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Nuovi mezzi, vecchi problemi

La rivista Sport Illustrated mostra un eccellente esempio di come i nuovi supporti permettano potenzialmente esperienze di grande interesse per gli utenti più evoluti della produzione editoriale.

Il video dimostrativo, realizzato da The Wonderfactory, illustra magnificamente le potenzialità dei tablet per utenti, editori e agenzie di comunicazione.

Si conferma, dunque, come gli e readers siano concettualmente già sorpassati nonostante volumi di vendita complessivamente interessanti anche perchè scarsamente affidabili sotto il profilo della protezione dei contenuti per gli editori.

Non è questo il solo cappio al collo dei nuovi supporti digitali. Permangono irrisolti, infatti, i problemi relativi all’organizzazione del lavoro nelle imprese editoriali, i criteri del fare informazione e, non ultimo, un livello di apertura verso l’esterno davvero ridotto.

I nuovi mezzi possono essere tanto interessanti quanto inutili, se si continuerà a focalizzarsi solo sulla tecnologia più attraente, perdendo di vista modalità di fruizione e contenuti, i problemi attuali del comparto editoriale non potranno, ahimè che restare irrisolti.

Il futuro delle notizie e dei giornali non può restare alieno, da un lato, alle logiche di buona gestione manageriale di una qualunque impresa e, dall’altro, dalla implementazione di modalità comunicazionali bidirezionali e, dunque, efficaci; l’epoca in cui i mass media nutrivano i lettori volge al termine sempre più rapidamente oggi, molto spesso, sono i lettori a nutrire i mezzi di informazione.

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Rivoluzione, Evoluzione o Involuzione

Ha destato un certo interesse il reportage pubblicato dal NYT intitolato “A galla nell’Oceano, si espandono isole d’immondizia” che documenta l’invasione dei rifiuti nell’Oceano Pacifico.

Più che per il contenuto relativo all’ennesima tragedia ambientale che si va consumando, i giornali nazionali ne hanno parlato in funzione del fatto che l’articolo è stato pubblicato grazie ai finanziamenti dei lettori che, via Spot Us, hanno sovvenzionato le spese del freelance che lo ha realizzato.

Generalmente gli articoli della stampa nostrana hanno sottolineato la notizia come una rivoluzione o quantomeno una evoluzione del giornalismo d’inchiesta. Abbiamo anche un neologismo che descrive questo fenomeno: il crowdfunding jounalism o, meno sintetico, community funded reporting.

Un commento alla notizia riportata da Pratellesi, chiede testualmente: “Ma se il giornlismo di qualità deve essere pagato dalle fondazioni allora quello di scarsa qualità da chi deve essere pagato ??” Continuando: “Ma lo dobbiamo salvare per forza questo giornalismo ???”

Condivido la perplessità del lettore. Come dicevo a Riccardo Silvi a me pare più una involuzione anziché una rivoluzione. I “grandi giornali” fanno servizi fuori dal coro con soldi non loro e con professionisti che non rischiano di perdere il posto di lavoro perché non lo hanno.

Se i giornali necessitano delle sovvenzioni dei lettori per realizzare articoli interessanti, scordiamoci di parlare ancora di giornalismo del futuro.

Concentriamo la nostra attenzione sul bilanciare editori non puri, lobby e pressione degli inserzionisti, riuscirci sarebbe un obiettivo di minima che certamente favorirebbe la qualità del giornalismo e dei giornali.

Involution

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Commentate pure [Grazie!]

L’articolo di qualche giorno fa che sosteneva l’importanza della condivisione e della socialità nella costruzione della notizia credo sia meritevole di un approfondimento, nel tentativo, anche, di fornire una prima risposta agli spunti forniti da Isabella Cesareo che, fondamentalmente, si chiede se il lettore medio abbia gli strumenti e la cultura adeguata per contro-argomentare in modo adeguato [ad un’informazione volutamente e strategicamente distorta e deformata].

Ovviamente i commenti sono solo una parte della costruzione della notizia mentre, come cercavo di dire nell’articolo precitato, l’aspetto sociale della notizia e dunque del giornalismo non si limita a questi contributi ma annovera numerosi altri elementi.

Per quanto ho avuto modo di osservare e sperimentare in questi anni di interazione sul web, in riferimento specifico ai commenti, credo che complessivamente siano i primi due, massimo tre, ad essere in tema con l’informazione, con la notizia, mentre i successivi generalmente tendono a perdere il filo iniziale del discorso portando ad uno sfilacciamento del dibattito che normalmente risulta poco produttivo rispetto al processo di [ri]costruzione della notizia.

