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Investimenti sulla Carta

Caltagirone Editore Spa, è il secondo gruppo editoriale in Italia, con quasi 6 milioni di lettori nel giorno medio detiene il 26.4% della readership di quotidiani nello stivale. Controlla «Il Messaggero», «Il Gazzettino», «Il Mattino», «Il Corriere Adriatico», «Il Nuovo Quotidiano di Puglia», la social free press «Leggo» e la concessionaria di pubblicità Piemme.

Nonostante un risultato gestionale nei primi 9 mesi di quest’anno all’insegna della negatività, come tutto il comparto editoriale nel suo complesso, ha effettuato un rinnovamento profondo del suo quotidiano più importante: «Il Messaggero».

Rinnovamento che ha visto la luce il 9 novembre scorso e che manda dei messaggi importanti da cogliere sull’attualità dell’informazione ed il futuro dei giornali.

Ne parlo nella mia rubrica settimanale per l’European Journalism Center. Buona lettura.

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Il Futuro dei Giornali

Quale sarà il futuro dell’informazione e su quali modelli di business si fonderanno gli editori è, ad oggi, una domanda ancora aperta alla quale di fatto non esiste una risposta certa.

Weitzner Limited, impresa dedicata all’interior design di alta gamma, ha trovato il modo di valorizzare il supporto tradizionale dei quotidiani, creando Newsworthy, linea di parati realizzata a partire dalle strip dei giornali.

L’azienda non è nuova all’utilizzo di questi materiali che aveva già sperimentato recentemente in ambito fashion.

Se ottenesse il successo meritato potrebbe rappresentare anche un’interessante modalità per finalizzare azioni non convenzionali di marketing editoriale.

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Apollo

L’idea di un quotidiano personalizzato, à la carte, e la tecnologia per realizzarlo, per offrire al lettore informazioni, notizie, perfettamente in sintonia con i suoi interessi, è il punto di arrivo del futuro dei giornali.

Secondo quanto riportato da TechCrunch potremmo essere meno lontani di quanto normalmente immagineremmo dal raggiungere l’ambita meta.

Si tratta di Apollo, progetto di Harthornelabs, start up statunitense fondata da ingegneri che prima di dar vita all’impresa lavoravano per Google e Microsoft.

Apollo, è un’applicazione per iPad, che si propone come punto di riferimento per l’informazione digitale personalizzata, tanto che i suoi autori non esitano a definirla il giornale del futuro. In vendita a 5 dollari viene offerta gratuitamente a chi si impegna a fornire il proprio feedback dopo averla provata.

Il funzionamento, illustrato nel video, si basa su di un algoritmo che misura il tempo trascorso dall’utente nella lettura di ciascuno articolo, le sue fonti preferite ed il tipo di contenuti di cui fruisce nei social network, ed in base ai risultati [ri]consegna al lettore, aggregate nel format di un giornale, le informazioni predilette.

Sin ora l’applicazione di maggior successo in ambito informativo è stata quella del Guardian. In funzione dell’adesione, o meno, e della sperimentazione da parte degli utenti potremo dire se siamo, come parrebbe, sulla strada giusta.

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Divergenze

Le ipotesi di far pagare i contenuti dei quotidiani on line sono viste come elemento di rilevanza sia per il recupero di una parte della redditività persa che per preservare le vendite della versione cartacea dei giornali.

Questa l’opinione prevalente che emergerebbe da un recente sondaggio svolto per conto dell’ American Press Institute ad inizio di questo mese, secondo il quale circa il 60% degli associati sta pensando di far pagare i contenuti resi disponibili sin ora gratuitamente. Tesi sostenuta anche dall’ Amministratore Delegato di Journalism online secondo il quale la questione non è se, ma come riuscire a far pagare le notizie.

Secondo quanto riportato, inoltre, circa un quarto degli imprese associate pensa di implementare entro i prossimi sei mesi una qualche forma di pagamento per i propri contenuti editoriali.

Peccato che quando sono stati consultati anche i visitatori, i lettori, dei siti web in questione le opinioni sia sul valore dei contenuti che sulla possibilità di ottenerli altrove in caso di “paywalls” siano state estremamente diverse. Differenza che emerge, tra l’altro, anche rispetto alla visione degli investitori pubblicitari.

Sono divergenze che se non venissero tenute nella giusta considerazione rappresenterebbero l’ennesimo passo falso dell’editoria, non vi è dubbio.

