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Incubatori

Il «The New York Times» ha annunciato pochi giorni fa la creazione di TimeSpace incubatore per start-up nel mondo dei media.

Chi ha un’idea o un’impresa nascente nell’ambito dei media e della multimedialità, mobile, social, video, tecnologia pubblicitaria, analisi, e-commerce o altro, avrà la possibilità di trascorrere quattro mesi negli uffici del quartier generale del quotidiano statunitense lavorando a contatto con chi si occupa di digitale all’interno del giornale, mostrando loro la demo di prodotto ed imparando da quella che la Direttrice, Jill Abramson, ha deciso debba essere la miglior redazione digitale del pianeta

Il perchè lo spiegano senza mezzi termini nello spazio dedicato al progetto: “Il New York Times, ed i media in generale, sono nel bel mezzo di cambiamenti senza precedenti. Il nostro obiettivo centrale rimane quella di migliorare la società, creando, raccogliendo e distribuendo notizie di alta qualità e di informazione. Vogliamo spingere noi stessi e spingere gli altri a trovare il modo migliore per farlo, e siamo convinti che TimeSpace può essere una parte di questo processo”.

Si tratta insomma di un’iniziativa che apporta benefici ad entrambi, con il giornale che potrà raccogliere e valutare idee fresche e innovative ed i neo imprenditori che potranno certamente avere un ritorno positivo dal contatto professionale con l’expertise di uno dei più importanti quotidiani al mondo che magari potrebbe decidere anche di partecipare finanziariamente alla loro proposta.

Una modalità attraverso la quale, finalmente, il crowdsourcing non è più un processo top down che apporta benefici a solo una delle parti, l’impresa. Un’idea che visti i tempi farebbero bene ad imitare anche i giornali italiani.

Time Space

Idea che, oltre alla modesta opinione del sottoscritto, viene sposata anche da Anthony De Rosa, Social Media Editor per Reuters, che infatti la suggerisce, in poco più di tre minuti, nella video intervista sottostante.

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La Guerra del Sofà

A partire dalla seconda metà del ‘900 il numero di ore trascorse davanti al televisore dalla popolazione mondiale è aumentato ogni anno, fino a raggiungere il trilione. Nel 2009 per la prima volta la crescita si è interrotta e si è registrato un decremento per opera delle generazioni più giovani, che hanno ridotto il tempo trascorso in modo passivo a guardare quello che scorre sullo schermo e sono passate ai nuovi media interattivi.

Ora, da un lato si assiste a modalità diverse di guardare la televisione, come il sistema di rilevazione extended screen, che presto verrà introdotto anche in Italia da Auditel testimonia,  mentre dall’altro lato, la visione della televisone diviene abbinata ad un secondo schermo, sia esso un tablet o uno smartphone, sul quale vengono svolte attività complementari alla visione del programma, dando luogo a quella che viene definita social TV, o, sempre più spesso, ad attività alternative a quanto in programmazione, il cosiddetto multitasking.

Se nel caso della social TV questo apre opportunità di amplificazione dell’audience e di relazione ed interazione avanzata con le persone attraverso le reti sociali, le attività alternative, il multitasking amplia lo scenario in quella che già da tempo, tra gli altri «The New York Times» definisce “the sofa war”, la guerra che è trasversale a tutti i media. Fattori che anche il rapporto “Adspend Forecast” di Zenith Optimedia conferma ulteriormente spingendomi a parlare di comunicazione “schermo centrica”.

L’analisi pubblicata da Nielsen ieri sull’utilizzo di tablet e smartphones durante la visione della televisione ne conferma la portata anche per quanto riguarda il nostro Paese. Sulla base dei dati riportati,  il 62% dei possessori di tablet almeno più volte al mese [29% almeno una volta al giorno] svolge un’altra attività mentre, teoricamente, guarda la TV, percentuale che cala di poco, passando al 58% per quanto riguarda coloro che possiedono uno smartphone.

