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Ladies & Gentleman … il comunicato stampa

Esattamente una settimana fa Class Editori ha lanciato un nuovo mensile: “Ladies & Gentleman”.

La comunicazione al trade, ai punti vendita, ricevuta in qualità di giornalaio, mi aveva già commosso fin dal principio, con un testo che iniziava recitando: “Gentile Edicolante” [si, con la e maiuscola, fantastico!] ed un seguito che vi risparmio poiché fondamentalmente non molto diverso da altri già visti e riportati.

Il meglio, in termini di sostegno alla pubblicazione mensile, viene espresso nell’articolo – comunicato stampa – advertorial pubblicato su uno dei quotidiani del gruppo il giorno precedente all’uscita della rivista. Mi pare assolutamente opportuno riprendere i passaggi salienti di quello che è a tutti gli effetti un comunicato stampa per gli addetti ai lavori.

Ladies & Gentleman nasce dall’esperienza che Class Editori ha maturato negli anni portando al successo italiano ed internazionale Gentleman [….] Ladies & Gentleman è il primo giornale dedicato al mondo femminile che, senza falsi pudori né rivendicazioni da quote rosa, rende protagoniste le sue lettrici, un target selezionato, selettivo e ricercato ”.

Proseguendo ancora: “ Ladies & Gentleman è un giornale veloce, agile, pratico e ricco di informazioni ed emozioni, non la versione femminile di un maschile socio – politico né tanto meno un catalogo di tendenze improbabili. E’ invece un giornale bello da sfogliare, appassionato, che segue una strada nuova coraggiosa e positiva […..] ”

Per concludere: “ [….] Donne impegnate nel lavoro e nella vita privata, concentrate nella carriera personale e/o a sostenere il proprio uomo nella propria, così come le lettrici del giornale che rappresentano il target più alto, il più ambito dal mercato pubblicitario, con capacità di spesa propria e influenza diretta nelle decisioni d’acquisto dei loro uomini. Un target che Ladies & Gentleman raggiunge in modo capillare e miratissimo, grazie al sistema di vendita articolato messo appunto da Class Editori per garantire la massima efficacia nella diffusione [….] ”

Rofl

E’ una settimana che leggo e rileggo i passaggi riportati dell’articolo ed alterno stupore, ilarità e fastidio.

Della strabiliante capacità del quotidiano in questione di continuare a produrre redazionali promo pubblicitari vestendoli da articoli ho già parlato e non credo vi sia nulla d’aggiungere.

Pur confidando nella ottima capacità di analisi e critica di chi legge e commenta in questi spazi, segnalo, da un lato lo straordinario numero di aggettivi contenuti nel testo da me ripreso e, dall’altro, la straordinaria sequenza di affermazioni contraddittorie che vi sono contenute.

L’articolo – comunicato stampa – advertorial [insito!] riassume tutta l’incapacità, l’ingenuità e il conseguente – maldestro – tentativo di molti editori di vendere quel che è evidente non posseggano: capacità professionali – giornalistiche, lettori e competenza di marketing.

Dan Gillmor, nell’ articolo da me tradotto recentemente, parla, tra l’altro, di “rimpiazzare alcune espressioni orwelliane delle PR” ; quest’oggi, mio malgrado, siamo riusciti ad avere un esempio di a che cosa si riferisse esattamente.

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Correlazioni ed ipotesi di lavoro

La percezione attuale dei lettori nord americani sull’accuratezza e la credibilità delle notizie è crollata ai livelli più bassi dal 1985 ad oggi.

Il rapporto recentemente pubblicato da The Pew Research Center for the People and the Press non lascia dubbi al riguardo. Circa due terzi dei lettori ritiene che le storie, gli articoli pubblicati siano spesso inaccurati, inesatti o pretestuosamente faziosi, con il conseguente sensibile aumento di coloro che affermano di non considerare professionale giornalismo e giornali.

