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Il Post Punta sui Fumetti

All’interno del «Il Post» spiccava già la presenza di Makkox, disegnatore celebratissimo in rete, e di Isola Virtuale, digital designer altrettanto conosciuto e celebrato nel Web italiano.

Da ieri la testata all digital diretta da Luca Sofri ha acquisito i diritti di due strisce quotidiane cult per chi ama i comics: Doonesbury e Peanuts.

Tutto muta affinchè nulla cambi, si ritorna a concepire il quotidiano come un sistema di intrattenimento delle persone così come lo è stato per decenni con, appunto, le strisce di fumetti, i cruciverba e quant’altro.

La striscia di fumetti, contrariamente alle fotogallery, non solo attira ma fidelizza anche il lettore che ritorna quotidianamente per leggere la striscia del giorno.

«Il Post» punta sui fumetti, e fa bene.

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Ipse Dixit

Settimana con i direttori di giornali di casa nostra protagonisti del dibattito sulle evoluzioni dell’industria dell’informazione.

La relazione di Ferruccio De Bortoli ai giornalisti del quotidiano da lui diretto è più centrata sulla realtà del «Corriere della Sera», come era inevitabile che fosse vista la platea alla quale si rivolgeva.

La visione del direttore del quotidiano milanese e la prospettiva, l’angolazione dalla quale osserva evoluzioni e complessità dell’ambiente, dello scenario di riferimento, emerge con chiarezza quando afferma: ” I giornali di carta, con le loro edizioni online e digitali, restano il presidio della credibilità e dell’autorevolezza, sono i moderni radiofari dell’identità, i certificatori che una notizia è vera e importante; sono in grado di selezionare, fornire al lettore o al navigatore un metodo per capire la complessità che lo circonda. Compongono l’agenda critica di una persona globale.”

Prospettiva che, personalmente, mi appare assolutamente naturale per il ruolo ricoperto da Ferruccio De Bortoli. Sorprende invece, eventualmente, l’utilizzo intensivo del termine soprattutto, come evidenzia la word cloud che ho realizzato partendo dalla sua relazione, forse teso ad enfatizzare i concetti espressi.

Da prospettiva ben diversa parte Luca Sofri, direttore del «Post», che stranamente utilizza altri spazi per veicolare gli appunti dell’intervento tenuto al Festival Internazionale del Giornalismo appena conclusosi.

In “Il mondo salvato dai giornalisti”, questo il titolo del suo intervento, il direttore della testata all digital, pur concentrandosi logicamente sul suo quotidiano si esprime a tutto campo sull’evoluzione in corso. Riferimenti sia alla realtà nazionale, con i quotidiani italiani accusati di essere “dilettanteschi e arretrati”, che richiami a fonti estere con un excursus su aggregazione ed aggregatori, e le ipocrisie vere o presunte del sistema giornalistico sul tema, passando per “traffic-whoring” ed approdando più volte all’aspetto commerciale della funzione dei mezzi di informazione, al dilemma del prigioniero che continua a connotare nel complesso la fase attuale.

In tema di revenues Luca Sofri afferma che: “[….] la pubblicità – non ha fatto il minimo sforzo per creare formati alternativi e nuovi dedicati alla rete e alle nuove tecnologie”, visione che mi sento assolutamente di condividere e che avevo espresso, più o meno, negli stessi termini nella mia personale analisi sul tema.

Una bella analisi che, come nel caso di Ferruccio De Bortoli, tradisce inevitabilmente la posizione del direttore del «Post» soprattutto nelle conclusioni che, se sono apprezzabili per l’ottimismo che infondono, stridono per la parte dei costi di gestione e delle logiche che sottostanno all’aggregazione che non sarebbe possibile senza qualcuno che produce i contenuti da aggregare sopportandone i costi; processo che rischia di generare un loop, l’hamsterization dell’informazione in Rete se non si trova il bandolo della matassa.

Come sempre, naturalmente, non esiste a mio avviso LA soluzione ma esiste certamente una soluzione adatta e specifica per ciascuna realtà. Credo sia davvero questo il punto nodale della [ri]partenza.

