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Il Declino dei Social Readers

I social readers, le applicazioni che consentono di leggere, di sfogliare i quotidiani su Facebook, sono stati oggetto di una corsa frenetica da parte degli editori di tutto il mondo.

Apparentemente, sono applicazioni che hanno portato grandi vantaggi in termini di volumi di traffico alle edizioni online dei quotidiani. Cosa ne pensassi io sin dall’inizio credo sia sufficientemente chiaro da quanto scritto all’epoca senza bisogno di ritornarci sopra; confortato, anche, successivamente dalla visione di Frédéric Filloux che parla di “sharing mirage”, non ho cambiato idea, anzi.

Di fatto pare che i social readers stiano crollando coinvolgendo i principali quotidiani, dal «Washington Post» al «The Guardian» che tanto successo pareva aver riscosso con la propria applicazione per Facebook.

Diverse le tesi sulle motivazioni del crollo con buona parte dei professionals del settore che se ne felicitano e sostengono si tratti dell’inevitabile conseguenza dell’invasività delle applicazioni stesse e, dall’altro lato, TechCrunch e Ryan Y. Kellet, engagement producer del «Washington Post», che lo motivano con la recente introduzione dei “trending articles” da parte di Facebook. Personalmente propendo per la prima delle due ipotesi.

Qualunque sia la reale motivazione, anche per quanto ci riguarda più da vicino succedono cose strane con i social readers dei quotidiani nostrani. Aprendo un articolo, ad esempio [ma vale anche per altri giornali] del «Corriere della Sera» dalla app del quotidiano milanese su Facebook basta un click destro del mouse per vedere il codice sorgente, il codice html svelare che Nielsen Net Rating sta monitorando il numero di accessi alla pagina.

Se si tratti del test di Object, il nuovo sistema di rilevazione di Audiweb che entrerà in funzione ufficialmente a giugno, in grado di rilevare anche l’audience all’interno delle applicazioni per tablet e smartphone, le app per Facebook e gli “oggetti” nei siti come le gallerie fotografiche e gli slideshow, oggi non rilevati, o se vi sia un fine distinto è difficile a dirsi, anche se personalmente mi sfugge il senso di misurare con un sistema a a pagamento di tracking di pubblicità delle pagine su cui la pubblicità non la puoi mettere.

Comunque sia pare siano arrivati in ritardo anche in questo caso.

A margine, sempre in tema di quotidiani e applicazioni, consiglio la lucida analisi “Why Publishers Don’t Like Apps”.

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L’Impatto della Guerra tra WikiLeaks ed i Quotidiani

Le prime avvisaglie dell’incrinarsi delle relazioni tra WikiLeaks ed i suoi media partners ufficiali si erano già manifestate con chiarezza a fine aprile in occasione della publicazione dei cablograbbi segreti, o comunque riservati, sulle vicende di Guantanamo.

Dopo la decisione di questi giorni da parte di WikiLeaks di diffondere tutti i 251mila cablogrammi in suo possesso è definitivamente guerra tra l’organizzazione guidata da Julian Assange e i principali [ex] partner.

Da un lato si giustifica la decisione presa con la rottura degli accordi da parte del Guardian ed il favore dei sostenitori a larga maggioranza di diffondere le informazioni in proprio possesso, dall’altro ci si dissocia e si critica apertamente la scelta in nome dei principi deontoligici del giornalismo.

La testimonianza di Gennaro Carotenuto aiuta a far luce sulle motivazioni e sulle responsabilità delle parti in causa.

Di altrettanto interesse, a mio avviso, verificare l’impatto in termini di diffusione delle informazioni.

Se infatti WikiLeaks è diventata non solo simbolo della libertà di espressione ma anche fonte indispensabile per i giornalisti e per attirare visitatori alle pagine delle edizioni online dei quotidiani, quanto dipende la diffusione di queste informazioni dai giornali? E’ possibile che fonti ufficiali di minor rilevanza, i media partners di “secondo livello”, e il milione di followers su Twitter  consentano a WikiLeaks la stessa ampiezza di diffusione che veniva generata dai principali quotidiani del mondo come afferma Assange?

