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L’Edicola che non c’è e le Copie Digitali

A marzo 2102 fu annunciato in pompa magna il lancio di Edicola Italiana, piattaforma multi-editore per offrire online in un unico sito le diverse testate. Inizialmente la piattaforma avrebbe dovuto ospitare sia quotidiani che periodici di quattro editori passati poi a sei alla fine dell’anno scorso quando si tornò a parlare del progetto. Di fatto, ad oggi, non si hanno notizie del livello di avanzamento e se sono occorsi 9 mesi per giungere dalle dichiarazioni di intenti alla creazione del consorzio, e complessivamente sono passati 15 mesi, è facile immaginare che i tempi non siano brevi.

Personalmente, tra febbraio e marzo di quest’anno, ho provato a contattare alcuni dei membri del consiglio di amministrazione del consorzio Edicola Italiana per inserirne le prospettive nel mio libro “L’edicola del futuro, il futuro delle edicole. Ovvero che fine farà la carta stampata” ma dopo un lungo tergiversare non ho avuto, ahimè, il piacere di ottenere risposte.

Nel frattempo, come noto, da gennaio di quest’anno ADS ha iniziato a pubblicare i dati delle copie digitali di quotidiani e periodici. Se per i periodici, escludendo gli inserti allegati ai principali quotidiani, i volumi di vendita sono marginali così non è per i giornali, o almeno per alcuni di essi.

I primi cinque quotidiani per vendite realizzano l’86% del totale mostrando una concentrazione di gran lunga superiore a quella della carta stampata. Da quando sono stati resi disponibili i dati le vendite di copie digitali sono passate da 188mila a 242mila con un incremento del 28.7%.

«Il Sole24Ore», primo quotidiano per numero di copie digitali vendute, ha registrato nei primi quattro mesi di quest’anno un incremento del 56% e ad aprile il peso di questo formato è del 26.8% sul totale delle copie vendute [edicole + abbonamenti].

Peso quasi doppio rispetto a «Il Corriere della Sera», che cresce del 34%, e di «la Repubblica», che invece cresce “solamente” del 6.7%. Anche se i valori assoluti sono inferiori rilevante la quota di copie digitali anche per «Il Fatto Quotidiano» con un peso del 16.7% sul totale delle copie vendute ed il “fenomeno” di «L’Unione Sarda» con oltre 7mila copie [+12.7% vs gennaio 2013] per un peso del 13.8% sul totale. Per tutti gli altri quotidiani le copie digitali restano assolutamente marginali.

Il grafico, realizzato da Human Highway,  con l’evoluzione delle vendite delle copie digitali nel primo quadrimestre di quest’anno, mostra a colpo d’occhio le dinamiche evolutive.

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Crowdfunding di Fatto

All’inizio di quest’anno Peter Gomez, direttore dell’edizione online del «Il Fatto Quotidiano», aveva chiesto ai propri lettori come trovare l’equilibrio economico sul web per la testata ricevendo numerosi commenti ed indicazioni.

Ieri è sempre il suo direttore ad annunciare il lancio di un iniziativa di richiesta di sostegno al giornale che accoglie una parte di quelle indicazioni. Scrive Gomez che: “Quest’anno, se andrà bene, ilfattoquotidiano.it chiuderà 800.000 euro sotto il punto di pareggio. Che raggiungerà, forse, solo nel 2014”.

Ecco che allora per sostenere la crescita e lo sviluppo della testata online viene proposta la richiesta di un versamento di 3,99€ mensili per diventare utenti-sostenitori del quotidiano. Cifra che, secondo quanto riportato, permette di:

– Partecipare in diretta alla riunione di redazione de ilfattoquotidiano.it ogni giovedì alle ore 16.00, lasciare i tuoi commenti e suggerire gli argomenti e le notizie da trattare durante la settimana.
– Accedere a tre anni di archivio cartaceo html a partire da una settimana indietro rispetto alla data del giorno in corso
– Scegliere, tramite un sondaggio on line, una delle cinque inchieste proposte dalla redazione. L’inchiesta più votata sarà approfondita dai nostri giornalisti e video-reporter e pubblicata su ilfattoquotidiano.it

Utente sostenitore Fatto

Mi piace l’idea proposta di poter avere un filo diretto con la redazione anche se personalmente avrei trovato modalità diverse da quelle proposte che mi appaiono circoscritte ed eccessivamente limitate. Mi piace anche l’idea di rendicontare ogni quattro mese come sono state investite le somme ricevute a sostegno dello sviluppo del giornale e l’idea di base di co-creazione di valore, come avevo già scritto quattro mesi fa.

