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Il Valore degli Accessi Diretti al Sito Web di un Giornale

Charbeat  nell’arco di un mese ha esaminato 60 miliardi di pagine visualizzate per i siti di notizie che utilizzano Chartbeat per l’analisi in tempo reale degli accessi.

I lettori che vanno direttamente all’home page di un sito di notizie sono i più propensi a tornare. Lo studio rileva infatti che circa l’80% di coloro che visitano un sito direttamente tornerà entro una settimana, rispetto a un tasso medio di circa il 30% complessivo.

Convincere le persone a visitare direttamente l’edizione online di un quotidiano è un forte segno di contenuti di successo del brand del giornale perchè questo tipo di pubblico non solo torna più spesso ma passa anche più tempo sul sito. Emerge infatti come chi visita direttamente un sito web mediamente spende dal 10 al 30% più tempo per ogni visita rispetto a coloro che arrivano con altri mezzi, attraverso diversi referrer.

Chartbeat page-3-report

A proposito di referrer, vista la polemica, anche nel nostro Paese, relativamente agli aggregatori di notizie, ed in particolare per quanto riguarda Google News, è interessante notare come sia proprio questo quello che, dopo gli accessi diretti, genera il maggior tempo di permanenza sul sito.

Facebook e Twitter, usati prevalentemente come amplificatore per attirare nuovo pubblico verso il sito web della testata, danno risultati inferiori con un tempo di permanenza sul sito rispettivamente di 70 e 40 secondi, contro gli 80 di Google News, e un tasso di ritorno che è del 28% per Facebook e del 33% per Twitter.  Gli autori dello studio giustamente suggeriscono dunque di creare contenuti ad hoc per questo tipo di pubblico; cosa che praticamente nessuno fa.

ChartBeat page-1-report

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Il Futuro dei Giornali nelle Nuvole

A fine settembre Ferruccio De Bortoli ha scritto un memo interno per la redazione del giornale da lui diretto come anticipazione rispetto al piano editoriale del quotidiano di via Solferino presentato come una proposta aperta al contributo dei giornalisti.

Durante la settimana anche il direttore del «Financial Times» ha scritto una nota per lo staff del prestigioso quotidiano economico-finanziario, poi tradotta su «L’Huffington Post».

Ed ancora, sempre su «L’Huffington Post», Carlo De Benedetti, editore del gruppo l’Espresso-Repubblica fa il suo “esordio da blogger”, anche se in realtà si tratta della trascrizione del suo intervento all’Internet Festival 2013,  per parlare di carta e digitale.

Gli interventi, nel caso vi fossero sfuggiti, sono assolutamente da leggere con attenzione visto che riguardano i due maggiori quotidiani nazionali e,  grazie a quello di Lionel Barber, consentono anche di dare uno sguardo alle prospettive dell’evoluzione carta-digitale per una testata internazionale quale il «Financial Times».

Ho realizzato la word cloud di tutti e tre i contributi, eliminando i termini più comuni per renderla più facilmente leggibile, per vedere a colpo d’occhio similitudini e differenze. E’ interessante notare come, pur parlando fondamentalmente dello stesso tema, i termini utilizzati, e dunque il senso del discorso nel suo complesso, presentino notevoli differenze.

Per approfondire, vale assolutamente la lettura il pezzo di Piero Vietti “Weekend di carta” di decodifica del significato e delle prospettive offerte dai tre interventi.

Comment is free!

- Word Cloud Ferruccio De Bortoli -

– Word Cloud Ferruccio De Bortoli –

- Word Cloud Lionel Barber FT -

– Word Cloud Lionel Barber FT –

- Word Cloud De Benedetti -

 

– Word Cloud De Benedetti –

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Mappa Mondiale della Penetrazione di Internet

Dopo il lavoro di mappatura dei siti più visitati al Mondo per ciascuna nazione, Mark Graham e Stefano De Sabbata continuano il loro ottimo lavoro per per “Information Geographies” di raccolta e mappatura di dati di interesse generale.