Sulla base di alcune evidenze raccolte dal sottoscritto, la risposta pare essere negativa.

Mentre circa un anno fa il livello di tweet si attestava intorno all’1,5% del totale con picchi sino al 2% in questi giorni siamo intorno allo 0,1%.

Si tratta di una tendenza che l’analisi condotta utilizzando Google Trends conferma nella sua globalità che definisce la piattezza del traffico sul Web in assenza di evidenza fornita dai mainstream media. Il grafico di sintesi dei risultati sottoriportato evidenzia con chiarezza la correlazione tra volume delle notizie e traffico generato in Rete.

Trend che l’ultilizzo di WE twendz pro, applicazione dedicata a monitorare ed analizzare dinamiche ed impatto delle conversazioni su Twitter, consente di approfondire.

Ne emerge un quadro d’assieme che descrive puntualmente come la maggior influenza sia in chiave positiva che di sentiment negativo venga generata prevalentemente da account ufficiali di fonti d’informazione tradizionali [quali ad esempio BBC e NPRNews] e di come, comunque, il traffico non abbia mai superato i 1400 tweet.

Se sia maggiormente discutibile l’etica di WikiLeaks o quella delle trame oscure dei Governi può certamente essere tema da approfondire, quello che appare certo è che, come avviene in tutte le guerre, la battaglia tra l’organizzazione di Assange ed i quotidiani stia avendo un impatto negativo su entrambi i fronti.

 

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I Rigori li Sbaglia Solo chi ha il Coraggio di Tirarli

Guardian e Observer nel tardo pomeriggio di ieri hanno annunciato la strategia per il futuro prossimo venturo riassumendola in “digital first”.

La notizia ha subito fatto il giro del mondo. Al momento della redazione di questo articolo i commenti di maggior interesse, a mio avviso, sono da parte di:   GigaOM, Strange Attractor, Martin CloakeThe Corsair, e The Media Blog.  Opportuna anche la visione del grafico realizzato da Malcom Coles.

In buona sostanza i due maggiori responsabili di Guardian News & Media, Alan Rusbridger e Andrew Miller, hanno delineato la strategia per i prossimi cinque anni del gruppo editoriale al quale fanno capo Guardian ed Observer annunciando un cambio in termini di filosofia di approccio e di organizzazione che trasformerà la media company da una basata sulla carta stampata ad una la cui filosofia, e pratica, si fonderà, appunto sul digital first.

Sarà ovviamente necessario attendere che l’annuncio si trasformi in pratica per poterne analizzare a fondo l’impatto effettivo ma è indubbio che si tratti di una vera e propria rivoluzione.

Vi sono degli aspetti che mi pare siano stati tralasciati, o quantomeno non adeguatamente evidenziati, forse perchè ingannati dall’accento posto sul digitale, che mi pare interessante ed opportuno riprendere.

In sintesi:

  • In primis è opportuno rilevare come l’analisi dei comportamenti dei lettori abbia guidato la scelta. Oggi il lettore [credo non solo del Guardian] consulta le “notizie fresche” al mattino dalle fonti online e successivamente approfondisce quelle di maggior interesse nella versione cartacea. E’ in quest’ottica che va interpretata la scelta che infatti trasformerà l’edizione stampata in una versione dedicata maggiormente alle analisi e agli approfondimenti.
  • La decisione, finalmente, attribuisce a ciascun mezzo un ruolo definito e realizza concretamente la tanto auspicata [anche in questi spazi] convergenza editoriale.
  • Le possibilità e le prospettive del Guardian, con 50 milioni di utenti unici mensili nell’edizione on line [dei quali il 25% dagli USA], non sono quelle di altri che non hanno, ed in specifico riferimento al nostro paese mai avranno, una tale base di riferimento.
  • Non solo digital ma anche, o forse soprattutto, open è la filosofia del Guardian. [vd]
  • Come giustamente rileva Miller, in un momento di crisi attendere, non fare nulla non è un opzione
  • Le revenues, i ricavi attesi in prospettiva dal digitale non si basano soltanto sugli investimenti pubblicitari ma sono fondati su 10 aree distinte  per generare degli introiti.