Non mi piace il nome di utente-sostenitore, che poteva trovare certamente una miglior definizione, un nome meno “meccanico”. Trovo debole la proposta di accesso all’archivio con una settimana di ritardo, una proposta di valore estremamente limitato che credo possa interessare un numero di persone esiguo.

Se, come viene detto, si tratta di un work in progress non resta che coglierne gli aspetti positivi ed attendere i futuri sviluppi e le inevitabili correzioni di tiro.

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L'[Un]Social Media Marketing dell’Informazione Italiana

Terminata la pausa natalizia ritorna la mia rubrica per l’European Journalism Observatory. Si inaugura il 2013 con un’analisi di un campione di alcune testate nazionali, sia all digital che non, cercando di verificare comportamenti, strategie messe in atto e livello di coinvolgimento delle persone su Facebook e Twitter.

L’infografica sottostante sintetizza i principali risultati mentre i dati completi ed il commento agli stessi sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo.

Infografica Engagement Informazione Italiana

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Co-creazione di Valore

Coltivare il dialogo con le persone e ascoltarne le motivazioni, accogliendone opinioni e suggerimenti, è la strategia più efficace a disposizione di un’azienda per migliorare i propri prodotti e servizi e inventarne di nuovi, modellandoli sulle esigenze espresse dalle personen stesse. Questa strategia ha un nome, si chiama marketing conversazionale e co-creazione di valore.

Processo di co-creazione che dovrebbe essere l’essenza di quello che comunemente si racchiude nella definizione di Web 2.0 per troppo tempo colpevolmente trascurato, anche, dai giornali e ricercato sempre più dalle persone, che richiamavo a chiare lettere ragionando su quelli che a mio avviso dovranno essere i capisaldi del 2013 per l’industria dell’informazione.

Mentre il mondo intero guarda con attenzione ed interesse al “freemium-based meter” annunciato da Andrew Sullivan per la sua iniziativa editoriale indipendente, che pare iniziare sotto buoni auspici ma che, come dicevo ieri non  credo possa essere preso ad esempio per una struttura che ha costi importanti e dunque necessita di un insieme più articolato di fonti di ricavo, in Italia, finalmente, qualcuno inizia ad applicare i principi della co-creazione anche in ambito editoriale.

E’ il caso dell’edizione online del «Il Fatto Quotidiano» che a firma del suo Direttore Peter Gomez, a testimonianza dell’importanza attribuita alla cosa, chiude l’anno chiedendo ai propri lettori come trovare l’equilibrio economico sul web per la testata.

Succede che la richiesta, al momento della redazione di questo articolo, raccoglie 475 commenti. Certamente un’inezia rispetto ai 400mila che mediamente visitano il sito del giornale in questione ma nella maggior parte dei casi emergono spunti davvero interessanti.

E’ il caso, ad esempio, del commento di Vittorio Capozzi che suggerisce di “concretizzare il primo giornale on-line ‘peer-reviewed’: per mettere a valore con metodo le competenze disciplinari dei lettori, una comunità ‘peer-to-peer’ per una rigorosa verifica del giornalismo che incontra le discipline. Un esperimento di spessore internazionale, di transdisciplinarità giornalistica, che potrebbe non essere complesso da implementare”, o, per citarne almeno un altro, di quello di Maurizio Mineo che afferma “suggerirei una maggiore integrazione tra sito e giornale: per esempio, negli articoli del giornale rimandi al sito [tramite url accorciati come quelli su twitter, bit.ly/…, cliccabili sulla versione elettronica!] per approfondimenti – anche video – sull’argomento, come anche qualcosa di simile al “Come è andata a finire” della trasmissione Report. […] 4€ al mese non sono esagerati: come “premium” potrei immaginarmi l’accesso all’archivio del giornale per non abbonati e la lettura su sito di una selezione di articoli e inchieste del giornale in contemporanea alla pubblicazione degli stessi [penso per esempio agli editoriali delle firme del giornale, Marco Travaglio, Antonio Padellaro, che raramente appaiono sui rispettivi blog]”.