La mappa realizzata, basandosi sui dati della World Bank, mostra la penetrazione di internet in ogni nazione del mondo ed il numero di utenti dimensionando ciascun Paese su tali basi.

Come viene fatto notare, è interessante rilevare come poche delle nazioni che hanno il maggior numero di persone che utilizzano la Rete rientrano nella categoria di Paesi con una penetrazione superiore all’80%. L’Italia, come noto, è nella categoria di nazioni con una penetrazione tra il 40 ed il 60%. La mappa rende immediatamente possibile visualizzare con quali altre nazioni ci collochiamo.

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Aspetti che all’Internet Festival in corso in questi giorni a Pisa non mi pare rientrino nel programma. Visto che il payoff della manifestazione è “forme di futuro”, analizzando i dati macro  – vedasi anche articolo sui nativi digitali –  forse il il claim andava integrato con un più realistico “forme di futuro lontano”.  Anche Graham e De Sabbata sottolineano come oltre due terzi della popolazione mondiale non abbia accesso a Internet.

Per farsi un’idea più accurata in pochi istanti può essere opportuno dare uno sguardo alla mappa del Mondo ridimensionata invece in base alla popolazione di ciascuna nazione con la quale balza subito all’occhio la differenza per quanto riguarda il nostro Paese.

Amen!

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“Bonus track”: Bauman: “Il web promuove la democrazia. Finora, però, non ci sono risultati”, da leggere assolutamente, con “perle” tipo: “Occupy Wall Street – dice il sociologo -. Tutti si sono accorti che Wall Street era occupata, tranne Wall Street stessa, che non è cambiata per nulla in seguito a quelle azioni”.

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Nativi Digitali [e dintorni]

Il Georgia Institute of Technology and International Telecommunication Union [ITU] ha pubblicato in questi giorni i risultati della quinta edizione del rapporto “Measuring the Information Society”.

Il rapporto MIS utilizza due strumenti di benchmarking per misurare la società dell’informazione: l’Indice di Sviluppo ICT (IDI) ed il paniere dei prezzi, dei costi, per l’ICT  (IPB). Il 2012 IDI cattura il livello degli sviluppi in Information Communication Technology in 157 economie in tutto il mondo, Italia inclusa, e mette a confronto i progressi compiuti nel corso dell’ultimo anno.

Dai risultati emerge come nel complesso il nostro Paese sia arretrato nel corso del 2012 collocandosi al 30esimo posto dopo Estonia, Slovenia, Barbados e Qatar, per citarne alcuni.

Un parte del rapporto, il quarto capitolo, è dedicata ai cosiddetti “nativi digitali”, a quella fascia di età tra i 15 ed i 24 anni, coloro che sono nati dopo la diffusione di massa dei personal computer e di tutto quello che è seguito. In questo caso l’Italia si colloca 78esima con poco più di 4 milioni di individui, il 6.7% della popolazione.

Come emergeva anche dai dati pubblicati da eMarketer, che riprende i dati Audiweb di luglio di quest’anno [gli ultimi disponibili], questa fascia d’età pesa circa il 13% del totale degli utenti Internet del nostro Paese.

L’insieme dei dati [di]mostra come in Italia la popolazione online si sta espandendo in modo relativamente lento e dovrebbe raggiungere, secondo le previsioni, una penetrazione del 59% del totale degli individui del nostro Paese a fine 2017. Si tratta di fattori legati sia alle note carenze infrastrutturali che, soprattutto, a fattori culturali che limitano lo sviluppo della Rete in Italia.

Con un peso ridotto demograficamente dei nativi digitali sarà solo nel lungo periodo, non prima del 2023, che questi potranno effettivamente influenzare le dinamiche della nostra nazione. Meglio tenerne conto.

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Narrazioni Internazionali

Come certamente molti sapranno è in corso durante questo fine settimana Internazionale a Ferrara, weekend di incontri con giornalisti, scrittori e artisti provenienti da tutto il mondo.