Diceva Diego Armando Maradona che i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli, non siamo oggi in grado di tirare le somme della scelta del Guardian ma dobbiamo certamente riconoscergli il valore concettuale ed il coraggio della stessa.

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Indice dell’Autorevolezza dei Giornalisti

La diffusione di Twitter favorisce una crescente adesione da parte dei giornalisti di tutto il mondo che utilizzano la nota piattaforma di microblogging come strumento sia di diffusione che di raccolta delle informazioni.

E’ un fenomeno la cui rilevanza è confermata dall’esistenza di una piattaforma ad hoc che raccoglie, suddividendoli per argomento, i tweets di moltissimi giornalisti.

Ora il Guardian segnala che PeerIndex, servizio lanciato a luglio del 2010, ritiene che l’autorevolezza dei giornalisti possa essere misurata anche sulla base della loro partecipazione a Twitter.

Nella prima settimana di gennaio sono stati analizzati 900 giornalisti britannici con un account attivo su Twitter ed è stata realizzata una classifica di quelli che, in base ai parametri definiti, sarebbero i più autorevoli.

Per ogni profilo analizzato viene realizzato un radar che si basa su 8 aree diverse e che incrociato con i risultati relativi ad autorevolezza, attività  e audience elabora un punteggio.

Oltre all’attività su Twitter viene effettuato il tracking del profilo in analisi su Linkedin, Facebook e [se attivo] del blog redatto.

Il giornalista maggiormente accreditato è risultato essere Charles Arthur, editor di the Guardian’s Technology.

L’analisi non può certamente essere rappresentativa in assoluto dell’autorevolezza dei giornalisti che evidentemente si fonda non solo sulla loro adesione e partecipazione “sociale”. Rappresenta non di meno un interessante approfondimento consentendo finalmente di andare oltre il semplice numero di fans e followers ed è un’ulteriore testimonianza concreta della socialità dell’informazione, della notizia.

Il mio ego è decisamente soddisfatto dei 57 punti ottenuti rispetto ai 78 del top dei giornalisti presi in considerazione. Se anche voi oltre che professionalmente siete incuriositi anche a titolo personale e volete verificare il vostro punteggio, potete farlo partendo da qui.

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Twitter ed i Quotidiani [Rotflmao]

Il quotidiano spagnolo El Pais ha superato recentemente la barriera dei 200mila followers su Twitter.

Grazie a questo risultato, secondo quanto riportato, si pone non solo primo tra i quotidiani della sua nazione ma anche all’interno della ristretta cerchia della quale fanno parte pochissimi players dell’informazione al mondo quali gli statunitensi New York TimesHuffingthon Post ed i britannici Time e Guardian.

Sono numeri che danno la dimensione della distanza da colmare, anche sotto questo profilo, da parte dei quotidiani nostrani tra i quali anche il giornale più sostenuto dal popolo della rete supera di poco i 13mila followers.

Difficile non segnalare come aspirante al titolo di “Palma d’Oro dell’Interazione” il giornale generalista nazionale “La Repubblica”, sempre pronto ad immolarsi all’altare del coinvolgimento solo nelle battaglie di proprio interesse, si distingue seguendo ben una sola fonte che non voglio privarvi del piacere di scoprire voi stessi.

Stabilito da tempo che la feeducia è una cosa seria, pare che Evan Williams in persona abbia commissionato una nuova immagine del celebre uccellino di Twitter da dedicare specificatamente alla nostra realtà nazionale. “Il Giornalaio” è in grado di mostrarvela in anteprima assoluta.

Da ridere e anche NO.

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I Link [della BBC] più Condivisi su Twitter

Dopo quello del Guardian anche la BBC ha il suo Zeitgeist.

