprese editoriali.

Basandosi su questa logica si sono mosse, incautamente, da un lato, le aspettative delle versioni gratuite dei quotidiani on line e, dall’altro, le ipotesi di recupero contributivo che raramente prendono in considerazione interessi ed aspettative del lettore, dei segmenti di utenza, concentrandosi prevalentemente su quelle degli investitori pubblicitari.

In questo scenario generale i sostenitori di un futuro tutto digitale della lettura citano [pour cause?] i dati provenienti da oltreoceano dove le revenues pubblicitarie arrivano a rappresentare sino all’87% dei ricavi di quotidiani quali il New York Times.

La realtà italiana è ben distinta e attualmente vi è un perfetto equilibrio tra ricavi dalle vendite delle pubblicazioni e quelli derivanti dalla pubblicità. Dimenticarlo significa falsare realtà e relative prospettive.

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E’, altrettanto, opportuno rilevare come esistano realtà emergenti che allo stato attuale sono estranee a queste dinamiche con quotidiani di carta che basano praticamente esclusivamente la propria esistenza e sussistenza sulle vendite, tra tutte “Il Fatto”, ed altre che invece si fondano solamente sugli attesi ricavi pubblicitari, com’è il caso dell’ottimo [ho davvero piacere di poterlo dire, dopo averlo seguito sin dalle anteprime ] neo nato quotidiano guidato da Sofri.

Non bisogna, infine, a titolo esemplificativo, dimenticare una realtà storica ed importante, almeno sotto il profilo qualitativo, nel panorama dei quotidiani del nostro paese quale “Il Manifesto” che, come mostra il bilancio 2009, ottiene circa l’85% dei propri ricavi grazie alle vendite, grazie a propri lettori.

Analizzare uno scenario è la premessa necessaria alla specifica disanima della singola realtà da prendere in considerazione, per la quale è opportuno effettuare specificazioni bilanciate che guidino ad altrettanti interventi mirati.

Chi si riferisce esclusivamente al generale o è confuso o, in alternativa, vuole confondere, in ogni caso meglio diffidare.

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Consideratelo, se vi pare, un resumè del “campionato” 2009/2010 dell’editoria nostrana e dintorni.

PS: Il bilancio del Manifesto è stato pubblicato il 18 luglio scorso, ringrazio ancora una volta gli amici che lavorano nel quotidiano per avermelo inviato in forma da poterlo ripubblicare in questi spazi.

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In Blog we Trust

I blog sembrano essere diventati l’ultima scialuppa di salvataggio delle versioni on line dei principali quotidiani on line.

Il fenomeno, come sempre più frequentemente avviene, pare essere di carattere internazionale.

Dopo le iniziative del NYTimes e del Guardian, tra i media di fama internazionale, si aggiunge El Pais che, secondo quanto segnalato da Periodistas 21 dell’ottimo Juan Varela, scommette sui blog per rilanciare il processo di convergenza editoriale del << periodico global en español  >> di Madrid.

Negli ultimi giorni, infatti, El Pais ha inaugurato tre nuovi blog, tra i quali va segnalato, per chi si occupa a vario titolo di editoria e media, l’interessantissimo Estrategia Digital.

La tendenza non pare essere appannaggio solo dei quotidiani esteri ed anche in Italia vi è una fervente attività al riguardo. Tra tutti il giornale torinese pare essere il più attivo con la recentissima inaugurazione di una sezione dedicata al meglio della blogosfera internazionale grazie alla collaborazione con Global Voices.

Il fenomeno ha già creato l’ennesimo neologismo ed i Journoggers, questo il termine coniato per definire i giornalisti – blogger, sono ormai un fenomeno relativamente diffuso anche nel nostro paese.

Si tratta di iniziative ancora in una fase sperimentale di difficile comprensione a tromboni ed indossatrici di pailletes.

Personalmente non posso che augurarmi che non si tratti di una moda passeggera, di un tentativo, ma che si possa finalmente contare su una schiera di giornalisti d’avanguardia in grado di comprendere e dialogare con le fasce più evolute dell’utenza on line.

Per completezza di visione, vale la pena di segnalare quanto affermato di recente da Biz Stone, uno dei fondatori di Twitter, che, giustamente, pare ricordi come “ I media sociali sono paragonabili a quelli tradizionali: la credibilità è la chiave”.

Dimenticarsene sposterebbe l’asse del ragionamento da “in blog we trust” a “in blog we hope”, le conseguenze per le versioni on line dei quotidiani potrebbero essere davvero catastrofiche in tal caso.

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