Quest’anno il festival ha scelto di raccontarsi in maniera diversa dalle precedenti edizioni. In particolare è stato aperto un Tumblr “Talking Picture Project” che narra gli incontri, i momenti della tre giorni con delle infografiche in stile “fumettoso”, comics. Narrazione davvero interessante che sintetizza con chiarezza ciascun evento.

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Una sperimentazione comunicativa che si trasforma anche in un istant magazine che viene stampato e distribuito in città, con l’edizione “Carta Bianca” dedicata al panel “Il futuro del giornalismo è tutto da scrivere” con Anthony De Rosa, da poco approdato  a «Circa», un giornale che si legge solo su smartphone, e Farhad Manjoo del «The Wall Street Journal», ed una seconda edizione: “L’Arte di Predire Tutto” per l’intervista del Direttore de «La Stampa» a Nate Silver.

Narrazioni internazionali da osservare con attenzione e replicare.

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Gli Imperi di Internet

Mark Graham e Stefano De Sabbata, basandosi su dati di Alexa al 12 agosto 2013, hanno mappato per “Information Geographies” i siti più visitati al Mondo per ciascuna nazione, dimensionando ciascun Paese in base alla penetrazione di Internet.

Complessivamente è Google ad avere il predominio assoluto in termini di numero di nazioni in cui è il sito più visitato e pesa il 50% del totale della popolazione mondiale attiva su Internet.

Seguono, il motore di ricerca cinese Baidu, Yahoo in Giappone e Yandex, altro motore di ricerca, in Russia. La ricerca di informazioni è dunque l’attività prevalente, più effettuata in Rete praticamente in tutto il pianeta.

Ai motori di ricerca si aggiunge Facebook che è il sito più visitato in 28 nazioni. E’ interessante notare come la predominanza del social network più popoloso al Mondo si concentri nelle nazioni di lingua castellana [lo spagnolo si parla anche nelle Filippine] e in buon parte dell’Africa con i Paesi della cosiddetta “primavera araba” in prima fila.

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Lezioni Quotidiane

Sono numerosi i convegni, ormai decisamente troppi, in cui multimedialità, convergenza carta-web, impatto della tecnologia, nuovi giornalismi e, ovviamente, spina nel fianco, modelli di business, tengono banco.

Poi finito lo speech ti avvicini alle persone, dialoghi con loro e ti accorgi che nella grande maggioranza dei casi c’è bisogno di “volare più basso”, di iniziare dalle basi che molti non posseggono. Mi è successo, per citare almeno un esempio, prima di quest’estate quando facendo formazione sui social media ai giornalisti della redazione di un settimanale  dopo poco mi sono reso conto che stavo dando per scontate cose che non lo erano assolutamente per loro, e ho dovuto inevitabilmente fare un passo indietro, tornare alle basi, a cominciare dallo spiegare coso sono i follower, per citare il caso più eclatante.

Back to basic, dunque. E’ quello che voglio fare oggi prendendo spunto dalla word cloud, la nuvola di parole, prodotta da «la Repubblica» [non me ne vogliano è solo un esempio] del discorso del Presidente del Consiglio ieri al Senato. Il quotidiano in questione ha pubblicato il testo integrale del difficile discorso di Enrico Letta per il dibattito sulla fiducia ed ha inserito, appunto, la word cloud delle parole più utilizzate dal premier.

Lo strumento che è stato utilizzato per produrla è wordle, probabilmente la più nota delle applicazioni per produrre  le nuvole di parole. Per dimostrarlo ho fatto copia-incolla del testo e ho ri-prodotto la word cloud con questo strumento, usando lo stesso schema colore del quotidiano in questione per dare ancor maggiore somiglianza. Come si può vedere il risultato è identico. A parte il font utilizzato la parola in maggior evidenza è, o meglio sembrerebbe essere, “Governo”.

 Letta WC

La word cloud è uno strumento interessante, rende una buona sintesi dei termini di un testo, anche se spesso sono le parole meno utilizzate quelle che è interessante rilevare, ed ha un buon impatto visivo. Peccato che worlde non permetta di utilizzare dei filtri. Il testo è “sporco” di termini comuni che distraggono, come il caso di “c’é” o di “poi”, e poco funzionale nel suo complesso.