Press accuracy

Al tempo stesso, come noto, la stampa è il media che maggiormente risente della crisi degli investimenti pubblicitari con una calo continuo che ne ha dimezzato gli introiti nel tempo. La situazione complessiva dei giornali statunitensi è stata ottimamente sintetizzata recentemente grazie all’efficacissima infografica realizzata da Mint.

Restando nel mondo anglosassone, è notizia di oggi il fatto che in Gran Bretagna internet abbia superato persino la televisione [e perciò anche i giornali] in termini di introiti pubblicitari. Il Guardian, nell’articolo che riporta il dato sopracitato, conclude ricordando che in Europa già in Danimarca sei mesi fa era avvenuto lo stesso sorpasso anche se, evidentemente, le dimensioni delle due nazioni/mercati renda di maggior rilevanza quello odierno.

Non casualmente, Danimarca e UK sono i due stati a livello europeo dove minore è la fiducia nei media tradizionali e maggiore è invece quella riposta nella notizie on line, come riportava una ricerca di TNS di fine 2008. Se le marche, gli investitori pubblicitari, devono sempre più creare una relazione fiduciaria con “il target di riferimento” è evidente che vadano a ricercare [e ad effettuare investimenti in] contesti che favoriscono queste dinamiche invece di ostacolarle poiché non credibili come mezzi di comunicazione.

Sono elementi e dinamiche, delle quali ho avuto modo di parlare a più riprese nel tempo, assolutamente presenti anche nel nostro paese. Anche se da una prospettiva distinta, alcuni dati di ulteriore supporto sono stati forniti-ricordati non più tardi di ieri.

Trust the media

Il prezzo dell’informazione è legato strettamente al credito che i lettori le portano [cit.] è questa la vera trave nelle rotative dei giornali. Sotto il profilo dei contenuti e della redditività tutto il resto è, nella migliore delle ipotesi [o peggiore, a seconda dei punti di vista], colore e corollario.

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Le 11 cose che farei se dirigessi una organizzazione editoriale

Dan Gillmor ha redatto una lista di 11 punti che ho tradotto per facilitarne la lettura.

Si consiglia a baristi e muratori dell’ editoria di stamparsene diverse copie – in formato A3 o superiore – con le quali tappezzare l’ufficio così da averne sempre visione e ricordo.

Sono 11 preziosi consigli per orientarsi ed affrontare la situazione:

  • Non pubblicherei storie e commenti sulle commemorazioni [gli anniversari] se non in rarissime occasioni; poiché sono il rifugio di giornalisti pigri e senza immaginazione.

  • Inviterei la nostra utenza [i lettori] a partecipare con tutti i modi e gli strumenti possibili; crowdsourcing, blog dei lettori, wiki…etc. Chiarirei che non si tratta di lavoro gratuito – e lavorerei per creare un sistema di ricompensa che vada oltre la classica pacca sulla spalla – desiderando prima di ogni altra cosa promuovere un flusso multidirezionale di notizie nel quale l’utenza giochi un ruolo determinante

  • La trasparenza sarebbe un elemento chiave del giornalismo. Ogni articolo sulla stampa avrebbe un box che segnala a cosa il giornalista non è riuscito a rispondere. Qualunque fosse il media, il sito web conterrebbe un invito esplicito ai lettori a contribuire nel riempire le falle che esistono in ogni articolo.

  • Creerei un servizio on line, per coloro che volessero sottoscriverlo, per segnalare ai lettori gli errori da noi commessi dei quali ci siamo successivamente resi conto.

  • Farei della conversazione un elemento essenziale della nostra mission. In particolare:

    • Se fossimo un giornale locale, l’editoriale e la pagina d’apertura sarebbero dedicate al “meglio di”, e sarebbero di guida alla conversazione che la comunità stessa sta avendo on line, ospitata che sia dall’organizzazione editoriale stessa o meno.

    • Gli editoriali sarebbe presentati sotto forma di blog, così come le lettere all’editore.

    • Incoraggeremmo commenti e forum, in spazi soggetti a moderazione che (a) incoraggino l’utilizzo dei nomi reali (b) incoraggino [o costringano] l’educazione.

