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Nuove Fonti di Ricavo per l’Industria dell’informazione

Alan Rusbridger, editor-in-chief del «The Guardian», durante l’open weekend promosso dal quotidiano anglosassosone a marzo dell’anno scorso, chiedeva cosa le persone fossero disposte a dare ai giornali in cambio delle notizie, elencando come scelte possibili: soldi, tempo e informazioni.

Dopo il lancio ad aprile di Google Customer Surveys, soluzione disponibile anche in Italia, soluzione alternativa concettualmente al paywall che propone un breve questionario al quale il lettore deve rispondere per poter avere accesso all’articolo completo, come segnalavo all’epoca dell’esordio, arrivano ora altre proposte e soluzioni in tal senso.

E’ infatti sempre sulla raccolta di dati, di informazioni, che si concentra la proposta di Enliken, disponibile a breve, che pensa di utilizzare le informazioni richieste agli utenti per meglio profilare la comunicazione pubblicitaria online utilizzando i loro dati come forma di micro pagamento per avere accesso a contenuti informativi premium e/o per avere accesso a promozioni particolari.

Ed è sempre di questi giorni l’annuncio del «The Washington Post» che ufficializza come il il gruppo di lavoro, lo staff interno al giornale, dedicato ai sondaggi che ora diventa un servizio che sarà realizzato non solo ad uso e consumo del giornale ma verrà offerto ai propri clienti, alle aziende, andando a costituire un’unità di business indipendente, una nuova fonte di ricavo per la testata statunitense.

Prove tecniche del passaggio dal piedistallo allo sgabello per chi ha la capacità di guardare oltre i soliti, obsoleti, modelli di business.

Giraffa

“Bonus track”: How publishers are finding new ways to feature old content [QUI]

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Dicotomie in Salsa Social

Google ha commissionato a Millward Brown una ricerca paneuropea sull’impiego nelle aziende di social media e, più in generale, degli strumenti social.

Lo studio, effettuato nella prima metà di marzo di quest’anno, ha coinvolto un campione di 2700 professionals dipendenti in aziende, di 8 segmenti di mercato diversi dai trasporti alle telecomunicazioni passando per beni di largo consumo e media/pubblicità, in Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Spagna e Svezia. Il peso di ogni nazione è stato attribuito in base al PIL della stessa. I risultati sono stati pubblicati il 15 maggio scorso.

L’indagine sfata il mito che i social media siano, nell’utilizzo da parte dei dipendenti, elemento di distrazione e di perdita di tempo, come ritengono molte imprese, che persistono a bloccarne inutilmente l’accesso che avviene ugualmente attraverso gli smartphones ormai diffusissimi, identificando il potenziale di questi mezzi, di questi strumenti di comunicazione sia interna che esterna per le imprese.

Italiani e spagnoli a pari merito guidano la classifica degli entusiasti nell’utilizzo dei social media. Complessivamente sono i professional di maggior seniority, di maggior anzianità a mostrare maggior interesse ad impiegare questi mezzi, le aziende che hanno una portata internazionale e che appartengono alla distribuzione [al commercio], al largo consumo ed a media/pubblicità.

Con accenti diversi si evidenzia una forte dicotomia tra le potenzialità attribuite e l’impiego che effettivamente se ne fa all’interno delle imprese. Una contraddizione che, se da un lato lascia sperare ad un utilizzo maggiore in futuro, dall’altro lato fotografa con precisione la situazione attuale di inesperienza ed incertezza già testimoniata dalla social media inability delle aziende del nostro Paese.

Un approccio poco strutturato alla materia come evidenzia, anche, Michele Boroni che parla di conversazione insostenibile, citando i risultati di un altra ricerca in materia, che si manifesta sia in chiave di comunicazione interna che per quanto riguarda l’utilizzo corporate dei social media come mezzo di comunicazione verso l’esterno dell’impresa.

Insomma, i social media sono apprezzati ma sottoutilizzati. Dicotomie in salsa social che stabiliscono l’attuale distanza tra i comprtamenti delle persone e quelli di molte imprese.

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Business Model

Google cerca di sconfiggere la fama di parassita dell’industria dell’informazione, che tanti problemi e conflitti ha creato nel tempo tra l’impresa di Mountain View ed il comparto editoriale in tutto il mondo, e lancia un nuovo servizio che dovrebbe aiutare gli editori, le testate online a risolvere l’insoluta, ad ora, questione di quale sia un modello di business sostenibile, con un prodotto, a cavallo tra la promozione, la brand awareness e la ricerca, il sondaggio.

L’idea ha buone potenzialità e consente, per avere un termine di paragone, un CPM intorno ai 15$, un livello di ricavo superiore a quello attuale di molte testate. Resta solo una domanda, come mai gli editori non ci hanno pensato autonomamente e hanno avuto bisogno di attendere la proposta fatta da terzi? Non è una perplessità di poco conto, a mio avviso, e potrebbe aiutare a spiegare su cosa si basa, quali siano le fondamenta dell’attuale crisi economica che attraversa l’industria dell’informazione.

Ne parlo, iniziando in questo modo un ciclo di almeno 5 appuntamenti su questo tema, nella mia colonna settimanale all’interno degli spazi dell’ Osservatorio Europeo di Giornalismo.

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