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A Tutto Schermo

Google ha pubblicato ieri i risultati di un’indagine sul mondo multischermo.

La ricerca: “The New Multi-screen World: Understanding Cross-Platform Consumer Behavior”, condotta nel secondo trimestre di quest’anno in collaborazione con Ipsos ed un’azienda sponsor, ha investigato come i diversi media sono utilizzati nel corso della giornata, come i diversi schermi [PC, smartphone, tablet e TV] impattano l’uno sull’altro, le motivazioni di utilizzo di un mezzo rispetto all’altro, come tablets e smartphones sono utilizzati insieme a PC e TV, come le persone facciano un utilizzo multischermo per realizzare ciò che gli interessa e, inevitabilmente trattandosi di Google, il ruolo della search, della ricerca sui motori in quest’ambito.

I risultati dicono molto sul futuro dei media e sulle strategie di comunicazione da adottare.

Il primo elemento che emerge è che il 90% delle interazioni, del tempo di consumo dei media passa ora per uno schermo mentre a radio, riviste e giornali va il restante 10%. Aspetto che, per quanto riguarda la stampa, rafforza la mia convinzione sulla necessità di accellerare sperimentazioni sull’impiego di soluzioni di realtà aumentata.

Si evidenzia come ad ogni device, ad ogni schermo sia associato un ruolo con il PC vissuto come elemento produttivo, di lavoro, gli smartphones come elemento di comunicazione “always on”, ed i tablets come elemento associato prevalentemente al divertimento, allo svago. Ruoli che è necessario tenere in considerazione nel momento di creare contenuti informativi e/o di progettare azioni di comunicazione.

Vi sono fondamentalmente due modalità di utilizzo dei diversi mezzi. Uno è sequenziale, ovvero si inizia utilizzando uno strumento per poi completare su di un altro, mentre l’altro è contemporaneo, in multitasking, siano attività relazionate tra loro [come ad esempio commentare sui social network quel che si vede in TV] o meno. Si tratta di comportamenti messi in atto dal 98% delle persone intervistate.

Gli smarphones sono il mezzo più comunemente utlizzato per iniziare un’attività che viene poi completata con un altro tipo di mezzo, il PC è invece il punto di partenza per attività di maggior complessità, sia lavorative che non, e i tablets confermano l’associazione con il leisure essendo spesso utilizzati in prima battuta per aquisti online e pianificazione di vacanze [e-tourism].

L’utilizzo multischermo avviene con tre combinazioni nell’arco della giornata, il caso più frequente è nell’abbinamento tra smartphones e TV. Resta l’e-mail l’attività più comune durante il multitasking, seguita dalla navigazione su Internet e la partecipazione nei social network. Nel 22% dei casi le attività di multitasking sono complementari tra loro e, di riflesso, non lo sono nel 78% dei casi.

La ricerca non chiarisce quanto questo sia elemento di distrazione, di caduta di attenzione, ma con una percentuale così elevata di attività non relazionate tra loro non è difficile immaginare che lo sia. Si tratta sia di un’opportunità, se si pensa alla possibilità di visitare il sito web di un’azienda/brand visti in televisione, ma anche di una minaccia al valore della comunicazione pubblicitaria in TV.

Come concludono, giustamente, gli estensori della ricerca, l’approccio, il tentativo di coinvolgere le persone, non deve più essere tra digitale e tradizionale ma specificatamente mirato a ciascun supporto, personalizzandolo per ciascun device, per ciascun media.

Benvenuti nel nuovo mondo multischermo.

A margine, sul tema, si consiglia la consultazione di questa presentazione: “Patterns for Multiscreen Strategies” e la lettura dell’articolo di corredo alla stessa.

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Questione di ARPU

Mary Meeker, analista della Morgan Stanley, ogni anno effettua una presentazione che riassume lo stato di Internet e dell’economia digitale. Al suo interno vi è sempre un grafico di sintesi relativo al tempo di utilizzo dei diversi media ad al livello di investimenti in comunicazione pubblicitaria che evidenzia lo stato dell’essere attuale.

Quello di quest’anno mostra come, negli Stati Uniti, il forte sbilanciamento a cui era in passato soggetto Internet, con un rapporto tra tempo speso dall’utenza e budget pubblicitari sfavorevole, si sia praticamente annullato, mentre permane un forte gap sia per quanto riguarda i quotidiani che per il Web in mobilità.