Decisamente meno raffinato ed evoluto rispetto all’omologo del quotidiano anglosassone, mostra quali aree informative, quali notizie della BBC sono state maggiormente segnalate dagli utenti su Twitter nelle ultime 24 ore e nell’ultima settimana.

Utile per capire quali siano le informazioni che maggiormente interessano gli utenti tanto da spingerli a condividere l’informazione.

L’area tecnologica la fa da padrone confermando, ancora una volta come è il caso anche del Guardian, la predilezione degli internauti per quest’area informativa.

E’ un’indicazione sulla quale vale la pena di meditare attentamente nel caso si volessero sviluppare delle iniziative editoriali on line.

A margine, si segnala l’interessante censimento degli editori italiani presenti su Twitter effettuato da Come la Carta.

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Members Only

I giornali continuano a perseguire l’ipotesi di far pagare i contenuti on line. Seppure in realtà questo sia un discorso che riguarda la stampa estera e prevalentemente quella anglosassone, evidentemente si è capito che per i quotidiani italiani “il gioco non vale la candela”, come si suol dire, credo sia interessante comunque seguirne gli sviluppi.

Si stanno delineando sostanzialmente due possibili modelli per il pagamento delle notizie on line.

Il primo, già utilizzato attualmente per contenuti specialistici, consisterebbe nel classico “pay per view” a consumo, legato alla visione di un certo numero di pagine e contenuti. Una variante sul tema, il cui concetto di fondo resta inalterato, potrebbe essere quella addirittura del “pay per article”che però si scontrerebbe, a mio avviso, con la necessità di mettere a punto al tempo stesso il relativo sistema di micropagamenti che attualmente presenta diverse incognite e difficoltà.

Il secondo modello che si pensa possa essere introdotto prevede la creazione di un club di lettori.

Come accennato precedentemente, il quotidiano inglese “The Guardian ” starebbe pensando, appunto, alla creazione di un club, di uno spazio esclusivo a pagamento, per i proprio lettori dove offrire contenuti premium attualmente non meglio specificati. La notizia filtrata attraverso le indiscrezioni riportate è stata indirettamente confermata non più tardi di lunedì dal quotidiano stesso che ha pubblicato la notizia della ricerca di un manager per la gestione del precitato readers’ club.

Altre indiscrezioni filtrano ora relativamente al “New York Times” che starebbe testando ed investigando, altrettanto, la possibilità di costruire differenti pacchetti di offerta, legati comunque al concetto di club dei lettori .

L’ipotesi di lavoro del NYT, diffusa originariamente da uno dei partecipanti al sondaggio condotto dal quotidiano sul tema, sembra ad un livello di raffinamento superiore rispetto a quella del Guardian e prevederebbe la creazione di due livelli di membership: Gold & Silver.

Con il pagamento di importi che, in funzione del pacchetto scelto, vanno da 50 a 150 US dollars, oltre alla possibilità di avere accesso a contenuti esclusivi i lettori otterrebbero una serie di vantaggi aggiuntivi [vedasi immagine sottostante per i dettagli].

E’ sicuramente ancora troppo presto per avere una idea precisa e, dunque, per valutare l’impatto ed il risultato di queste iniziative.

La mia prima impressione è che l’idea di creazione di club di lettori sia positiva a prescindere dalla possibilità effettiva di ricavi integrativi da parte degli editori attraverso questa modalità. Credo possa esser una soluzione più funzionale rispetto a quella del pay per article e contribuire a creare un rapporto tra pubblico e giornali.

Complessivamente non sposta l’asse del problema, e la relativa necessità di trovare una soluzione evidentemente, né sotto il profilo economico né per quanto riguarda le readership.

Mi resta infine, il dubbio sul perchè si  insista sul pagamento dei quotidiani on line ed al tempo stesso si continuino a regalare le pubblicazioni su carta. Torneremo a parlarne inevitabilmente.

NYT Gold and Silver Offers

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