Mi pare che questa tendenza sia più pronunciata all’interno di gruppi di discussione, social network ed in tutti gli ambiti “amatoriali” [blog inclusi ovviamente] mentre all’interno delle appendici on line dei media ufficiali la qualità e la coerenza sia complessivamente maggiore. Evidentemente ad ogni inevitabile generalizzazione fanno da contraltare numerose eccezioni.

Se, come sostengo, l’apporto alla [ri]definizione della notizia così come il valore creato sono maggiori in contesti dotati di “ufficialità” le opportunità per il giornalismo ed i giornalisti in tal senso sono davvero tutte da cogliere anche sotto questo profilo.

Sono queste, e le prossime che certamente verranno, forme che non sostituiscono ma integrano giornali e giornalismo il cui futuro mi appare legato a questi come ad altri fattori.

what-interactions-do-you-want-from-social-media

Commentate pure. [grazie!]

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Personalizzazione della notizia & Potenzialità dei media tradizionali

Media scarcity is dead.

Inizia così l’articolo pubblicato su TechCrunch da Edo Segal sul futuro dell’industria dei media che, concentrando l’analisi sui mezzi digitali, traduce tutto in files che possono essere scambiati e piratati prevedendo dunque il prevalere degli smartphones con particolare riferimento ad Apple e App store, per concludere come, a suo avviso, sia necessario vendere accesso ed esperienze invece di media files.

Allo stesso tempo, come a conferma della attuale fragilità dell’industria dei media ed in particolare dell’area digitale degli stessi, alla ricerca di un modello di business degno di questo nome, nonché della complessiva bontà delle ipotesi formulate da Segal, si assiste al lancio di quella che potrebbe essere la killer application della conversazione su internet e di quello che per convenzione viene definito twitter giornalismo.

Twitter Tim.es consente di separare il segnale dal rumore selezionando i temi con precisione ed in maniera personalizzata secondo i propri interessi. Le informazioni possono essere organizzate per rilevanza ed in funzione della popolarità della fonte, è possibile filtrare le notizie sulla base dei profili seguiti ed anche di altri d’interesse.

Maxim Grinev, responsabile tecnico del gruppo di lavoro che ha creato l’applicazione, dichiara, tra l’altro, che : “ viene calcolato quante volte un link viene pubblicato dai nostri << amici >> ed in questo modo siamo in grado di costruire un giornale, un notiziario, personalizzato”. Non è da escludere che in futuro Twitter Times possa essere utilizzato all’interno dei siti web dei quotidiani stessi restringendo il concetto ad una singola fonte. Parrebbe infatti che il NYT, secondo quanto dichiara Grinev, possa essere interessato ed all’utilizzo dello strumento.

future of media_lifecycle

La disputa tra il Guardian e Murdoch sulla possibilità effettiva di far pagare i contenuti on line e la guerra agli aggregatori che registra ogni giorno un nuovo capitolo, dimostrano l’incertezza e l’inesperienza di un settore che per troppo tempo ha retto la propria esistenza sull’ uovo e la gallina e [per continuare la parafrasi] sui favori del gallo.

Non è sulla rapidità per ragioni strutturali organizzative né sulla personalizzazione per motivi di oggettiva limitazione, che i media tradizionali [ed in particolare quotidiani e periodici] potranno vincere la sfida con la comunicazione e l’informazione digitale.

Le notizie del XX secolo sono inadatte alla società del XXI ricorda il manifesto sui new media redatto dall Harward Business Publishing che riassume brillantemente in sette punti focali gli aspetti sui quali concentrarsi:

  • Conoscenza invece di notizie
  • Gestione e non solo abilitazione dei commenti
  • Temi invece di articoli
  • Scarsità contro circolazione
  • Provocazione non perfezione
  • Non vendersi
  • Messaggi invece di mezzi e tecnologia

Quando fu chiesto a Mark Zuckerberg quali fossero i motivi essenziali del successo di Facebook la risposta fu: “focalizzazione, astuzia e rapidità”, tre punti che emergono chiaramente nelle raccomandazioni del manifesto.

Sono evidentemente consigli generali e generalizzati che vanno adattati contestualizzandoli ad ogni realtà specifica, per questo esistono i manager aziendali, no?

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