Quelli soprariportati sono solo due, per brevità, dei tanti commenti e suggerimenti davvero interessanti, che consiglio di leggere, raccolti dal giornale nei tre giorni dalla pubblicazione.

Esempio concreto di come creare senso di community e valore aggiunto attraverso il convolgimento delle persone, da seguire come buona pratica.

Co-creazione-valore-con-il-cliente

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Le Notizie più Social del 2012 in Italia

Human Highway, , società di ricerche di mercato che, tra l’altro,  ha realizzato UAC Meter, strumento di osservazione e analisi della diffusione dell’informazione online sui social network, ha reso disponibili i dati relativi alle condivisioni sociali delle diverse fonti d’informazione nel nostro Paese nel 2012.

Dall’analisi dell’amplificazione sociale delle notizie emerge come ogni giorno in Italia le diverse fonti d’informazione, dalle versioni online dei quotidiani ai blog passando per le testate all digital, vengano pubblicati mediamente 2mila articoli al giorno che vengono condivisi da 250mila persone quotidianamente.

Evidenza di come i social media siano, anche, mezzi di distribuzione e diffusione dei mass media, come segnalava Tom Foremski, autorevole [ex] giornalista del «Financial Times», che ne ha  riassunto l’idea appunto con l’acronimo di SoDOMM [The Social Distribution of Mass Media]. Evidenza inoltre sia del passaggio dall’impression all’expression, dalla pura esposizione ai contenuti di un media a quello di lettura, apprezzamento e condivisione che del passaggio dallo user generated content allo user amplified content.

Il tasso di amplificazione sociale delle notizie di una testata diventa così un indice che esprime adesione, consenso o dissenso, partecipazione e coinvolgimento.

Per il 2012 sono state analizzate 40 testate che hanno prodotto 644mila articoli generando 54 milioni di “like” su Facebook e 4 milioni di tweet.

Se si conferma, come era già emerso dalle precedenti analisi,  che a primeggiare sono «La Repubblica» ed «Il Corriere della Sera», che da soli accorpano il 66,1% del totale delle condivisioni, la sorpresa viene da «Giornalettismo», testata all digital che si colloca al quarto posto, dopo «Il Fatto Quotidiano», per numero di condivisioni e che colpisce l’immaginario collettivo con un articolo su distrazione e potenzialità cerebrali dell’uomo che colleziona 112.749 condivisioni facendone la notizia più condivisa in assoluto nel 2012.

E’ interessante notare come la quarta notizia più condivisa [76.648 condivisioni] sia relativa ad una “bufala” pubblicata da «Il Mattino» di Napoli e poi dallo stesso corretta.

Grazie alla collaborazione di @nelsonmau, data journalist e recente co-fondatore di Dataninja, sito di recente creazione nato per raccogliere una serie di esperimenti di data-journalism, i dati pubblicati da Human Highway sono stati ulteriormente elaborati per approfondire il tema.

Emerge come il 72,2% delle condivisioni sia attinente ad argomenti relativi alla cronaca o alla politica del nostro Paese mentre lo sport raccoglie solo il 5,2%. O gli  sportivi dunque preferiscono continuare a discutere al bar oppure i quotidiani sportivi non stanno facendo un buon lavoro sui social network.

Si evidenzia inoltre la conferma dell’assoluto strapotere di Facebook rispetto a Twitter e Google+. Picchi nel numero di condivisioni si osservano il 23 febbraio, l’11 marzo, il 9 maggio ed il 24 di giugno. Date che non corrispondono agli hashtag più utilizzati su Twitter, quali terremoto o Brindisi per citarne alcuni, e che evidenziano le differenze tra Facebook e Twitter.

Argomenti più condivisi 2012

Differenza che emerge anche dalla spaccatura di quali siano le testate maggiormente condivise su Facebook e quali invece su Twitter con il primo più tradizionalista ed il secondo che lascia maggior spazio a testate all digital quali «Il Post» o «Linkiesta».