    • I commenti inseriti da persone che utilizzino il proprio nome reale sarebbero inseriti per primi.

  • Ci rifiuteremmo di fare stenografia e chiamarla giornalismo. Se una parte, una fazione, stesse mentendo lo diremmo, supportandolo con prove. Se verificassimo che una parte consistente della nostra comunità credesse in delle menzogne su fatti o persone, ci faremmo carico di far comprendere la vera verità.

  • Rimpiazzeremmo alcune espressioni Orwelliane delle PR, con parole ed espressioni più precise e neutrali. [seguono esemplificazioni nel testo originale di Gillmor].

  • Utilizzeremmo gli hyperlink in ogni maniera possibile. Il nostro sito web conterrebbe il maggior numero possibile di media della nostra comunità di appartenenza, sia geografica che di interesse. “Linkeremmo” ogni rilevante blog, foto, video, database ed ogni altro materiale che potessimo incontrare, utilizzando il nostro giudizio editoriale per evidenziare quelli che consideriamo i migliori per la nostra comunità. “Linkeremmo” liberamente il nostro lavoro giornalistico ad altre fonti e materiali rilevanti rispetto all’argomento di discussione, riconoscendo che non siamo oracoli ma guide.

  • I nostri archivi sarebbero liberamente consultabili, con link permanenti a quanto abbiamo pubblicato, con le API affinché altri possano utilizzare il nostro lavoro giornalistico in modi che noi non abbiamo considerato/immaginato.

  • La mission principale del nostro lavoro sarebbe quella di aiutare le persone della nostra comunità a divenire utilizzatori informati dei media e non consumatori passivi – a comprendere perchè e come possono farlo.

  • Non pubblicheremmo mai una lista di dieci punti. Esse sono il carburante di persone pigre e senza fantasia.

I consigli di Gillmor riprendono ed amplificano i concetti espressi nelle linee guida, nei principi, anch’essi tutti da leggere, che hanno costituito il fondamento, i pilastri, del progetto di Gillmor.

A scettici e conservatori sui consigli e principi enunciati da Gillmor, mi preme, infine, ricordare come si sia delineata – da tempo ormai – una situazione competitiva generale che mi piace definire da tapis roulant: se corri resti fermo, se resti fermo scivoli all’indietro. Il comparto editoriale, come è dinnanzi gli occhi di tutti, non fa eccezione ovviamente; non tenerne conto sarebbe l’ennesimo tragico errore.

Update: Sono stati redatti ieri Eleven More Things I’d Do if I Ran a News Organization – se qualcuno vollese prendersi cura di tradurli….[via]

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Il fatto selettivo

Dopo la campagna di preemption svolta ottimamente della quale avevo parlato a suo tempo, da domani sarà in edicola il nuovo quotidiano diretto da Antonio Padellaro.

“Il Fatto” sarà in vendita ad un prezzo di vendita di 1,20 € per sei giorni alla settimana [no lunedì] nel formato 31×45. Il quotidiano sarà distribuito da m-dis che ne curerà la diffusione, logistica e , pare, le attività promozionali in tutta Italia.

Gli abbonamenti percepiti effettivamente sono stati 27mila, dei quali 3mila hanno prenotato ma non pagato; di questi circa il 60% ha scelto la versione pdf da scaricare dal web. Probabilmente sia i 120 euro di risparmio [ 100 € vs. 220 della versione cartacea] che la promozione svolta fondamentalmente on line con l’Antefatto hanno inciso su questa dinamica.

Nella fase di lancio il quotidiano avrà una “diffusione mirata” in circa il 50% delle edicole [15mila su 37mila per l’esattezza] di aree selezionate. La tiratura dovrebbe aggirarsi intorno alle 85mila copie.

Visto che l’Emila R. dovrebbe essere coperta per intero mi riservo di tornare sull’argomento dopo aver visto fisicamente il quotidiano.