Meglio usare Tagxedo che ha un numero di opzioni superiori sia per la forma della word cloud che, soprattutto per il contenuto. Credo che l’esempio concreto possa essere la miglior cosa.

La word cloud “sporca”, senza utilizzo dei filtri, mostra lo stesso risultato, nella sostanza, di wordle, anche se già si nota come la parola più utilizzata non sia “Governo” ma “Italia”.

Letta WC Sporca

Lo screenshot sottostante mostra come sia possibile intervenire, attraverso le opzioni, per pulire il testo. Si vede anche per ciascuna parola quante volte è stata utilizzata nel testo inserito. Nel caso specifico il termine “Italia” viene usato 95 volte in più rispetto a “Governo”.

Tagxedo Options

E questo è il risultato finale ottenuto. Con la giusta evidenza ai termini di maggior rilevanza.

Lezioni quotidiane, gratuite, per giornalisti alle prime armi.

Letta Senato

Update: Idem per SKY TG24 che commette lo stesso “errore” di la Repubblica

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L’indice di Scarsità dei Media

Ben Elowitz, co-fondatore e CEO di Wetpaint , società che attraverso una piattaforma tecnologica punta ad un modello dei media focalizzato sull’attirare audience dalle reti sociali, ha prodotto un’infografica che partendo dal concetto di scarsità dei diversi media funge, a suo avviso, come predittore dei contenuti di maggior e minor valore.

Elowitz, partendo dall’idea che l’abbondanza di contenuti abbia un effetto depressivo sul loro valore, sostiene che “Per una media company, la chiave per sopravvivere in questa epoca di abbondanza è trovare e valorizzare quelle esperienze che vi sono una volta nella vita e momenti [elementi] non comuni di tutti i giorni in un modo che meriti l’attenzione del pubblico con qualcosa che non possa essere replicato”.

Se l’idea di fondo è interessante, e complessivamente condivisibile, è la sua declinazione che mi pare poco convincente, sia per il mix di elementi che vengono presi in considerazione che per la contraddizione nei termini che, paradossalmente, coinvolge proprio quello che la società di cui è CEO si vanta di valorizzare e monetizzare.

Nell’infografica vengono infatti declinati come scarsi alcuni momenti, e/o eventi, specifici che vengono posti al top della scala della scarsità e dunque, secondo la tesi del CEO di Wetpaint, del valore, mentre al fondo si trovano elementi la cui genericità rende vacua la loro classificazione.

Le breaking news sono una commodity? Dipende dal valore del tempo in relazione all’informazione fornita, direi. I video gratuiti sono estremamente abbondanti? Certamente si, il che non impedisce di avere ricavi pubblicitari estremamente interessanti sia complessivamente che a livello unitario. Milioni di contenuti circolano sui social media? Certo, ma, a prescindere dal fatto che si aggreghino social media e social network [che non sono la stessa cosa], il caso vuole che Facebook e Twitter raccolgano una fetta rilevante degli investimenti pubblicitari online che è, tanto per avere un termine di paragone, 6 volte superiore al quella di AOL. Nelle reti sociali circolano certamente informazioni approssimative o di scarso valore, o entrambe le cose, ma anche contenuti il cui valore è tanto riconoscibile e riconosciuto da essere diventato a sua volta fonte primaria per i media tradizionali.

Ed ancora. Gli eventi live sono scarsi e dunque preziosi? Certamente si, ma quanto contribuiscono i social media  alla creazione di valore? Indubbiamente molto. In caso di dubbi si veda come, ad esempio, BuzzFeed, , un’editoria “social” al servizio del branded journalism, riesca a generare valore, ricavi di assoluto interesse.

Insomma, mi pare si confondano, come si suol dire, capre e cavoli, l’idea di scarsità con quella di esclusività, realizzando un pot-pourri che, a proposito, è di scarso valore e significato.