Si tratta di una varietà di attività che vengono svolte sia durante i break pubblicitari, minando ulteriormente l’efficacia degli spot, o rendendoli più costosi a parità di efficacia, e dunque meno efficienti, sia durante la visione dei programmi, generando nuove modalità di fruizione dell’informazione, sia essa direttamente attinente ai contenuti del programma e/o dei prodotti-marchi citati.

Oltre ad una questione di attenzione e del suo valore, pone sempre più concretamente la possibilità di uno spostamento degli investimenti pubblicitari su mobile che potrebbe ulteriormente deprimere la situazione attuale, a dir poco traballante.

Per quando attiene direttamente la televisione, la rivoluzione digitale scardina principi ed accordi esistenti tra proprietari dei diritti televisivi e “rivenditori” basati su termini vantaggiosi per entrambi trasformando lo scenario in una guerra di tutti contro tutti. Scenario che nel nuovo mondo cross mediale e multipiattaforma si amplia ed amplifica ulteriormente.

La guerra del sofà è iniziata davvero.

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La Battaglia per la Network Economy

Oggi, più che in qualunque altro momento nella storia del web, le grandi corporation internazionali si scontrano per consolidare il loro potere ed assumere i punti chiave di controllo.

La Mappa realizzata ne illustra egregiamente i diversi terreni di scontro, offrendo interessanti approfondimenti grazie all’interattività, in una sorta di risiko multimediale che attraversa ogni ambito ed aspetto del web 2.0, dai social network all’ e – commerce , passando per la comunicazione pubblicitaria e le infrastrutture.

Spettacolare e piena di spunti di riflessione.

- clicca per accedere alla mappa interattiva -

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Come Produrre Notizie “Smart” per il Telefonino

A margine dell’articolo pubblicato ieri relativamente alla “bocciatura” dei siti web per mobile dei quotidiani e delle applicazioni per smartphones realizzate allo scopo, nei commenti su friendfeed, si è mescolato stupore rispetto ad una inadeguatezza che pare scontata per chi vive la rete con intensità e frequenza.

Nella stessa giornata, l’eccellente Monday Note, ha toccato lo stesso argomento arricchendolo da una prospettiva diversa e contribuendo a comprendere l’ovvio, quello che, come spesso avviene, si ha dinnanzi eppure non si vede.

Nell’articolo vengono portati avanti due possibili spiegazioni sulla realtà delle applicazioni per le notizie su smartphones.

La prima è che non saranno mai “ricche” come quelle per l’accesso ai contenuti da pc poiché rispondo ad un bisogno diverso. Frédéric Filloux sostiene che la lettura da telefonino risponde ad una esigenza molto più vicina a quella della lettura tradizionale su carta, senza le “distrazioni” che l’ipertesto, con rimandi ed approfondimenti esterni, genera. Nella sua visione il web avrebbe una funzione sociale mentre il telefonino sarebbe più orientato alla lettura in quanto tale.

Filloux, inoltre, sostiene che la semplicità delle applicazioni deriverebbe dall’essere frutto del lavoro di tecnici e che un miglioramento in tal senso si può ottenere solamente nel momento in cui saranno invece i giornalisti e l’area della redazione [che dovrà sviluppare competenze in tal senso] a dedicarsi a quest’ambito.

Sono considerazioni che, da un lato, confermano la complementarietà dei diversi mezzi e, dall’altro lato, rappresentano una sfida che anche nella mia esperienza rappresenta molto spesso una difficoltà oggettiva allo sviluppo, all’innovazione, all’interno delle imprese: la difficoltà reciproca di comunicazione tra reparti, funzioni, aziendali, con particolare riferimento al conflittuale rapporto tra tecnici che sviluppano un prodotto [in questo caso le app per telefonini di ultima generazione] e chi poi veicola, valorizza, questo lavoro presso l’utenza finale.

La sfida su questo fronte, in ambito editoriale come negli altri settori, è aperta da sempre.