La politica di distribuzione selettiva e la campagna di comunicazione pre lancio svolta ne fanno un caso da seguire con attenzione nelle sue – speriamo – evoluzioni.

fiducia il fatto

Ovviamente al di là delle logiche distributive e promo-pubblicitarie, le firme – i giornalisti – ed il modello societario di finanziamento dell’iniziativa costituiscono ulteriore motivo di interesse e lettura del quotidiano che sulla carta [letteralmente] ha tutte le chance per ottenere ulteriori successi oltre a quelli già riscossi, fose, inaspettatamente in fase di pre lancio.

Si segnala, infine, che pare che Repubblica, La Stampa e L’Unità omettono – ad oggi – di parlare del nascente quotidiano. Anche questo costituisce un fatto selettivo.

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Son contento di morire ma mi dispiace

Tra giugno e luglio di quest’anno è stato effettuato da Oriella PR Network [network internazionale che raggruppa 15 agenzie di Pr in 20 paesi del mondo] un sondaggio che ha coinvolto 354 giornalisti di Belgio, Francia, Germania, Spagna, Svezia Olanda e Gran Bretagna per monitorare l’impatto della digitalizzazione dei media e della crisi sul giornalismo europeo.

La sintesi dell’indagine è stata diffusa non più tardi di venerdì scorso., Nonostante il nostro paese non sia rappresentato, i risultati sono d’interesse per chi è’ coinvolto, direttamente o indirettamente, rispetto al tema generale oggetto del survey on line.

Se fossi stato chiamato a dare il titolo della ricerca [European Digital Journalism Study – The digitalisation of media, the recession – and the impact on the PR industry] avrei scelto: Son contento di morire ma mi dispiace che, mi pare, sintetizzi quanto sembra emergere dai risultati.

Con la massima sintesi possibile, le principali evidenze raccolte e commenti:

La crisi degli investimenti pubblicitari è il fattore che maggiormente colpisce gli intervistati che in oltre il 50% dei casi riscontra cali superiori al 10%. Non viene fatto cenno delle diffusioni e dei lettori!

Per circa un terzo degli intervistati la crisi economica che sta attraversando i media tradizionali porterà ad una uscita dal mercato molte testate, con una punta del 75% in Gran Bretagna.

Oltre il 60% dei giornalisti del panel ritiene che la carta stampata si ridurrà sensibilmente in futuro, si arriva ai due terzi degli intervistati in Germania, Svezia e GB. Inoltre per il 54% dei casi si ritiene che la carenza di risorse economiche influenzerà negativamente la qualità del giornalismo.

Oltre la metà del campione [53%] ritiene che l’ on line sia ben lungi da essere un modello di business profittevole.

In circa il 60% dei casi la versione tradizionale [off line] mantiene l’audience maggiore. A conferma.

Oltre un terzo delle pubblicazioni ha un canale di comunicazione via twitter; Gran Bretagna al top con quasi il 70%.

Solo nel 16% dei casi i contenuti pubblicati on line sono originali, mentre per la maggioranza sono riproduzioni/adattamenti della versione tradizionale.

La natura del lavoro di giornalista è in evoluzione e come tutti i momenti di cambiamento presenta luci ed ombre nel vissuto e nella pratica dei giornalisti europei. Il Grafico di sintesi sottostante ne rivela gli aspetti salienti.

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L’approccio all’ on line ed ai social media continua ad essere prevalentemente di tipo tradizionale con la stragrande maggioranza dei casi nei quali la comunicazione e di tipo mono direzionale. In meno di un quarto dei casi si citano i blog/blogger che però vengono usati in oltre due terzi dei casi come fonte informativa. Anche twitter, che come sopra riportato, rappresenta il principale canale sociale di comunicazione è utilizzato come veicolo promozionale con i link agli articoli presenti nel sito e non come scambio di informazioni effettivo.

I giornalisti utilizzano [e vengono a loro richieste] le possibilità multimediali che il web offre ma oltre il 66% dei rispondenti non ha ricevuto alcuna formazione per la creazione di contenuti con i “new media”. Crollo del supporto formativo in Benelux, Spagna e Svezia con ben il 95% di autodidatti.