Ho già avuto modo di sottolineare come questi dati possano dar luogo a teorie, perlomeno, eccessivamente meccanicistiche, poichè al concetto di tempo speso vanno necessariamente abbinati due elementi: quelli di coinvolgimento e di attenzione.

Se da un lato è infatti necessario continuare  la ricerca di nuove, e più efficaci, modalità di  comunicazione e relazione, dall’altro si impone una riflessione sull’efficacia della pubblicità on line, sulla fruizione e sui livelli di attenzione che essa genera in termini di permanenza e memorabilità del messaggio.

Aspetti che sono ulteriormente influenzati, allo stato attuale, da proposte di comunicazione prevalentemente invasive e inadeguate al mezzo, trasportate su Internet senza tenere conto delle differenze rispetto agli altri media.  Il Web è un ambiente, un ecosistema sociale, e considerarlo un media in termini classici è un errore. Il basso livello di efficacia della comunicazione pubblicitaria on line ne è la più vivida testimonianza.

Sempre all’interno della precitata presentazione, di grande interesse, a mio avviso, sono i dati relativi all’ARPU, ai ricavi medi per utente. Se certamente, ancora una volta, sono dati che vanno presi con le pinze poichè non tutte le persone sono uguali nè hanno lo stesso valore sotto il profilo pubblicitario, il grafico evidenzia l’enorme distanza tra il valore dei quotidiani e quello di alcuni dei principali attori, delle più grandi imprese in Rete.

Mutuando la celebre frase di Ogilvy, uno dei padri dell’advertising, che diceva: “il consumatore non è uno sciocco, il consumatore è tua moglie”, credo che neppure le imprese e gli imprenditori, gli investitori pubblicitari siano degli sciocchi.

La tanto annunciata morte dei giornali è rimandata a data da destinarsi, nel frattempo meglio fare qualche riflessione, e lavorare, sul valore dell’advertising online non solo sotto il profilo quantitativo.

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Le Tendenze della Pubblicità Online

Google detiene circa il 50% del mercato pubblicitario online. Un dominio a cavallo tra abuso dominante ed eccellenza di mercato che continua a creare problemi all’azienda di Mountain View anche nel rapporto conflittuale con gli editori. Relazione che Google cerca di migliorare con diverse iniziative a sostegno, o almeno di supporto, del comparto editoriale, provando a smentire la fama di vampiro, di parassita dell’industria dell’informazione.

E’ in questa logica che deve essere considerata la pubblicazione di “Display Business Trends: Publisher Edition”, rapporto pubblicato ieri che rende disponibili, in forma aggregata, i dati relativi a miliardi di impression raccolti da Google attraverso DoubleClick for publishers, DoubleClick ad exchange e, ovviamente, Google AdSense network. I dati pubblicati si riferiscono al 2011.

Il rapporto è di estremo interesse ed analizza e classifica i contenuti verticali, per tipologia di argomento, sulla base delle ad impression e dei CPM. Fornisce un panorama davvero completo delle tendenze della pubblicità online analizzando formati display, nazioni [Italia inclusa], Web in mobilità e formati video.

I dati relativi alle categorie evidenziano una buona dinamicità del comparto delle notizie [+18% a livello mondiale] anche se inferiore ad altre tipologie quali, uno per tutti, shopping. E’ il segmento della salute a spuntare il CPM più elevato a circa la metà complessivamente quello delle news. Il calo delle comunità online, nella mia interpretazione, è dovuto allo strapotere di Facebook ed alla relativa raccolta pubblicitaria effettuata dallo stesso.

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Tra le nazioni sono gli Stati Uniti a guidare la classifica dei Paesi con il maggior numero di impression seguiti dalla Cina. Non è un fattore escusivamente demografico come dimostra la quota del 2,5% del totale dell’India.

In Europa la nazione con il maggior peso è la Germania con una quota del 4,9% del totale, seguono Francia e Gran Bretagna  rispettivamente con il 4,8% ed il 4,2%.

L’Italia mostra la sua debolezza anche in questo caso con solo il 2,1%, inferiore a Spagna [3,1%], Polonia [2,5%], Olanda [2,4%] e perfino della Turchia, nazioni che per demografia o sviluppo economico dovrebbero avere un peso inferiore; la conferma di quanto debole sia ancora la Rete nel nostro Paese.

