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Newsgames [e censura]

I newsgames e gli editorial games associano la trasmissione di notizie e informazioni a un format, che consenta di coinvolgere l’utenza in un modo attualmente inibito dalle tecniche classiche finora utilizzate. Il gioco soddisfa motivazioni sociali, coinvolge, crea un senso di comunità spingendo alla condivisione dei contenuti e aumenta la permanenza, il tempo sul sito del quotidiano online qualora fosse allocato in tale spazio al pari di altri formati multimediali di diffusione delle notizie.

Lontani dall’essere impenetrabili come sono spesso tutt’oggi i quotidiani, attraverso il gioco si possono disegnare esperienze “friendly user” accessibili a tutte le fasce d’età utilizzando il tipo adatto all’utenza ed all’informazione da trasmettere. Sono modalità che hanno già trovato ampio impiego in altri settori per i quali l’efficacia è stata ampiamente dimostrata.

Nati come media da utilizzare “one shot” per avvenimenti di portata planetaria, attualmente presentano limitazioni legate a costi e tempi di sviluppo rispetto ai quali sono stati creati specifici progetti di ricerca che consentano di sorpassare questi ostacoli.

Game the News è un portale interamente dedicato, come dice il nome stesso, ai giochi come media per trasferire informazioni, notizie, siano esse relative a temi economici, scientifici o socio-politici che recentemente ha creato Endgame Syria  esplorazione interattiva della guerra civile in corso, che mette il giocatore, le persone in grado di fare le scelte per vincere la pace e la guerra.

Endgame Syria è una libera esplorazione interattiva degli avvenimenti in corso in Siria oggi. Si tratta di una notizia-gioco, una simulazione che utilizza l’interattività consentendo di esplorare un mondo vero e proprio legato a questi tragici eventi che la nazione sta vivendo.

Sviluppato in circa due settimane, il gioco permette agli utenti di esplorare le possibilità di cui dispongono i ribelli siriani simulando il conflitto al suo finale [di partita]. Ogni scelta che l’utente fa ha delle conseguenze: i tipi di unità militari che può distribuire, i percorsi politici che si sceglie di adottare. Non solo ogni scelta impatta la situazione attuale, ma le scelte possono incidere sull’esito finale. Gli utenti possono giocare e riprodurre gli eventi per vedere come scelte diverse sul terreno potrebbero portare a risultati diversi.

Endgame Syria può essere giocato direttamente nella sua versione html in rete e sono state realizzate anche le versioni per smartphones e tablet sia android che iOS ma purtroppo la versione per gli utilizzatori di un device Apple non è disponibile poichè l’azienda di Cupertino, secondo quanto riporta «The Guardian», non ha “approvato ” il gioco per i suoi contenuti politici. Una cattiva pratica che non è una novità per l’azienda in questione che già in passato aveva adottato simili comportamenti di censura davvero deprecabili.

Endgame Syria

Update del 12.01: Grazie alla segnalazione di Arianna Ciccone scopro che poche ore dopo la pubblicazione di questo articolo sul «The Guardian» propone “News as games: immoral or the future of interactive journalism?” tema e conclusioni molto vicine, decisamente in sintonia con quanto affermato dal sottoscritto in questi spazi con l’ultimo paragrafo che conclude: “Fundamentally, newgames represent a means of sharing information via a format that huge numbers of people are engaged with; it is not unwise and frivolous to explore those possibilities, it seems unwise and frivolous not to”, come appunto viene detto nel primo paragrafo di questo articolo.

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Online Storytelling e Long Form Journalism

Molto spesso si afferma che la lettura online è veloce e che dunque gli articoli devono necessariamente essere brevi. Affermazione che probabilmente nasce da una confusione che non è solo di linguaggio tra veloce e distratta, tra disinteressata [nel senso di non interessata, non interessante] e coinvolta.

«The New York Times» [di]mostra invece cosa è possibile fare per rendere più coinvolgente l’esperienza di lettura online.

E’ online da ieri “Snow Fall”, storia di una terribile valanga sulle Cascade Mountains vicino a Washington che a tutta pagina, con un layout essenziale e pulito graficamente, fonde testo, immagini, video, mappe interattive ed altri elementi grafici che si rinnovano mentre si procede nella lettura rendendola un’esperienza davvero coinvolgente e consentendo alle persone di approfondire, se desiderato, rispetto a quanto riportato nel testo.

Approccio replicato concettualmente, seppure con una minor pulizia grafica, nell’articolo, gran pezzo di giornalismo investigativo, su come Wall Mart abbia effettuato pratiche scorrette e corrotto per entrare con i propri punti vendita in Messico.