Sorprendentemente, stante il panorama di crisi economica e di cambiamento del ruolo, oltre il 40% dei rispondenti ritiene che la qualità del giornalismo sia migliorata e, complessivamente, l’84% si dichiara ugualmente contento o, addirittura, più contento del proprio lavoro.

Insomma, come dicevo in apertura, son contento di morire ma dispiace …. mi dispiace di morire ma son contento.

A margine si segnala infine che, come spesso avviene, non tutte le chiavi di lettura sono uguali.

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Rappresentazioni della notizia

Quando si dice che un’immagine comunica più d cento parole il più delle volte traduciamo mentalmente il concetto in maniera letterale pensando a foto ed a video dimenticandoci spesso dell’ esistenza dell’ infografica.

Creando delle rappresentazioni grafiche di informazioni e statistiche si riesce a comunicare con chiarezza ed immediatezza informazioni, notizie anche complesse. L’ infografica generalmente sul web presenta il vantaggio della possibile interattività, mentre su carta – in particolare nel formato dei quotidiani – della chiarezza.

Per questo ho pensato di riprendere e riprodurre un elenco di fonti informative dedicate a questa modalità di rappresentazione della notizia con alcuni esempi delle possibilità e delle notizie offerte.

Information is beautiful – ideas, issues, knowledge, concepts, subjects, data – visualised!

Information is beutiful

DataViz – offre una raccolta delle migliori [e più belle, graficamente] immagini; potremmo forse definirlo l’aggregatore, seppur non automatico, dell’infografica. Secondo me il punto di partenza per chi si avvicina al tema.

DataViz

Nicolasrapp – riprende i lavori fatti dall’autore per l’Associated Press.

Nicolasrapp

ChartPorn – non lasciatevi ingannare dal nome. Ottima fonte di informazioni con la possibilità di effettuare ricerche per argomento.

Chartporn

Infographic news – si concentra, come lascia intuire già dal nome, sulle rappresentazioni grafiche della notizia.

infographicsnews

Cool Infographics – charts and graph can communicate data; infographic turns data in to information.

Cool infographics

Wall Stats – concentrato sulla rappresentazione di notizie economiche e politiche, offre la possibilità di realizzare dei poster dalle immagini.

Wallstats

Un elenco ancora più esaustivo di risorse per chi volesse ulteriormente approfondire il tema è disponibile QUI.

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Advertorials & Berlustories

Gli advertorials, per chi non lo sapesse, sono articoli redazionali promozionali mascherati da notizia senza che ne venga, come obbligatorio, dichiarato con adeguata evidenza il fine pubblicitario.

Il quotidiano anglosassone “The Guardian” dalla metà di agosto in poi ha pubblicato una serie di articoli dedicati agli advertorials con particolare riferimento alle decisioni prese dall’ ASA – l’equivalente britannico del nostro Istituto di Autodisciplina Pubbblicitaria – nei confronti di “The Daily Express” che è stato sanzionato per ben quattro volte per questa pratica in sole due settimane.

Sono queste modalità che ingannano il pubblico ed al tempo stesso, a mio avviso, sviliscono ulteriormente la già scarsa credibilità del giornalismo, delle quali ho avuto modo di parlare relativamente di recente con specifico riferimento ad un giornale che ne ha addirittura fatto pratica quotidiana e dunque linea di prodotto, di business senza che nessuno [ad esclusione del sottoscritto] apparentemente abbia sollevato obiezioni al riguardo.

Non ci si sorprenda perciò se il nostro Presidente del Consiglio utilizza, anche, questo mezzo per promuovere la propria immagine affidandosi a Signore e Signorini di casa propria, confermando, coerentemente alla sua concezione di giornalismo e di utilizzo dei media, che il modello a lui caro era ed è rimasto quello di una informazione senza domande ed ovviamente senza risposte.

Esemplare sotto questo profilo l’apertura e la conclusione della intervista pubblicata ieri su “Il Giornale” [di casa] che a tutta pagina pubblicava con il titolo “Ecco cosa penso di questo momento” la visione di Mr B. sullo scenario mondiale passando, ovviamente per la querelle con “L’Avvenire” e con il quotidiano diretto da Ezio Mauro.

