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Il Provincialismo dei Quotidiani Italiani

Che i files relativi a quanto avveniva a Guantanamo diffusi dai maggiori quotidiani internazionali avessero scatenato una sorta di guerra mediatica è apparso subito evidente.

WikiLeaks è diventata non solo simbolo della libertà di espressione ma anche fonte indispensabile per i giornalisti e per attirare visitatori alle pagine delle edizioni online dei quotidiani. Fabio Chiusi sostiene che sia una guerra che fa bene ai lettori che grazie alla  gara al rialzo hanno beneficiato di una copertura informativa più ampia sul tema.

I quotidiani di tutto il mondo dedicano ampio spazio alla vicenda ed in particolare, ovviamente, i giornali che sono “media partner” di Wikileaks danno grande risalto alla documentazione diffusa anche nell’edizione cartacea. E’ Così per El Pais, Le MondeDaily Telegraph ma non per Repubblica, che pure insieme al settimanale L’Espresso figura tra i mezzi d’informazione accreditati dall’organizzazione guidata da Julian Assange, nè per nessun altro dei giornali italiani.

Il dizionario della lingua italiana definisce il termine provincialismo come: arretratezza culturale, chiusura mentale, conformismo, caratteri che si ritengono propri della provincia. Non trovo personalmente miglior descrizione per definire l’orientamento dei quotidiani della nostra nazione, anche, in questa occasione.

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La Guantanamo dell’Informazione Italiana

L’informazione in tutto il mondo diffonde e commenta i files diffusi relativamente a Guantanamo.

Molti quotidiani, anche Europei, sono riusciti ad uscire con la prima pagina che riporta in grande evidenza la notizia ed il Guardian ha immediatamente realizzato una sezione di aggiornamento continuo sulla vicenda.

In Italia, eccezion fatta per Il Post, regna il silenzio più assoluto dopo più di 10 ore [sono le 10.18 in qs momento].

E’ il segnale lampante dell’arretratezza dell’informazione nel nostro paese. La Guantanamo dell’informazione in Italia.

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Guantanamo Leaks

Ironia della sorte, o beffardo segno del destino, proprio nel giorno della ricorrenza della liberazione nel nostro paese WikiLeaks pubblica 779 files, redatti tra il 2002 ed il 2009, classificati come segreti relativamente a quella che è una delle pagine più buie delle democrazie occidentali: la prigione di Guantanamo.

Al momento, tra i media partners dell’organizzazione guidata da Julian Assange solamente The Washington Post, The McClatchy Company, El Pais. Le MondeThe Telegraph hanno pubblicato estratti e sintesi della documentazione che era stata ricevuta da circa un mese e sulla quale Wikileaks ha tolto l’embargo, il veto di pubblicazione, stanotte dopo aver saputo che altri mezzi di comunicazione erano in possesso della documentazione e stavano per pubblicarla.

Si è così, infatti, venuta a creare una sorta di “leak dei leaks” che ha consentito al New York Times di pubblicare i files, ottenuti da altra fonte, cedendoli a sua volta alla NPR ed al Guardian.

Al di là della copertura mediatica e delle vicende connesse, che sarà certamente interessante approfondire appena possibile, i files, ordinati per numero dei prigionieri [Internment Serial Number], nome o nazionalità, confermano, documentandolo, le malversazioni, l’arbitrarietà, spesso esercitata erroneamente, e gli orrori e gli errori del centro di reclusione nel quale permangono ancora 181 detenuti, costato, sin ora, oltre 500 milioni di dollari al Governo degli USA.

Il NYT, al riguardo, ha pubblicato una timeline interattiva che sintetizza tutti gli avvenimenti all’interno del centro di detenzione ed evidenzia i casi dettagliati degli errori più evidenti dei detenuti che venivano classificati secondo il supposto livello di riscio che presupponevano per la sicurezza degli USA e con le indicazioni di che fare con lui.

Il Governo degli Stati Uniti condanna aspramente la diffusione della documentazione ed al tempo stesso continua a bloccare l’accesso, il contatto, con Bradley Manning, il soldato al centro della vicenda. Ulteriori tentativi di mutilazione della democrazia e della giustizia speriamo destinati a naufragare miseramente.

Come recita il pay off di WikiLeaks, il coraggio è contagioso.

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Il Documentario è un [Video]Gioco

I quotidiani di ieri riportano che, in caso di estradizione negli USA, Julian Assange  potrebbe essere condannato a morte o venire recluso in quello che è sinonimo di centro degli orrori, Guantanamo.

Il campo di prigionia di massima sicurezza statunitense è solamente il più [tristemente] celebre dei centri di detenzione nei quali si consumano quotidianamente drammi, orrori e abusi.

Negli ultimi anni, non casualmente in contemporanea con quello della base statunitense cubana, sono stati costruiti numerosi centri destinati agli immigrati clandestini. Nati sotto i nomi di fantasia più stravaganti, che vanno da centro di accoglienza temporanea al più realistico centro di detenzione, sono luoghi di degrado dei quali l’umanità intera dovrebbe provare almeno disagio se non vergogna.

Non è facile per i giornalisti approfondire le indagini nel mondo dei centri di detenzione per immigrati clandestini. Possono ottenere interviste con ex detenuti, raccogliere prove e numeri di riferimento incrociati, ma molto spesso non riescono ad accedere nei locali in questione, a rendere pubblico il vissuto dei detenuti. Il metodo più tradizionale  utilizzato è quello della “telecamera nascosta”  o alternative più drastiche come fu nel celebre caso del reportage di Fabrizio Gatti.

Questo è l’obiettivo perseguito da Homeland Guantanamo [Guantanamos Patria il titolo originale] , anche se questo progetto non è stato sviluppato da giornalisti, ma da Breakthrough, una  ONG in difesa dei diritti dell’uomo.

Nel gioco si è  nei panni di un giornalista che accetta un’offerta di lavoro al fine di entrare nel centro di detenzione Elizabeth e, quindi, indagare sulla morte di Boubacar Bah.

Guidati da un detenuto a conoscenza del tuo arrivo,ci si muove liberamente nel centro, “ricostruito” virtualmente per l’occasione. Si documentano così molte informazioni sulle terribili condizioni di detenzione, e sulle pressioni  ed ingiustizie alle quali vengono quotidianamente sottoposti gli immigrati.

Si dimostra che è davvero possibile costruire una rappresentazione virtuale di un luogo in cui i giornalisti non possono accedere. Con le interviste video, durante il gioco, si può vedere, in spaccati, immagini “rubate”, tour della telecamera nascosta all’interno del centro. Si esplorano attraverso questo modello, dettagli concreti, come la vicinanza della sala da pranzo con servizi igienici, mancanza di privacy nelle docce, o le celle anguste, con il risultato evidente di riuscire ad informare il lettore [il giocatore] in modo tangibile.

Un pezzo d’autore, da imitare, che dimostra la profondità della capacità dei videogiochi, dei newsgames, come elemento di narrazione ed approfondimento della notizia.

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