Articoli  che in entrambi i casi vanno ben oltre le 10mila battute la cui realizzazione, sia sotto il profilo di utilizzo delle tecnologie disponibile che per quanto riguarda la filosofia, l’approccio concettuale, vengono spiegate da Steve Duenes, Graphics Director, e Andrew Kueneman, Digital Design, che hanno lavorato ad entrambi i progetti, in una loro intervista concessa al «The Atlantic».

Snow Fall

Modalità che starebbe per approdare anche in Italia secondo quanto riporta «Italia Oggi» che racconta dell’uscita ormai prossima di Marco Alfieri, firma economia di «La Stampa» dal quotidiano piemontese che lo porterebbe a «Linkiesta» a guidare, appunto, una nuova iniziativa, che dovrebbe chiamarsi “Linkbook”, che a regime dovrebbe editare tra le 3 e le 4 inchieste settimanali con approfondimenti su temi diversi ciascuno della lunghezza di 20 – 30mila battute al cui interno saranno presenti contributi video e un percorso interattivo di informazione.

L’immagine sottostante mostra la differenza tra un articolo “normale” e quanto realizzato dal NYTimes con “Snow Fall”

Il problema non è che le persone sono distratte, il problema è che evidentemente la maggioranza dei giornali non è in grado di interessarle, di coinvolgerle.

nyt-articles-comparison

Al momento della redazione di questo articolo, se voleste approfondire ulteriormente, ne scrivono anche The Economist, Poynter, FishbowlNY e Gawker

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Live Blogging: Content Curation & Coinvolgimento del Lettore

Una ricerca svolta del dipartimento di giornalismo della City University of London, che ha analizzato la produzione, la forma e il contenuto di 146 liveblogs pubblicati tra l’aprile 2011 e il giugno 2011 sul sito del «The Guardian», mostra che  tempi di lettura dei live blogs hanno prestazioni decisamente superiori rispetto ai classici elementi statici quali una foto gallery o un articolo, con minuti spesi in pagina di gran lunga maggiori rispetto alle altre due categorie, più tradizionali, prese in considerazione.

Le implicazioni sono sia giornalistiche che economiche.

Ne parlo quest’oggi nella mia rubrica settimanale per l’European Journalism Observatory. Buona lettura.

Da leggere, sempre basati, anche, sui risultati dello studio, “Readers like it live and the beautification of news” pubblicato sul sito di International Journalism Festival 2013 e “Why liveblogs outperform other online news formats by up to 300%” pubblicato da Journalism UK.

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Condivisioni Quotidiane

«Un paese più informato è un paese più democratico» è una piattaforma, creata da Cemit DS, in cui si trovano aggregati tutti i tweet italiani contenenti il link ad uno dei principali quotidiani online.

Il layout mette in evidenza una rappresentazione grafica del numero di condivisioni di ogni quotidiano, negli ultimi sette giorni e in totale. Il grafico rappresenta visivamente quale dei quotidiani è più condiviso. Nella colonna a sinistra è invece possibile visualizzare le condivisioni  del singolo quotidiano evidenziando chi ha condiviso cosa su Twitter.  Selezionando il singolo quotidiano è inoltre possibile vedere chi ha condiviso cosa su Twitter.

Viene  visualizzata l’analisi degli ultimi 7 giorni e totale [dal 21/10, giorno in cui è iniziata la rilevazione], opzione che è possibile selezionare dalle linguette in alto. Dalle linguette in basso invece si possono selezionare due variabili: il numero di utenti a tweettare e il numero di tweet totali, la differenza in questo caso è rappresentata dal numero di utenti unici e quellli, invece, che fanno più di un tweet.

Iniziativa utile e interessante, anche per i presupposti su cui si fonda di promuovere l’informazione come strumento di una democrazia sana, argomento “caldo” di questi giorni. Bravi.

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Soluzioni all’Obsolescenza della Carta

Tutti i giornali italiani ieri sono usciti con una prima pagina che era vecchia, obsoleta. Mentre in Rete, ma anche in televisione ed alla radio, la vittoria di Obama era ormai notizia nota, i quotidiani del nostro Paese uscivano con titoli incerti sul risultato delle presidenziali statunitensi. Ne parla Marco Pratellesi che sintetizza ottimamente la situzione in “Obama, la stampa, la rete e un sistema che invecchia senza cambiare”.