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Infografiche Quotidiane [e dintorni]

Al termine della scorsa settimana è stato annunciato lo stanziamento complessivo di 123 milioni di euro di fondi diretti all’editoria, i tanto discussi e molto criticati fondi di stato di aiuto ai giornali, di carta, la cui finalità dovrebbe essere idealmente di garantire un pluralismo dell’informazione, da distinguere dagli ulteriori fondi indiretti quali agevolazioni IVA e tariffe postali ad esempio.

La notizia, forse complice la rilassatezza del fine settimana o forse a causa dell’interesse a non far emergere troppo la cosa da parte degli stessi beneficiari, non ha avuto una grande copertura mediatica da parte degli organi d’informazione tradizionali con solo «Il Corriere della Sera» tra i grandi quotidiani a parlarne.

Fortemente critici “gli esclusi”, i quotidiani all digital o superblog come spesso vengono definiti, con «Lettera 43» e «Linkiesta»  a pestar giù duro evidenziando tutte le distorsioni del sistema ed «Il Post» a dar man forte rilanciando nonostante la sensatezza e la pacatezza delle opinioni del suo Direttore.

Una reazione tanto comprensibile quanto eccessiva di fronte ad un incertezza di riferimenti per il futuro e ad un quadro che parrebbe avere elementi di maggior equilibrio per il futuro con criteri apparentemente più equilibrati che il caso vuole siano parzialmente simili a quelli suggeriti in questi spazi:

  • No a finanziamento su tirature, se del caso su diffusioni/vendite
  • Finanziamento crescente al diminuire dell’affollamento pubblicitario
  • Bonus su finanziamento dei cittadini; per esempio se X numero di cittadini gira il suo 8 per mille a favore di un quotidiano c’e un bonus statale
  • No a finanziamento di organi di partito; con l’esistenza già dei finanziamenti ai partiti non c’è bisogno di una duplicazione
  • Finanziamento a soglia: si fissa una soglia di sopravvivenza e si interrompe il finanziamento al superaramento della soglia [*]

Certamente, nonostante risultati che finalmente appaiono incoraggianti, i motivi di tensione per chi si è avventurato, per scelta o per obbligo che sia, nella realizzazione di un organo di informazione all digital,   non mancano. E’ proprio per questa ragione che complessivamente, come credo di aver già avuto modo di affermare, sottoscrivo la tesi di Matteo Bartocci: “la cellulosa è troppo importante per lasciarla solo a chi se la può permettere”.

Proprio sulla cellulosa, sullo stato, di malattia endemica, dei giornali «Linkiesta» ha realizzato una serie di infografiche che ben fotografano lo stato dell’essere dei quotidiani italiani anche se l’obiettivo è dichiaratamente di sparare a zero, ancora una volta, sulla questione dei finanziamenti pubblici.

Per quanto riguarda le edicole, il cui dato attuale non è riportato nell’infografica che cita solo il riferimento del 2004, le stime parlano di un numero compreso tra 28 e 30mila con, almeno, 10mila di queste a forte rischio di chiusura nei prossimi tre anni.

E’ opportuno, inoltre, segnalare che i dati di vendita soprariportati di riferiscono solamente alle vendite in edicola ed escludono la quota di abbonamenti che per alcuni quotidiani, «Il Sole24Ore» ed «Avvenire» in primis, è consistente.

Si conferma lo strapotere del mezzo televisivo in Italia. Media che rispetto alle altre nazioni ha un peso, politico e di ricavi, sensibilmente superiore nel nostro Paese. Fuorviante [pour cause?] l’indicazione sugli investimenti per mezzo e proiezioni che sono fuori contesto riferendosi a realtà estremamente distanti dalla nostra per dimensioni, situazione attuale e prospettive.

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Retweet

La falsa notizia della liberazione di Rossella Urru e le celebrazioni su Twitter, con momenti paradossali che ne attribuivano i meriti a Fiorello in un mix di satira e convinzione, hanno scatenato l’ennesimo dibattito su ruolo e attendibilità di Twitter come newswire dell’informazione digitale.