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Notizie Poco “Smart” sul Telefonino

Massimo Mantellini riprende i dati Nielesen & comScore sulla penetrazione degli “smatphones” che mostrano come l’Italia sia la nazione come la maggior penetrazione di questo tipo di supporti. Nonostante la leadership in quest’ambito parla di paradosso cellulare esprimendo dubbi sulla positività di questi dati, che in questo spazio, con specifico riferimento alla letture di notizie, sono stati segnalati più volte.

L’Università del Colorado ha pubblicato recentemente i risultati di una ricerca proprio in riferimento alla lettura delle notizie da cellulare ed alle applicazioni realizzate da diversi giornali..

Colorado’s Digital Media Test Kitchen, questo il titolo della desk research condotta nel maggio 2010, ha valutato e comparato le applicazioni ed i siti web per mobile di numerosi quotidiani statunitensi ed inglesi quali quelli di: CNN, USA Today, the New York Times, Associated Press, MSNBC, The Guardian, Politico, The Huffington Post e molti altri ancora.

- clicca per ingrandire -

Il risultato è davvero senza appello. Basso livello di interattività e scarsa propensione all’innovazione è il giudizio complessivo che emerge dai risultati della ricerca che giudica quanto realizzato sin ora estremamente basico, poiché non incoraggia interattività, personalizzazione nè creatività da parte degli editori esaminati.

Le raccomandazioni conclusive del rapporto, suggeriscono tre punti fondamentali:

  • Migliorare l’interattività
  • Creare nuovi contenuti esclusivi per le notizie in mobilità
  • Richiedere e facilitare la partecipazione ed i contributi dell’utenza.

Sono aspetti che con il passare del tempo divengono sempre più cruciali.

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Realtà Aumentata & Convergenza Editoriale

La realtà aumentata è la sovrapposizione di livelli informativi [elementi virtuali e multimediali, dati geolocalizzati, ecc.] all’esperienza reale di tutti i giorni.

Il Süddeutsche Zeitung Magazin diventa la prima pubblicazione editoriale di massa a sfruttare la realtà aumentata.

Come mostra il video,  con l’utilizzo di uno smartphone [ed un’applicazione dedicata liberamente scaricabile] la rivista di carta “si anima” dando vita ad un’arricchimento di informazioni e di sensazioni  davvero straordinario.

Tra tutte le proposte sin ora sperimentate mi pare assolutamente la più convincente ed interessante sia per i contenuti informativi che per le proposte di comunicazione pubblicitaria.

Il primo pilastro per il processo di convergenza dell’editoria è stato piantato, non ho dubbi.

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El Pais Plus

Dalla scorsa settimana è disponibile il servizio per cellulari e smartphones El Pais Plus, che consente di avere oltre alle principali notizie della giornata anche contenuti esclusivi resi disponibili ad hoc per i sottoscrittori di questa proposta.

Inizialmente solo i clienti Vodafone potranno usufruirne mentre successivamente anche gli altri operatori telefonici saranno abilitati. Per il primo mese sarà possibile effettuare una prova gratuita ed in seguito verrà richiesto un pagamento di 1,5 € alla settimana.

Il modello di business si avvicina molto a quello al quale starebbe pensando da tempo anche il quotidiano anglosassone Guardian che pare stia valutando, appunto, la creazione di un club, di uno spazio esclusivo a pagamento, per i proprio lettori dove offrire contenuti premium attualmente non meglio specificati.

Valuto positivamente l’idea per la scelta di veicolare contenuti a pagamento sul telefono che mi pare la scelta più interessante e di maggior prospettiva sia per praticità che diffusione.

Non si può che apprezzare, infine, la coerenza del quotidiano in questione che dichiara di aver reso disponibile questo servizio: “Fiel a la filosofía de llegar a los ciudadanos a través de todo tipo de formatos y dispositivos” [*]. Filosofia che conferma come la carta non sia più la piattaforma di distribuzione esclusiva di una utenza che usa il web sia fisso che mobile per l’informazione di base e che, se integrata in un percorso di sviluppo strategico dell’impresa editoriale, sembrerebbe di prospettiva.

[*] Come sempre, se avete bisogno della traduzione chiedete e vi sarà dato.

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