Situazione che si è verificata in tutta Europa poichè la differenza di fuso orario non ha consentito di uscire con quella che indubbiamente era LA notizia del giorno. In realtà, spulciando tra le diverse testate europee si scopre che alcuni quotidiani sono riusciti ad arrivare ai loro lettori con un giornale che fosse aggiornato. E’ il caso del «The Guardian» che citavo ieri ma anche, per restare in Gran Bretagna, del «The Times» ai quali si aggiungono il tedesco «Bild», l’olandese «Het Parol», il belga – in lingua fiamminga – «DM Morgen», lo spagnolo «La Vanguardia» e la brillante prima pagina dello svizzero – in lingua tedesca «Aargauer Zeitung» [di]mostrando che con un’adeguata organizzazione delle redazioni è possibile, a parità di condizione per quanto riguarda la filiera distributiva, arrivare in edicola con un prodotto fresco, aggiornato.

 

                                                                                                                                  Un’organizzazione, una struttura organizzativa aziendale deve essere adattata, adatta, al mercato in cui l’impresa opera, si tratta di un fatto noto che le differenze tra i 7 quotidiani europei succitati ed “il resto del mondo” evidenzia con chiarezza.

Una soluzione complementare arriva dall’esempio del quotidiano sportivo belga «DH Le Sports».  Il quotidiano francofono ha infatti adottato una brillante soluzione: quella di utilizzare un QR code che collocato in prima pagina sul viso del candidato forniva al lettore la possibilità di conoscere in tempo reale il vincitore delle elezioni.

Se sin ora l’utilizzo degli “action code” era stato prevalentemente in ambito pubblicitario, il caso del giornale belga conferma come questi possano essere utilizzati in ambito giornalistico offrendo sia la possibilità di mostrare contenuti aggiuntivi che sulla carta non trovano spazio che, come in quest’occasione, per offrire alle persone un’esperienza di lettura ed una velocità di aggiornamento che la carta di per se stessa non è in grado di offrire.

Il futuro della carta è ibrido.

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Gli [In]Successi dell’Huffington Post

Pare che anche le “macchine da guerra” talvolta si inceppino. E’ questo il caso dell’Huffington Post nell’ultimo mese che qualcuno ha prontamente ribattezzato ironicamente Huffington Flop. Procediamo con ordine.

Nella mia colonna settimanale per l’Osservatorio europeo di giornalismo, partendo da un’analisi [*] dell’amplificazione sociale prodotta dagli utenti, dalle persone, attraverso i social network degli articoli pubblicati tra il 25 settembre [giorno del lancio] ed il 25 ottobre dal quotidiano online diretto da Lucia Annunziata, incrociando altri dati, provo ad analizzare l’andamento di L’Huffington Post Italia un mese dopo. Emerge, lo anticipo, uno sboom di engagement e circulation che, nonostante un mese sia un periodo ridotto per valutare il successo, o meno, di un’iniziativa, certamente non pare in linea con gli ambiziosi obiettivi dichiarati al lancio.

Se per caso non siete tra coloro che hanno già letto ieri l’articolo [#] lo trovate QUI.

Sempre un mese fa Huffington Post US ha lanciato una piattaforma di user generated reporting. Firsthand, questo il nome dato all’iniziativa di giornalismo partecipativo, dovrebbe favorire l’engagement delle diverse comunità a livello locale consentendo loro di condividere idee ed immagini sulla prpria realtà.

Secondo quanto dichiarato da Peter Goodman, business editor dell’ Huffington Post, Firsthand dovrebbe permettere di conoscere notizie, informazioni sulle diverse realtà locali che altrimenti non emergerebbero, utilizzando le comunità per integrare il lavoro giornalistico della testata. Come nella “filosofia” aziendale, pur non trattandosi di opinioni ma di notizie, ugualmente non è prevista l’ipotesi di compensare, almeno in parte, il lavoro svolto con sistemi di revenue sharing.

L’abuso della parola community vorrebbe alleggerire la subordinazione delle audience e la primazia delle formule redazionali adottate, copia conforme dei modelli gerarchici delle aziende patrocinatrici, un trucco troppo evidente per convincere sugli obiettivi dichiarati, ed infatti ad oggi sono solamente 24 le storie pubblicate e il livello di partecipazione, almeno vedendo la scarsità di commenti alle, poche, storie caricate sulla piattaforma, è davvero ai minimi livelli.

Infine, sempre Huffington Post US ha lanciato la scorsa settimana l’applicazione di HuffPost Live, streaming video network attivo da agosto di quest’anno. Subito dopo due ex dell’Huffington Post, Ken Lerer and Eric Hippeau, hanno lanciato NowThis News, applicazione concorrente che però pare avere un numero di opzioni e caratteristiche decisamente più interessanti che, a parità di condizione, dovrebbero consentire un maggior successo rispetto a quella realizzata dalla corazzata capitanata da Arianna Huffington.

