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e-Intensity Index

In questi giorni Boston Consulting Group, per il quarto anno consecutivo, ha pubblicato i risultati dell’e-intensity index, indice che misura la propensione all’essere digitale di una nazione.

L’ indice che misura l’importanza di internet nell’economia dei diversi Paesi, che quest’anno sono divenuti 80 rispetto ai 50 dell’anno scorso, si basa su tre criteri: enablement, engagement e expenditure.

  • Enablement/Abilitazione: Conta per il 50% del peso totale e coinvolge infrastrutture fisse e mobili.
  • Engagement/Coinvolgimento: Pesa il 25%, misura quanto attivamente le imprese, i governi e i consumatori stanno “abbracciando”, utilizzando Internet.
  • Expenditure/Spese: Pesa per il restante 25%, misura la proporzione di denaro speso per acquisti e pubblicità online

Il grafico sottostante, nel quale per facilitare di lettura ho selezionato solo i 27 Paesi della UE rispetto agli 80 mappati, mostra come l’Italia abbia un e-intensity index inferiore alle economie principali dell’Europa ed anche rispetto alla Spagna ed all’Irlanda. Non a caso già nel 2011 la nota società di consulenza ci aveva classificato tra i “Paesi pigri”.

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Già a fine novembre 2012 BCG aveva prodotto un grafico di sintesi del peso di Internet per tutti i Paesi del G-20, realizzato sulla base dei risultati del rapporto “The Internet Economy in the G-20”, che mostra come nel 2010 il peso di Internet sul PIL dell’Italia fosse del 2.1% rispetto ad una media delle 20 nazioni del 4.1%.

Secondo le stime, seppure vi sarà una crescita, alimentata prevalentemente dai consumi privati e ben poco da investimenti statali e privati, nel 2016 Internet arriverà a pesare il 3,5% del totale del PIL del nostro Paese contro una media del G-20 del 5.3%.

Un recupero solamente del 15% rispetto alla media, che rischia di veder ulteriormente scivolare l’Italia nello scenario della competizione globale con effetti che non è difficile prevedere e che indirettamente forniscono anche una visione di scenario sulle prospettive a medio termine per l’evoluzione dell’ editoria verso il digitale.

Internet Economy

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Incubatori

Il «The New York Times» ha annunciato pochi giorni fa la creazione di TimeSpace incubatore per start-up nel mondo dei media.

Chi ha un’idea o un’impresa nascente nell’ambito dei media e della multimedialità, mobile, social, video, tecnologia pubblicitaria, analisi, e-commerce o altro, avrà la possibilità di trascorrere quattro mesi negli uffici del quartier generale del quotidiano statunitense lavorando a contatto con chi si occupa di digitale all’interno del giornale, mostrando loro la demo di prodotto ed imparando da quella che la Direttrice, Jill Abramson, ha deciso debba essere la miglior redazione digitale del pianeta

Il perchè lo spiegano senza mezzi termini nello spazio dedicato al progetto: “Il New York Times, ed i media in generale, sono nel bel mezzo di cambiamenti senza precedenti. Il nostro obiettivo centrale rimane quella di migliorare la società, creando, raccogliendo e distribuendo notizie di alta qualità e di informazione. Vogliamo spingere noi stessi e spingere gli altri a trovare il modo migliore per farlo, e siamo convinti che TimeSpace può essere una parte di questo processo”.

Si tratta insomma di un’iniziativa che apporta benefici ad entrambi, con il giornale che potrà raccogliere e valutare idee fresche e innovative ed i neo imprenditori che potranno certamente avere un ritorno positivo dal contatto professionale con l’expertise di uno dei più importanti quotidiani al mondo che magari potrebbe decidere anche di partecipare finanziariamente alla loro proposta.

Una modalità attraverso la quale, finalmente, il crowdsourcing non è più un processo top down che apporta benefici a solo una delle parti, l’impresa. Un’idea che visti i tempi farebbero bene ad imitare anche i giornali italiani.

Time Space

Idea che, oltre alla modesta opinione del sottoscritto, viene sposata anche da Anthony De Rosa, Social Media Editor per Reuters, che infatti la suggerisce, in poco più di tre minuti, nella video intervista sottostante.

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Soluzioni all’Obsolescenza della Carta

Tutti i giornali italiani ieri sono usciti con una prima pagina che era vecchia, obsoleta. Mentre in Rete, ma anche in televisione ed alla radio, la vittoria di Obama era ormai notizia nota, i quotidiani del nostro Paese uscivano con titoli incerti sul risultato delle presidenziali statunitensi. Ne parla Marco Pratellesi che sintetizza ottimamente la situzione in “Obama, la stampa, la rete e un sistema che invecchia senza cambiare”.

