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Il Media del Futuro è sempre uno Schermo

Il video ““A Day Made of Glass” è stato realizzato da Corning, “the world leader in glass and ceramics”, per promozionare il marchio aziendale e le diverse realizzazioni, linee di prodotto.

Caricato su YouTube il 07 Febbraio ha totalizzato, ad ora, oltre 5 milioni di visualizzazione e ben 2645 commenti.

Cinque minuti che si trascorrono con il fiato sospeso per la brillantezza delle soluzioni proposte chiedendosi quando tutto questo sarà davvero diffusa  realtà quotidiana.

Una cosa pare certa, anche dopo il passaggio dalla televisione al pc ed internet, il media del futuro è sempre racchiuso in uno schermo.

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Nuove prospettive sul futuro dell’ informazione – Contributi da Giornalaio

“Siamo tutti in un fosso, ma alcuni di noi fissano le stelle”.

La frase di Oscar Wilde credo riassuma perfettamente la situazione attuale, e le speranze di rinascita, sia in termini generali che con specifico riferimento al comparto editoriale.

Luca De Biase, nell’articolo Nuove prospettive sul futuro dell’informazione, con la competenza e la professionalità che lo distinguono dalla massa di molti suoi colleghi, sintetizza in tre punti quelli che sono a suo avviso gli aspetti salienti e qualificanti per un futuro – redditizio – dell’editoria.

Visione che viene integrata e specificata dalle interessantissime postille di Marco Formento.

Uno degli aspetti che emerge è relativo alle nuove professionalità richieste per soddisfare l’evoluzione dell’utenza, elemento che peraltro viene specificato con chiarezza anche nel successivo articolo che, in qualche modo, integra il precedente, richiamando con maggior vigore la massima di Wilde qui riportata.

Per quanto riguarda le professionalità richieste credo che una lettura dell’ Observatoire des métiers de la presse, ed in particolare all’area della Cartographie des métiers de la presse che mappa con estrema precisione l’elenco di tutte le funzioni coinvolte nel processo di realizzazione di un prodotto editoriale, suddividendole per aree di competenza [dalla elaborazione e produzione di contenuti sino alla logistica], sia elemento di straordinaria chiarificazione al riguardo. Sotto questo profilo vale anche la pena di ricordare come la carta stampata sia il settore che assorbe attualmente circa il 70% dei giornalisti impiegati.

Sempre in termini di completezza di informazione e di visione, credo possa valere la pena di riprendere i passaggi salienti dei direttori dei principali quotidiani riportati dalla rivista che ho già avuto modo recentemente di citare. In sintesi:

  • Ferruccio De Bortoli – Corriere della Sera: “[….]Meglio guardare in faccia la realtà e riboccarci le maniche. Tutti insieme. Noi che confezioniamo l’informazione quotidiana e voi che la distribuite nella società. Voi [gli edicolanti] che rimanete sempre il punto di riferimento principale per le aziende editoriale e, soprattutto, per i lettori.”
  • Ezio Mauro – La Repubblica: “L’edicola….è un luogo dove si incontrano l’offerta di informazione e il diritto consapevole di essere informati. I lettori fermano l’automobile, scendono dal tram per cercare in edicola proprio questo. Questo luogo dove si cerca e si offre informazione”.
  • Carlo Verdelli – La Gazzetta dello Sport: “[….] La cosa che mi fa più felice come direttore è vedere qualcuno, la mattina, che si avvicina al chiosco verde, posa un euro e se ne va con una copia della Gazzetta sotto braccio. Quel gesto, il posto dove avviene, è il fulcro di tutta l’attività giornalistica…..L’edicola di nuovo al centro del sistema dell’informazione scritta: ecco secondo me la vera sfida che ci aspetta”.
  • Gianni Riotta – Il Sole 24 Ore: “E’ possibile una democrazia senza giornali quotidiani? No. Sono immaginabili, in Italia, giornali quotidiani senza edicole? Credo di no.”

Certamente sono parole adattate al contesto ma non posso , non voglio, pensare che siano solo questo; spero davvero che riflettano anche effettivamente l’opinione, il sentimento, di quelli che sono i direttori dei principali quotidiani del nostro paese.