Come “sottoprodotto” infine, emerge, o meglio si conferma, la profonda differenza tra “like” e coinvolgimento, tra contare i “followers” e avere una conversazione con loro, come testimonia, a titolo esemplificativo, «La Gazzetta dello Sport» che su Facebook ha 773.569 “mi piace” ma non compare tra i primi dieci, e che altrettanto su Twitter conta 623.125 “followers” ma raccoglie un numero di condivisioni infinitesimale.

Condivisioni per SNCliccando sulle immagini avrete accesso ai grafici qui pubblicati in forma interattiva ed altre infoirmazioni che consentono di approfondire ulteriormente.

Update: Poichè attraverso commenti sui social network si rileva che forse non era stato espresso originariamente con sufficiente chiarezza, si segnala che le analisi che sono state fatte in collaborazione con Dataninja [confronti tra testate, classificazione delle news, incidenza dei tre SN] non possono dirsi rappresentative del totale dell’informazione – i 644mila articoli – poichè sono prodotte solo sui top articoli censiti, analizzati da HH, pari a meno dell’1 per mille degli articoli pubblicati. La specificazione non è mai ovvia; sorry.

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La Rivoluzione NON è Annunziata

Come previsto, pochi minuti dopo la mezzanotte è stato annunciato che «Huffington Post Italia» è online.

Stesso “family feeling”, stessa impostazione grafica delle altre versioni con lo splash fotografico della notizia principale a tutta pagina e la disposizione su tre colonne idealmente suddivise in informazioni/notizie, curiosità/gossip e blog, sono le caratteristiche del visual del sito anche per la versione in italiano dell’HuffPost.

Strutttura editoriale relativamente snella con una quindicina di giornalisti, oltre alla Direttrice Lucia Annunziata, e 189 blog/blog [anche se al momento della redazione di questo articolo sono attivi 17] “di fama” dall’ ex Ministro dell’Economia Giulio Tremonti a Maurizio Landini, Segretario Generale FIOM, passando per il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Antonio Catricalà e Lele Rizzo del movimento NOTAV e del centro sociale torinese Askatasuna.

Oltre alle considerazioni sull’eticità di intraprendere un’attività a fini di lucro basandosi ampiamente sul lavoro non retribuito, vi sono anche altri aspetti che, in riferimento alla versione italiana ed al panorama informativo del nostro Paese, mi pare opportuno considerare.

La versione Spagnola, l’ultima nata, dopo un mese, a fine luglio di quest’anno, secondo quanto dichiarato dalla Direttrice Montserrat Domínguez, avrebbe raggiunto 1,2 milioni di utenti unici e 10 milioni di pagine viste. Numeri che, in assenza di dati ufficiali [che non sono riuscito a trovare, sorry], vanno presi con le pinze poichè possono variare significativamente in funzione della fonte, che sicuramente beneficiano di visite dall’America Latina così come avviene per «El Pais», «El Mundo» e le altre testate online in castellano.

Anche la versione francese, realizzata in partecipazione con Le Monde e LNEI [Les Nouvelles Editions Indépendantes], anche se si posiziona al di sotto dei principali giornali online della Francia, ha numeri interessanti con quasi 7 milioni di utenti unici nel mese e 18,5 milioni di pagine viste. Ancora una volta una parte del traffico [ circa il 20% da febbraio, dalla nascita, ad agosto] arriva dall’estero, da altre nazioni in cui si parla francese presumibilmente, e non sono mancate le polemiche sui vantaggi ottenuti grazie al fatto di essere sorto sulle ceneri di «LePost» e sulla bassa capacità di attrazione che paiono avere gli articoli prodotti dai blogger d’oltralpe che generano solamente l’8% del totale delle visite mensili.

Secondo Riccardo Luna, «Huffington Post Italia» è un “game changer , ovvero un fatto destinato a cambiare le regole del gioco per quel che riguarda l’editoria”. Già dal titolo che ho dato all’articolo avrete capito che evidentemente non sono d’accordo con la sua visione.