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Public Trust In The News: A constructivist study of the social life of the news

Il Reuters Institute for the Study of Journalism [branca del Dipartimento di Politica e Relazioni Internazionali dell’Università di Oxford] a metà giugno ha rilasciato i risultati di una ricerca che mi appare di assoluto interesse.

“Public Trust In The News: A constructivist study of the social life of the news” si concentra, come il titolo lascia intuire, sulla fiducia del pubblico relativamente alle notizie diffuse.

La fiducia è un asset [un cespite*] fondamentale dal quale l’intera società oggi dipende come forse non mai. Attraverso le storie raccontate i media inquadrano e definiscono un senso condiviso del mondo sia locale che generale. Lo studio, con la tecnica dei focus group, ha investigato quest’area di importanza capitale chiedendo al pubblico cosa si aspettasse dalle notizie ed ai giornalisti cosa si attendessero dai lettori.

Invece di chiedere alle persone quale fosse il loro livello di fiducia nelle notizie ed ai giornalisti quanto pensassero di meritarla, come se la fiducia fosse un termine ben definito, la ricerca è partita da una diversa prospettiva. Cosa sono le notizie? Cosa i lettori vogliono/hanno bisogno di conoscere? In questo modo, spostando il focus dalla fiducia in termini di accettazione a quello delle attese, relativamente alle aspettative di come il pubblico pensa di dovere essere servito, si è resa possibile l’elaborazione di una base comune e condivisa. L’approccio utilizzato è stato quello di facilitare [#] una definizione di fiducia da parte dei partecipanti e non di imporne una definita dai ricercatori sulla quale investigare. Questo rende i risultati dello studio ancor più interessanti a mio avviso.

Il rapporto nella prima parte si focalizza sulla questione fondamentale della natura della conoscenza pubblica e del ruolo e del fine delle notizie in quest’area. Vi sono poi tre sezioni dedicate ai risultati emergenti dalla ricerca ed alle risposte ottenute dai diversi gruppi di giornalisti, editori e blogger, e la parte conclusiva nella quale sono offerte alcune proposte dei ricercatori per il miglioramento del rapporto tra il pubblico ed i newsmakers attualmente in evidente crisi.

Le circa 50 pagine del rapporto sono assolutamente da stampare e leggere con attenzione e non posso che limitarmi ad alcuni spunti in questi spazi.

Il primo paradossale risultato che emerge con chiarezza è come i maistream media falliscano miseramente nello spiegare le notizie, anche le più basiche. Al riguardo viene citato come moltissimi lettori non fossero al corrente del fatto che Barack Obama e Hillary Clinton fossero dello stesso partito.

I mass media lasciano il pubblico incerto e disarmato relativamente a cosa credere, internet aiuta i lettori ad approfondire e dunque a comprendere le notizie. “We were struck by the confidence that people expressed in the internet generally and Google specifically as the most trusted resource of explanation and analysis,”

E’ evidente che laddove non vi sia comprensione non possa esservi adesione. Il ruolo dei media si è nel tempo distorto. Affidare ad internet l’approfondimento e la comprensione delle notizie è la vera condanna a morte per i quotidiani ed è su questo aspetto che è necessario lavorare invece di affondare in derive velleitarie, come del resto emergeva chiaramente già nei commenti riportati pochi giorni fa.

Ennesimo paradosso emergente è relativo a come il gruppo di giornalisti intervistati sia complessivamente più propenso dei lettori a ritenere che molte delle notizie pubblicate siano false o falsamente riportate.

Il gruppo dei giornalisti è fortemente critico nei confronti dei blogger ritenendo che i blog riportino solo notizie di seconda mano.

Il livello di fiducia dei lettori nei media crolla quando i giornalisti pubblicano notizie sui gruppi sociali, aree e modalità che evidentemente non comprendono.

speak the truth

Il capitolo conclusivo “ A mission to connect” riassume già nel titolo le indicazioni di fondo dei ricercatori, eccole testualmente in tutta la loro essenza:

The mission to connect for contemporary journalist involves four principal: between contextual back stories and current events; between citizens and institutional processes of policy making; between citizen and the confusing mass of on line as weel as off line information sources; and between communities and communities. These are not entirely new tasks, but all entail recogniction tath both the media ecology and democratic citizenship itself are being reconfigured in ways that reshape the terms of communication

Molto interessanti e tutte da leggere, infine le verbalizzazioni raccolte ed evidenziate all’interno del rapporto che è anche ricchissimo di segnalazioni e annotazioni di documenti e link per chi volesse ulteriormente approfondire.

Le indicazioni sono chiare. E’ ora di mettersi al lavoro seriamente considerando le issue dei pubblici di riferimento ed accantonando chimere ed illusioni tecnologiche. Il problema è il messaggio non il mezzo, stampiamocelo bene in mente.