Situazione che si è verificata in tutta Europa poichè la differenza di fuso orario non ha consentito di uscire con quella che indubbiamente era LA notizia del giorno. In realtà, spulciando tra le diverse testate europee si scopre che alcuni quotidiani sono riusciti ad arrivare ai loro lettori con un giornale che fosse aggiornato. E’ il caso del «The Guardian» che citavo ieri ma anche, per restare in Gran Bretagna, del «The Times» ai quali si aggiungono il tedesco «Bild», l’olandese «Het Parol», il belga – in lingua fiamminga – «DM Morgen», lo spagnolo «La Vanguardia» e la brillante prima pagina dello svizzero – in lingua tedesca «Aargauer Zeitung» [di]mostrando che con un’adeguata organizzazione delle redazioni è possibile, a parità di condizione per quanto riguarda la filiera distributiva, arrivare in edicola con un prodotto fresco, aggiornato.

 

                                                                                                                                  Un’organizzazione, una struttura organizzativa aziendale deve essere adattata, adatta, al mercato in cui l’impresa opera, si tratta di un fatto noto che le differenze tra i 7 quotidiani europei succitati ed “il resto del mondo” evidenzia con chiarezza.

Una soluzione complementare arriva dall’esempio del quotidiano sportivo belga «DH Le Sports».  Il quotidiano francofono ha infatti adottato una brillante soluzione: quella di utilizzare un QR code che collocato in prima pagina sul viso del candidato forniva al lettore la possibilità di conoscere in tempo reale il vincitore delle elezioni.

Se sin ora l’utilizzo degli “action code” era stato prevalentemente in ambito pubblicitario, il caso del giornale belga conferma come questi possano essere utilizzati in ambito giornalistico offrendo sia la possibilità di mostrare contenuti aggiuntivi che sulla carta non trovano spazio che, come in quest’occasione, per offrire alle persone un’esperienza di lettura ed una velocità di aggiornamento che la carta di per se stessa non è in grado di offrire.

Il futuro della carta è ibrido.

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Crowdfunding & Crowdsourcing per Migliorare l’Informazione

In questi giorni si è parlato parecchio di «Matter», progetto di due giornalisti statunitensi che abbinano long form journalism a giornalismo di qualità.

Una teoria che, per come è stata spiegata, personalmente mi convince poco per la carenza di dettagli significanti e l’automatismo del binomio che non mi pare così vincolante in linea di principio. Dubbi non solo miei quanto non complessivamente condivisi visto che il crowdfunding per la realizzazione di Matter ha raccolto la somma minima necessaria in sole 38 ore ed adesso, dopo nove giorni dal lancio, ha raggiunto la non trascurabile somma di $121mila. Oltre il doppio della cifra originariamente ritenuta necessaria all’implementazione dell’idea forse anche grazie al meccanismo incentivante creato per realizzare la raccolta di fondi con livelli diversi [9 in totale] e distint riconoscimenti e gratificazioni a seconda dell’importo versato.

Ricompense adottate altrettanto da «Fixmedia», tool, strumento che nasce sull’onda delle numerose bufale diffuse dai media e che, appunto, si propone come potenziale rimedio alle stesse.

Non è solo la finalità del progetto ma anche, se non soprattutto, la concezione a renderlo, a mio avviso, estremamente interessante. Si tratta infatti di una concezione che vede la notizia come un processo aperto, al quale lo strumento si pone come supporto concreto per la realizzazione della redazione liquida. Aspetti che l’idea di creare una comunità di persone interessate a migliorare concretamente l’informazione che viene prodotta e consumata e l’utilizzo libero e gratuito dello strumento sottolineano e confermano.

Grazie a Fixmedia qualunque persona in soli due click potrà segnalare errori ed omissioni in un luogo comune dove gli apparteneti alla comunità potranno stabilire valore e significato dell’errore e delle correzioni, eventualmente, da apportare, rendendolo non  solo sociale ma anche fattuale invece che, come potrebbe essere, ideologico, fornendo potenzialmente un grande contributo all’ecologia dell’informazione e alla partecipazione attiva delle persone nel processo di produzione delle notizie.

Io ho deciso di dare il mio contributo all’iniziativa speranzoso che la sua effettiva realizzazione sia, come promette a partire dal nome scelto, di ausilio a guarire uno dei mali attuali più gravi del giornalismo. Forse è davvero finita l’era delle lettere al direttore.