Legittimamente ciascuno osserva la situazione dalla propria prospettiva, come disse Konrad Adenauer “viviamo tutti sotto il medesimo cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte”, ma non posso che esprimere il mio sconcerto ed il mio rammarico per il silenzio che vige sul ruolo di giornalai ed edicole anche da parte di persone nei confronti delle quali nutro sincera stima e considerazione.

Mentre in altri settori di mercato la distribuzione ha un ruolo determinante nelle politiche delle imprese fornitrici, gode di meritato rispetto e di dovute attenzioni, in campo editoriale a nessun livello vi è traccia di interesse, di una benché minima progettualità che coinvolga la distribuzione.

Non esiste, ad oggi, nel nostro paese, convegno, festival, conferenza o incontro che tratti i temi dell’informazione e del suo futuro con il contributo dei protagonisti della distribuzione commerciale dei prodotti editoriali. Tutto il settore appare disinteressato alla costruzione di percorsi di rivitalizzazione dell’editoria attraverso la partecipazione della distribuzione, si immaginano, si progettano, nuovi prodotti e nuovi scenari senza menzione o considerazione alcuna del ruolo dei punti vendita, perpetuando il loop di nuovi mezzi e vecchi problemi. L’unica eccezione alla attuale desolazione è rappresentata dalle raccomandazioni di Econsultancy che, vivaddio, all’interno dei 5 punti cardine per un modello di successo [e redditizio] delle pubblicazioni editoriali include anche il suggerimento esplicito: “Think like a Retailer”.

Continuare il dibattito sul futuro dell’informazione e dell’editoria senza ascoltare la voce, senza dare spazi, alla distribuzione è portare avanti un discorso monco sin dall’inizio che inevitabilmente porterà a conclusioni altrettanto tanto parziali quanto provvisorie. Mi pare la si chiami visione strategica, torneremo a parlarne ben presto, statene certi.

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Nuovi mezzi, vecchi problemi

La rivista Sport Illustrated mostra un eccellente esempio di come i nuovi supporti permettano potenzialmente esperienze di grande interesse per gli utenti più evoluti della produzione editoriale.

Il video dimostrativo, realizzato da The Wonderfactory, illustra magnificamente le potenzialità dei tablet per utenti, editori e agenzie di comunicazione.

Si conferma, dunque, come gli e readers siano concettualmente già sorpassati nonostante volumi di vendita complessivamente interessanti anche perchè scarsamente affidabili sotto il profilo della protezione dei contenuti per gli editori.

Non è questo il solo cappio al collo dei nuovi supporti digitali. Permangono irrisolti, infatti, i problemi relativi all’organizzazione del lavoro nelle imprese editoriali, i criteri del fare informazione e, non ultimo, un livello di apertura verso l’esterno davvero ridotto.

I nuovi mezzi possono essere tanto interessanti quanto inutili, se si continuerà a focalizzarsi solo sulla tecnologia più attraente, perdendo di vista modalità di fruizione e contenuti, i problemi attuali del comparto editoriale non potranno, ahimè che restare irrisolti.

Il futuro delle notizie e dei giornali non può restare alieno, da un lato, alle logiche di buona gestione manageriale di una qualunque impresa e, dall’altro, dalla implementazione di modalità comunicazionali bidirezionali e, dunque, efficaci; l’epoca in cui i mass media nutrivano i lettori volge al termine sempre più rapidamente oggi, molto spesso, sono i lettori a nutrire i mezzi di informazione.

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Commentate pure [Grazie!]

L’articolo di qualche giorno fa che sosteneva l’importanza della condivisione e della socialità nella costruzione della notizia credo sia meritevole di un approfondimento, nel tentativo, anche, di fornire una prima risposta agli spunti forniti da Isabella Cesareo che, fondamentalmente, si chiede se il lettore medio abbia gli strumenti e la cultura adeguata per contro-argomentare in modo adeguato [ad un’informazione volutamente e strategicamente distorta e deformata].

Ovviamente i commenti sono solo una parte della costruzione della notizia mentre, come cercavo di dire nell’articolo precitato, l’aspetto sociale della notizia e dunque del giornalismo non si limita a questi contributi ma annovera numerosi altri elementi.

Per quanto ho avuto modo di osservare e sperimentare in questi anni di interazione sul web, in riferimento specifico ai commenti, credo che complessivamente siano i primi due, massimo tre, ad essere in tema con l’informazione, con la notizia, mentre i successivi generalmente tendono a perdere il filo iniziale del discorso portando ad uno sfilacciamento del dibattito che normalmente risulta poco produttivo rispetto al processo di [ri]costruzione della notizia.