Insomma nell’epoca dell’ assopimento e dell’ intorpidimento delle coscienze, dell’ infotaitment, di [pardon] tette e culi,  il potere attualmente ha trovato un nuovo mezzo per proseguire sulla propria strada superandosi nella concezione manipolatoria di cosa sia informazione.

Se gli articoli promozionali mascherati da notizie vengono definiti con il neologismo advertorials , come dovremmo definire le interviste promozionali? Personalmente avrei pensato di coniare il termine Berlustories, si accettano suggerimenti.

berlujoker

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Buon Natale

L’impatto generato dal “caso Repubblica – Berlusconi” è argomento internazionale che ancora una volta pone la nostra nazione al centro di un dibattito la cui conclusione pressoché generale è lo stupore per la tolleranza degli italiani nei confronti di un Presidente del Consiglio che alle loro latitudini sarebbe stato destituito già da tempo o, più dignitosamente, avrebbe comunque rassegnato le proprie dimissioni.

Domanda [Why have Italians put up with all this?] alla quale era giunta anche Chiara Volpato, docente universitaria e ricercatrice su pregiudizi e stereotipi, dalle pagine del New York Times che, partendo dalla sua prospettiva, analizza l’atteggiamento verso la parte femminile dell’universo del Cavaliere e la sua orchestra.

L’attacco di questi giorni da parte di Feltrusconi è solo un tassello nel disegno strategico che, partendo da un uso politico spinto dei media e della comunicazione pubblicitaria, ha caratterizzato sin dall’inizio il percorso, dalla “discesa in campo”, l’operato di Silvio Bonaventura. a salvaguardia dei propri interessi; mentre Craxi scappava ad Hammamet ed agli italiani veniva prelevata d’ufficio una percentuale della propria liquidità sui conti correnti bancari per fronteggiare l’esplosione del debito pubblico che egli aveva ampiamente contribuito a generare e che è stato sin qui abilmente mantenuto nelle tre legislature più buie dal dopoguerra ad oggi.

L’editoriale del Presidente Fnsi Roberto Natale, pubblicato in prima pagina dal Manifesto di sabato 29, rappresenta la più precisa ricostruzione di questo percorso: “Il cerchio che si sta chiudendo era stato aperto quindici anni fa, al momento della famosa “discesa in campo”: nella videocassetta che arrivò in tutte le redazioni dei telegiornali c’era già una programmatica eliminazione di ogni possibile mediazione giornalistica dal rapporto diretto con gli elettori”. Proseguendo: “Il modello caro al premier era ed è rimasto quello di una “informazione senza domande”: incompatibile con ogni paese decentemente democratico, con ogni sistema fornito di strumenti adeguati a regolare i conflitti di interesse. E tuttavia praticato con successo in Italia [con successo anche personale di coloro che, soprattutto nel servizio pubblico, sulle interviste senza domande hanno costruito brillanti carriere].”

Tasselli che fanno parte di uno stesso disegno di censura, disinformazione e semplificazione pour cause teso ad una gestione ad personam della nazione, che avevo già evidenziato tempo fa riprendendo le parole di Michele Serra che nella sua rubrica quotidiana [“L’Amaca”] scriveva:“…….questo schifo non trova una definizione tecnica convincente nella parola “regime”. Si chiama conformismo, o servilismo, o pigrizia intellettuale, o docilità professionale, o zelo aziendalista, ed è molto peggio, perché affonda le sue radici non in regole liberticide o in censure conclamate, ma nella progressiva assuefazione di un paese intero……all’ incivile assetto dell’ informazione in Italia“.

