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Dal Quadrato al Triangolo

Edelman ha pubblicato i risultati generali dell’undicesima edizione del Trust Barometer. La ricerca ha coinvolto oltre 5mila individui in 23 nazioni diverse del mondo, Italia inclusa, analizzando il livello di fiducia nei confronti di imprese, istituzioni e media.

Il rapporto indica chiaramente come nei paesi maggiormente sviluppati economicamente, tra i quali l’Italia, vi sia il maggior tasso di sfiducia nei mainstream media. In particolare riferimento al nostro paese emerge come circa la metà della popolazione [il 45%] non nutra fiducia in quanto viene riportato dai mezzi di comunicazione di massa.

Complessivamente, tra i settori analizzati, i media hanno lo scoring tra i più bassi, appena al di sopra di assicurazioni, banche e servizi finanziari, con una percentuale del 52% di individui che ha fiducia in quanto viene riportato.

L’Indagine evidenzia come i fattori qualificanti per la reputazione aziendale siano l’alta qualità dei prodotti o servizi e trasparenza ed onestà,  elementi che, visti i risultati, non vengono riconosciuti ai media.

Come fonte per la ricerca di notizie ed informazioni sulle imprese al primo posto figurano i motori di ricerca ed al secondo le news online, stampa e pubblicazioni periodiche si collocano solamente al terzo posto con una percentuale del 15% dei casi.

Il panorama attuale dei media e lo scetticismo di cui è contonato richiedono molteplicità di voci e canali di comunicazione.

Le regole ed i criteri sui quali si fonda l’attribuzione di fiducia si sono evolute, trasformando la mappa degli elementi che la compongono, dal quadrato del passato all’attuale triangolo, come illustra la figura sottostante.

Il problema dei media non risiede nel web e nella perdita di redditività che ne consegue ma nella mancanza di relazione e fiducia con i pubblici di riferimento. Sarebbe bene avere il coraggio di ammetterlo ed intervenire prontamente invece di continuare a girarci intorno.

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Metterci la Faccia

Le aziende che utilizzano i social media ci “mettono la faccia”e quelle che fanno comunicazione tradizionale no?

Questa la domanda che ad inizio settimana ho provocatoriamente lanciato [ora posso confessarlo] per confrontarmi su quale fosse l’essenza della presenza delle imprese sui social media. Tema che ,diffuso in un social network frequentato da molte persone che lavorano all’interno di quest’area della comunicazione, ha ottenuto adesione e riscontro.

L’estrema sintesi dell’elemento qualificante che è emerso dal dibattito è riassumibile in: “starci non significa esserci”.

Nelle parole di Giovanni Arata, “<<metterci la faccia>> sta per: raccontarti per come sei e non per come si vede in tv [e quindi] incassare con un sorriso le critiche quando colgono il segno. ma soprattutto, ascoltare in maniera metodica ogni possibile domanda e rispondere ad ognuna. in inglese sarebbe essere <<accountable>>, da noi la parola non esiste e forse non è un caso.”

Ripresa dal sottoscritto, al fine di <<condurre>> la discussione, con: “la gente, l’utenza di internet apprezza la presenza di un’impresa su twitter…etc a patto che diano risposte in tempi brevi, interagiscano..etc. Quello è starci – mettendoci la faccia – invece di esserci e non rispondere o, peggio, rispondere solo a complimenti.”

E’ esattamente quello che emerge dai dati pubblicati da eMarketer, secondo i quali gli elementi qualificanti sulla cui base l’utenza discrimina l’affidabilità e concede fiducia sono un’apertura al dialogo sia in caso di commenti negativi che positivi e la reattività, la capacità di risposta, dello “sponsor” [dell’impresa] o dell’autore.

L’utilizzo in chiave corporate dei social media non è necessariamente esclusivamente in termini di conversazione, ma certamente la comunicazione attiva, fatta di di emissione di messaggi ma anche, se non soprattutto, di ascolto, costituisce una discriminante essenziale tra esserci e starci.

Già il pubblicitario francese Marcel Bleustein-Blanchet ricordava che la comunicazione è come l’amore: bisogna essere in due e lo stupro non paga.

Non vi è dubbio che guadagnarsi la fiducia dell’utenza sia di gran lunga più faticoso rispetto a comprarla, ma non riuscire a farlo non sarà ancora a lungo un’opzione per le imprese che hanno a cuore il loro futuro, qualunque sia il settore-mercato in cui operano.

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Media, Social Network & Dintorni

Le pagine di Facebook con il maggior numero di followers sono relative ad argomenti che spaziano dalla musica ai videogiochi passando per i programmi televisivi di maggior successo.

Secondo quanto riporta Facebook PageData, si nota una forte concentrazione nell’area dell’intrattenimento mentre la politica o l’attualità in termini di notizie scivolano in secondo piano.

Sono dati che, congiuntamente alle cifre segnalate sul Guardian, relativamente allo spreco di risorse effettuato dai media sui diversi social network, fanno riflettere sulla distanza esistente tra il pubblico attivo degli internauti ed il mondo delle notizie che complessivamente continua a presentarsi con modalità indifferenziate che, tranne in rarissimi casi, non coinvolgono l’utenza off line o on line che sia.

Sentenza senza appello che la recente ricerca di Zogby International, svolta nella prima settimana di giugno di quest’anno, decreta definitivamente, rilevando come i media nel loro complesso godano della minor fiducia in assoluto per gli statunitensi in generale, ed ancor più tra i giovani come illustra la tabella di sintesi sottostante.

Credo che siano spunti che richiedano una riflessione che vada ben al di là di quanto si è visto sin ora, con tatticismi tanto originali quanto inutili. Immagino non sia casuale che le innovazioni in ambito giornalistico arrivino prevalentemente da parte di chi non è legato alla professione in senso stretto, mentre i quotidiani hanno sino ad ora fallito nell’innovare e nel conquistare nuove audience.

I nuovi modelli di informazione giornalistica devono riconsiderare i concetti della libertà di stampa, della qualità e della governance delle notizie, puntando su una diversificazione dei media a beneficio della partecipazione e soddisfazione del lettore.

L’alternativa è perire indistintamente nelle versioni tradizionali cartacee oppure in quelle nuove on line. Il problema non sta nel mezzo o nel supporto, mi pare evidente.

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Media trust

Sono stati resi disponibili pochi giorni fa i risulati di una ricerca svolta da TNS a fine 2008 relativamente alla fiducia che viene riposta nei diversi mezzi di comunicazione.

I risultati sono segmentati per tutte le diverse aree del mondo compresa l’europa occidentale.

Per quanto riguarda il nostro paese, confermando una tendenza rilevata a livello complessivo dalla ricerca, la fonte che gode di maggior fiducia e credibilità sono le notizie on line.

Telegiornali e quotidiani hanno livelli di credibilità tra i più bassi in tutta l’Europa occidentale. E’ interessante rilevare come la free press goda di livelli di fiducia risibili.

Come sostenevo esiste un problema di crisi di relazione tra mezzi di comunicazione tradizionali/classici e pubblici di riferimento dovuto alla carenza di fiducia nei contenuti e nelle motivazioni che ispirano tali contenuti.

Giornalisti ed editori devono avere la forza di affrontare ” a viso aperto” questo aspetto che [insisto] è assolutamente prioritario per una rinascita dell’editoria, senza nascondersi dietro a micropagamenti, kindle one two three…….gimme some more & affini.

Il problema, in termini di contenuti erogati, non è nel mezzo ma nel messaggio.

trust-the-media1

Social isn’t the medium, is the action“.

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