* Relativamente al termine cespite ho [ri]trovato una slide che vi proporrò ben presto.

# Il concetto di facilitazione è perno fondamentale anche in ambito formativo.

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Il fatto

Le prenotazioni per abbonarsi a “Il Fatto”, il cui titolo è un omaggio ad Enzo Biagi, nuovo quotidiano diretto da Antonio Padellaro che annovera tra i principali redattori Marco Travaglio e Furio Colombo, secondo quanto riportato, hanno già superato le 10mila richieste.

Il successo oltre le aspettative del quotidiano, in edicola a partire da settembre, rappresenta a mio avviso la conferma che le problematiche dei quotidiani sono legate prevalentemente alla qualità ed alla credibilità complessiva delle attuali proposte.

L’accettazione e l’entusiasmo sulla carta [letteralmente] ribadiscono, infine, che il problema non è il supporto o il mezzo ma il messaggio che sempre più il pubblico di riferimento dei quotidiani è in grado di selezionare.

 

Selezione

Selezione

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Self fulfilling prophecy

Risale ai tempi in cui avevo paura di spettinarmi la celebre freddura già citata tempo fa: “Papà, papà è lontana l’America? – Zitto e nuota figliuolo”. 

Secondo quanto scrive Peter Preston nella autorevole sezione dedicata ai media del Guardian potrebbe non essere più solo una battuta.

Nell’articolo pubblicato il 31 maggio scorso [ The future is a complex web] Preston dopo aver sinteticamente ricordato gli ultimi dati resi disponibili a livello mondale, si concentra sulla situazione specifica del giornalismo britannico e ricorda come l’andamento della readership dei quotidiani di qualità presenti in Gran Bretagna sia in incremento [FT up 15%, the Times 6%, the Guardian 3% and the Observer, Sunday’s only rising star, 2%. ].

Ricordando anche il caso del Seattle Post Intelligencer, l’andamento complessivo della free press e la penetrazione di internet negli USA ed in GB, Preston si chiede dunque da dove nasca in Europa effettivamente l’allarme attuale sullo stato di crisi dei quotidiani ed il perchè dell’univocità sin ora della risposta prevalentemente fornita: il futuro è on line, a pagamento.

La risposta che viene fornita al lettore è sintetizzata ottimamente nella frase: “Because too many press people can’t see “beyond the simple rhetoric and merely join the chorus that the future is online, online, online, almost to the exclusion of everything else”, he says. “It’s a mistake. It oversimplified a rather complex issue.

Considerando le differenze tra il panorama anglosassone [USA & UK] e la situazione attuale del nostro paese sono assolutamente concorde con la visione proposta nell’articolo.

Avverto fortemente il desiderio di semplificazione ed il rischio che le soluzioni sin ora prevalentemente considerate apportano al futuro del giornalismo e dei giornali nel nostro paese. Ha assolutamente ragione Luca De Biase quando, tra gli altri, afferma e ricorda che stiamo parlando molto di come sostenere economicamente il giornalismo (pubblicità, beneficenza, spesa pubblica, pagamento delle notizie…). Ma non stiamo parlando abbastanza di come si definisce, alimenta e costruisce il giornalismo di qualità. Eppure è solo affrontando questo tema che si può risolvere l’altro.

Il rischio reale che il dibattito si sviluppi in maniera eccessivamente semplicistica con la soluzione apparentemente più a portata di mano – e scontata – prendendo a riferimento realtà quali quella statunitense che ribadisco essere troppo distanti dalla nostra, è da evitarsi ad ogni costo. La possibilità di una self fulfilling prophecy [A self-fulfilling prophecy is simply a statement that alters actions and therefore comes true because of the person’s actions] sarebbe in caso contrario davvero elevata.

Sin dall’apertura di questo spazio ho cercato di fornire il mio modesto contributo su cosa ritengo sia qualità del giornalismo e su quali siano i fundamentals sui quali intervenire da questo punto di vista. Visione che direi è sintetizzata in questi tre articoli:

Mi piacerebbe poter partecipare alla costituzione di un gruppo di lavoro misto composto da giornalisti, blogger, pubblicitari e – perchè no – giornalai che lavorando su questo tema sviluppi delle guidelines in proposito che vadano oltre il coro dell’ on line a tutti i costi. Alea iacta est [*], rifletteteci, riflettiamoci.

prophecy

[*]Traduzione letterale di alea iacta est: Il futuro del giornalismo è ad est.  

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