Ora, come ricorda, ad integrazione, El Pais: “Berlusconi saca la artillería pesada. Tras traspasar a Kaká, Berlusconi no reforzó el Milan, pero invirtió 15 millones de euros en un nuevo director para Il Giornale: Vittorio Feltri, veterano periodista con fama de killer de la información” [traduz.],facente funzione di ventilatore e citato recentemente anche in questi spazi

I lettori hanno già deciso quale sia il loro livello di fiducia nell’informazione e del restyling delle influenze scientemente effettuato in questi anni. Non si può, dunque, che condividere le conclusioni del presidente Fnsi: “Questo cerchio va spezzato, prima che sia troppo tardi. E di tempo non ce n’è più molto”.

Mi piacerebbe poter festeggiare il [e, perchè no, con] Natale brindando al ripristino dell’ Art.21 della Costituzione, solo allora, svegliati dal torpore, potremo riprendere a parlare con coscienza del futuro del giornalismo e dei giornali nel nostro paese.

 Berlusconi

PS: Come ho avuto modo di dire: I just changed my profile picture on FriendFeed, Twitter and Facebook to remind to all my contacts that Italy is under attack and press freedom is seriously treatened by our PM Mr B. If you agree with me please chance your picture as well. All sizes here: http://www.vincos.it/2009/08/30/berlusconi-joker-icone-per-la-liberta-di-stampa/

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Passione & Giornalismi

La passione e la capacità di automotivarsi [nei limiti della ragionevolezza, ovviamente] sono due elementi fondamentali nell’individuo. Spesso si sintetizza questi fattori usando il termine proattività.

Personalmente credo di aver fatto il 99% delle mie scelte per passione. Non da ultimo è per passione che alla mia età ho scelto di fare una figlia e [scusate se mescolo “sacro e profano”] di dare vita a questo modesto spazio virtuale che aggiunge impegno ad un lavoro già estremamente gravoso per l’impegno temporale e la dedizione che richiede.

Per questo ho letto e riletto il commento di Federica [che, immagino, si riferisse alla << nuova >> vita sociale delle notizie] , giornalista sin dal ’92 da quanto si legge nel suo blog, ed ancora pronta a scaldarsi con passione, come lei stessa conclude, sui temi che riguardano la sua professione. Per questo, con passione, ho deciso di riprendere le sue obiezioni, i suoi argomenti quest’oggi, sperando possano essere d’interesse generale.

I punti sollevati dal suo – gradito – intervento sono sostanzialmente tre:

  • Le notizie sono ciò in cui si sostanzia il lavoro di un giornalista. Le notizie sono un lavoro. E in quanto lavoro vanno pagate.

  • Qualcosa che Tizio produce perché ha visto Caio che faceva la tal cosa e allora lo scrive su Facebook. Questo non è notizia: questa è comunicazione interpersonale; e la sua credibilità è sostanzialmente zero, dal punto di vista professionale. La bidirezionalità non è di per sé un valore.

  • Che le notizie siano svalutate dipende da un processo storico che a che vedere con relazioni di potere, e non con asettiche congiunture tecnologiche. Che le notizie siano poco credibili dipende anch’esso da un processo storico che a a che vedere con relazioni di potere. È da lì che si deve partire, se si vuole comprendere cosa sta accadendo in Italia.

Giornalismo e Internet

Ritengo che il primo punto vada meglio specificato. Credo che produrre delle notizie che interessino e coinvolgano i diversi pubblici di riferimento è un lavoro che è giusto che venga remunerato. Il lavoro, qualunque lavoro, deve creare valore aggiunto – direttamente o indirettamente – per essere remunerato; pretendere la remunerazione tout court, come apparentemente avviene nel commento, chiude ogni prospettiva ed appare irrealistico oltre che inattuale.

Come dicevo/ricordavo recentemente: “….il valore attribuito da un consumatore è pari al rapporto tra il livello di soddisfazione che associa all’insieme dei benefici percepiti ed il costo [o sacrificio] associato alle modalità di acquisizione ed il godimento dei suddetti benefici considerando sia le componenti monetarie che non monetarie”.

Ho una cosa che ti interessa e te la fornisco con comodità e sollecitudine, per questo sarai – più facilmente – disponibile a pagarmela, credo sia la migliore sintesi del concetto.