Spiega bene Luca Sofri i motivi di successo del “modello HuffPost”, il problema è che questo modello in Italia già esiste ed è rappresentato dall’edizione online del  «Il Fatto Quotidiano» che ha già realizzato, più o meno esattamente, quello che la neonata testata all digital si propone di fare, dall’attenzione ai social network [803mila fans su Facebook e 387mila followers su Twitter al momento] ai numerossimi blog – gratuitamente – ospitati nella sua edizione online.

Modello che, secondo i dati Audiweb di Luglio, genera 251mila utenti unici e 952mila pagine viste. Numeri che, pur nella loro rilevanza nel panorama delle testate online, danno, anche, la dimensione delle differenze di potenzialità in Italia rispetto alle altre nazioni dove è stato applicato “il modello HuffPost” e che al tempo stesso costituiscono barriera per la versione italiana.

Elementi che nel loro insieme evidenziano come la rivoluzione non sia annunciata [o annunziata se si preferisce], anche perchè arruolare folle di blogger che scrivono gratuitamente e/o utilizzare social network e SEO alle porte del 2013 non può davvero considerarsi innovativo o “rivoluzionario”, e che determinano il perchè nel nostro Paese non sarà il successo di altre nazioni finendo probabilmente per minare la già precaria salute economica delle testate all digital italiane. Forse l’unico vero vantaggio sarà per il gruppo Espresso-Repubblica che potrà sperimentare cose che sulla corazzata, nell’edizione online di «Repubblica», non vuole/non può permettersi di fare.

Ciò detto, comunque, per principio, non posso che augurare la migliore sorte ad «Huffington Post Italia».

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Pubblico è Pubblico

Come ampiamente annunciato è uscito oggi in edicola il primo numero di «Pubblico», il giornale diretto da Luca Telese “scissionista”, con polemiche, da «Il Fatto Quotidiano».

Avendo la brutta abitudine di svegliarmi presto sono andato a prenderlo in edicola per vederlo dal vivo.

Formato tabloid, 24 pagine tutte a colori, poca pubblicità, solo una manchette in prima pagina e una pagina intera, l’ultima. Logo e grafica che ricordano «Liberation».

Una scelta forse non del tutto casuale visto che il neo nato quotidiano chiarisce subito lo spirito di lotta, sottolineato dal claim in cima alla testata: “Dalla parte degli ultimi e dei primi”, dedicando buona parte della prima pagina ed anche seconda e terza alla precarietà ed alle problematiche dei lavoratori dei call center definiti, nell’editoriale del direttore, “gli schiavi del terzo millennio”. Lotta che compare anche alle pagine 12 e 13 con un ampio servizio sull’impegno politico dagli anni 60, dalla fantasia al potere, ai no tav di oggi, ed ancora a pagina 18 con un articolo sulle Pussy Riot.

Niente meteo e niente programmi televisivi, se non alcuni raccomandati, spazio invece all’oroscopo.

Come recitava il comunicato stampa di presentazione del giornale diffuso pochi giorni fa, la redazione interamente dotata di smartphone, rende ogni redattore una sorta di fotoreporter, capace di illustrare e comporre il pezzo direttamente sul “campo, per un giornalismo all’avanguardia, veloce e attento alla realtà.

Breakeven a 9mila copie e l’obiettivo di vendita in una forbice compresa tra 10 e 15mile copie vendute a fronte di una tiratura di 30mila.

Se il rapporto tra fans e followers e copie vendute si mantenesse anche per «Pubblico», come per gli altri quotidiani del nostro Paese, nel rapporto 10 a 1 la strada da percorrere pare ancora lunga, escludendo ovviamente i primi giorni con il traino dell’effetto novità, con poco più di 9mila fans su Facebook e circa 6.300 followers su Twitter.

Come promesso nella circolare di presentazione agli edicolanti del giornale,  presenza di una rubrica quotidiana dedicata ai giornalai.

Presenza che si limita in realtà ad una foto di uno di essi e politica di prezzi per gli abbonamenti che, contrariamente a quanto avviene nella maggior parte dei casi, privilegia nettamente la versione digitale rispetto a quella cartacea. Elemento che viene evidenziato anche dallo spazio dedicato ai vantaggi del formato digitale.

Buona fortuna.

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