Mi pare che questa tendenza sia più pronunciata all’interno di gruppi di discussione, social network ed in tutti gli ambiti “amatoriali” [blog inclusi ovviamente] mentre all’interno delle appendici on line dei media ufficiali la qualità e la coerenza sia complessivamente maggiore. Evidentemente ad ogni inevitabile generalizzazione fanno da contraltare numerose eccezioni.

Se, come sostengo, l’apporto alla [ri]definizione della notizia così come il valore creato sono maggiori in contesti dotati di “ufficialità” le opportunità per il giornalismo ed i giornalisti in tal senso sono davvero tutte da cogliere anche sotto questo profilo.

Sono queste, e le prossime che certamente verranno, forme che non sostituiscono ma integrano giornali e giornalismo il cui futuro mi appare legato a questi come ad altri fattori.

what-interactions-do-you-want-from-social-media

Commentate pure. [grazie!]

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Personalizzazione della notizia & Potenzialità dei media tradizionali

Media scarcity is dead.

Inizia così l’articolo pubblicato su TechCrunch da Edo Segal sul futuro dell’industria dei media che, concentrando l’analisi sui mezzi digitali, traduce tutto in files che possono essere scambiati e piratati prevedendo dunque il prevalere degli smartphones con particolare riferimento ad Apple e App store, per concludere come, a suo avviso, sia necessario vendere accesso ed esperienze invece di media files.

Allo stesso tempo, come a conferma della attuale fragilità dell’industria dei media ed in particolare dell’area digitale degli stessi, alla ricerca di un modello di business degno di questo nome, nonché della complessiva bontà delle ipotesi formulate da Segal, si assiste al lancio di quella che potrebbe essere la killer application della conversazione su internet e di quello che per convenzione viene definito twitter giornalismo.

Twitter Tim.es consente di separare il segnale dal rumore selezionando i temi con precisione ed in maniera personalizzata secondo i propri interessi. Le informazioni possono essere organizzate per rilevanza ed in funzione della popolarità della fonte, è possibile filtrare le notizie sulla base dei profili seguiti ed anche di altri d’interesse.

Maxim Grinev, responsabile tecnico del gruppo di lavoro che ha creato l’applicazione, dichiara, tra l’altro, che : “ viene calcolato quante volte un link viene pubblicato dai nostri << amici >> ed in questo modo siamo in grado di costruire un giornale, un notiziario, personalizzato”. Non è da escludere che in futuro Twitter Times possa essere utilizzato all’interno dei siti web dei quotidiani stessi restringendo il concetto ad una singola fonte. Parrebbe infatti che il NYT, secondo quanto dichiara Grinev, possa essere interessato ed all’utilizzo dello strumento.

future of media_lifecycle

La disputa tra il Guardian e Murdoch sulla possibilità effettiva di far pagare i contenuti on line e la guerra agli aggregatori che registra ogni giorno un nuovo capitolo, dimostrano l’incertezza e l’inesperienza di un settore che per troppo tempo ha retto la propria esistenza sull’ uovo e la gallina e [per continuare la parafrasi] sui favori del gallo.

Non è sulla rapidità per ragioni strutturali organizzative né sulla personalizzazione per motivi di oggettiva limitazione, che i media tradizionali [ed in particolare quotidiani e periodici] potranno vincere la sfida con la comunicazione e l’informazione digitale.

Le notizie del XX secolo sono inadatte alla società del XXI ricorda il manifesto sui new media redatto dall Harward Business Publishing che riassume brillantemente in sette punti focali gli aspetti sui quali concentrarsi:

  • Conoscenza invece di notizie
  • Gestione e non solo abilitazione dei commenti
  • Temi invece di articoli
  • Scarsità contro circolazione
  • Provocazione non perfezione
  • Non vendersi
  • Messaggi invece di mezzi e tecnologia

Quando fu chiesto a Mark Zuckerberg quali fossero i motivi essenziali del successo di Facebook la risposta fu: “focalizzazione, astuzia e rapidità”, tre punti che emergono chiaramente nelle raccomandazioni del manifesto.

Sono evidentemente consigli generali e generalizzati che vanno adattati contestualizzandoli ad ogni realtà specifica, per questo esistono i manager aziendali, no?

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