Alle prime considerazioni di Marco Bardazzi sulla «Stampa» è seguita la replica di Luca Sofri con relativa controreplica ed intervento anche del direttore del quotidiano torinese. Confronto che, se vi foste persi, potete ritrovare con tutti i collegamenti ipertestuali necessari ad approfondire via Wavu, aggregatore tutto italiano per, appunto, esplorare le discussioni sull’informazione di qualità e sul citizen journalism attraverso un percorso fra blog, giornali, social network.

Che i social media e Twitter abbiano un problema di credibilità ed affidabilità è opinione comune, come testimoniato da interesse e disponibilità ottenuto dalla mia proposta di stilare una sorta di codice di autodisciplina prima di restare schiacciati non solo sotto il peso dell’infobesità ma anche di quello delle bufale [*] e, soprattutto, dalla scarsa fiducia che complessivamente le persone vi ripongono come fonte d’informazione.

Non è tuttavia, anche in questo caso, dalla contrapposizione tra “noi” e “loro”, tra giornalisti e blogger, e/o tra mezzi di informazione tradizionale e social media, che ritengo possano emergere elementi utili ed interessanti sui quali ragionare.

Fact checking ed affidabilità dell’informazione [via] non sono una problematica che appartiene esclusivamente ai social media ma  rappresentano ormai caratteristica integrante di una tendenza generale più ampia classificata come nowism: il bisogno di gratificazioni ed informazioni istantanee e costanti ben sintetizzato dalla definizione che ne fornisce l’Urban Dictionary, come ho avuto modo di rispondere a chi mi chiedeva un commento a caldo sulla questione.

Il nowism rischia di uccidere l’informazione con un rumore di fondo costante  di voci ed illazioni che si ricorrono annullando di fatto  la positività di un flusso informativo condiviso e diffuso. Si tratta di una situazione che viene ben sintetizzata da Carlo Dante nel suo «Minime Pervenute»: “In principio fu il verbo, poi il discorso, poi l’affermazione, poi l’informazione, infine un chiasso infernale”.

Immagino possa essere questa la cornice di riferimento al cui interno confrontarsi, il vero tema del quale discutere.

[*] Dopo il tagliando di quasi un paio di mesi fa ho sospeso il lavoro sul tema che ora, finalmente, intendo riprendere. Le persone che avevano dato la loro disponibilità saranno contattate entro la fine di questa settimana per collavorare attivamente. Mi scuso ma le mie forze non mi hanno concesso di fare di più sin ora.

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Lei è un cretino, si informi!

Sull’organo di stampa governativo stamane viene pubblicato un articolo, a firma di Filippo Facci, che parte in un riquadro in prima pagina con il titolo “Chissenfrega dello sciopero dei blogger” [scritto esattamente così] per poi svilupparsi con altrettanta signorilità e professionalità a pagina 18 del quotidiano in questione con un nuovo titolo: “Quei blog che scioperano per il diritto di insultare”

Il Facci nell’articolo si scaglia contro il mondo intero prendendosela dapprima con i giornalisti, con particolare riferimento a Luca Sofri ed a Sandro Giglioli per poi concentrare il suo delirio – come da titolo – contro i blogger e concludendo, finalmente, con una cronistoria vittimista degli abusi di cui il poverino sarebbe stato vittima.

La sapienza e la professionalità del giornalista in questione sono riassunti tutti in questo periodo dell’articolo: “Che cosa vogliono costoro? È semplicissimo: vogliono che la rete resti porto franco e che permanga cioè quella sorta di irresponsabile e anarchica allegria che era propria di una fase pionieristica di internet e che era precedente a quando «la rete» non era ancora divenuta ciò che è ora: un media rivoluzionario, ma pur sempre un media, dunque la propaggine di altri media anche tradizionali che sono regolati dalla legge come tutto lo è.”

Internet è una propaggine di altri media tanto quanto il Facci è una propaggine del giornalismo più becero.

Per riprendere una delle più celebre battute di Antonio de Curtis non si può che concludere che: lei è’ un cretino, si informi!

Demagogia

Che il Facci non si preoccupi, entro 48 ore rettifico.

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