Ad abundantiam l’Italia è una delle nazioni con il CPM più basso ed una tendenza negativa del suo valore: – 8% rispetto all’anno precedente. L’ennesima conferma che la pubblicità non può bastare a tutto ciò che serve al giornalismo e che è necessario andare oltre i CPM per quanto riguarda l’industria dell’informazione.

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In termini di formati sono il mastehead, il display da 728 x 90 in testa alla pagina, e il medium rectangle, il rettangolo da 300 x 250, a fare il 65% del mercato. In calo tutti i formati piccoli, esplosione del mobile che però pesa solo l’1% del totale. Sempre in riferimento al Web in mobilità sono shopping e food & drinks, dunque ristoranti e bar, a registrare il maggior numero di impression, molto modesto quello delle notizie; la conferma delle grandi potenzialità per gli esercizi commerciali di questa tipologia di pubblicità e, altrettanto, di quanto per l’industria dell’informazione la mobilità sia più una minaccia che un’opportunità almeno dal lato della raccolta pubblicitaria.

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Il rapporto di Google costituisce una base preziosa di informazioni sul mondo della pubblicità online, supporto importante nella ricerca di un nuovo equilibrio per l’ecosistema informativo, che appare davvero difficile per quanto riguarda l’Italia come dimostrano anche le difficoltà delle start up all digital nel nostro Paese. Continueremo a lavorarci sopra.

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Dicotomie in Salsa Social

Google ha commissionato a Millward Brown una ricerca paneuropea sull’impiego nelle aziende di social media e, più in generale, degli strumenti social.

Lo studio, effettuato nella prima metà di marzo di quest’anno, ha coinvolto un campione di 2700 professionals dipendenti in aziende, di 8 segmenti di mercato diversi dai trasporti alle telecomunicazioni passando per beni di largo consumo e media/pubblicità, in Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Spagna e Svezia. Il peso di ogni nazione è stato attribuito in base al PIL della stessa. I risultati sono stati pubblicati il 15 maggio scorso.

L’indagine sfata il mito che i social media siano, nell’utilizzo da parte dei dipendenti, elemento di distrazione e di perdita di tempo, come ritengono molte imprese, che persistono a bloccarne inutilmente l’accesso che avviene ugualmente attraverso gli smartphones ormai diffusissimi, identificando il potenziale di questi mezzi, di questi strumenti di comunicazione sia interna che esterna per le imprese.

Italiani e spagnoli a pari merito guidano la classifica degli entusiasti nell’utilizzo dei social media. Complessivamente sono i professional di maggior seniority, di maggior anzianità a mostrare maggior interesse ad impiegare questi mezzi, le aziende che hanno una portata internazionale e che appartengono alla distribuzione [al commercio], al largo consumo ed a media/pubblicità.

Con accenti diversi si evidenzia una forte dicotomia tra le potenzialità attribuite e l’impiego che effettivamente se ne fa all’interno delle imprese. Una contraddizione che, se da un lato lascia sperare ad un utilizzo maggiore in futuro, dall’altro lato fotografa con precisione la situazione attuale di inesperienza ed incertezza già testimoniata dalla social media inability delle aziende del nostro Paese.

Un approccio poco strutturato alla materia come evidenzia, anche, Michele Boroni che parla di conversazione insostenibile, citando i risultati di un altra ricerca in materia, che si manifesta sia in chiave di comunicazione interna che per quanto riguarda l’utilizzo corporate dei social media come mezzo di comunicazione verso l’esterno dell’impresa.

Insomma, i social media sono apprezzati ma sottoutilizzati. Dicotomie in salsa social che stabiliscono l’attuale distanza tra i comprtamenti delle persone e quelli di molte imprese.

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Nuove Metriche per la Pubblicità Online

Google ha presentato la settimana scorsa due nuovi sistemi, due nuove metriche per la misurazione della pubblicità on line.

Brand Active, progetto che introduce due nuove modalità e metriche per la valutazione dell’efficacia della comunicazione pubblicitaria in Rete, si propone di diventare un nuovo standard di riferimento soppiantando gli attuali standard che adottano criteri  eccessivamente semplicistici e riduttivi.