Il giornalismo è comunicazione ed i giornali sono un mezzo, appunto, di comunicazione. L’idea che l’atto comunicativo è un vettore unidirezionale che va dall’emittente a un emittente passivo: è modello “postale” e teoria “ipodermica”. L’efficacia della comunicazione non è solo questione di confezionamento e invio del messaggio. I partecipanti creano e condividono informazioni per raggiungere la mutua comprensione. Concordano sui significati della realtà che costruiscono e interpretano in modo dinamico e collaborativo. Il focus è l’integrazione [Per sintesi ho caricato su slideshare una presentazione liberamente scaricabile – “Clip di Comunicazione” – al riguardo].

Affermare, come è stato fatto, che la bidirezionalità non è di per stesso un valore è negare i principi più elementari e basici della comunicazione e/o immaginare che il giornalismo sia fatto per rivolgersi ai “soli 1500 eletti”.

Questo aspetto si ricollega direttamente, infine, all’ultimo punto, a quello che viene definito da Federica processo storico fatto da relazioni di potere ed alieno da asettiche congiunture tecnologiche.

Che le notizie ed i giornali siano un prodotto svalutatosi nel tempo è una amara constatazione. Concordo come il problema, in termini di contenuti erogati, non è nel mezzo ma nel messaggio e nelle modalità [unidirezionali, ribadisco!] con le quali sono stati portati sin ora i messaggi. Adesso bisogna concentrarsi su come cambiare questa situazione rendendo giornalismo e giornali – di carta – appetibili per i pubblici/lettori ed al tempo stesso remunerativo per gli attori della filiera.

Abbiamo una mezza idea di lavorarci sopra seriamente, dal basso con passione, se anche Federica volesse partecipare è benvenuta come chiunque altro lo desideri.

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Giornale InFeltrito

Il tourbillon di direttori, sedie e poltrone nel mondo dei giornali e dei media più in generale ha rappresentato in un certo senso il gossip estivo dell’editoria . Fino al consiglio telefonico preferragostiano RAI il walzer delle nomine ha tenuto banco sui giornali specializzati e non.

E’ in questo panorama, complice la crisi dell’editoria, che si inquadra il ritorno di Vittorio Feltri a “Il Giornale”.

Sono già numerosi i commenti all’editoriale del 22 agosto di insediamento di Feltri e credo che poco si possa aggiungere oltre a quanto scritto ieri da Alessandro Robecchi e da Giuseppe D’ Avanzo, sono tecniche di disinformazione delle quali Feltri è maestro.

Quel che mi appare interessante sottolineare attiene l’ambito più strettamente editoriale, in termini di business, della nomina a direttore del quotidiano fondato da Montanelli, ed in particolare alle prime dichiarazioni rese in questi giorni che la dicono lunga sulla vision e sul futuro di una parte del giornalismo nel nostro paese.

Nel discorso di insediamento, secondo quanto riportato, Feltri avrebbe dichiarato: “Vendere, vendere, vendere ….Non sarà importante, soprattutto all’inizio, fare per forza un bel giornale; meglio riuscire a venderlo [….] Pazienza se il giornale viene brutto. A fare giornali belli son bravi tutti”. Dimostrando, tra l’altro, professionalità e coerenza rispetto a quanto affermato solo tre giorni prima a Cortina dove aveva, appunto, dichiarato: “Non possiamo sottovalutare il mercato. E’ il pubblico che decide della vita e della morte dei giornali e di qualsiasi altra espressione commerciale”

Viste le prospettive relative alla politica editoriale del neo direttore, mi sento di suggerire di passare direttamente all’utilizzo del testo segnaposto, qui di seguito riportato, per la realizzazione del quotidiano; i vantaggi in termini di cost saving e di qualità del prodotto sarebbero certamente notevoli.

Come è stato detto, Facci resta un congiuntivo strampalato di fantozziana memoria e nulla più, aggiungerei che un quotidiano infeltrito non è buono neanche per il pesce.

Giornale InFeltrito-lorem ipsum

Mañana sol y buen tiempo!

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