Se, come recita il detto, non c’è il due senza il tre sarebbe davvero un periodo di insuccessi per la media company staunitense.

[*] I dati analitici delle condivisioni giornaliere di HuffPost Italia sono disponibili su richiesta.

[#] L’articolo è stato “ripreso” da Affari Italiani – QUI – in maniera che mi pare poco corretta poichè:

a) Non è stata chiesta autorizzazione nè al sottoscritto nè a EJO

b) Sono stati rimossi i link – che sono parte dell’articolo e ne danno senso

c) E’ stato cambiato il titolo  [update: nel silenzio è stato messo il titolo originale, ora]

d) Sono state rimosse le immagini – che, come al punto b, non sono decorative ma aiutano il lettore a comprendere

e) L’articolo è stato ripreso integralmente.

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Il Futuro è Ibrido

Mutuando l’idea, il concetto, da quello automobilistico di veicoli a propulsione ibrida, dunque con due sistemi di spinta complementari, ho deciso di titolare il mio intervento di domani 30 ottobre al convegno dell’ANES, Associazione Nazionale Editoria Periodica Specializzata, “Il Futuro è Ibrido”.

Intervento nel quale parlerò delle opportunità offerte dalla convergenza e dalla crossmedialità anche attraverso esempi concreti di come l’utilizzo dei QR codes, che mi è piaciuto definire “action codes“, della realtà aumentata, e di altre soluzioni possano creare valore aggiunto per le pubblicazioni cartacee.

Tenendo conto che, come sempre avviene, sono un punto di appoggio al ragionamento, qui sotto trovate le slide.

Sempre in tema, si consiglia la lettura di “The World Is Not Enough: Google and the Future of Augmented Reality”

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In Memoria della Pubblicità

Durante la prima settimana di questo mese si è tenuta a New York la Advertising Week, 5 giornate con 200 eventi per discutere, confrontarsi sulle tendenze del marketing e della comunicazione pubblicitaria.

Nella prima giornata una sessione è stata dedicata al funerale della pubblicità. Prendetevi in questa domenica autunnale mezz’ora di tempo per vedere il video di “In Memory of Advertising”, provocazione con tanto di coro gospel del chief commercial officer di JWT Nord America che in maniera tanto pungente quanto efficace spiega perchè la pubblicità – tradizionale – è morta.

Generale scarsa capacità di coinvolgimento con linguaggi e modalità di porgere arcaici, anche per quanto riguarda l’advertising online, che non si sono ancora adattati ed evoluti alla comunicazione digitale quale, ad esempio, l’imperversare di  banner sempre più invasivi che sono la mera trasposizione digitale di vecchi schemi di comunicazione che, appunto, sono morti.

Alla visione del video suggerisco di abbinare la lezione di Alberto Abruzzese, professore ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi e direttore dell`istituto di comunicazione presso l`Università IULM di Milano, su nuovi media e nuovi linguaggi.

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I 10 Anni che Hanno Sconvolto il Settore dei Media

Il Reuters Institute for the Study of Journalism ha pubblicato giovedì 11 ottobre scorso “Ten Years that Shook the Media World”, analisi, come lascia intuire il titolo, dello tzunami che ha attraversato i media negli ultimi dieci anni, dell’impatto dei cambiamenti e delle prospettive future.

Il rapporto, scritto da Rasmus Kleis Nielsen, ricercatore post dottorando di RISJ, finanziato da The Open Society Foundations di Soros, analizza come i media di sei nazioni occidentali: Finlandia, Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna & USA, e due Paesi delle economie emergenti, Brasile ed India, hanno affrontato le enormi trasformazioni dell’ultima decade.

Lo studio, in 75 pagine, dopo la consueta introduzione, si articola in due filoni principali:

  • Le grandi domande sul futuro dei media, quali la frammentazione e la fine delle audience massificate, se sia effettivamente la Rete ad aver ucciso i giornali tradizionali di carta e se vi sia in atto “un’americanizzazione” del sistema mediatico mondiale
  • I grandi trend sull’uso dei media, sul mercato dei media e le prospettive economiche nonché sulle politiche adottate dai media nel periodo considerato.

I risultati del rapporto nel complesso evidenziano come nonostante le trasformazioni, i profondi cambiamenti avvenuti, ed in corso, le imprese dell’industria dell’informazione tradizionale, sia televisiva che della stampa, rimangano assolutamente centrali nell’attuale – nuovo – ecosistema informativo. In tutti e 8 i Paesi presi in considerazione le organizzazioni tradizionali continuano ad attirare un numero superiore di persone rispetto ad ogni altro tipo d’impresa dei media. Una conferma importante del valore dei newsbrand.