Il primo sistema proposto da Google è stato denominato Active View ed è il più innovativo. Si tratta fondamentalmente di un sistema che permette di fornire agli investitori pubblicitari dati basati sulla durata dell’annuncio e la visione effetiva dello stesso, ed il tempo di permanenza, di visione. I parametri saranno integrati nelle prossime settimane all’interno di Google Display Network Reserve e farà si che le aziende che investano in pubblicità online paghino solamente per gli annunci effettivamente visti.

Si tratta di una rassicurazione fondamentale sia per quanto riguarda la quantità, che i criteri legati ai CPM non garantiscono a causa, banalmente, degli ad block integrati nei browser [come, non ditemi che non lo sapevate], che per quanto attiene alla qualità, alla profilazione accurata degli annunci in funzione delle caratteristiche e degli interesse effettivi delle persone.

Il secondo sistema: Active GRP, è un tool, uno strumento che consente in prospettiva di misurare l’impatto degli annunci pubblicitari in funzione del loro rating, in fuzione del numero di persone che in quel momento stanno consumando, fruendo di un determinato media, di una certa pagina o spazio. Formula simile a quella che viene utilizzata attualmente per sapere quali canali/programmi televisivi hanno maggior successo.

Ed è proprio alla televisione, alle aziende che vi investono che mira Google consapevole che senza criteri di affidabilità e trasparenza non si riesca ad attrarre in maniera significativa le tante imprese che allocano sul Web una quota ancora marginale dei propri investimenti.

Si tratta di sistemi di misurazione, di metriche che vanno al di là della semplice analisi dei click e iniziano a prendere, finalmente, in considerazione il tempo di permanenza all’interno di una pagina Web.

Come è stato detto più volte all’interno di questi spazi, c’è vita per i quotidiani online oltre i CPM, iniziate, iniziamo, a rifare i conti e, soprattutto, a ridefinire le strategie.

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Google Currents

Dopo il recentissimo aggiornamento di Flipboard, ora disponibile anche per iPhone oltre che per iPad, Google ha lanciato ieri il proprio aggregatore sociale di notizie per tablets e smartphones sia per iOS, il sistema operativo di Apple, che per Android.

L’applicazione conta già con la partnership di 150 editori per un totale di 180 fonti d’informazione quali CNET, AllThingsD, Forbes, Saveur, PBS, Huffington Post, Fast Company e molti altri ancora. Attualmente disponibile solo per il mercato statunitense, sicuramente non tarderà molto ad esserlo anche nelle altre nazioni, Italia compresa.

Contemporaneamente al lancio di Currents, Google ha reso disponibile una piattaforma che consente agli editori di realizzare e personalizzare i propri contenuti permettendo anche a organizzazioni locali o, comunque, di dimensioni ridotte, quali, ad esempio, organizzazioni no profit, di avere i propri contenuti disponibili per l’aggregatore sociale di Mountain View senza particolare sforzo nè competenze tecniche.

Oltre ad un design molto pulito ed alla possibilità di condividere i contenuti, le notizie, in maniera più articolata rispetto a Flipboard, potrebbe essere proprio questo l’asso nella manica che consenta a Google Currents di sbaragliare la numerosa concorrenza che ormai esiste anche in questo segmento con Yahoo Livestand, Editions di AOL e Zite, recentemente acquisito dalla CNN per circa 25 milioni di dollari, a testimonianza della rilevanza che viene attribuita a questa modalità di distribuzione delle informazioni.

Attenzione ed interesse riposti che evidentemente si basano sull’ipotesi di prospettive future poichè allo stato attuale l’utilizzo dei tablet resta prevalentemente in ambito “leisure”, di intrattenimento.

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Se Piace, Piacerà

A meno di una settimana dal lancio di “UAC Meter”, tool di misurazione della social popularity delle notizie nel nostro Paese, gli autori dello strumento continuano ad innovare con una nuova proposta.

Youllike.it, se ti piace, piacerà, è un aggregatore di notizie che prende i dati di UAC Meter e li presenta con taglio editoriale e non “di ricerca” come invece visualizzati da UAC.

Le notizie più in evidenza quando si apre il sito, o in alternativa cliccando sull’icona rossa a forma di mondo, sono ordinate per crescita oraria di likes: più una notizia sta crescendo in termini di popolarità e più  occupa uno spazio grande, ha il titolo grande, e  si trova in alto, in maggiore evidenza, nella pagina.