Partendo dall’idea di fondo, che come dicevo è comunque interessante, ci lavorerò sopra “a tempo perso” prossimamente per provare ad affinare il tiro. Stay tuned.

Scarcity-Index

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Svalutation

Era il 1976 quando Adriano Celentano incise “Svalutation”, orecchiabile canzone sulla crisi italiana di quegli anni che ben sia adatta alla crisi dei giornali.

The Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism ha pubblicato una serie di dati sul mercato dei quotidiani statunitensi per aiutare a capire cosa c’è dietro la vendita del «The Washington Post», quale sia lo scenario di riferimento.

I ricavi pubblicitari del cartaceo sono il 39% di quello che erano nel 2005 – anno di maggiori ricavi nella serie storica – mentre le entrate pubblicitarie del digitale, dell’online, hanno tassi di crescita che PEW definisce “anemici” negli ultimi due anni [2012 +3.8%]. La crescita della pubblicità online, quindi, è ben lontana dal compensare le perdite della stampa. Infatti nel 2012, per ogni dollaro guadagnato dal digitale 15 dollari sono stati persi in stampa; in ulteriore peggioramento rispetto al rapporto nel 2011 di 10 dollari perduti dalla stampa per ogni dollaro guadagnato in pubblicità digitale.

ADV Revenues Giornali Statunitensi

Oltre ad una serie di dati specificatamente dedicati alle testate acquistate da Bezos, PEW ha realizzato un’infografica di sintesi delle principali cessioni ed acquisizioni di giornali negli Stati Uniti. Il valore delle testate è sceso nella migliore delle ipotesi, si fa per dire, dell’89%, per arrivare sino ad un calo del 95% per  «The Boston Globe» come segnalavo già ieri.

Attualmente lo scenario italiano, per quanto grave, non è così drammatico come quello di oltreoceano, meglio darsi da fare subito prima di dover dare ragione a Celentano che in uno dei passaggi  di “Svalutation” canta: “Mah, siamo in crisi ma senza andare in la’ l’America e’ qua”.

Infografica Vendite Giornali USA

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News Snacking

Mobiles Republic, società internazionale di syndication delle notizie, ha recentemente pubblicato i risultati della sua indagine 2013 sulle abitudini di lettura delle notizie.

Lo studio, basato sulle risposte di oltre 8.000 dei suoi utenti dell’applicazione “News Republic” negli Stati Uniti ed in Europa, Italia inclusa, indica, o meglio conferma che il consumo di notizie complessivamente è in aumento.

L’infografica sottostante ne riassume i risultati principali. I punti salienti emergenti sono:

1) Le persone stanno controllando le notizie più frequentemente ma per tempi limitati.

Per quanto riguarda l’online, dimenticate la lettura approfondita di notizie. Oggi prevale lo “news snacking”, cioè persone che stanno controllando le notizie più spesso, più volte al giorno e sempre più da dispositivi mobili.

2) Il trionfo degli aggregatori.

Secondo lo studio, il 73% degli intervistati ha dichiarato di utilizzare aggregatori intensamente, rispetto al 33% di un anno fa. L’uso di applicazioni di notizie di marca [quelle “proprietarie” dei principali quotidiani nazionali], invece, è diminuita dal 60 al 40% nello stesso periodo.  Elemento che emergeva anche dai risultati del “Digital News Report2013” condotto dal Reuters Institute for the Study of Journalism sulla pericolosa minor rilevanza del brand della testata.

3) Crescita dei social media  per controllare le notizie.

La relazione indica inoltre che le persone usano sempre più siti come Facebook e Twitter per il controllo degli aggiornamenti di notizie. Il 43% dei lettori ora utilizzare Facebook per controllare le notizie, con un aumento del sette per cento rispetto allo scorso anno.

Se il campione dell’indagine non è certamente rappresentativo della popolazione in Rete, certamente rafforza comunque i segnali emergenti da altre indagini. Meglio tenerne conto.

Newssnacking Infographic2013

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