La crescente quantità d’informazione disponibile viene ritenuta elemento di arricchimento poiché in base a “provision”, quantità appunto di informazione fornita, “diversity”, eterogeneità e molteplicità delle fonti d’informazione e “reach”, quantità di persone raggiunte dall’informazione, l’incremento è un fattore positivo per la società e la democrazia. Tema che necessita di maggior approfondimento a mio avviso.

Crescendo che però ha un risvolto di forte incremento della competitività come sottolinea Massimo Russo, Content Manager del gruppo editoriale Espresso-Repubblica, che spiega: “operiamo in un mondo dove tutti – non solo l’industria dell’informazione – combattono per un solo obiettivo: catturare l’attenzione delle persone. E questa attenzione nella vita quotidiana è una risorsa scarsa”. Aspetto che inevitabilmente porta ad una frammentazione maggiore dell’audience e, come noto, erode la capacità di vendere spazi pubblicitari basandosi su un pubblico stabilmente rilevante in termini numerici.

Il rapporto continua spiegando che, pur non essendo facile isolare in termini di tendenza complessiva l’importanza di una singola entità, dei giornali cartacei nello specifico, al momento, contrariamente ai numerosi proclami [pour cause?] sul tema, a cominciare dalla famosissima ultima pagina del NYTimes, che by the way avrebbe dovuto essere nel 2013, le evidenze dello studio confermano che le media companies continuano e continueranno ad avere un ruolo centrale.

Al tasso annuale di decremento delle vendite di giornali cartacei in Finlandia ci vorranno 70 anni ed in Francia 20 prima di arrivare all’attuale livello di vendite di quotidiani in Italia dice lo studio, evidenziando, al di là di ogni altra possibile considerazione, il grave problema di media education, o forse più semplicemente di education tout court, del nostro Paese.

L’impatto di Internet dipende esclusivamente dall’attuale, e futuro, modello di business di ciascun singolo giornale, non da altro. Come emerso anche dalla ricerca di Enrico Finzi – AstraRicerche su gli internauti italiani e le news il modello prevalente è “e e” e non “aut aut”, i nuovi mezzi si affiancano ai vecchi, in buona parte, non li sostituiscono.

Insomma, Internet non ha ucciso i giornali e la questione è stata abbondantemente sovrastimata, analizzando l’utilizzo dei media nel mondo si rileva chiaramente come i vecchi ed i “new media” coesistano, sono più le attuali fasi cicliche di stagnazione e/o recessione dell’economia ad avere un impatto sui ricavi dell’industria dell’informazione che non la crescita della Rete. Quello che è avvenuto è che alcune forme di comunicazione pubblicitaria sul Web hanno distolto investimenti pubblicitari dai giornali – di carta – che erano cresciuti nell’illusione della loro permanenza continua.

Il rapporto, che per l’ennesima volta consiglio di leggere integralmente dedicandogli la dovuta attenzione, conclude argomentando che nella fase attuale siamo all’inizio della fase di trasformazione non alla sua fine e che attualmente siamo tanto lontano dalla rivoluzione di Internet quanto lo eravamo nel 1500 dalla rivoluzione della stampa. Per quanto mi riguarda sono sicuro che ci divertiremo, professionalmente parlando.

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Sorpresa! La Pubblicità su Internet Cala

Kantar Media ha rilasciato all’inizio di questa settimana la situazione degli investimenti pubblicitari negli Stati Uniti aggiornata a giugno.

Secondo quanto riportato per la prima volta il valore degli investimenti pubblicitari sul Web cala del 5,4% nel secondo trimestre e, complessivamente, del 3,9% nel periodo gennaio – giugno 2012.

Se, come spiega la nota di commento, si tratta solo della pubblicità display [banners & co], e sono dunque esclusi sia la search che gli investimenti in advertising su Internet in mobilità, in forte sviluppo come noto, è certamente un indicatore del calo del valore mediamente riconosciuto per CPM  e della inefficacia  delle attuali forme e formati adottati per l’advertising online.

Viene spesso ritenuto che i fenomeni negli Stati Uniti siano anticipatori di un lustro rispetto alle dinamiche che si verificano nel nostro Paese. Tesi che complessivamente non mi trova d’accordo poichè ho avuto modo di verificare a più riprese che molto spesso in realtà molti dei fenomeni che si verificano dall’altra parte dell’oceano non hanno mai luogo in Italia. Se comunque così fosse in questo caso, vista la globalizzazione, anche in termini di mercato, della Rete, sarà bene tenerne conto.

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