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A Caro Prezzo

Le vendite degli abbonamenti all’edizione digitale del «The New York Times» continuano a crescere e, nonostante rappresentino il 30% degli abbonamenti dell’edizione cartacea, c’è chi sostiene che nel giro di un paio d’anni la situazione potrebbe ribaltarsi con il sorpasso del digitale/online rispetto alla versione tradizionale.

Se questo avvenisse sarebbe un ulteriore problema per i traballanti conti del quotidiano statunitense.

Infatti se inizialmente un abbonamento veniva venduto a 220$ contro i 730$ della versione stampata, un differenziale che pur considerando costi di stampa e distribuzione è davvero notevole, ora la promozionalità sta facendo scendere drasticamente il prezzo. Con attualmente in corso una promozione, veicolata addirittura nell’home page con più box [3 per l’esattezza], che propone un mese di abbonamento “full” – edizione online + edizione per tablet + versione per smartphone –  a 99¢  contro i 35$ normalmente richiesti.

Offerta che viene sorpassata, battuta, su Groupon che veicola, evidentemente d’accordo con «The New York Times», addirittura due mesi di abbonamento per edizione online + versione per smartphones ad 1$ contro i 15.99$ del listino.

Non a caso, secondo quanto riportato, a fronte di un incremento dell’80% rispetto all’anno precedente degli abbonamenti alle vesrsione online/digitale vi è stata una crescita dell’11% dei ricavi dalle sottoscrizioni di abbonamento.

Il futuro del quotidiano visto dal suo direttore Jill Abramson è affascinante ma, nonostante si noti un appiattimento, una tenuta della flessione dei ricavi negli ultimi due anni, ipotizzando la stabilizzazione anche del calo dei ricavi dalla vendita di pubblicità dell’edizione cartacea con un -7% costante anno per anno da qui al 2017, il giornale newyorkino dovrebbe, nel pari periodo veder crescere del 14% le revenues derivanti dalla vendita di spazi pubblicitari per la propria edizione digitale/online; ipotesi che attualmente non pare verosimile.

La forte promozionalità in corso potrebbe costituire un ulteriore elemento per il dissesto dei conti del giornale che finirebbe per pagarla a caro prezzo.

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Purchè se ne Parli

«Non m’importa di come parlino di me, basta che ne parlino» scriveva agli inzi del ‘900 George Micheal Cohan coniando, forse inconsapevolmente, quello che è stato a lungo un’assioma nella pubblicità.

E’ passato circa un secolo da allora ma pare che in molti continuino a crederci.

E’ una teoria che infatti ho sentito personalmente recentemente con particolare riferimento al cosiddetto social commerce, uno per tutti Groupon, dove la tesi sostenuta è che, indipendentemente dalle vendite e dalla [scarsa] reddività delle stesse effettuate in questo modo, il vantaggio offerto da questa modalità consiste nel favorire il buzz, il passaparola online e dunque, in ultima analisi, ad aumentare la notorietà di marca. Si tratterebbe insomma di una pubblicità a basso costo.

John Byers e Georgia Zervas della Boston University insieme a Michael Mitzenmacher della Harvard University tra gennaio e luglio di quest’anno hanno esaminato 16mila offerte effettuate da Groupon ed il loro diffondersi attraverso i social network.

Pur confermando il potere di diffusione di questo veicolo la ricerca evidenzia un calo significativo, mediamente intorno al 20%, del rating della reputazione delle imprese, dei prodotti, coinvolti nelle offerte.

I ricercatori suggeriscono che probabilmente questo avviene poichè vengono raggiunte persone più critiche o a causa di una maggior difficoltà di relazione tra imprese e nuovi clienti. Personalmente non sottovaluterei i disservizi che si verificano spesso in seguito all’acquisto di queste offerte e l’impatto psicologico della variabile prezzo che, se da un lato scatena la caccia all’affare, dall’altro condiziona l’immagine percepita del valore della marca/prodotto come noto ormai da decenni.

Difficile in assenza di altri dati ed informazioni stabilire esattamente cause e concause del fenomeno, quel che pare certo è che il principio del purchè se ne parli sia datato di oltre cent’anni. E si vede.

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Minima provocazione, bonaria, quella contenuta nella scelta di riprendere e pubblicare i due grafici sopra riportati senza nulla aggiungere, sperando serva ad alimentare il dibattito senza influenzarlo preventivamente con la mia personale posizione sui dati contenuti. Comment is free.

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Social Commerce & Giornali

INMA, International Newsmedia Marketing Association, associazione con oltre 5mila soci in 80 nazioni del mondo dedicata al marketing dei media, ha realizzato una infografica di sintesi dedicata al fenomeno del social selling ed a Groupon in particolare.

L’ipotesi di lavoro è quella di utilizzare Groupon, o comunque il modello di vendita proposto, come modalità per vendere più e meglio gli annunci pubblicitari delle edizioni online dei quotidiani.

La grafica mostra come non sia solo una congettura futuribile ma una realtà già per circa 40 giornali negli USA.

Personalmente mi pare una pessima idea sia per l’ulteriore svilimento della vendita degli spazi pubblicitari che, ancor più, per la distrazione che presuppone rispetto alla “mission” di produrre informazione di qualità.

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