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Contagiato

Si era già assistito a delle contaminazioni tra carta e digitale con il «The New York Times» che nel riportare una notizia anche nella versione cartacea pochi mesi fa ha utilizzato un emoticon, quelle che normalmente chiamiamo “faccine”, nel titolo dell’articolo inserendo il simbolo del sorrriso invece della parola per indicare lo stato d’animo, l’umore appunto, delle persone.

Adesso un hashtag, simbolo universalmente usato dagli utenti di Twitter per identificare un tema di conversazione, conquista addirittura la prima pagina di un quotidiano nazionale.

E’ il caso di «El Pais» di oggi che praticamente a tutta pagina, così come avverrebbe, avviene, normalmente sulla piattaforma di microblogging, titola #nimileuristas lanciando, coerentemente con il nuovo approccio strategico adottato di recente, un dibattito a tutto campo sulle reti sociali relativamente alla “generazione mille euro”, la generazione di giovani che, anche nel nostro Paese, è stretta nella morsa tra disoccupazione e precariato.

Si tratta indubbiamente della più viva testimonianza dell’influenza, del contagio, anche, di linguaggi tra media tradizionali e social media. Speriamo, finalmente, sia anche l’inizio di un utilizzo consapevole ed adeguato del mezzo da parte dei mainstream media. Sarà mia cura monitorare il dibattito seguendo, appunto, la tag definita.

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Il Quadro Completo

La campagna pubblicitaria con la rivisitazione della storia dei tre porcellini lanciata dal «The Guardian» a sostegno della propria concezione di open jornalism ha centrato nel segno raccogliendo interesse e consensi pressochè unanimi sia sulla qualità della realizzazione che ancor più sui concetti alla base del posizionamento strategico del quotidiano inglese.

Un idea di sinergia, di complementarietà e convergenza che si esprime nell’idea di lavorare in maniera univoca sul brand del quotidiano rendendo concettualmente indifferente se la fruzione avvenga in formato digitale o cartaceo, come si evince dalla conclusione, dal pay off che recita “web | print | tablet | mobile”.

Alla campagna online e televisiva dell’ormai celebre video si affianca anche una campagna stampa che ovviamente è imperniata sullo stesso concept.

“The whole picture” [il quadro completo], realizzata in 4 soggetti diversi, riassume con una grafica tanto essenziale e pulita quanto chiara e d’impatto, l’idea di partecipazione e di relazione a due vie che  «The Guardian» ritiene essere caposaldo del percorso evolutivo del quotidiano.

Come ricorda Antonio Rossano dagli spazi di LSDI, l’informazione, ancor prima che un dato “fattuale” o un valore culturale, è un processo “sociale”, la verità non è più un proiettile mainstream sparato nella testa della gente, ma il risultato di un processo transazionale di confronto/verifica e suscettibile di modifica o di conferma, ottenuto attraverso la partecipazione della gente, ì social network,  le survey e tutti gli strumenti possibili dell’intelligenza collettiva condivisa.

Una strada ormai senza ritorno, in senso positivo, alla quale, sulla base di informazioni ottenute dal sottoscritto, pare che finalmente anche in Italia possano essere date delle risposte degne di questo nome a breve.

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Open Journalism & Redazione Liquida

«The Guardian», prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori.

Il video promo-pubblicitario realizzato dal quotidiano anglosassone mostra come nell’attualità la storia dei tre procellini potrebbe essere coperta dal giornale. In due minuti sono riassunti tutti gli elementi che contribuiscono alla notizia evidenziando i processi caratteristici dell’open journalism di una redazione liquida.

La rivisitazione della storia dei tre porcellini, il cui obiettivo di fondo è spiegare alle persone perchè dovrebbero spendere più tempo con il giornale sia su carta, on line o negli altri formati disponibili, grazie ad un girato coinvolgente mostra molti degli elementi che nell’attualità concorrono alla costruzione di una notizia.

Un deciso riposizionamento rispetto al passato da parte del «The Guardian» spiegato con chiarezza da Alan Rusbridger, Editor-in-chief del quotidiano, che illustra concezione e declinazione di open journalism nell’interpretazione del giornale inglese.

Un ulteriore passaggio che, congiuntamente con la recente revisione compiuta da «El Pais», indica con chiarezza la direzione presa da alcuni dei principali e più autorevoli quotidiani [inter]nazionali d’Europa. Elementi ed aspetti che allo stato attuale sembrano essere estremamente distanti dal panorama generale che presenta l’industria dell’informazione nel nostro Paese.

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