Premendo invece le icone dei tre social networks le notizie si riordinano con la stessa logica precitata ma considerando tutti i like acquisiti e non il trend orario dei like.

Per ogni articolo viene fornito: titolo, porzione di testo, immagine [se presente], dati sui likes e icona che presenta la forma della crescita del numero dei like nelle ore precedenti. Esiste la versione relativa ai quotidiani online, siti web che sono l’emanazione di testate tradizionali, e fonti di informazione “all digital” quali ad esempio i cosìdetti superblog ed altro.

 Youllike.it non è solo uno strumento integrativo rispetto a quello precedente ma è un vero e proprio prodotto editoriale, un aggregatore di notizie basato sulle preferenze degli internauti.

La dimostrazione di come si annulli sempre più la distanza tra imprese e organizzazioni editoriali, il cui ruolo diviene sempre più sovrapponibile, e di quante possibilità inesplorate esistano, volendo.

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Il Mondo dei Social Media nel 2011

In meno di tre minuti una sintesi aggiornata a fine novembre dei dati di maggior rilevanza sul mondo dei social media.

Si viene così a scoprire, ad esempio, che attualmente ci sono più persone registrate a Facebook che possessori di un autoveicolo o che ogni minuto vengono caricate 35 ore di video su YouTube.

Utile flash informativo sullo stato dell’arte di un mondo in rapidissima e costante evoluzione.

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Controllo dei Dati nel Web 2.0

La cronaca di questi giorni narra del trojan, del sofware spia, utilizzato dalle autorità governative tedesche per tenere “sotto osservazione” i propri cittadini e di come Google collabori con i governi di mezzo mondo cedendo le informazioni a propria disposizione, e-mail incluse,  a fronte di richieste più o meno giustificabili.

In occasione del prossimo «Web 2.0 Summit», programmato dal 17 al 19 Ottobre a San Francisco, gli organizzatori hanno realizzato una mappa interattiva che mostra i punti di controllo dell’internet economy.

La mappa, aggiornata rispetto alla versione dell’anno scorso, si focalizza maggiormente su chi e come vengono controllati e gestiti i dati degli internauti. In una sorta di risiko mondiale vengono identificate le aziende principali ed il loro potere nel controllo di otto segmenti di informazioni che vanno dagli acquisti fatti in Rete agli interessi personali espressi, anche attraverso i social network, passando per localizzazione geografica e tipologia di informazioni ricercate.

L’altro volto del Web 2.0 che mostra la condizione di libertà vigilata degli internauti.

- Clicca per Accedere alla Versione Interattiva -

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Il Momento Zero della Verità

L’incremento delle fonti d’informazione complessivamente a disposizione delle persone, social media e social network, il passaparola digitale, hanno trasformato definitivamente modelli di relazione e meccanismi d’influenza tra imprese e individui.

Se, in termini di stimolo nel processo d’acquisto, la comunicazione pubblicitaria continua ad esercitare un ruolo primario,  il processo canonico, tradizionalmente codificato in tre passaggi [stimolo, acquisto, esperienza d’uso del prodotto/servizio] è cambiato. Siamo oggi di fronte al momento zero della verità.

Come evidenziano gli esempi sopra riportati, il momento zero della verità è un passaggio aggiuntivo che precede la decisione nel quale le persone, grazie alla Rete, hanno di fatto acquisito un nuovo modello mentale che li porta a ricercare informazioni rispetto agli stimoli ricevuti. Si tratta di un fenomeno che è, in generale, in forte aumento e che diviene sempre più determinante poichè si avvicina sempre più al momento d’acquisto grazie all’utilizzo di Internet in mobilità.

Sono questi, in sintesi, i risultati salienti emergenti della ricerca commissionata da Google: “Zero Moment of Truth” che l’e-Book, scaricabile gratuitamente, realizzato da Jim Lecinski, Managing Director of US Sales & Service di Google, propone.

La conferma della necessità di rovesciare i paradigmi da parte delle imprese che vogliano reggere il momento zero della verità che l’esperienza d’uso del prodotto/servizio fatta da altre persone influenza in maniera determinante, come mostra il grafico di sintesi del processo contenuto nell’ e-Book.

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